“La penultima verità” – P. K. Dick

Riflessioni sul mito della caverna

C’è una differenza sostanziale tra realtà e verità. Eppure, nella nostra lingua i due termini e i relativi aggettivi vengono spesso utilizzati come sinonimi. In La camera azzurra di Georges Simenon e in La penultima verità di Philip K. Dick, la questione si pone in modo inequivocabile.


Osserviamo ciò che ci appare intorno, ciò che chiamiamo reale e che sosteniamo esistere: il nostro mondo, la nostra casa e le relazioni che ogni giorno intrecciamo. Così crediamo di vivere liberi, di avere di fronte a noi un’infinità di scelte, salvo poi scontrarci con una discrepanza tra ciò che pensiamo e ciò che, appunto, è reale.

Solo nel caso in cui ci sia un’effettiva coincidenza tra pensiero e realtà potremmo parlare di verità.


Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero oltre che reale?

L’esempio offerto da Matrix può aiutare a chiarire questo interessante concetto: viviamo in un ambiente, compiamo azioni. Meglio ancora: pensiamo di vivere in un ambiente e di compiere certe azioni. Eppure siamo costretti a uno stato di coscienza alterato, artificiale, come durante il sonno: siamo nel nostro letto e sogniamo di muoverci. Il nostro sogno è reale, certo, ma non è vero, perché pensiero e realtà non coincidono.


La verità sembrerebbe un livello superiore della realtà, quello compiuto, quello perfetto.

Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero, oltre che reale?

Siamo certi che questa recensione esista? E che sia così, esattamente come la leggiamo e la pensiamo?


Durante la lettura di La penultima verità di P. K. Dick ho pensato spesso al mito della caverna esposto da Platone ne La Repubblica. Ci sono schiavi che possono guardare soltanto davanti a sé. Sono legati, prigionieri. Prigionieri, in primis, delle loro false convinzioni. Uno di loro, però, riesce a liberarsi e si volta. Scopre che no, quelle ombre sul muro, pur essendo reali non sono vere. Non erano uomini in carne e ossa, ma solo una proiezione di qualcosa di diverso.

Ma. Il grande ma. Neppure questo qualcosa è verità. Non è che una statuetta mossa da uomini. Reali, anche loro, certamente, ma nessuno vero come il mondo fuori dalla caverna.


La vita nel formicaio di La penultima verità è un esempio di questo celebre mito.

Si vive così in un formicaio, in uno dei formicai costruiti nel sottosuolo a chilometri e chilometri di profondità.

Che cosa ha trasformato gli uomini in formiche? La guerra. Adesso gli uomini sono costretti a vivere sottoterra, in spazi angusti, in ambienti sovraffollati, a lavorare e a produrre per soddisfare le esigenze belliche del mondo di sopra.


E se la guerra fosse finita?

Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.


E se qualche uomo dovesse, per un motivo qualsiasi, uscire in superficie e a accorgersi della verità? Dovrebbe tornare indietro e avvertire gli altri?

Già Platone si era posto questa domanda e la risposta si era rivelata amara. Tornare avrebbe significato esser preso per pazzo o, peggio, essere ucciso.


E se la guerra fosse finita?
Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.

Nicholas St. James vuole tornare. Deve farlo, ma prima deve portare a termine una missione: combattere con nemici e con una realtà che si sgretola per rivelare la verità.


Eccolo, il confine tra reale e vero.

E tu sei sicuro che tutto quello che ti circonda sia vero, oltre che reale?



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