“I sentieri che sussurrano” di Serena Barsottelli

Prologo

C’è silenzio, quassù, tra questi monti. Così assoluto da sembrare innaturale.

È carico di tormento e di rispetto; gli alberi, dopo così tanti anni, continuano a piangere, supplicando il cielo con i loro rami. Ecco, vedi? È caduta una foglia, leggera come una lacrima. Si è posata su questo tappeto di dolore, di morte, che venne calpestato senza pietà da scarponi macchiati di sangue. Non fu il fuoco di un allegro falò ad accendere quel dodici agosto; né purificò l’aria, ma la contaminò di carne e porpora, di vestiti e metallo, di legno e sogni infranti. Le fedi in ferro, tutte uguali, roventi tra le dita nel rogo, restituirono ai mariti vedove anonime, strappate da una furia senza ragione.

Mentre passeggio, oggi, una foglia si poggia tra i miei capelli; è la mano di un padre che, quel giorno, nascosto nel bosco, credeva che i tedeschi avrebbero risparmiato i figlioletti. Un uomo che perse tutto. Trasportato dal vento, sibila il nome di una fanciulla.

A Sant’Anna, quella mattina, morirono tutti. Anche i superstiti. Anche i loro discendenti. Ancora oggi siamo spettri in questo bosco di silenzio: siamo morti tutti. Colpevoli. Innocenti.

Capitolo 1 – Vita tra i monti

Quando ero piccola, amavo rifugiarmi all’ombra delle folte chiome degli alberi. Pensavo di poter trovare serenità, avvolta nella natura e lontana dalle voci dei grandi. Il bosco, come fratello, mi accoglieva ogni volta tra le sue braccia.

Qui, a Sant’Anna, non arriva neppure il rumore del mare, il cinico demone che regala frutti e toglie vite, afferrando come piovra pescatori e barche. Le auto sono parcheggiate poco più avanti, vicino al prato di trifogli rossi. La strada che vi conduce è poco trafficata e il tempo, quassù, sembra essersi davvero fermato; non è stato grazie a una magia, ma a una maledizione. Il monumento, a Col di Cava, graffia il cielo con il suo tesoro: ossa di bambini, di donne e di anziani; è il segno più acuto della pace spezzata che oggi più che mai c’è bisogno di salvare.

L’aria è sempre più frizzante al riparo delle montagne; si fa largo dal naso al resto del corpo. Lo percorre e lo scuote, baciandolo come un ragno fa al proprio passaggio. Ecco, sento scorrere nelle mie vene le sue zampe martellanti e vorrei grattare via tutto, anche la pelle, strato dopo strato: la ferita alla terra inizia a guarire, ma quella inflitta agli uomini sarà sempre fresca.

Nella piazza del paese deserto, mi siedo sull’erba e chiudo gli occhi. Il viaggio nel tempo continua e riesco a sentire le voci squillanti di un tardo pomeriggio di mercato e le risate spensierate dei bambini: si muovono come in una danza, mano nella mano, girando verso destra e poi verso sinistra, allargandosi e, infine, stringendosi verso il centro.

Quella fu l’ultima sera del mondo; poi tutto finì, esplodendo e bruciando come era cominciato, in un big bang di buio, luci e fuochi.

Capitolo 2 – Una mattina, mi son svegliato e ho trovato l’invasor…

12 agosto 1944: la data che ognuno di noi, in Versilia, ha tatuato sotto la cute, tra la pelle e le costole. In quel punto è custodita l’anima o i brandelli che le mitragliatrici e le bombe non sono riusciti a cancellare.

Il cielo, quella mattina, si tinse di rosso. Non fu l’alba a cogliere di sorpresa abitanti e sfollati, ma la porpora dei traccianti luminosi, delle fiamme lungo i sentieri e del sangue che impregnava la terra e scendeva all’inferno. I tedeschi stavano arrivando e gli uomini dovevano nascondersi; fuggirono nel bosco, al riparo da sguardi indiscreti. La santa, protettrice delle madri, avrebbe vigilato sulle donne e sui bambini, sui vecchi e sui malati; non erano amici come i fascisti dicevano, ma tutti speravano che la rabbia dei nazisti avrebbe risparmiato gli indifesi.

