“Ragazze elettriche” – Naomi Alderman

Violenza: naturale? Sociale? Sicuramente assurda.

La maggior parte delle mie recensioni arriva a caldo: la lettura di un libro mi suggerisce spunti filosofici, ne scelgo uno (almeno in un primo momento), lo approfondisco e poi scrivo la recensione.

Ho aspettato alcuni giorni dopo aver terminato Ragazze elettriche di Naomi Alderman, ma non riesco ancora ad avere il giusto distacco nel vedere questo libro. Ecco, aspettatevi questo: che quella che leggerete sia solo una prima recensione, ma che ne arrivino altre sempre su questo titolo. Un po’ come è successo con Shining di King (di cui non ho ancora finito di scrivervi, ve lo anticipo) per cui ho preparato un Era meglio e una recensione filosofica sul concetto di redenzione e con Cambiare l’acqua ai fiori di Perrin (su cui ho scritto una recensione a tema bellezza e una filosofica sulla vita).

Quello che è successo stavolta, però, è diverso: mi sono sentita profondamente colpita sia dal suo contenuto che dalle finestre che si aprivano nella mie mente. Sono stata bombardata da collegamenti su argomenti possibili, e alla fine ho deciso di iniziare con quello forse più banale e lampante, ma anche il più urgente: quello dell’assurdità della violenza.


Questo libro ha subito suscitato la mia curiosità, tanto da essersi guadagnato il mio voto sulla fiducia nel gruppo di lettura per la scelta del titolo del mese.

Su internet gira un po’ la notizia che questo sia un libro gore, un termine preso in prestito dal mondo cinematografico e che indica un genere ricco di immagini violente e cruente. Quando parliamo di arte in generale e, in questo caso, di letteratura, il parametro fondamentale deve sempre essere la funzionalità.

La violenza è presente in Ragazze elettriche? Sì.

Si indugia troppo su questo tipo di scene? Premesso che non sta a me giudicarlo, ma io ho trovato l’uso della violenza funzionale alla narrazione. Ci sono scene forti, sì, e se devo dirla tutta non ho dormito bene mentre lo stavo leggendo, ma questo non lo reputo un limite del libro. Se una storia è così forte da azionare tanti campanellini e da colpire anche la parte meno razionale di cui siamo fatti, credo che quello che stringiamo tra le nostre mani sia un libro che ci parla nel profondo. Un libro che parla a noi come persone, come esseri umani.


Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.
Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.
Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.
Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

Mi sbilancerò: Ragazze elettriche di Naomi Alderman tra qualche anno potrebbe essere inserito nei libri di testo delle scuole proprio per la portata del suo messaggio e per la forma con cui è scritto: senza troppi fronzoli, ma curata.

Adesso vediamolo più da vicino.


Non mi dilungherò sulla trama, che potete trovare ovunque. Vi basti sapere che prima le ragazze, poi tutte le donne, hanno scoperto di avere un potere: quello dell’elettricità. E questa scoperta ha portato scontri e disordini iniziali soprattutto per l’incapacità di contenere questa forza, ma anche isolamento, teorie del complotto… insomma, vi ricorda qualcosa?

Proseguiamo. Perché oltre alla parte di fantascienza, c’è anche un forte richiamo alla realtà: l’Arabia Saudita, in primis, dove le donne non potevano guidare le automobili fino al 2018, ma anche la tanto ammirata società occidentale. E che dire delle schiave del sesso commerciate e tenute prigioniere anche nella civilissima Europa?

Ecco la realtà: le donne subiscono quotidianamente soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne. Ecco la fantascienza: le donne scoprono di avere un potere e in qualche modo riescono a sovvertire ogni ordine, religioso e politico, e diventano il perno intorno al quale ruota ogni decisione presa.



Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Mentre all’inizio le donne subivano la violenza degli uomini, durante il romanzo la situazione si ribalta sempre di più e sono le donne a violentare, torturare, uccidere gli uomini.

La vera domanda che ci poniamo come lettori è: che sensazione mi dà questo ribaltamento? E l’autrice stava auspicando questa rivoluzione femminile che troviamo nelle pagine? No, assolutamente. Se cercate un romanzo che investa le donne come esseri superiori rispetto agli uomini, cambiate libro. E anche se cercate un romanzo che vendichi le tante violenze che le donne subiscono ogni giorno in ogni parte del mondo. Non è tra queste pagine, non vi sentirete vincitrici quando le donne saranno più potenti e temibili. Sapete perché?


Perché è qui che arriva il cuore di Ragazze elettriche: perché la violenza è sempre assurda.

Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.

Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.

Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.

Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

La violenza e il potere che le protagoniste di Ragazze elettriche raggiungono, ognuna seguendo la propria strada, sono traguardi che non ci appartengono, che non ci fanno gioire con loro. Vorremmo che tutto fosse un brutto incubo. E forse per questo motivo questo libro ha tormentato anche le mie notti. Perché mentre lo leggevo continuavo a pensare che era assurdo e a quanto sia assurdo quello che accade nella realtà. Che la vittima della società sia una donna o un uomo, non cambia lo smarrimento di fronte a questa scena.


Ma la violenza che cos’è?

La violenza, filosoficamente parlando, esiste soprattutto dove esiste una dualità: un polo positivo, il Bene, e uno negativo, il Male. Perché esiste la violenza? Perché esiste qualcosa che definiamo buono e giusto e qualcosa che definiamo nel modo opposto.

Il problema della violenza, il problema reale della violenza, è che cambiando la natura (o il genere, visto che di questo nel libro si tratta) del polo, il risultato non cambia. Per dire no alla violenza bisogna abbandonare questa contrapposizione netta, questo sistema che tende a creare nemici anche tra i nostri simili.

Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Si può veramente uscire da questa spirale? Se sì, in che modo? E come può tutto questo cambiare il nostro modo di vivere, oggi, realmente, nel mondo?

Torniamo al discorso di partenza: questo libro dovrebbe essere messo nei libri di scuola.


Ragazze elettriche di Naomi Alderman mi ha insegnato tante cose: la prima è che la violenza è sbagliata. La seconda è che desiderare una vendetta, un rovesciamento, non porta a un miglioramento della situazione. Mi ha ricordato molto il sistema per cui ogni sgarro deve essere punito. La logica, cioè, di quelle faide che continuano a mietere vittime per anni e generazioni: la vendetta, come nell’antica Grecia, vissuta quasi come un dovere morale.

Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Lo vediamo bene nelle vicende delle protagoniste, soprattutto di una in particolare. Ma è davvero questo che vogliamo e che ci meritiamo? Possibile, allora, cercare una via diversa, una via non polare e non sanguinaria, una via che non porti con sé un dolore perpetuato all’infinito?

Lascio a voi la parola.



“Il gabbiano Jonathan Livingston” – Richard Bach

Ricordo ancora il giorno in cui ho acquistato questo libro. Eravamo entrati in una libreria a Marina di Massa e mio marito si era meravigliato che non lo avessi mai letto. Sotto suo consiglio lo comprai. Divorato in un paio di giorni.

Un libro intenso e carico di significati. Un libro poetico.

Per questo libro avevo redatto una recensione in tre parole. Una recensione veloce, anche per chi la legge.

Consiglio, a chi ha letto Il gabbiano Jonathan Livingston di pensare alle sue tre parole prima di leggere le mie. Sarà curioso confrontarle, magari insieme, e capire che cosa questa lettura ha lasciato a entrambi e cosa no.


Libertà

Volare per il piacere di volare, senza limitarsi a farlo per il cibo. Un po’ come lavorare per il piacere di farlo, e non per sopravvivere. Un po’ come vivere per il gusto di vivere, liberi da ogni bisogno e da ogni dovere. Questo, per me, è il sapore della libertà.

Reietto

Chi si scaglia contro qualcosa condiviso dalla maggioranza viene allontanato ed escluso. Chi parla con un reietto diventa a sua volta Reietto. Chi guarda un Reietto, diventa a sua volta un Reietto.

Essere reietti è non essere necessariamente conformi a quello che gli altri si aspettano. Non essere, quindi, uniformi.

Condivisione

Imparare cose nuove è bello, ma se si tiene per sé quello che abbiamo appreso, senza aiutare gli altri, che senso ha? Condividere quello che sappiamo è un modo per scambiare conoscenze. Un modo, quindi, per arricchirsi e crescere.


Le tre parole per “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach per me sono:

Libertà – Reietto – Condivisione


Il gabbiano Jonathan Livingston è quindi un inno alla vera libertà: quella che deriva dal piacere della conoscenza e dalla condivisione, dal distacco dalla necessità e dall’omologazione con chi ci circonda.
Essere se stessi, anche se vuol dire essere reietti. Essere liberi e condividere insieme quello che siamo, oltre quello che sappiamo.

Buona lettura!



“Dove la tempesta diventa bonaccia” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questo racconto ispirandomi a Let it be dei Beatles. Il racconto, così come lo leggete, ha partecipato al concorso letterario Note raccontate ed è arrivato sul secondo gradino del podio.

Buona lettura!


Scrosch.

Ho ascoltato onde infrangersi su questi scogli e fare meno rumore dei miei pensieri.

Scrosch.

E anche se schizzi d’acqua hanno colpito il mio viso, non ho sentito nient’altro che la differenza tra caldo e freddo. Quello che viene da là fuori è gelido, ma i brividi arrivano da dentro.

Scrosch.

Il mare mi affascina tanto perché so che mi ucciderebbe. Vengo qui ogni anno, a trovarlo, a ricordargli che anche stavolta il suo infinito non mi ha presa, non del tutto. Ha continuato a fluire in un angolo nascosto nella mente, a corrodermi dentro come il vento fa sulla mia pelle. Le sue acque sono arrivate e scivolate via portando sempre con sé un frammento di me. Lento lento, non ha lasciato quasi niente.

Scrosch.

Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Come un amato, come un nemico, questo è il nostro ultimo incontro. Da distanti, almeno, da entità diverse. Mi sento come Ofelia circondata dai fiori e trasportata dalle acque. Basterà smettere di combattere, abbandonarmi alla pace delle onde. L’ho sognato ogni notte da quando ho saputo: quello sciabordio ha riempito le mie lenzuola di sudore. E ogni volta una nave si affacciava all’orizzonte e si avvicinava al porto. E sapevo, e so che è venuta per me, per prendermi. Per portarmi dove le onde non si infrangono più e dove tutto è silenzio e calma. In quel tratto misterioso di mare dove la tempesta diventa bonaccia.

Non ho mai imparato a nuotare. Dell’acqua bisogna avere rispetto e timore. Il mare c’è sempre stato e resterà dopo di noi: disegnerà nuovi confini, sommergerà coste e poi si ritirerà, servo della Luna. È un dio eterno il mare, o un terribile spettro. Qualcosa che non morirà e non si consumerà mai, che continuerà a esistere oltre lo scorrere del tempo.

