“Janet la storta” – R. L. Stevenson

Della bellezza e dell’integrità. Della mostruosità nell’aspetto e nella condotta.

Mens sana in corpore sano.

L’antichità classica ci ha abituato allo sfoggio di bei corpi dalle linee armoniose.

Questo ideale, reso immortale dalle statue in marmo sopravvissute a guerre, calamità e crolli, è stato ripreso ed esaltato anche in tempi relativamente recenti, soprattutto per quanto riguarda la bellezza maschile.

Durante l’epoca fascista, per esempio, riprese vigore il culto del corpo atletico e ben curato. Fu eretto a modello, come già era avvenuto nel Rinascimento, ma con profonde differenze. Stavolta, infatti, non c’era la ricerca di un uomo colto, poliedrico e intellettuale, ma soltanto forte, rassicurante e attivo.

A differenza del passato, inoltre, si assistette a una campagna pubblicitaria per la diffusione dell’immagine ideale. I nuovi mezzi di comunicazione e la capacità (e la possibilità) di raggiungere le masse erano invece assenti in epoca rinascimentale.

In conclusione, durante il Rinascimento era presente un culto antropocentrico e corpocentrico, destinato alle classi più potenti e abbienti, attento allo sviluppo parallelo di doti intellettuali.


E l’orrore? E il brutto?

Nel Medioevo troviamo i primi segnali: il prodigioso si rivela manifestazione del diabolico e del divino, in una guerra così radicata e profonda da combattersi persino nell’aspetto delle persone, soprattutto nel corpo femminile.

Se nell’antichità gli dei potevano parlare attraverso il corpo, questo fenomeno avveniva senza lotta. Nel Medioevo, invece, i segni di Dio e del Diavolo si fanno ben visibili nell’estasi, nei poteri corporei soprannaturali e nelle deformazioni fisiche. Il corpo diventa il campo di battaglia tra Bene e Male. Come teatro della lotta, con le sue cicatrici, è sotto gli occhi di tutti.





Nell'antichità gli dei potevano parlare attraverso il corpo. Nel Medioevo, il corpo diventa il campo di battaglia tra Bene e Male. I segni del corpo, le sue cicatrici, sono il risultato dello scontro e sono sotto gli occhi di tutti.


Durante il Romanticismo fa il suo ingresso il sublime, in grado di generare sentimenti ambivalenti in chi viene a contatto con lui.

Questo ci accade quando incontriamo in Janet la storta il reverendo Murdoch Soulis e la vecchia Janet Mc Clour.


Il reverendo, dall’aria burbera e impassibile, si lascia invece impietosire da un’anziana derisa e insultata. Non è un semplice riso di scherno quello dietro cui si murano le donne del paese. Si tratta di paura. Questa emozione è causata dal pregiudizio e dalla superstizione, perché Janet è colpevole di essersi unita fuori dal matrimonio con uno straniero e di aver portato a termine la gravidanza senza aver nascosto il frutto di quella unione.


Janet è vittima di decadimento fisico e bollata di immoralità.

Il reverendo decide di accoglierla come governante, ma la vecchia subisce un nuovo affronto. Dopo l’ultima umiliazione il suo aspetto diventerà ancora più aberrante e spaventoso.

Che cosa penseranno, adesso, i compaesani? Di che cosa è realmente segno il suo aspetto così storto e deforme?

C’è una motivazione nascosta da cui deriva questa mostruosità?


Se siete in cerca del perturbante, il personaggio di Janet fa al caso vostro. E questa piccola storia di Stevenson non vi deluderà.



“Briciole” di Serena Barsottelli

Sono Chiara, ma puoi chiamarmi come vuoi. Il mio nome non è importante. Quella persona non esiste più. È morta molto tempo fa.

Mi è rimasta solo una cosa: il mio desiderio. Ho sempre sognato di volare. Forse un giorno ci riuscirò.

Io sono Anoressia, la Signora Dea tua.

Non avrai altra Amica fuori di me.

Non pronunciare il mio nome: rinnega. Menti.

Ricordati delle briciole.

Onora la fame. Pratica il digiuno.

Non amarti.

Non abbandonarti alle abbuffate.

Non sorridere.

Non dire che hai bisogno d’aiuto.

Non desiderare il corpo d’altri.

Non desiderare il piatto d’altri.

Hanno chiamato il mio nome. Quello che i miei hanno scelto e che io ho sempre odiato. Chiara. Trasparente. Il mio corpo e i suoi liquami mi hanno resa torbida. Ingombrante.

Il pranzo è pronto. Inutile sperare che l’arrosto sia bruciato o che tutta l’acqua per la pasta sia evaporata. Il mio supplizio è sempre identico: sedersi, giocherellare con il cibo, fingere di aver mangiato, sentirsi pieni d’aria, alzarsi e scomparire. Non letteralmente. Solo nella mia stanza, tra quelle quattro pareti e quel soffitto rosa più simili a una cella che a una dimora. Le grate alle finestre rigano i miei sogni: neppure il cielo è azzurro da questo posto. E io sono troppo grossa per poter passare tra le inferriate e volare lontano.

Sminuzza il cibo. Rendi le pietanze briciole. Impugna la forchetta e fingi di afferrarle. Porta alla bocca il niente e assapora la tua fame. Sei più forte quando digiuni.

Paola ha detto che sto per morire. Poco male, le ho risposto. Tutti vogliamo morire. E tutti ci uccidiamo. Io voglio solo liberare questa anima da questo corpo: tornare finalmente a volare. Da dove veniamo, prima di nascere, tutti abbiamo le ali. Ogni notte sogno di tornare. Di tornare al mio pianeta, come il Piccolo Principe. Il mio corpo è pesante. Il mio pianeta è lontano. Le mie ossa sono troppe, e nessuno scheletro sarà troppo leggero.

Le mie ossa sono le mie spine. L’anoressia i petali della mia rosa. Ho coltivato la mia rosa, giorno dopo giorno, finché non è sbocciata. Le sue radici hanno sradicato le mattonelle del pavimento. Le sue foglie mi hanno stretta in un abbraccio, e reso impenetrabile il mio cuore.

