“Coincidenze” di Serena Barsottelli

Matteo – 18:59

Era arrivato troppo presto il suo turno: doveva sdraiarsi, poggiare la testa sul ferro, chiudere gli occhi, aprire le orecchie e contare in silenzio.

Elias, il giorno prima, aveva resistito fino al numero centoventidue, ma il cronometro aveva segnato ottanta secondi precisi precisi. Non era un brutto risultato, ma era peggiore di quello di Fabrizio: duecento, sia a voce che sull’orologio; un vero temerario.

Matteo non era poi così convinto della necessità di quella prova, ma gli altri avevano insistito, dicendo che era un passaggio necessario per entrare a far parte del gruppo, la banda dei ragazzi del quartiere est. L’ingresso prevedeva il superamento di tre prove di coraggio: la prima era stata fumare una sigaretta nel bagno della scuola; la seconda introdursi dopo il tramonto nel campo santo e fare tre giri con un cero in mano. Per lui era arrivato il momento dell’ultima sfida, in apparenza la meno complicata. Ogni giorno, alle 19:03 il treno dalla città sarebbe passato da lì, scivolando con le sue ruote lungo l’unico binario. Alle 19:00 in punto uno di loro si sdraiava e aspettava che la locomotiva fosse vicina prima di alzarsi; alcuni avevano fatto una figura barbina, scattando in piedi e correndo in lacrime appena avevano udito, poco più indietro, prima della curva, il fischio incattivito del treno. Altri, come Fabrizio, erano entrati nella storia.

Matteo voleva entrare nel gruppo ed essere qualcuno, ma non voleva morire.

Erano arrivati alle 18:30: avevano nascosto le biciclette nella siepe vicino al passaggio a livello dopo il cavalca-ferrovia e si erano incamminati nel loro punto magico.

Fabrizio aveva strappato sei fili d’erba lunghi e uno corto; gli altri si erano radunati intorno a lui per il momento più importante: l’estrazione a sorte del nuovo concorrente. Avevano pescato dal pugno chiuso dell’amico e la sorte aveva stabilito che fosse la volta di Matteo. L’avevano salutato tutti con una pacca sulla spalla, alcuni invidiosi dei minuti di gloria che gli sarebbero spettati, altri felici di non dover sfidare un ammasso di ferro e carne come il treno.

Erano le 18:55 e, con qualche minuto di anticipo, Matteo aveva cominciato a prepararsi. Si era tolto il maglioncino buono ed era rimasto in t-shirt; il freddo sembrava un cane affamato intento a mordergli la bocca dello stomaco. Prima di fare l’ultimo passo su quel letto di ferro e di morte, si bloccò e trattenne il fiato. Per farsi coraggio iniziò a contare, come se quella nenia rassicurante potesse dargli la forza della disperata impresa.

«Che fai? Ci hai ripensato?», lo schernì Raffaello.

«Hai poco da ridere… con i tuoi dieci secondi!» lo zittì Francesco.

Matteo non stava sentendo niente: era concentrato soltanto sul suo orologio, che aveva appena segnato le 18:59. Incamerò tutta l’aria che riuscì a risucchiare e si sdraiò.

Il ferro delle rotaie era più tiepido del previsto, perché aveva assorbito tutto il leggero calore del pomeriggio.

Enrico – 18:57

Enrico non aveva fretta: aveva già sbrigato le ultime pratiche e l’unica cosa che gli restava da fare era proprio morire.

Aveva preso la difficile decisione dopo mesi di vani tentativi: si era illuso, aspettando un segno che gli facesse riacciuffare la vita, finché il suo tempo, il tempo che aveva concesso alla sorte, non era quasi scaduto. Si era portato avanti con la lista delle ultime procedure, per esser certo di non sprecare alcun minuto dopo il termine prestabilito: il biglietto d’addio nella tasca destra dei jeans, il documento nella sinistra. Alcuni spiccioli per l’incontro con Caronte tintinnavano nella tasca interna della giacca; nessuno, però, si sarebbe avvicinato così tanto da sentirli. E così si era incamminato verso il cavalca-ferrovia della prima periferia, certo di non incrociare gli occhi indiscreti degli operai che smontavano il turno alle 17:30.

Aveva camminato a piedi, salutando con una lieve flessione del capo gli ultimi ignari passanti che aveva incontrato.

«Tutto bene, signor Rossi?»

«Magnificamente. Come sempre…» aveva risposto aumentando il passo e abbassando la voce poco a poco, prima che qualcosa potesse sfuggire al suo controllo e la maschera apatica si crepasse.

“Non scappare. Fermati. Fermami”. Già l’altro, ormai, si era confuso con le ombre scure degli alberi e l’ambiente da amichevole si era fatto funesto. Enrico aveva guardato lo schermo del cellulare e la fretta l’aveva assalito: doveva essere più veloce. Il passo era diventato più lesto e, con un po’ di affanno, aveva raggiunto il punto più alto del cavalca-ferrovia. Aveva controllato che all’orizzonte non si intravedesse il treno e aveva iniziato le ultime procedure: tolte le scarpe; allineate una a fianco dell’altra, parallele; osservato l’orario, per un’ultima volta; lasciato il cellulare sopra il plantare dei mocassini; chiesto perdono.

Erano le 18:57. La morte era in ritardo di tre minuti.

Gabriele – 18:53

Era stato un pomeriggio pesante: accompagnare papà dal medico, studiare per la sessione d’esame, raccogliere i frammenti di cuore che Elena aveva distrutto, come incendio di navi.

La luce era calata e la penombra, rassicurante, era scesa sulla città. Aveva atteso quel momento tutto il giorno: era l’unico in cui il mondo restava fuori e Gabriele, Gabriele soltanto, era padrone della propria mente.

Aveva spento il telefonino e acceso il lettore mp3. Le cuffie, enormi, erano un piccolo casco protettivo per la sua testa… e per la sua anima.

Lo separavano da casa, dai problemi, solo tre minuti, il tempo di una canzone. Selezionò la sua preferita e optò per il giro veloce: superò la recinzione bucata e si trovò a camminare lungo il binario. Non aveva mai fatto così tardi in biblioteca e non conosceva gli orari di transito.

La musica lo rese sordo al fischio del treno, che lo colpì e, troppo tardi, si fermò.

Si fermò e non ripartì quella sera, lasciando Matteo ed Enrico ad aspettare, invano.

Gabriele volò nell’aria e si posò a terra.

Il Destino l’aveva travolto.

Il Destino non è mai in ritardo.



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