Incamerare l’aria, buttarsi e trattenere il fiato. Iniziare a muoversi senza grazia in un universo che dalla superficie forse sembra immobile, ma che sotto, nelle profondità, è vivo. Sforzarsi di tenere gli occhi aperti per guardarsi intorno, toccare un pesce con la mano, un’alga con il piede. Sprofondare tanto in basso, in una notte con poche stelle, e iniziare a chiedersi se la luce in superficie sia troppo lontana. Se la Luna si sia spenta.

Non è l’acqua a essere torbida, qui, ma la paura di chi la osserva, di notte, quando anche il mare più limpido è nero come gli abissi.

Scrosch.

Ogni volta è lo stesso sogno che si ripete, con quei contorni un po’ sfuocati dei ricordi d’infanzia. Siedo a pochi passi dal faro verde e ho lasciato alle mie spalle la rassicurante passeggiata in cemento. Mi muovo goffa, rischio di cadere in acqua, e io non so nuotare.

Ha tormentato le mie notti, animato i miei incubi, ma non mi ha presa, non ancora.

Scrosch.

Aspetto che il sole abbracci il mare, che l’aria si tinga di rosso e di rosa, e poi riprendo a respirare.

Vivere è come prepararsi a un’immersione: questione di fiato, di oscurità, di limiti da superare. Il tuo nemico non è l’acqua, né la mancanza di ossigeno. Sei tu: il rischio di non riconoscere quando è il momento di tornare a galla. Dimenticare che prima o poi tutto finirà, anche l’aria nella bombola, e tu dovrai essere già sulla barca, fuori dall’acqua, con i polmoni liberi.

Potrei scendere sulla spiaggia, bagnare appena i piedi, prendere confidenza con l’infinito. Accettare che l’acqua c’è e ci sarà, prima e dopo di noi. Che dall’acqua veniamo e che nell’acqua torneremo. Lascia che sia. L’acqua, la vita, la morte. L’acqua che abbraccia il relitto e coltiva le alghe che crescono. La vita che arriva, senza chiedere permesso; a volte senza neppure un perché. La morte che è parte del processo, non fine, non principio, ma tappa di un moto eterno. Non esistono correnti circolari, ma solo un fluire lento, avanti e indietro, sulla riva e sulla sabbia. Si perde un frammento di conchiglia, si porta via un po’ di schiuma.

L’acqua, la vita. L’acqua, la morte.

Scrosch.

Ci sono responsi che non ti aspetti, e più che diagnosi sembrano condanne.

Ho riflettuto molto sul combattere e sull’arrendersi. Nel mezzo c’era lasciar fare il proprio corso alle cose, sicura che sarebbero andate come dovevano. Credo che ogni cosa non possa che svilupparsi come è naturale che sia. E anche la malattia, per quanto dolorosa e tremenda, soprattutto per chi ci circonda, non sia nient’altro che un movimento del flusso, una corrente in questo strano mare che è la vita.

Stasera capisco quell’incubo e quell’immagine, quella figura indefinita sulla prua della barca, un’ombra scura controluce. Portata dal vento, o forse da un misterioso capitano, il natante appare all’orizzonte, si avvicina a meno di un miglio dalla mia posizione e passa oltre il faro verde senza entrare nel porto. Non è per me questo viaggio, non ancora. Verrà il mio tempo, ma il mio tempo non è adesso.

Un’onda si infrange su uno scoglio e un gabbiano plana sullo specchio d’acqua, lo incrina quando si adagia. Afferra un pesce, se ne va. Il sole sta tramontando e sono sola.

Dietro di me qualcuno si lamenta a bassa voce, ma quel sospiro vola via con il vento.

Sh.

Scrosch.

Vengo qui ogni giorno, ma oggi è diverso. Oggi è l’ultima volta, lo sento. Così quando la nave entra nel porto, non mi sorprendo. Mi aspettavo ancore diverse, più grandi e arrugginite, morse dall’acqua e dal tempo. Poi mi dico che non dobbiamo attaccarci così, non alle cose che ci succedono qui, sulla superficie. Che quello che conta accade sotto, sui fondali, dove il tempo non si ferma mai del tutto e l’ossigeno continua ad arrivare.

Ho sempre avuto paura dell’acqua, ma alla fine dei conti non è neppure vero.

La figura sulla prua si avvicina e mi invita a salire. Resisto alla tentazione di cercare il suo viso, di incrociare i suoi occhi, perché quello che mi meraviglia è che sia così piccola, molto più piccola di me, e anche i suoi movimenti mi sembrano goffi. Mi indica un punto sulla poppa della nave e io mi siedo. Il legno trema sotto di me perché l’imbarcazione continua a danzare con le onde. Sembra che non ci sia nessun altro passeggero in questo ultimo viaggio. Sembra che debba affrontarlo ancora da sola, come tutti quelli che ho vissuto fino a ora.

Le vibrazioni si fanno più forti, come se la nave fosse mossa da un maremoto, e partiamo.

Scrosch, scrosch.

Quando è arrivata la notte? È una notte magica, senza stelle e senza luna. Un brivido di freddo è l’ultima cosa che sento.

La figura dalla prua si sposta di fronte a me e si mostra: ha l’aspetto di una bambina, di me bambina. Muove le mani, come un mago fa l’incanto. La barca trema, si spezza, e la poppa lentamente affonda. E quel piccolo spettro è di nuovo sulla prua, alza la mano, mi saluta.

Glu, glu, glu.

L’ultima cosa che vedo sono le sue braccia e il suo viso. Rivolti verso la superficie, verso il cielo. Potrei risalire, se mi sforzassi. Non ho imparato a nuotare, ma se volessi sopravvivere qualcosa riuscirei a inventarmi.