Mi sento sola, a volte. Quando restano solo le briciole dei ricordi a tenermi compagnia. Oggi, chiusa in bagno, ho pianto. Dopo anni. Nessuno mi ha sentita: le voci della televisione hanno coperto ogni altro suono.

Non voglio morire!, ho gridato, ma la voce è rimasta strozzata a metà palato. C’erano le briciole del pranzo a bloccarla. Avevano fatto tappo e mi costringevano al silenzio. Ho cercato di vomitare quel blocco: il rosso dello smalto si è confuso con il sangue.

Spingi. Spingi più forte. Sputa anche il cuore.

Quando sono uscita dalla stanza, mi sono gettata sul letto. Le pareti si muovevano anche se io, ormai, non vedevo più niente. Morire fa schifo, mi sono detta. Non sono ancora pronta. Fuori dalla finestra un merlo ha iniziato a cantare: il suo fischio era melodioso, più dei singhiozzi, più delle lacrime. Mi sono alzata e sono andata in cucina, per raccogliere un po’ di briciole. E quando sono stata fuori, in giardino, ho scoperto che il sole ancora bruciava, e che gli uccelli saltellavano lenti nel prato.

Ho sparso le briciole e ho aspettato che il merlo si avvicinasse. Ho osservato la cura con cui afferrava un pezzo di mollica. Con un leggero colpo di collo l’ha inghiottito, intero, senza masticarlo. Si è fermato di fronte a me e ha cantato. Ho pensato fosse un ringraziamento, e gli ho sorriso. Ho sorriso a un merlo.

Tu sei niente. Ci sono solo io. Io, l’unica dea. Io, l’unica amica. Senza di me tu sei niente.

A cena ho raccolto le briciole. Non ho mangiato niente, ma ho messo tutto in un fazzoletto. Ho vegliato la notte in attesa del canto del merlo. Quando è arrivato, c’era già luce e il buio era quasi ricordo. Ho aperto la porta della camera, attraversato a piedi nudi il corridoio. Tutto era avvolto nel sonno. Tranne io. Tranne il merlo. Fuori, si è avvicinato ai miei piedi e ha mangiato le briciole.

Ti disintegrerai. Quando mi lascerai, ti romperai in mille frantumi. Non sei che un vetro troppo sottile. Sei materia informe. Solo io posso plasmarti. Io sono il tuo demiurgo.

Ho assaggiato del cibo. L’istinto di vomitare è stato fortissimo. Le briciole si sono accumulate in fondo allo stomaco e non sono più uscite. Le mie gambe sembravano pesantissime.

Ho portato gli avanzi sotto l’ulivo in giardino. Volevo scappare nella mia stanza, nascondermi sotto le coperte e piangere la mia ingordigia. Il merlo si è affacciato, e a saltelli si è fermato davanti a me. Ho afferrato qualche briciola e ho aperto il palmo. Si è posato, delicato e maestoso: ha cantato e mangiato insieme a me. Ha aperto le ali ed è volato sull’albero. Forse il cielo, lì, è davvero azzurro.

Oggi tornerò. E anche domani. Per condividere le nostre briciole. E il sogno di volare.



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“Eleanor Oliphant sta benissimo” – Gail Honeyman

Una bellezza da (ri)scoprire

La bellezza, si sa, a volte lascia senza fiato. Si può restare letteralmente imbambolati di fronte alla bellezza di uno sconosciuto. E quella bellezza può diventare un tormento, una vera ossessione. Questo accade a Eleanor Oliphant quando a un concerto nota sul palco Johnnie Lomond, il cantante di un gruppo locale. Hanno gli occhi simili loro due, ma quelli dell’uomo hanno profondità ramate che lei non possiede.


Ogni bellezza è destinata a sfiorire.


Che cos’è la bellezza per Eleanor Oliphant? All’inizio ci risponde che è simmetria. Quella simmetria che lei non possiede più a causa della brutta cicatrice che le rovina un profilo del viso. È strana, è diversa da chi la circonda. È sola. La solitudine e l’incapacità di comunicare sono ben espressi dall’immagine dei suoi fine settimana lontani dall’ufficio, fatti di silenzio e di bottiglie di vodka.

Che cosa ha deturpato la bellezza di Eleanor? Bellezza rovinata, si intende, non solo della presunta simmetria del suo volto, ma anche del suo modo di essere più profondo. Che cosa l’ha resa così distante e schiva nei confronti del prossimo? Sembra che siano gli altri a escluderla perché è diversa, ma a mente fredda ci viene da chiedersi se quello che ha vissuto nell’ufficio Eleanor non sia stato un cane che si morde la coda: sei diversa -> voi non mi capite. Prova a rileggere in ordine inverso e il risultato non cambierà.


Dunque, lo abbiamo detto, la simmetria è il primo elemento con cui la protagonista di Eleanor Oliphant sta benissimo identifica la bellezza. E nel suo ragionamento, si spinge oltre. Che cosa sente di fronte a qualcosa di bello? Eleanor prova pena. Sì, perché ogni bellezza secondo lei è destinata a sfiorire. Perché quando si ha di fronte qualcosa di bello sulla superficie, diventa difficile andare più a fondo. Lei stessa, innamorandosi perdutamente del cantante con cui non ha scambiato neanche una parola, darà prova di questa verità.


C’è una cosa che accomuna belli e deformi ed è l’ingiustizia di un sentimento di odio nei loro confronti. Non hanno chiesto di nascere così, la loro è una condizione ontologica con cui, forse, sono nati. Così Eleanor, che sua madre ha sempre definito brutta, ha in comune uno stigma con le persone esteriormente più attraenti, simmetriche: l’esser vittima di pregiudizi legati all’aspetto e, in un certo senso, la colpevolizzazione, l’odio.


Se la bellezza di Johnnie Lomond è la prima con cui veniamo in contatto, così contrapposta anche al modo di vivere sciatto di Eleanor, un iniziale segnale del cambiamento che si sta preparando in lei è la sensazione di bellezza nel sentir pronunciare il proprio nome, dall’altra parte del telefono. Com’è possibile?

