“La cosa rossa” di Serena Barsottelli


Racconto scritto anni fa per un contest e poi pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in Corso.

Attenzione: grazie alla collaborazione con Zombie Readers potete ascoltare e guardare il racconto La cosa rossa anche qui. Ringrazio Stefania Prati e Alessio Monni per l’opportunità di collaborare.

Vi consiglio prima di leggere il brano e poi di andare a vedere e a sentire come lo staff di Zombie Readers abbia dato voce e immagine a questo “incubo”. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

P.S.: Stefania Prati e Alessio Monni hanno pubblicato una raccolta di racconti molto molto molto interessante. La trovate qui, mentre qui c’è la mia recensione filosofica sulla loro opera.



Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.

Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.

Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».

Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale, e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni, e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.

Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.

Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.

Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, e camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.

Silenzio, silenzio, silenzio.

Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.

Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, e certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, e Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.

Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.

Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance, e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.

Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.

Le braccia facevano male, e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.

Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, e lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche, e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.

«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».

Simone aveva annuito ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»

Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.

Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.

Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.

Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.

Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, e allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, e aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.

Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.

L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.

Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.

Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.

Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.

L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.

E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà, e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia, e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.

Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.

Cos’è il tempo?

Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.

Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.

Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

«Cosa stai facendo?»

«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»

«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»

Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.

«Vuoi tradirmi, lo sapevo».

Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.

La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità, e l’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.

La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.

«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.

Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.

Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.

Stupido! Stupido! Stupido!

Sì, era stato uno stupido, e il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.




Ti è piaciuto il racconto La cosa rossa?

“Il tumulo degli orrori” – Stefania Prati, Alessio Monni

Homo naturae lupus

Il vero terrore non proviene da fuori, ma da dentro di noi. A volte lo rinneghiamo, tendiamo a proiettarlo all’esterno, lontano, attribuendogli nomi altisonanti e, per alcuni, vuoti. Eppure, a ben guardare, tutto ciò che ci spaventa davvero l’abbiamo creato noi. E quello che non siamo stati noi a creare, be’, siamo stati noi a distruggerlo. Il male non è altro che il bene al contrario: abbiamo distrutto il paradiso in cui abitavamo e ci meravigliamo di essere circondati dall’inferno? Volutamente minuscoli, entrambi, perché il paradiso e l’inferno di cui sto parlando sono terreni, a misura di uomo.


Il tumulo degli orrori è una raccolta di Stefania Prati e Alessio Monni. Se volete provare un’esperienza ancora più coinvolgente (e sconvolgente) vi consiglio di leggere ciascun racconto e di cercare il corrispondente sul canale youtube “Zombie readers”, che potete trovare qui. In questo modo potrete avere una doppia avventura horror: la prima con le forme e i suoni che vi immaginerete durante la vostra lettura silenziosa; la seconda con i disegni e le voci che sono stati pensati dagli autori.


Entriamo, adesso, nel vivo. Di che orrore si parla in questa raccolta?

La claustrofobia domina buona parte degli undici racconti e rafforza il senso di inquietudine di questo nuovo modo di fare letteratura horror, accompagnandola cioè a un forte messaggio bioetico ed ecologico. Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l’uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo dall’averla distrutta.


Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l'uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo per l'averla distrutta.

Sullo sfondo si nota il tema tanto caro alla filosofia del Diciassettesimo secolo sull’essenza dell’uomo allo stato di natura, cioè lontano da ogni forma di controllo e di governo attuata dalle leggi.

L’uomo nasce cattivo o buono? La società è una protezione contro gli oscuri lati umani o è una gabbia?

Plauto fu il primo a utilizzare Homo homini lupus: l’uomo è un lupo per l’uomo. Hobbes riprese molti secoli dopo questa espressione per indicare la natura umana: individui che tendono a prevaricare l’uno sull’altro, ma che con il raziocinio decidono di sottostare alla volontà di un sovrano (al di sopra di ogni legge) per evitare un massacro continuo.

Un uomo, quello ipotizzato da Hobbes e poi rivisitato da Locke, che nasce pieno di sentimenti negativi e che la società in qualche modo tende a ingabbiare per limitare la conta dei danni.

Di diverso avviso era Rousseau, che teorizzava la natura innocente dell’uomo e che la violenza fosse frutto della disuguaglianza sociale prodotta dall’introduzione della proprietà privata. La società corrompe l’uomo che per sua natura sarebbe invece buono.


Nella raccolta di Prati e Monni ho trovato nuovi spunti di riflessione su questa tematica. In ogni racconto i mostri sono creati dagli sbagli degli uomini, dagli abusi che essi perpetuano nei confronti della natura e dei loro simili. Siamo tutti figli della stessa mano o condividiamo comunque lo stesso cielo, eppure sembriamo averlo dimenticato. Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.


Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.

Ci sono molti racconti che mi hanno colpita. Il sapore del vuoto è sicuramente il mio preferito: pur richiamando archetipi tradizionali, in un’atmosfera angosciante e claustrofobica, scopriamo che non sempre la realtà è migliore dell’incubo. Che ci sono mondi, divenuti incomunicabili, che ci fanno sentire diversi, soli. Per me che ho un passato di disturbi alimentari è stato tremendo constatare come alcune ferite siano tornate a sanguinare leggendo questo racconto.

L’umanità è assetata di dialogo, ma incapace di comprendere. Nel racconto che ho appena citato lo intravediamo, mentre in Muta esistenza questa rappresentazione raggiunge l’apice. Anche Suicide station in qualche modo tocca questo tema lasciandoci a bocca aperta, senza parole, non in grado di gridare, soffocati dal nostro stesso respiro.