Credo che la luce, qui, potrebbe arrivare, ma non stanotte, non in questa notte senza luna e senza stelle. Mi chiedo come riesca a vederlo, ma penso che non abbia importanza.

Dagli abissi alza le braccia al cielo, ma io mi accovaccio tra i suoi piedi e mi sento bene. Mi rannicchio, sulla base di conchiglia, e mi sento a casa.

Scrosch.



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“Coincidenze” di Serena Barsottelli

Matteo – 18:59

Era arrivato troppo presto il suo turno: doveva sdraiarsi, poggiare la testa sul ferro, chiudere gli occhi, aprire le orecchie e contare in silenzio.

Elias, il giorno prima, aveva resistito fino al numero centoventidue, ma il cronometro aveva segnato ottanta secondi precisi precisi. Non era un brutto risultato, ma era peggiore di quello di Fabrizio: duecento, sia a voce che sull’orologio; un vero temerario.

Matteo non era poi così convinto della necessità di quella prova, ma gli altri avevano insistito, dicendo che era un passaggio necessario per entrare a far parte del gruppo, la banda dei ragazzi del quartiere est. L’ingresso prevedeva il superamento di tre prove di coraggio: la prima era stata fumare una sigaretta nel bagno della scuola; la seconda introdursi dopo il tramonto nel campo santo e fare tre giri con un cero in mano. Per lui era arrivato il momento dell’ultima sfida, in apparenza la meno complicata. Ogni giorno, alle 19:03 il treno dalla città sarebbe passato da lì, scivolando con le sue ruote lungo l’unico binario. Alle 19:00 in punto uno di loro si sdraiava e aspettava che la locomotiva fosse vicina prima di alzarsi; alcuni avevano fatto una figura barbina, scattando in piedi e correndo in lacrime appena avevano udito, poco più indietro, prima della curva, il fischio incattivito del treno. Altri, come Fabrizio, erano entrati nella storia.

Matteo voleva entrare nel gruppo ed essere qualcuno, ma non voleva morire.

Erano arrivati alle 18:30: avevano nascosto le biciclette nella siepe vicino al passaggio a livello dopo il cavalca-ferrovia e si erano incamminati nel loro punto magico.

Fabrizio aveva strappato sei fili d’erba lunghi e uno corto; gli altri si erano radunati intorno a lui per il momento più importante: l’estrazione a sorte del nuovo concorrente. Avevano pescato dal pugno chiuso dell’amico e la sorte aveva stabilito che fosse la volta di Matteo. L’avevano salutato tutti con una pacca sulla spalla, alcuni invidiosi dei minuti di gloria che gli sarebbero spettati, altri felici di non dover sfidare un ammasso di ferro e carne come il treno.

Erano le 18:55 e, con qualche minuto di anticipo, Matteo aveva cominciato a prepararsi. Si era tolto il maglioncino buono ed era rimasto in t-shirt; il freddo sembrava un cane affamato intento a mordergli la bocca dello stomaco. Prima di fare l’ultimo passo su quel letto di ferro e di morte, si bloccò e trattenne il fiato. Per farsi coraggio iniziò a contare, come se quella nenia rassicurante potesse dargli la forza della disperata impresa.

«Che fai? Ci hai ripensato?», lo schernì Raffaello.

«Hai poco da ridere… con i tuoi dieci secondi!» lo zittì Francesco.

Matteo non stava sentendo niente: era concentrato soltanto sul suo orologio, che aveva appena segnato le 18:59. Incamerò tutta l’aria che riuscì a risucchiare e si sdraiò.

Il ferro delle rotaie era più tiepido del previsto, perché aveva assorbito tutto il leggero calore del pomeriggio.

Enrico – 18:57

Enrico non aveva fretta: aveva già sbrigato le ultime pratiche e l’unica cosa che gli restava da fare era proprio morire.

Aveva preso la difficile decisione dopo mesi di vani tentativi: si era illuso, aspettando un segno che gli facesse riacciuffare la vita, finché il suo tempo, il tempo che aveva concesso alla sorte, non era quasi scaduto. Si era portato avanti con la lista delle ultime procedure, per esser certo di non sprecare alcun minuto dopo il termine prestabilito: il biglietto d’addio nella tasca destra dei jeans, il documento nella sinistra. Alcuni spiccioli per l’incontro con Caronte tintinnavano nella tasca interna della giacca; nessuno, però, si sarebbe avvicinato così tanto da sentirli. E così si era incamminato verso il cavalca-ferrovia della prima periferia, certo di non incrociare gli occhi indiscreti degli operai che smontavano il turno alle 17:30.

Aveva camminato a piedi, salutando con una lieve flessione del capo gli ultimi ignari passanti che aveva incontrato.

«Tutto bene, signor Rossi?»

«Magnificamente. Come sempre…» aveva risposto aumentando il passo e abbassando la voce poco a poco, prima che qualcosa potesse sfuggire al suo controllo e la maschera apatica si crepasse.

“Non scappare. Fermati. Fermami”. Già l’altro, ormai, si era confuso con le ombre scure degli alberi e l’ambiente da amichevole si era fatto funesto. Enrico aveva guardato lo schermo del cellulare e la fretta l’aveva assalito: doveva essere più veloce. Il passo era diventato più lesto e, con un po’ di affanno, aveva raggiunto il punto più alto del cavalca-ferrovia. Aveva controllato che all’orizzonte non si intravedesse il treno e aveva iniziato le ultime procedure: tolte le scarpe; allineate una a fianco dell’altra, parallele; osservato l’orario, per un’ultima volta; lasciato il cellulare sopra il plantare dei mocassini; chiesto perdono.