Immaginate di non aprire bocca con nessuno dal venerdì sera al lunedì mattina. Immaginate di ricevere solo risatine alle spalle, sguardi storti. Immaginate che l’unica persona che continua a telefonarvi durante la settimana sia qualcuno che vi ha fatto male e che ha minato e mina ancora oggi la costruzione della vostra autostima.

E pensate al potere della parola, quello tanto studiato anche in filosofia, secondo cui le cose esistono quando qualcuno le nomina.

Al telefono Eleanor scopre la bellezza del riconoscimento della propria entità e della propria esistenza.


Eleanor inizia a uscire dalla propria tana, almeno in pausa pranzo e per piccole visite a un uomo che ha salvato dopo un malore in strada. Accetta persino l’invito di un collega che lavora come informatico a bere qualcosa perché la sera è ancora bella e giovane.

La bellezza delle fresie, di un orto ben curato, dell’ordine che vive nella casa della madre di Raymond ci arrivano con un forte impatto visivo. Lo stesso impatto che colpisce Eleanor e il lettore quando l’anziana la ringrazia per la visita, per la condivisione del suo tempo con lei. La bellezza di combattere le nostre solitudini trascorrendo del tempo insieme.


Eleanor è consapevole di non essere una Musa canonica, una delle fanciulle voluttuose che popolano i dipinti. Così inizia a prepararsi al prossimo incontro con il cantante, il loro primo vero incontro, visto che lei si è innamorata di lui ma lui non sa della sua esistenza. Cambia look, si fa truccare, passare una tinta di smalto sulle unghie e più avanti cambierà persino l’aspetto dei suoi capelli.

“Bello” non è una parola solitamente associata al mio aspetto, dice a chi si sta prendendo cura di lei. A lavoro finito, però, si osserva e ringrazia chi l’ha resa splendente.


In quella forma di innamoramento tipica dell’età giovanile ma che Eleanor vive a trent’anni da poco compiuti, sperimenta anche la bellezza del lasciar viaggiare l’immaginazione. Un modo diverso per passare il tempo, ci dice. E intanto il tempo continua a scorrere davvero nella vita reale in cui la protagonista si muove ampliando il proprio raggio di azione e le proprie conoscenze sociali. Partecipa a una festa, si butta nel ballo anche se, lo dice sempre la mamma, è una cosa per belli.


Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è possibilità di essere “un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo”.


E poi il sogno si infrange ed Eleanor tocca il fondo. Lo gratta per bene, per giorni, in bilico tra la vita e la morte. Qualcosa la salva. Qualcosa o qualcuno. Qualcuno che non è così scontato definire neanche a lettura terminata.

Eleanor scopre la bellezza delle piccole cose, i dettagli, le piccole schegge di vita, cioè quel tipo di bellezza che impariamo ad apprezzare soltanto quando tutto, intorno a noi, è avvolto da nebbia e da buio. E questa nuova capacità di vedere è quello che ci salva la vita, l’ho sperimentato sulla mia pelle quando ho creato Ecco: filosofia della bellezza.

Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è la possibilità di essere un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo.


Non c’è niente di scontato per Eleanor e anche tu, se cambi il modo di guardare il mondo, sarai capace di trovare bellezza in ogni dove, anche dove non ti aspettavi: sul lavoro, nella vita privata, negli affetti umani e animali, per strada. E solo allora potrai ricordare la meraviglia del sole.

Il percorso della giovane donna in Eleanor Oliphant sta benissimo la porterà a capire di meritare la felicità e l’amore, a scoprire la verità sul suo passato e a vedere con chiarezza tutto quello che prima non riusciva a cogliere. In fondo, lo sappiamo bene, noi che siamo caduti nel fango e che ci siamo rialzati a fatica: in ogni cosa c’è bellezza.



“Innamorarsi alle Canarie” – Chiara D’Andrea

Bellezza: perfezione o libertà di essere felici?

Bellezza e fascino. Un binomio che spesso convive e alcune volte si contrappone. La madre di Caterina, la protagonista, è una donna ancora bella. Il padre, invece, è dotato di fascino. Ma perché questi due principi sembrano così distanti? Forse perché tendiamo ad accostare l’idea di bellezza a quella di perfezione. Anche Caterina, all’inizio del libro, lo fa.


La bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

Ecco la sua bella famiglia stile Tarallucci del Mulino Bianco: un sogno diventato realtà. Un marito non bello, perché la bellezza per Caterina è una cosa pericolosa, in grado di far perdere la ragione.

Eppure Caterina ha tutto: un marito perfetto, una casa perfetta con giardino e posto auto. Tutto così perfetto e rassicurante da risultare ai suoi occhi bello.

Poi succede qualcosa è l’impalcatura cade: non era reale quello che la protagonista stava vivendo, non il suo sogno di perfezione.


Inizia così il viaggio di Caterina, un viaggio alle Canarie, ma anche dentro se stessa. Un viaggio che la porta a (ri)scoprire parti di sé e dei suoi rapporti interpersonali, oltre che una terra che riesce da subito a catturarla.


In Innamorarsi alle Canarie, appena arrivata in suolo straniero, Caterina è colpita dalla bellezza del paesaggio, che via via si arricchisce di dettagli con lo scorrere della storia: il mare, la natura, la sabbia scura, i dettagli della città con i suoi balconi fioriti. E anche lo stile di vita ci appare stupendo: l’idea di potersi sdraiare al sole quando si vuole, la movida ricca di convivialità. Anche gli abitanti delle Canarie sono belli, perché spontanei. Non la bellezza che aderisce necessariamente a canoni estetici, quindi: la bellezza, qui, è libertà.


Un’altra bellezza che emerge nel libro è legata all’affetto e alla vicinanza dei propri cari. Caterina si ricongiunge a Barbara, che la ospita nella sua casa e anche in abbracci colmi di amicizia quando la donna sembrerà sul punto di crollare. E poi il rapporto con il padre di Caterina, che verrà a trovarla e con cui lei riscoprirà il suo ruolo di figlia e non di figlia-moglie.