Arrivarono dal Monte Ornato, da Foce di Compito e da quella di Farnocchia. Alcuni si fermarono a Valdicastello, per bloccare le vie di fuga. Dovevano cercare i banditi, come li chiamavano, ma presero gli indifesi. Sfondarono le porte delle case e della chiesa: non ebbero pietà dei supplici. Portarono i prigionieri in fila su un poggio o al muro e, ridendo, fecero fuoco. La raffica di colpi risuonò tra le montagne e arrivò anche agli uomini, nascosti tra gli alberi. Alcuni volevano ritornare a Sant’Anna, salvare quello che restava della loro famiglia; altri li bloccarono, sicuri che tutto, ormai, fosse perso. Quando riuscirono a calpestare la terra del paese, trovarono bambole macchiate di morte, rotte come i loro cuori; e le panche della chiesa, accatastate, in un falò blasfemo davanti all’altare sordo alle grida; e i corpi, aggrovigliati in un carnaio, irriconoscibili, anneriti, bruciati.

Anche l’acqua, dicevano, era contaminata; gli spiriti benigni non avevano protetto il cammino dei fiumiciattoli: neppure per lavare le lacrime era buona, né per cancellare i rivoli di sangue sui volti dei superstiti. Il paese era pieno di fantasmi e di mostri: i più terrificanti erano reali.

I vicini seppellirono i corpi e raccolsero i loro ricordi. Un uomo fu fermato, mentre cercava di gettarsi tra i resti della sua famiglia.

Mentre mi guardo intorno, oggi, tra queste mura che non sanno tacere, tra questi alberi che non sanno trattenere lacrime di linfa, si susseguono davanti a me le storie di chi non ce l’ha fatta. Delle madri che hanno pregato gli assassini di risparmiare i loro figli; delle nonne che hanno inventato strane malattie delle nipoti per evitare che venissero violentate; dei corpi caduti, come foglie, sotto i colpi di mortaio, come fossero abbattute da raffiche di vento: uno dopo l’altro, quasi senza far rumore.

Capitolo 3 – Carezze

E mentre siedo, ancora, in silenzio a terra, su quest’erba bagnata di rugiada, vedo un uomo sbucare dalla porticina di casa: i suoi capelli sono radi e imbiancati; nei suoi occhi di ghiaccio si nascondono pensieri d’inverno, freddi, incolori, come il dolore di chi ha visto la morte.

Mi fa segno di avvicinarmi e io lo faccio. Si siede su una seggiola, proprio fuori dal portone e io mi lascio cadere su quella al suo fianco. È sull’ottantina, anno più, anno meno. Mi passa una mano ruvida sul viso e mi sussurra che somiglio a sua madre: era morta lì, a Sant’Anna, quel dodici agosto, per difenderlo. Era piccolo e le fiamme di quel giorno avevano bruciato le foto, è vero, ma nei suoi ricordi lei era perfettamente nitida e viva, persino nell’ultimo dono che gli aveva fatto: aveva dato la vita per salvare quella del figlio.

Così, senza capire come sia possibile, mi ritrovo a calpestare lo stesso sentiero su cui ero arrivata; davanti a me ci sono altre donne e bambini spaventati. Aprono e chiudono la fila i tedeschi, che ci portano a un poggio; non è molto distante, ma i metri si fanno chilometri e la fine sembra non arrivare mai. Ci dispongono una a fianco dell’altra, con i nostri piccoli vicini. Sistemano la mitragliatrice e i ragazzini ci chiedono cosa stia succedendo; nascondiamo le lacrime e inventiamo una storia per non far capire che è arrivata l’ultima ora del mondo: una foto, una bella foto! Ci stanno per scattare una fotografia, questo diciamo fingendo leggerezza, mentre con gli occhi preghiamo i mostri di risparmiare almeno il sangue del nostro sangue. I colpi partono prima del previsto e, cadendo, faccio da scudo al mio bambino. L’ultima immagine che vedo è il suo volto coprirsi di sangue e ho solo la forza di sussurrargli: «Fingi… di… dormire».

Il sonno mi travolge, e capisco che è la morte.

Conclusione

Il parco della pace è avvolto nel silenzio. In paese sostengono che sia così perché è un luogo di orrore, un monito di alberi e foglie, di ricordi ed echi, affinché tutto questo non accada più.

Io so che, dietro questa apparente quiete, le strade e i sentieri sussurrano la terribile storia di quel dodici agosto: sento il fuoco scoppiettare, i colpi di mitra rimbombare, i pianti strappare il cuore e tutto, dopo un attimo, si appanna di lacrime e di nebbia.



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