Erano le 18:57. La morte era in ritardo di tre minuti.

Gabriele – 18:53

Era stato un pomeriggio pesante: accompagnare papà dal medico, studiare per la sessione d’esame, raccogliere i frammenti di cuore che Elena aveva distrutto, come incendio di navi.

La luce era calata e la penombra, rassicurante, era scesa sulla città. Aveva atteso quel momento tutto il giorno: era l’unico in cui il mondo restava fuori e Gabriele, Gabriele soltanto, era padrone della propria mente.

Aveva spento il telefonino e acceso il lettore mp3. Le cuffie, enormi, erano un piccolo casco protettivo per la sua testa… e per la sua anima.

Lo separavano da casa, dai problemi, solo tre minuti, il tempo di una canzone. Selezionò la sua preferita e optò per il giro veloce: superò la recinzione bucata e si trovò a camminare lungo il binario. Non aveva mai fatto così tardi in biblioteca e non conosceva gli orari di transito.

La musica lo rese sordo al fischio del treno, che lo colpì e, troppo tardi, si fermò.

Si fermò e non ripartì quella sera, lasciando Matteo ed Enrico ad aspettare, invano.

Gabriele volò nell’aria e si posò a terra.

Il Destino l’aveva travolto.

Il Destino non è mai in ritardo.



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“L’ostentatore” – Stefano Cirri

Questione di Nemesi

Ci sono tanti temi nascosti in questo romanzo che si tinge di giallo. Un giallo diverso da quello tradizionale, ma che ne condivide il mistero e la ricerca della verità. Un romanzo, quello di Stefano Cirri, in cui l’indagine è psicologica e il braccio di ferro si combatte sporcandosi più i pensieri che le mani.

L’elemento più forte, però, che ho individuato è quello della Nemesi. E nel romanzo L’ostentatore di Stefano Cirri trovano spazio entrambe le accezioni che siamo abituati ad attribuire a questo termine. Vediamole più da vicino.


Abbiamo tutti un lato oscuro, siete d’accordo? Lo nascondiamo, generalmente, per non mostrarlo, ma poi finiamo con il farci i conti. Il nostro lato oscuro è il nostro vero antagonista: non un nemico esterno, ma qualcosa che si insinua dentro di noi e poi vorrebbe farsi sempre più spazio.

I personaggi che si muovono in L’ostentatore hanno tutti una Nemesi con cui scontrarsi: la propria parte malata, il rapporto con la malattia dell’altro, il desiderio di tradire, il desiderio di amare, la voglia di mostrarsi, la voglia di scomparire. Ognuno di loro affronta uno o più volti della propria Nemesi e combatte contro di lei.


Un romanzo, quello di Stefano Cirri, in cui l'indagine è psicologica e il braccio di ferro si combatte sporcandosi più i pensieri che le mani.

E poi c’è il significato principale di Nemesi. E in questo caso Stefano Cirri è riuscito a intrappolarlo nelle pagine del suo romanzo. Per capire meglio, occorre fare un piccolo passo indietro.

Quando pensiamo all’antica Grecia e alla giustizia, ci viene subito in mente Dike. In realtà, Dike era la dea della giustizia giuridica, se così si può chiamare. C’era un’altra divinità, più controversa, che si occupava di ristabilire la giustizia dopo delitti irrisolti o impuniti. Non distribuiva solo dolore, ma anche gioia, in base a quanto era giusto nella logica di un equilibrio da ristabilire. Veniva perseguitato chi era malvagio, ingrato, chi si era macchiato di tracotanza anche nei confronti degli dei. La dea che ristabiliva questo ordine era Nemesi. E a onore del vero, è importante sottolineare che non interveniva soltanto per eccesso di felicità, bellezza, fortuna, ma soccorreva anche chi aveva vissuto un eccesso di miseria, disgrazia, infelicità, insuccesso.


Questa è la Nemesi che si insinua in tutto il romanzo di Cirri, prima tra le righe, poi in maniera più concreta.

Ha l’aspetto di un uomo che guida una Ferrari gialla e che compie ogni giorno, in modo metodico, due soste. Si ferma, aspetta o fa qualcosa, e poi riparte. Una Ferrari gialla guidata in modo insicuro da un uomo vestito in maniera tutt’altro che elegante sembra un esempio calzante del significato del verbo ostentare.


 C'era un'altra divinità, più controversa, che si occupava di ristabilire la giustizia dopo delitti irrisolti o impuniti. Non distribuiva solo dolore, ma anche gioia, in base a quanto era giusto nella logica di un equilibrio da ristabilire. 

Che cosa c’è dietro questa ostentazione? Voglia di essere ammirato, desiderio di suscitare invidia o qualcosa di diverso?

Non posso dirvi di più, ma ricordatevi che cosa vi ho scritto sulla Nemesi.

In L’ostentatore c’è il mistero dell’uomo con la Ferrari gialla a dover essere risolto, ma anche le ambivalenze umane devono trovare risposta. Il modo di reagire, cioè, di fronte a emozioni da cui cerchiamo di fuggire, ma che prima o poi vengono a cercarci e ci presentano il conto.


Una nota speciale, prima di salutarci, è per la banda dei colori: un gruppo di studiosi che si interroga sul comportamento umano e che cerca di trovare le radici più profonde dei fenomeni che appaiono in superficie. Sono un po’ strani e inquietanti, soprattutto all’inizio, ma il lettore si lascia coinvolgere insieme al protagonista, Alessandro Bitossi, per gli amici Sandro.