E poi c’è lui, Nicolas. Una bellezza da allarme rosso. Un sorriso di chi la sa lunga e ne è consapevole. Occhi stupendi. Ma è vero che la bellezza da sola serve a poco. Eppure, Nicolas fa vacillare le ultime certezze di Caterina, anche quando il suo passato torna a bussare alla porta in nome di quella perfezione che poi perfezione non era. Lasciarsi andare o no? Rischiare di farsi male o tornare in Italia?


C’è una grande lezione che il padre di Caterina offre alla figlia e che l’autrice offre al lettore: la felicità non è stabilità. La felicità è amore.

Parafrasando questa affermazione, potremmo dire che in Innamorarsi alle Canarie la bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

La libertà della natura, ripresa con una videocamera. La libertà dell’abbraccio di un’amica. La libertà di nuotare nudi, non solo di vestiti. La libertà di correre il rischio di amare.


Che scelte farà Caterina? E con questo bel Nicolas? Non voglio togliervi il piacere di questa lettura, che in giorni pesanti è stata per me una boccata d’aria fresca.


Vi chiedo, però, prima di lasciarvi, se per voi la bellezza sia perfezione o fascino. Personalmente credo nel dettaglio che sfugge al controllo, quello che provoca un brivido, non sempre piacevole. Il perturbante, lo potremmo chiamare, qualcosa che lascia il segno e provoca emozioni. Ma di tutto questo parleremo un’altra volta.




“Il delitto di Lord Arthur Savile” – Oscar Wilde

De libero arbitrio. Come conciliare il problema del libero arbitrio con il concetto di predestinazione.

Ti hanno invitato a una festa. Tutto, intorno a te, suggerisce benessere e ricchezza. Gli ospiti sono altolocati e tutto sembra andare per il verso giusto.

Tra la burla e il serio, sei invitato a sottoporti alla lettura della mano. Di fronte a te c’è un uomo dall’aspetto ridicolo e vorresti sorridere, perché tutto ti sembra comico. Qualcosa, però, ti blocca: il sudore sulla fronte del buffo chiromante che sembra così rivelare la scoperta di una verità inconfessabile, terribile. Una di quelle verità in grado di sconvolgere tutti i tuoi piani.

In un istante naufragano tutti i tuoi progetti: il matrimonio, il sogno della felicità, tutto ciò che stai costruendo nella vita.


Possibile prevedere (dunque conoscere) il futuro e al tempo stesso essere liberi di agire?

Il problema della predestinazione è strettamente legato a quello del libero arbitrio: se conosco ciò che sarà, posso intervenire per cambiarlo?

Il protagonista del racconto di Oscar Wilde, Lord Arthur Savile, non affronta questa questione. Si limita ad accettare la profezia che gli è stata rivelata. Non potendo mettere in dubbio la previsione, si chiede come compiere il proprio destino senza recar danno alla futura moglie.



Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe - o dovrebbe? - essere?


In Il delitto di Lord Arthur Savile l’uomo non è totalmente libero di realizzare se stesso. Può soltanto muoversi in uno stretto campo, scegliendo soltanto come attuare quanto gli è stato rivelato.

Erasmo Da Rotterdam e Martin Lutero sono lontani nel tempo, ma l’eco delle loro voci arriva fino a Oscar Wilde che le amplifica e trasforma la loro lotta nel filo rosso che guida questo racconto.


C’è un’altra riflessione che si affaccia sullo sfondo e che rappresenta una delle questioni principali della filosofia: il potere di nominare le cose per renderle reali.

Può bastare dire qualcosa per fare in modo che si realizzi? La parola può da sola conferire essenza ed esistenza alle cose?


Forse è meglio non sfidare né il destino né chi crede di poterlo leggere. Meglio non porgere la mano a chi sostiene di vedere il futuro se non siamo disposti ad accettare quello che ci sarà rivelato.


Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe – o dovrebbe? – essere?

Meglio fingere, infine, di essere liberi e correre così il rischio di essere realmente liberi?


E tu cosa faresti al posto di Lord Arthur Savile? Porgeresti la tua mano per una lettura? E, una volta conosciuto il futuro, lo accetteresti o combatteresti per cambiarlo?



Era meglio… “Shining”

Affinità e differenze tra “Shining” di King (1977) e “Shining” di Kubrick (1980).

Non siamo di fronte a una cieca fedeltà nel caso del riadattamento cinematografico di Shining. Se le voci che circolano sono vere, King non fu particolarmente entusiasta dell’opera di Kubrick, anzi, possiamo dire che proprio non gli sia piaciuta.

Ma c’è davvero motivo di fare paragoni qualitativi su quelli che vengono considerati due capolavori? Uno, il romanzo, della letteratura; l’altro, il film, della cinematografia e della fotografia.


Il tempo di un libro è adagio, quello di un film è vivace.

Quando ci chiediamo se sia meglio un libro o un film, non dovremmo avere la pretesa di trovare una risposta. Sarebbe come chiedersi se sia meglio un pomeriggio in piscina o una sera sotto il porticato della propria casa. Ognuno di noi ha un terreno sicuro, un ambiente che sente più vicino al proprio modo di essere. Così ognuno di noi ha una preferenza sul modo di fruire una storia: che sia letta, scritta, guardata, suonata, ascoltata, dipinta o fotografata, ogni forma d’arte è una forma di espressione e di narrazione. E ogni forma di questo tipo ha tempi e ritmi diversi. Così, prendendo in prestito qualche termine tecnico musicale, proviamo a fare chiarezza.


Il tempo di un libro è spesso adagio e con continui salti: che siano nel passato o nel futuro, nell’interno o nell’esterno dei personaggi, il nostro procedere è in realtà un continuo cambio di direzione e di passo. Per arrivare alla fine, partendo dalla prima pagina, spesso ci troviamo a percorrere sentieri remoti, che riguardano l’infanzia dei protagonisti: i loro ricordi.

Il tempo di un film è spesso vivace e lo scandiscono musiche e rumori: una varietà di suoni che il libro non riesce a trasmettere. Ma proprio per questa sua velocità, spesso il nostro cammino sarà più lineare, con meno sbalzi.

