Come affrontare il dolore di un lutto?

Lettura consigliata:

– “Il buco”, Anna Llenas

Accadono fatti, alcune volte, che lacerano il nostro corpo dall’interno. Esplosioni così forti che le orecchie iniziano a fischiare, l’equilibrio vacilla, la voce è persa e non riesci neppure a gridare. L’unica cosa che avverti è un vuoto. Un vuoto proprio nella pancia: ricopre tutto il tuo torace, dal cuore e dai polmoni fino alla vita. Eppure fino a un attimo prima non c’era.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c’era sicuramente qualcosa, ma poi non c’è più.

E chi tra di noi non ha provato questa sensazione? Per qualcuno è stato un lutto, per altri una delusione. Senza dubbio possiamo affermare che è stato un perdere qualcosa, una parte di noi che se ne è andata e ci ha lasciato feriti e disorientati.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c'era sicuramente qualcosa, ma poi non c'è più.

Quello di Giulia, la protagonista del libro, è un buco da cui escono mostri e attraverso il quale passa il freddo.

Anche io, in quel periodo, ho sentito freddo. Era da poco passato il 7 ottobre 2020: avevo appena perso mia nonna, Maria Teresa. Una persona eccezionale, una donna che per me era stata anche madre e che mi aveva insegnato il significato dell’amore.

Non sapevo bene come comunicare quello che provavo e con Chiara non mi concedevo grandi momenti per rifugiarmi in me stessa e vivere semplicemente le sensazioni che si aggrovigliavano dentro di me.

Ero sicura di un paio di cose: la prima era che fosse necessario spiegare a Chiara quello che stava succedendo, perché la mamma poteva essere un po’ triste in certi momenti. Non volevo che pensasse che fosse a causa sua, perché il senso di onnipotenza dei bambini può giocare brutti scherzi e rischia di far danni anche più avanti. Era necessario che sapesse che la sua bisnonna non c’era più e che la mamma a volte piangeva perché le mancava tanto.

Volevo, inoltre, cercare un rifugio in un libro: trovare, cioè, quell’abbraccio di carta che spesso offre evasione, ma anche rifugio. E se si legge bene, se non si ha paura di sporcarsi di inchiostro tra le sue pagine, spesso una storia offre una soluzione al problema che stiamo vivendo. E io l’ho trovata.


Dunque, torniamo a Il buco.

La vita di Giulia scorre serena e tranquilla, finché un giorno si trova un buco nella pancia. Un buco enorme da cui escono mostri e da cui entra freddo. La bambina cerca un tappo per coprirlo e le vengono offerte varie soluzioni: cibo, bicchieri, televisioni, abiti. Ci sono possibilità che non sono troppo pericolose, come l’affetto di un animale, e altre molto dannose per lei.

Giulia è stanca, non trova una soluzione e la ricerca di un tappo la porta in un vortice nero. Si dispera, cade e poi sente una voce che la invita a cercare dentro di sé.

Parole, colori, musica. Nel buco di Giulia non c’è solo nero. E la vita della bambina torna così a colorarsi. Si accorge, per esempio, che molte persone hanno un buco. E che questo buco, in apparenza così tremendo, è una specie di portale che le permette di viaggiare con la fantasia in posti nuovi, di dedicarsi all’arte e alle sue passioni. Scopre che è possibile condividere quello che si porta da là dentro.

E poi, che cosa succede? Più Giulia accetta questa parte, più cerca di trarne gli aspetti buoni e di condividerli con gli altri, più il buco si rimpicciolisce. Il buco, è bene specificarlo, non si chiuderà mai del tutto, ma sarà sempre un’occasione per viaggiare avanti e indietro, tra il mondo che ci circonda e quello più profondo e nascosto in cui albergano sentimenti, emozioni e ricordi.


In quel periodo Chiara mi ha chiesto spesso di leggerle Il buco. Mentre lo facevamo, insieme, le spiegavo che la mamma era un po’ triste perché la nonna Maria Teresa non c’era più, ma che proprio grazie al sorriso e agli abbracci di Chiara mi sentivo meglio.

A volte, quando arrivavamo alla fine, mia figlia mi accarezzava i capelli o il viso. Credo che ci siano modi di comunicare più nascosti e profondi e che non sia un caso che proprio nelle prime settimane di lutto Chiara mi abbia chiesto molte volte quella lettura.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso. E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso, ma un’occasione per scoprire nuove parti di noi e per farci sentire emozioni, pensieri, storie che poi prenderanno forma su carta.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso.
E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso.

Per quanto riguarda il che cosa succeda dopo, dove si vada, non ho soluzioni da proporvi. Non universali, almeno. Perché credo che ognuno di noi debba trovare la propria risposta in base alla propria spiritualità. Posso dirvi, però, quello che ho fatto io. Magari sarà un’idea per qualcuno.

Quando mia nonna è morta, ho iniziato a dire a Chiara che era andata su una stella. All’inizio le mostravo una stella nel cielo, quando salutavamo la notte. Poi le condizioni metereologiche hanno iniziato a essere diverse e ho cercato una soluzione alternativa.

Abbiamo un quadro, in casa, proprio nell’ingresso. Un quadro che ritrae un sogno, ma anche l’amore. E tra le tante cose che ci sono dipinte, ci sono le stelle. Ce ne è una tra la luna e un enorme palloncino a forma di cuore. Io ho detto a Chiara che quella è la stella della nonna Maria Teresa. Credevo che lei non ci facesse molto caso, sono passati i mesi e abbiamo scoperto altre immagini, altri quadri e angoli della casa. L’altro giorno, sabato se non erro, ci siamo riavvicinate a quel dipinto, mia figlia ha indicato quella stella è ha detto: “è la stella della nonna Maria Teresa”. E forse per qualcuno non sarà niente, ma per me è stato tanto.


Mi permetto di segnalare, prima di lasciarvi, un altro libro che potrebbe essere utile: Ti voglio bene anche se di Debi Gliori. L’ho regalato a Chiara oggi per ricordarle che l’amore e l’abbraccio della mamma ci saranno sempre, anche se adesso lei andrà al nido. E che la amerò sempre, qualsiasi cosa diventi nel corso del tempo. Una cosa ovvia, forse, per noi grandi, ma mai scontata per i più piccoli. Ma di questo parleremo in un altro articolo.



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