Non mi resta che augurarvi buona lettura e… ricordate: non alterate mai l’equilibrio con i vostri comportamenti. O preparatevi, un giorno, a pagarne le conseguenze. Parola di Stefano Cirri!





“Una storia semplice” – Leonardo Sciascia

Della complessità del reale

Quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo pronunciato Semplicemente oppure è semplice? Spiegando qualcosa che sembrava del tutto scontato, ovvio, rimanendo increduli di fronte all’altrui incapacità di cogliere in modo istantaneo la soluzione del problema. Tutte le volte in cui ci comportiamo in questo modo, stiamo forse perdendo di vista che la realtà spesso sia più complessa di quanto ci appare e che il modo in cui noi la percepiamo sia soltanto uno tra quelli possibili.


Facciamo un esempio… semplice, per rimanere in tema.

Davanti a noi un bambino sta piangendo. Perché? Alcuni di noi risponderebbero: Semplicemente perché è triste.

Eppure questa non è che una nostra supposizione, che si basa soltanto sul pianto e sull’idea (più o meno calzante) che si pianga quando si è tristi. La nostra spiegazione non è che un’intuizione dettata da osservazioni frequenti o da congetture in apparenza superficiali. Un restare a galla, senza immergersi in profondità per scandagliare il fondale marino.

Eppure, quel pianto potrebbe avere motivazioni diverse, come la paura, il sonno, la fame, il senso di solitudine. E, perché no, anche la felicità.
Oltre la semplicità di un fenomeno, approfondendo, si può arrivare alla complessità.



Oltre la semplicità di un fenomeno, approfondendo, si può arrivare alla complessità.


Anche in Una storia semplice la spiegazione appare chiara ed evidente: l’uomo trovato morto in una casa che avrebbe dovuto essere abbandonata si è ucciso. Semplice, no? Il biglietto, l’ultimo messaggio con la semplice scritta ho trovato. e quel punto fermo finale sembrano confermare questa ipotesi. Perché indagare? Perché scendere a un livello più basso e nascosto, più profondo e difficile da scrutare?


Questo è il male che talvolta si impossessa di noi: ci accontentiamo di una semplicità svilente, che non è appunto semplice, ma semplicistica. Fingiamo che tutto sia di facile soluzione, perché è più comodo per noi, soprattutto se la verità che rischia di emergere dalle acque ci riguarda da vicino, in un’ottica di colpe e di delitti. Anche il riduzionismo di cui ci macchiamo diventa una colpa, una colpa doppia, in quanto scegliamo consapevolmente di sporcarci.


Fingiamo che tutto sia di facile soluzione, perché è più comodo per noi, soprattutto se la verità che rischia di emergere dalle acque ci riguarda da vicino, in un'ottica di colpe e di delitti.


Andare oltre, con ostinazione, anche quando tutto e tutti sembrano guidarci all’osservazione della sola superficie, accontentandoci di quella che è solo la prima fermata della ricerca della verità, e spesso quella più lontana dal centro della realtà.

Questa è la lezione del protagonista di Una storia semplice. Una lezione che, a ben guardare, possiamo trovare anche ovunque intorno a noi. Soprattutto negli ultimi giorni.


Consigli di utilizzo per la ricerca di una verità non superficiale:

  1. Mettiti qualcosa di comodo, che non hai paura di macchiare;
  2. Se indossi gli occhiali, pulisci bene le lenti; ricordati anche la mascherina da immersione;
  3. Ricordati di portare con te occhiali di riserva, qualcosa per scrivere, qualcosa su cui scrivere. Ciò che dovrai scrivere lo troverai durante e dopo la ricerca;
  4. Quando trovi acque torbide, lancia un sasso, poi un legno: assicurati che non ci siano sabbie mobili;
  5. Se decidi di tuffarti, perché in superficie e dall’esterno non si vede granché, non avere paura di sporcarti; i vestiti potrai lavarli quando avrai finito il tuo viaggio;
  6. Sii consapevole che potresti trovare qualcosa che non ti piace; ricordatelo, se decidi di buttarti;
  7. Ricordati di tornare a galla a respirare;
  8. Ricordati di tornare a galla a respirare (e non è un semplice errore di compilazione dei consigli, una ripetizione. Questo è un consiglio che merita di essere ripetuto).


“Diventare rondine” di Serena Barsottelli

Ho provato a scrivere di Kabul, ma sono bloccata. Non posso respirare e non riesco davvero a trasferire su carta lo sgomento che provo e i pensieri che si rincorrono nella mia testa.

Nel computer ho trovato una poesia del 2018, sicuramente non perfetta, ma che ha fatto tintinnare campanelli dentro di me. L’avevo scritta pensando all’emigrazione, al doloroso separarsi dalla propria casa. Penso alle immagini che i mezzi di informazione stanno diffondendo, con persone che fuggono dalla loro terra e i “falling men” che cadono giù dalle ruote degli aerei. Sento una fitta. Fa troppo male.

Condivido con voi questi versi perché arte e cultura sono gli unici strumenti che abbiamo per essere liberi. E perché credo che sia necessario ricordare, ogni giorno ma oggi ancora di più, che forse la fortuna è un fatto di geografia (cit. Bandabardò).

Buona lettura.


Diventare rondine

Seguirò il volo degli uccelli

quando arriverà il freddo,

quando sentirò nostalgia

di casa,

e forse piangerò,

forse penserò di tornare.

È tutto nel fagotto,

tutto nelle mie tasche,

soprattutto la speranza.

E un giorno d’autunno

quando gli uccelli torneranno

a casa,

alla loro casa,

alla mia casa,

volerò con loro,

con un pensiero,

un desiderio.