Mentre un film ci incolla due ore allo schermo – e non siamo disposti a interromperne a metà la visione –, un libro è un piacere dosato, come una tisana. Se un film è un caffè espresso da fruire al volo, al bancone del bar, con chiacchiericcio e musica di sottofondo, un libro è una tisana da assaporare con lentezza, in un rito, magari avvolti in solitudine e silenzio, dentro una coperta.


Fatta questa premessa, e posto come assioma che non sia mia intenzione suggerire in questa rubrica se sia meglio il film o il libro (per questo titolo e per quelli che verranno) a discapito del nome Era meglio… della rubrica, cerchiamo di analizzare punto per punto le principali differenze tra il libro di King e il film di Kubrick.

E adesso… cominciamo!


Il romanzo Shining è stato pubblicato nel 1977; il film è del 1980.

Le differenze nei protagonisti – “Shining” di King vs “Shining” di Kubrick

Jack

Nel film Jack viene rapidamente avvolto nel mantello della follia. Ci sembra subito pazzo finché la sua non diventa una vera e propria furia omicida.

Nel libro grande spazio è lasciato all’approfondimento psicologico del personaggio, con particolare attenzione al suo passato: procedendo a ritroso, dal più recente al più lontano, l’episodio con George Hatfield, l’incidente con Danny, l’alcolismo, il rapporto con il padre. Sappiamo subito su che tipo di testo syia lavorato Jack e grande è l’importanza dell’album dei ritagli ritrovato nella caldaia sulla mente del protagonista. La differenza più importante, a mio avviso, è l’ambivalenza che caratterizza Jack nel rapporto con Wendy e Danny. Tracce di questo stato sono diluite in tutto il libro, anche quando la situazione sta per volgere a un punto di non ritorno.

Wendy

Nel film, secondo King, Wendy è solo un’urlatrice. La troviamo un po’ passiva, forse, sicuramente non un personaggio psicologicamente approfondito.

Nel libro tale approfondimento è presente: il rapporto con la madre, la morte della sorella, il rapporto con il marito e con il figlio, la gelosia. Wendy è una madre coraggiosa, disposta a tutto per proteggere il figlio, non una passiva e sottile vittima di Jack e dell’hotel.

Danny

Quasi all’inizio del film, scopriamo il dono di Danny: la luccicanza che si manifesta con un dialogo a due voci di Danny e con l’impiego del suo dito come interlocutore. Una scena inquietante, sì, ma la natura del presunto potere di Danny è ben diversa da quella del libro.

Nel libro Danny ha quello che sembra un amico immaginario di nome Tony. Quando lo viene a trovare, cade in trance. Ci chiediamo più volte che cosa sia, se esista davvero o no. Se sia un mostro, una parte della mente di Danny o solo frutto della sua immaginazione. Senza voler anticipare nulla, la natura di Danny alla fine del romanzo è una vera e propria rivelazione, un colpo di scena che mette i puntini su tutte le i.

Dick

Senza voler rivelare troppo, il destino di Dick è molto diverso nella versione cinematografica da quella letteraria. Cambiando il suo destino, cambia anche il suo ruolo nello svolgimento della storia.


Le differenze nell’Overlook hotel – “Shining” di King vs “Shining” di Kubrick


L’impatto visivo dell’hotel

Una giungla nero blu, nel romanzo di Stephen King, che sembra muoversi e strisciare come un serpente. Un tappeto rosso e dorato, ipnotico, che richiama la rabbia esplosiva e il sangue.

Nel libro Danny non esplora i corridoi su un triciclo, ma si avventura a piedi nei diversi piani dell’hotel.

La camera 217/237

Nel libro la camera in cui Danny non dovrebbe mai entrare è la numero 217.

Nel film, invece, è la numero 237. Navigando su internet ho trovato una spiegazione su questa differenza: pare che il direttore dell’hotel non abbia voluto utilizzare una camera esistente per non spaventare i suoi ospiti. A me, a esser sincera, sarebbero bastate già le altre scene!

E che dire della donna che vive in questa stanza? Anche qui qualche differenza è presente.

Labirinto o giardino con siepi a forma di animale?

Nel film, di grande impatto e importanza è il labirinto. Un luogo inquietante, simbolico e ricco di significati profondi.

Nel libro, invece, ci sono le siepi con le forme di animali. Quelli che per vari motivi ci colpiscono di più sono quelle dei leoni.

L’ascensore

L’ascensore è difettoso, almeno nel libro. E inizia ad animarsi “da solo”, accompagnando il suono di ferri a quello di risate e voci. Wendy decide di non salirci più, e sarà proprio lei a trovare al suo interno una maschera. L’ascensore continua a funzionare per portare al gran ballo i vecchi clienti dell’hotel.

Nel film è famosa la scena del sangue: arriva l’ascensore, le porte si aprono e un fiume di sangue inonda tutto. È tutto rosso, c’è sangue ovunque nell’Overlook hotel. Kubrick riesce a rendere questa sensazione palpabile soprattutto grazie a questa scena.

La caldaia

Uno dei compiti di Jack nel libro è proprio controllare la caldaia difettosa. Fare in modo, cioè, che non raggiunga mai temperature troppo elevate, perché c’è il rischio di un’esplosione. Questo compito fondamentale dapprima sembra un’ossessione, fino a… Non voglio rivelare troppo, per chi non ha ancora letto il libro. Qui ci basta dire che la caldaia ha un ruolo fondamentale nel plot del romanzo, mentre nel film no.

La natura dell’hotel

Non sarebbe un male assoluto ad abitare l’Overlook hotel. La causa principale della follia di Jack sembrerebbe l’isolamento a cui lui e la famiglia sono costretti per mesi. Un’allucinazione, una componente prettamente umana, sembra condurre Jack verso la rabbia e l’odio nei confronti della propria famiglia.

Nel libro è lasciato grande spazio all’interpretazione del lettore, anche attraverso l’uso di oggetti e animali simbolici, sulla natura dell’hotel. Vi abita il male, vi abitano spiriti. Il sangue ha macchiato decine e decine di anni di storia dell’edificio e i vecchi abitanti imprigionati ne sono una prova. Una cosa, però, è chiara: sappiamo che l’hotel vuole Danny e il suo potere. Il direttore chiede a Jack suo figlio per diventare più potente. Se Danny non fosse andato lì, forse il male non si sarebbe impossessato di Jack. Jack appare solo uno strumento nelle mani di qualcos’altro: più forte, più malvagio.

L’arma di Jack

Nel film è un’ascia. Jack cerca di sfondare la porta del bagno mentre Wendy e Danny sono chiusi dentro.

Nel libro, invece, Wendy è chiusa nel bagno, non sa dove sia suo figlio e Jack impugna una mazza da roque, la versione statunitense del croquet. Un’arma non in grado di uccidere al primo colpo e in grado di rendere la lotta per la vita ancora più decisa e struggente. Non basta un colpo a uccidere la vittima, per cui c’è sempre la forza della speranza di riuscire a salvarsi dalla furia omicida di Jack. E proprio un mazzo da roque farà capolino anche quando l’epilogo sembra essere arrivato, gettando ombre sulla natura del male, dell’hotel e dell’uomo inteso come essere umano.

“Per sempre”

Le gemelline vestite in azzurro nel corridoio dell’Overlook hotel sono una delle immagini più celebri del film.

E nel libro? Nel libro non vediamo mai le due bambine (per altro non gemelle) figlie dell’ex guardiano Delbert Grady. L’invito a giocare per sempre viene rivolto a Danny nel parco, da qualcosa che lui non riesce bene a vedere e a comprendere. Il bambino sta cercando riparo dalle siepi-animali che hanno preso vita e quella mano e quella voce lo inquietano. Si deve allontanare da lì, deve fuggire.


Tutti questi elementi ci portano quindi a confermare la tesi iniziale, secondo la quale non dovremmo parlare di un prodotto migliore dell’altro, quanto di due capolavori con ritmi e modalità di fruizione diverse. Scegli il libro, se vuoi immergerti nelle profondità e se hai tempo per immaginare, approfondire, lasciarti inquietare. Scegli il film, invece, se cerchi un brivido più intenso e veloce, se non ti interessa trovare una risposta metafisica alla follia del male.

C’è un altro dettaglio di cui non vi ho parlato, ma lo farò presto, in modo più approfondito: un nido di vespe, la forma del male. Se avete letto il libro, forse avete intuito a cosa mi riferisco.

Buona lettura e… buona visione!



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“La città sostituita” – P. K. Dick

Dell’esistenza del male e del bene. Dell’esistenza del male nonostante il bene

In La città sostituita di P. K. Dick non c’è il rassicurante monismo di un unico principio, di una sola e positiva entità metafisica.


1957: due guerre mondiali alle spalle e una terribile e subdola ostilità che prende vita nella guerra fredda. Un braccio armato senza armi, una tensione che non sfocia in uno scontro diretto.

In questo contesto storico nasce quest’opera di Dick. Un contesto in cui è difficile essere speranzosi. La disfatta sembra ineluttabile e sembra che a rischiare non sia un’unica fazione, ma l’intero universo.


C'è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

La città sostituita viene definito un libro religioso, perché in esso si scontrano due entità: una rappresenta il Bene e la Vita, l’altra il Male e la Morte.

Di questa lotta sono spettatori sempre più coscienti, ridestati dal loro sonno dogmatico, e allo stesso tempo sono posta in gioco i sostituti degli uomini, ovvero le persone non reali che hanno sostituito i veri abitanti della città originaria.


Che cosa succede in questo combattimento? Il Bene sta per sopperire. E qui arriva quella riflessione tipicamente umana che in questo libro trova voce nell’autore e nei protagonisti: perché esiste il Male? E perché il Male prende sempre più spazio fino a soffocare il Bene?

I due principi, Bene e Male, incarnati da due possenti divinità antiche, hanno lo stesso valore ontologico, esistenziale, in linea con una concezione manichea dei principi dell’Universo e vivono in un’eterna e incontrastabile lotta tra loro.


C’è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

Principi, dunque, che non bastano a se stessi, ma che necessitano di fronteggiarsi all’esterno, nel mondo, contendendosi un dominio di terre e di anime.


Perché, dunque, il Bene permette al Male di esistere, di estendersi, di catturare anime? Di trasformare una città accogliente in un agglomerato di edifici fatiscenti?


Ogni essere vivente partecipa alla lotta.

Tra le forze utilizzate dal Male c’è l’animale principe, il tentatore, il serpente.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Non male non può sparire, scriveva Platone dando voce a Socrate. In un contesto politeista, con divinità antropomorfe, spesso Bene e Male non sono mai nettamente contrapposte.

Così, per esempio, nei poemi omerici, la stessa divinità era benevola nei confronti di un eroe e nemica di un altro.

I contrasti tra gli dei trovavano spiegazione nelle cosmogonie, in conflitti che vedevano gli stessi dei protagonisti e vittime.


Nello zoroastrismo, dottrina ispirata al profeta Zarathustra, affonda la propria radice La città sostituita di P. K. Dick.

Siamo lontani dai territori americani ed europei. Siamo ben prima della nascita (reale o presunta) di Cristo.

Accanto alla luce, al principio di bontà, viene creato Ahriman, lo Spirito del Male, delle tenebre e della morte.

La lotta inevitabile tra i due principi, quello del Bene e quello del Male, porterà l’umanità a scegliere quale via seguire, condannando se stessa alla felicità o all’infelicità. Il Bene, prima o poi, trionferà.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Nella dottrina cristiana, invece, la giustificazione dell’esistenza del Male è dovuta in particolar modo all’esistenza del libero arbitrio. Se non esistesse il male, infatti, l’uomo non sarebbe libero di scegliere.


Il viaggio di Dick si sposta ancora in tempi più antichi. L’autore attinge al pensiero per cui fare il Bene deriva dalla conoscenza del Bene. La lotta tra i due principi spinge sì gli uomini a combattere, ma la temporanea supremazia del Male è data solo dall’inconsapevolezza del Bene di essere Bene.

Il Bene deve essere (ri)conosciuto, dapprima dall’esterno. Solo così la verità potrà rivelarsi.