Volerò a casa.



“Forse diranno” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questi versi qualche tempo fa perché continuo a credere che la poesia possa cambiare il mondo, o almeno il modo in cui lo vediamo.

Ho scritto questi versi perché spero che la storia non si ripeta, perché l’esser vivi o l’esser destinati a morire troppo presto non siano una questione di geografia, etnia, stato sociale.

Ho scritto questi versi perché so che l’equità è l’unico strumento che può salvare vite e continuare a essere umani.


Forse diranno

E tutti

vedranno

quel bambino abbracciato

alla mamma

sul fondo del mare,

sul fondo del mare.

E forse diranno:

Ci avrebbe salvato.

Era solo un bambino.

Un bambino ci avrebbe salvato.

E qualcuno

vedrà

quella bambina strappata

al padre

sul ciglio di una strada,

sul ciglio di una strada.

E forse dirà:

Ci avrebbe salvato.

Era solo una bambina.

Una bambina ci avrebbe salvato.

E i soldati

chiuderanno gli occhi

a quei fratelli

ora ciechi

tra la cenere e la polvere,

tra la cenere e la polvere.

E forse uno dirà:

Erano solo dei bambini.

Ci avrebbero salvato.

Dei bambini ci avrebbero salvato.



“La nebbia delle cinque” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Nel 2017 la mia poesia La nebbia delle cinque ha partecipato a Bukowskeggiando dell’Associazione Cartabianca, un concorso a tema Bukowski.

Bukowski: o lo si ama o lo si odia. E con lui, la sua poesia e il suo modo di narrare. Io ho sempre amato le sue poesie, meno i suoi racconti.

Poiché è la prima poesia che pubblico sul blog, vi chiedo di lasciarmi un feedback. Vi è piaciuta? Ne vorreste leggere altre? Leggete poesie di solito?
Attendo vostre, come sempre!


C’era la nebbia.

C’è sempre la nebbia

la mattina presto,

quando solo il clochard

è rimasto sveglio.

I due si presero le mani

e si lasciarono andare.
Forse per un giorno.

Forse per molti.

A me che osservavo

non era dato saperlo,

ma penso che si siano amati

come si ama un vizio,

tra lenzuola disordinate

e bottiglie di whiskey.

C’era sempre whiskey.

E la nebbia.

La nebbia nascondeva

gli occhi di pianto.

Non del clochard,

non degli amanti,

ma di un povero pazzo.



“I sentieri che sussurrano” di Serena Barsottelli

Prologo

C’è silenzio, quassù, tra questi monti. Così assoluto da sembrare innaturale.

È carico di tormento e di rispetto; gli alberi, dopo così tanti anni, continuano a piangere, supplicando il cielo con i loro rami. Ecco, vedi? È caduta una foglia, leggera come una lacrima. Si è posata su questo tappeto di dolore, di morte, che venne calpestato senza pietà da scarponi macchiati di sangue. Non fu il fuoco di un allegro falò ad accendere quel dodici agosto; né purificò l’aria, ma la contaminò di carne e porpora, di vestiti e metallo, di legno e sogni infranti. Le fedi in ferro, tutte uguali, roventi tra le dita nel rogo, restituirono ai mariti vedove anonime, strappate da una furia senza ragione.

Mentre passeggio, oggi, una foglia si poggia tra i miei capelli; è la mano di un padre che, quel giorno, nascosto nel bosco, credeva che i tedeschi avrebbero risparmiato i figlioletti. Un uomo che perse tutto. Trasportato dal vento, sibila il nome di una fanciulla.

A Sant’Anna, quella mattina, morirono tutti. Anche i superstiti. Anche i loro discendenti. Ancora oggi siamo spettri in questo bosco di silenzio: siamo morti tutti. Colpevoli. Innocenti.

Capitolo 1 – Vita tra i monti

Quando ero piccola, amavo rifugiarmi all’ombra delle folte chiome degli alberi. Pensavo di poter trovare serenità, avvolta nella natura e lontana dalle voci dei grandi. Il bosco, come fratello, mi accoglieva ogni volta tra le sue braccia.

Qui, a Sant’Anna, non arriva neppure il rumore del mare, il cinico demone che regala frutti e toglie vite, afferrando come piovra pescatori e barche. Le auto sono parcheggiate poco più avanti, vicino al prato di trifogli rossi. La strada che vi conduce è poco trafficata e il tempo, quassù, sembra essersi davvero fermato; non è stato grazie a una magia, ma a una maledizione. Il monumento, a Col di Cava, graffia il cielo con il suo tesoro: ossa di bambini, di donne e di anziani; è il segno più acuto della pace spezzata che oggi più che mai c’è bisogno di salvare.

L’aria è sempre più frizzante al riparo delle montagne; si fa largo dal naso al resto del corpo. Lo percorre e lo scuote, baciandolo come un ragno fa al proprio passaggio. Ecco, sento scorrere nelle mie vene le sue zampe martellanti e vorrei grattare via tutto, anche la pelle, strato dopo strato: la ferita alla terra inizia a guarire, ma quella inflitta agli uomini sarà sempre fresca.

Nella piazza del paese deserto, mi siedo sull’erba e chiudo gli occhi. Il viaggio nel tempo continua e riesco a sentire le voci squillanti di un tardo pomeriggio di mercato e le risate spensierate dei bambini: si muovono come in una danza, mano nella mano, girando verso destra e poi verso sinistra, allargandosi e, infine, stringendosi verso il centro.

Quella fu l’ultima sera del mondo; poi tutto finì, esplodendo e bruciando come era cominciato, in un big bang di buio, luci e fuochi.