In La città sostituita dietro l’apparente tema della realtà contrapposta alla finzione si nasconde la questione del Male che ha animato millenni di dibattiti filosofici.

E Dick che cosa fa? La risposta che ci fornisce rafforza con nuovi mezzi e nuove immagini le teorie più antiche e, forse, più genuine tramandate nei secoli da filosofi e teologi.

Il Male esiste. Il Bene e il Male combattono tra loro. Conosci il Bene, fai il Bene.



“Haikugrafia” – Roberta Placida

Sentimento sublimato, sentimento incarnato.

La bellezza è in ogni cosa se sai vederla. Per riuscirci, a volte avremmo bisogno di un occhio nuovo. Ed è proprio questo occhio nuovo, per citare Ilio Leonio dalla Prefazione di Haikugrafia, a emergere nell’opera di Roberta Placida. Un occhio che sa cogliere impressioni senza fermarsi a descrivere e che riesce a coniugare due forme d’arte solo in apparenza lontane: la poesia degli haiku e quella della fotografia. Ne nasce un modo diverso di fare bellezza, di dialogare con il nostro universo interiore e con tutto quello che ci circonda.


E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore.


Ci sono lo scorrere del tempo in Haikugrafia, e il rispetto delle stagioni. Non solo quelle che si alternano durante l’anno, ma quelle più volubili della vita. E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore. Come un’opera d’arte che prende voce e sussurra, come una brezza leggera. E prende sostanza e forma, mentre il vento muove le foglie.


La prima bellezza che troviamo in questa raccolta è quella dell’amore. Appare subito nella dedica e ci accompagnerà nella lettura. È una presenza che continua a vivere, nella nostalgia e nei ricordi, nel vento. Il bel sogno dell’haiku 4 è un inno sussurrato alla nostalgia e all’autunno. Le foglie dell’immagine incorniciano le parole e le fanno uscire fuori dalle pagine: le rendono vive, vere.

E con la foto di un dente di leone, immagine a cui sono particolarmente legata, si sposa l’haiku 7 con la sua impressione di voce portata dal vento. Soffierà anche sul fiore, forse, e porterà altrove i semi. Continueranno a viaggiare, continueranno a vivere.


La bellezza della felicità ormai perduta è un ricordo dolce e amaro. Ne è protagonista l’haiku 14, a testimoniare che ciò che è stato bello può anche provocare dolore. E che anche nel dolore può vivere, ancora, il germe della bellezza.


Nell’haiku 17 la bellezza assume i contorni della poesia e questa è l’idea che mi sono fatta, nel mio piccolo, leggendo e guardando Haikugrafia: che la poesia sia bellezza, che la poesia sia un ponte tra chi la scrive e il mondo che lo circonda, tra chi la scrive e chi la legge. La poesia come anima del mondo, come soffio che tutto avvolge e tutto anima.

In una vita che spesso è fragile bellezza come le foglie d’autunno, potremmo essere tentati di non cogliere gli scorci che si aprono di fronte a noi. Quando abbiamo perso chi amiamo, è difficile riuscirci, ma Roberta Placida ha compiuto un piccolo grande miracolo: è riuscita a cogliere la bellezza nello scorrere del tempo, negli elementi naturali, nella vita che nonostante tutto sorge, nel ricordo, nei sogni, e persino nel dolore e nella morte.


Fragile bellezza

di foglie sonanti

che affidano al vento

l’ultima voce…

[…]

Roberta Placida, Autunno in Haikugrafia, Daimon Edizioni, L’Aquila, 2019.

Haikugrafia si chiude proprio così, con la bellezza delle foglie al vento e della loro ultima voce.


Sentimento sublimato: così Antonio Iannucci definisce Roberta Placida nella Postfazione di Haikugrafia. Sublimato, sì, per l’elevato valore artistico e linguistico che caratterizza quest’opera. Ma anche incarnato: perché Roberta Placida come una ballerina sulle punte si muove su un palco di vita e di morte e tocca tutti gli angoli, con rispetto e delicatezza. Con armonia, mi verrebbe da aggiungere. O, più semplicemente, con bellezza.




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“La penultima verità” – P. K. Dick

Riflessioni sul mito della caverna

C’è una differenza sostanziale tra realtà e verità. Eppure, nella nostra lingua i due termini e i relativi aggettivi vengono spesso utilizzati come sinonimi. In La camera azzurra di Georges Simenon e in La penultima verità di Philip K. Dick, la questione si pone in modo inequivocabile.


Osserviamo ciò che ci appare intorno, ciò che chiamiamo reale e che sosteniamo esistere: il nostro mondo, la nostra casa e le relazioni che ogni giorno intrecciamo. Così crediamo di vivere liberi, di avere di fronte a noi un’infinità di scelte, salvo poi scontrarci con una discrepanza tra ciò che pensiamo e ciò che, appunto, è reale.

Solo nel caso in cui ci sia un’effettiva coincidenza tra pensiero e realtà potremmo parlare di verità.


Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero oltre che reale?

L’esempio offerto da Matrix può aiutare a chiarire questo interessante concetto: viviamo in un ambiente, compiamo azioni. Meglio ancora: pensiamo di vivere in un ambiente e di compiere certe azioni. Eppure siamo costretti a uno stato di coscienza alterato, artificiale, come durante il sonno: siamo nel nostro letto e sogniamo di muoverci. Il nostro sogno è reale, certo, ma non è vero, perché pensiero e realtà non coincidono.


La verità sembrerebbe un livello superiore della realtà, quello compiuto, quello perfetto.

Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero, oltre che reale?

Siamo certi che questa recensione esista? E che sia così, esattamente come la leggiamo e la pensiamo?


Durante la lettura di La penultima verità di P. K. Dick ho pensato spesso al mito della caverna esposto da Platone ne La Repubblica. Ci sono schiavi che possono guardare soltanto davanti a sé. Sono legati, prigionieri. Prigionieri, in primis, delle loro false convinzioni. Uno di loro, però, riesce a liberarsi e si volta. Scopre che no, quelle ombre sul muro, pur essendo reali non sono vere. Non erano uomini in carne e ossa, ma solo una proiezione di qualcosa di diverso.