Capitolo 2 – Una mattina, mi son svegliato e ho trovato l’invasor…

12 agosto 1944: la data che ognuno di noi, in Versilia, ha tatuato sotto la cute, tra la pelle e le costole. In quel punto è custodita l’anima o i brandelli che le mitragliatrici e le bombe non sono riusciti a cancellare.

Il cielo, quella mattina, si tinse di rosso. Non fu l’alba a cogliere di sorpresa abitanti e sfollati, ma la porpora dei traccianti luminosi, delle fiamme lungo i sentieri e del sangue che impregnava la terra e scendeva all’inferno. I tedeschi stavano arrivando e gli uomini dovevano nascondersi; fuggirono nel bosco, al riparo da sguardi indiscreti. La santa, protettrice delle madri, avrebbe vigilato sulle donne e sui bambini, sui vecchi e sui malati; non erano amici come i fascisti dicevano, ma tutti speravano che la rabbia dei nazisti avrebbe risparmiato gli indifesi.

Arrivarono dal Monte Ornato, da Foce di Compito e da quella di Farnocchia. Alcuni si fermarono a Valdicastello, per bloccare le vie di fuga. Dovevano cercare i banditi, come li chiamavano, ma presero gli indifesi. Sfondarono le porte delle case e della chiesa: non ebbero pietà dei supplici. Portarono i prigionieri in fila su un poggio o al muro e, ridendo, fecero fuoco. La raffica di colpi risuonò tra le montagne e arrivò anche agli uomini, nascosti tra gli alberi. Alcuni volevano ritornare a Sant’Anna, salvare quello che restava della loro famiglia; altri li bloccarono, sicuri che tutto, ormai, fosse perso. Quando riuscirono a calpestare la terra del paese, trovarono bambole macchiate di morte, rotte come i loro cuori; e le panche della chiesa, accatastate, in un falò blasfemo davanti all’altare sordo alle grida; e i corpi, aggrovigliati in un carnaio, irriconoscibili, anneriti, bruciati.

Anche l’acqua, dicevano, era contaminata; gli spiriti benigni non avevano protetto il cammino dei fiumiciattoli: neppure per lavare le lacrime era buona, né per cancellare i rivoli di sangue sui volti dei superstiti. Il paese era pieno di fantasmi e di mostri: i più terrificanti erano reali.

I vicini seppellirono i corpi e raccolsero i loro ricordi. Un uomo fu fermato, mentre cercava di gettarsi tra i resti della sua famiglia.

Mentre mi guardo intorno, oggi, tra queste mura che non sanno tacere, tra questi alberi che non sanno trattenere lacrime di linfa, si susseguono davanti a me le storie di chi non ce l’ha fatta. Delle madri che hanno pregato gli assassini di risparmiare i loro figli; delle nonne che hanno inventato strane malattie delle nipoti per evitare che venissero violentate; dei corpi caduti, come foglie, sotto i colpi di mortaio, come fossero abbattute da raffiche di vento: uno dopo l’altro, quasi senza far rumore.

Capitolo 3 – Carezze

E mentre siedo, ancora, in silenzio a terra, su quest’erba bagnata di rugiada, vedo un uomo sbucare dalla porticina di casa: i suoi capelli sono radi e imbiancati; nei suoi occhi di ghiaccio si nascondono pensieri d’inverno, freddi, incolori, come il dolore di chi ha visto la morte.

Mi fa segno di avvicinarmi e io lo faccio. Si siede su una seggiola, proprio fuori dal portone e io mi lascio cadere su quella al suo fianco. È sull’ottantina, anno più, anno meno. Mi passa una mano ruvida sul viso e mi sussurra che somiglio a sua madre: era morta lì, a Sant’Anna, quel dodici agosto, per difenderlo. Era piccolo e le fiamme di quel giorno avevano bruciato le foto, è vero, ma nei suoi ricordi lei era perfettamente nitida e viva, persino nell’ultimo dono che gli aveva fatto: aveva dato la vita per salvare quella del figlio.

Così, senza capire come sia possibile, mi ritrovo a calpestare lo stesso sentiero su cui ero arrivata; davanti a me ci sono altre donne e bambini spaventati. Aprono e chiudono la fila i tedeschi, che ci portano a un poggio; non è molto distante, ma i metri si fanno chilometri e la fine sembra non arrivare mai. Ci dispongono una a fianco dell’altra, con i nostri piccoli vicini. Sistemano la mitragliatrice e i ragazzini ci chiedono cosa stia succedendo; nascondiamo le lacrime e inventiamo una storia per non far capire che è arrivata l’ultima ora del mondo: una foto, una bella foto! Ci stanno per scattare una fotografia, questo diciamo fingendo leggerezza, mentre con gli occhi preghiamo i mostri di risparmiare almeno il sangue del nostro sangue. I colpi partono prima del previsto e, cadendo, faccio da scudo al mio bambino. L’ultima immagine che vedo è il suo volto coprirsi di sangue e ho solo la forza di sussurrargli: «Fingi… di… dormire».

Il sonno mi travolge, e capisco che è la morte.

Conclusione

Il parco della pace è avvolto nel silenzio. In paese sostengono che sia così perché è un luogo di orrore, un monito di alberi e foglie, di ricordi ed echi, affinché tutto questo non accada più.

Io so che, dietro questa apparente quiete, le strade e i sentieri sussurrano la terribile storia di quel dodici agosto: sento il fuoco scoppiettare, i colpi di mitra rimbombare, i pianti strappare il cuore e tutto, dopo un attimo, si appanna di lacrime e di nebbia.



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