Ma. Il grande ma. Neppure questo qualcosa è verità. Non è che una statuetta mossa da uomini. Reali, anche loro, certamente, ma nessuno vero come il mondo fuori dalla caverna.


La vita nel formicaio di La penultima verità è un esempio di questo celebre mito.

Si vive così in un formicaio, in uno dei formicai costruiti nel sottosuolo a chilometri e chilometri di profondità.

Che cosa ha trasformato gli uomini in formiche? La guerra. Adesso gli uomini sono costretti a vivere sottoterra, in spazi angusti, in ambienti sovraffollati, a lavorare e a produrre per soddisfare le esigenze belliche del mondo di sopra.


E se la guerra fosse finita?

Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.


E se qualche uomo dovesse, per un motivo qualsiasi, uscire in superficie e a accorgersi della verità? Dovrebbe tornare indietro e avvertire gli altri?

Già Platone si era posto questa domanda e la risposta si era rivelata amara. Tornare avrebbe significato esser preso per pazzo o, peggio, essere ucciso.


E se la guerra fosse finita?
Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.

Nicholas St. James vuole tornare. Deve farlo, ma prima deve portare a termine una missione: combattere con nemici e con una realtà che si sgretola per rivelare la verità.


Eccolo, il confine tra reale e vero.

E tu sei sicuro che tutto quello che ti circonda sia vero, oltre che reale?



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“Rosemary’s Baby” – Ira Levin

A ogni costo? Sì, a ogni costo.

Qualcuno ama definirle ambizioni. Qualcun altro sogni.

Forse la questione è più semplice di quanto si pensi: se al sogno si aggiunge l’ambizione, si arriva al progetto. Dal progetto, se sei fortunato o se vendi l’anima al Diavolo, potresti arrivare alla realtà.

Ecco, non ho usato queste espressioni a caso. Di Diavolo tratta proprio Rosemary’s Baby, romanzo del 1967 da cui, nell’anno successivo, fu tratto l’omonimo film. Qualche anno fa è stata realizzata anche una miniserie in due puntate, ma non siamo qui a parlare di questo.


Ma tu che cosa sei disposto a fare per realizzare i tuoi sogni? Per fare in modo che tutti quei passaggi diventino veri, e l’evanescenza si tramuti in concretezza e quotidianità? Esistono sogni per loro natura irrealizzabili? E sogni da cui sarebbe bene tenersi lontani?


Esiste qualcosa per cui saresti disposto a sacrificare tutto?

Se ti stai chiedendo quale domanda proporrei per questo libro, quale questione filosofica sia al centro di questa storia, la risposta è semplicissima: “A ogni costo?”

Saresti disposto a pagare ogni costo per far diventare il tuo sogno realtà?

Solo tu hai la risposta giusta alla tua domanda. Io ho sempre creduto di sì, di essere pronta a tutto. Questo libro mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che, almeno per me, ci sono barriere da non oltrepassare. Oggi, dopo anni, uno dei limiti che mi voglio porre è Chiara: non fare mai qualcosa che possa danneggiarla.


Soldi? Successo? Amore? Magari anche un figlio?

Un palazzo rinomato.

Rosemary è disposta a rinunciare alla sua casa appena acquistata per trasferirsi in un appartamento di quell’edificio così rinomato. Famoso, sì, ma anche sinistro. Uno di quegli edifici che fanno venire voglia di girare le spalle e correre lontano appena passi lì davanti.

Con questo primo sì, con questa prima rinuncia, si apre il romanzo Rosemary’s Baby. Sarà proprio questo sì, in apparenza così piccolo, appena due lettere e solo quattro mura di differenza, a cambiare in maniera irreversibile la vita della protagonista.


Il successo.

Un marito spesso assente, il successo che sembra arrivare e travolgerlo. La gioia di Rosemary, sì, ma anche un profondo senso di solitudine. Lei, appassionata di moda, schiava dell’apparenza, combatte la noia e l’isolamento socializzando con quei vicini un po’ strani e invadenti.


Un figlio.

Un figlio, fare un figlio, avere un figlio.

Un inganno per legare a sé il marito e sentirsi sempre meno sola. Forse per sentirsi più completa.


A ogni costo, Rosemary? Sì, a ogni costo.

Rosemary cerca sollievo alla solitudine, all’incapacità di essere felice e di sentirsi realizzata. Di questo si macchia nel libro, questo è il sentimento nascosto dietro il suo A ogni costo.

Anche Guy, il marito di Rosemary risponde così. Vuole la fama ed è disposto a pagare qualsiasi prezzo per ottenerla. Riesci a immaginare che cosa abbia venduto?


Qual è la particolarità di Rosemary’s Baby? Lasciamo perdere la fantomatica maledizione che avrebbe portato alla morte di Sharon Tate, la moglie di Polanski, all’ottavo mese di gravidanza. Incinta, come Rosemary. Uccisa in nome del Diavolo. A ogni costo.

Quello che sorprende in Rosemary’s Baby è la corruzione di una giovane donna normale: ambiziosa, sì; magari un po’ vanitosa e con qualche leggerezza. Ma il prezzo da pagare per quelli che saranno a tutti gli effetti scambi è troppo alto.


Rosemary cerca sollievo alla solitudine, all’incapacità di essere felice e di sentirsi realizzata. Di questo si macchia nel libro, questo è il sentimento nascosto dietro il suo A ogni costo.

Non amo definire la letteratura di genere come letteratura di intrattenimento, lo avrete capito. Penso che i grandi romanzi, le grandi storie, si facciano veicolo di messaggi e che portino valore in chi legge.

Rosemary’s Baby ci invita a riflettere proprio sui nostri desideri e sui sacrifici che siamo disposti a compiere per realizzarli. Rosemary e suo marito Guy l’hanno capito a proprie spese.


E quindi dov’è il male? Ha un volto? Si nasconde dentro le mura di una stanza o di un edificio maledetto? No, non qui, non davvero.

Il male è nascosto dietro un desiderio. Non ha importanza che tipo di desiderio sia, ma il fatto che per realizzarlo siamo pronti a pagare ogni costo. A ogni costo, anche a discapito della propria morale.



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