Il capovolgimento è senza dubbio uno degli espedienti che funzionano maggiormente in questa raccolta. Un’ordinaria giornata di plastica, I Rabblez e Il prigioniero portano all’immedesimazione e alla riflessione proprio grazie a questo rovesciamento di ruoli.


Viviamo un incubo perché siamo stati noi a distruggere quello che ci è stato dato. Linfa mortale e La fiaba nera di Aurora lo provano e ci ammoniscono. Terminiamo la lettura e ci chiediamo se davvero ci stiamo spingendo troppo in là e che cosa possiamo e dobbiamo fare per bloccare il processo che distruggerà l’uomo e tutto il mondo come lo conosciamo.


Mi sia concessa, infine, una riflessione a parte su un racconto in cui ho colto richiami platonici al mito della caverna e a La penultima verità di P. K. Dick: Alla ricerca del sole. Anche in questo caso gli autori ci mostrano quanto la mano dell’uomo sia stata pesante con la natura e quanto possa risultare spaventosa.

Immaginatevi, quindi, di aver vissuto sotto terra e di voler vedere la luce del sole. Uscite fuori: la natura è meravigliosa, ma ci sono mostri tremendi a dominarla. Che cosa fareste? Restereste attoniti? Cerchereste di combatterli? Tornereste indietro?

La natura umana è sempre portata a cercare la conoscenza e a non accontentarsi mai. A volte ciò che trova è spaventoso, una verità scomoda. La paura che ci assale è spesso la paura di morire, di non essere più. Ho trovato tutto questo in Il tumulo degli orrori e molto altro. Avrei voluto che alcuni racconti non finissero, nonostante sentissi mancare l’aria. Avrei voluto leggerne ancora e spero che Prati e Monni tornino a regalarci questi incubi (e a farci riflettere su questi temi) molto presto.


Forse è la natura dell’uomo quella di distruggere le cose più preziose. Forse, invece, è una scusa che ci raccontiamo, perché è più comodo dirci “Siamo fatti così”, anziché cercare, anche nel nostro piccolo, di cambiare il mondo. Eppure, dobbiamo ripetercelo, iniziare dalle cose in apparenza più semplici e banali è l’unico modo che abbiamo per salvarlo. Prati e Monni hanno trovato un modo originale, di valore letterario e filosofico, per lanciare il loro messaggio e lottare per il bene della Natura.


Mi permetto, infine, di sottolineare che qui sotto trovate sia il link d’acquisto della raccolta Il tumulo degli orrori che il canale youtube Zombie readers. Seguite questi ragazzi, perché ne vale davvero la pena. Sapete perché? Perché con la loro immaginazione, la loro penna e la loro voce, hanno dato vita a quegli incubi di fronte ai quali non possiamo più chiudere gli occhi. Ne va della nostra vita e di quella del nostro pianeta.




Fare poesia, fare sociale – Silvia Lisena

Cambiare il mondo con i versi: possibile? Noi vogliamo crederci.

Può la poesia cambiare il mondo? Ho iniziato a riflettere da questa domanda e quasi come un anello sono tornata al punto di partenza: la poesia deve cambiare il mondo. Può sembrare un sogno, una considerazione ingenua, ma l’arte è il modo in cui ci esprimiamo e spesso arriva dal profondo. Se ci fermiamo e ci ascoltiamo, se ascoltiamo l’arte e quello che ci sta suggerendo, possiamo cambiare.

Arrivare a sentire quello che gli altri sentono, trovarsi nudi insieme al poeta che l’aveva fatto prima di noi, anche per noi: questi sono i poteri della poesia. Lavorano sull’empatia, sulla compassione in senso etimologico.


Ho conosciuto Silvia Lisena, poetessa, docente e molto altro (fa tremila cose e riesce bene in tutto!) qualche tempo fa sui social. Ho avuto la fortuna di leggere la sua silloge Lacerti di anima e mi sono ritrovata nuda tra quelle pagine del libro.

Quando ho ideato questa rubrica per questo progetto, ho pensato subito a Silvia, perché nella sua silloge si affrontano tante emozioni e tanti concetti su cui è importante riflettere per cambiare il mondo dentro e intorno a noi.

Se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggere la mia recensione a tema bellezza qui e di acquistare il suo libro qui. Potete seguire anche la sua pagina facebook qui.


Se vi siete persi la videointervista e preferite vederla o ascoltarla, è disponibile sul mio profilo con privacy pubblica qui. Durante la nostra chiacchierata abbiamo approfondito qualche domanda che troverete qui sotto, ma nella parte scritta ci sono un paio di domande extra che per motivi di tempo non sono riuscita a fare nella diretta.

Fatemi sapere che cosa ne pensate: vi piace la rubrica? Pensate che la poesia possa davvero cambiare il mondo? Avete già letto Lacerti di anima? Lo leggerete?

Vi lascio all’intervista e, come sempre, buona lettura!


Ciao Silvia, che cos’è per te la scrittura?

Ciao Serena e innanzitutto grazie per questa intervista! Sono troppo banale se rispondo che la scrittura per me è tutto? Mi ha letteralmente salvata, dandomi uno strumento sia per comunicare con il mondo sia per dare sfogo alla mia fervida immaginazione


Silvia, sei una poetessa e un’autrice di prosa. Che differenze ci sono, per te, tra lo scrivere prosa e lo scrivere poesia?

La poesia è più diretta, più autobiografica, più personale: è uno specchio, ti riflette in toto. Nella prosa, invece, puoi utilizzare i personaggi come medium per trasmettere i tuoi messaggi e per far trapelare una parte di te: ti sveli, ma rimani più appartata.


Quali sono per te gli ingredienti che una bella poesia deve avere?

Pochi orpelli retorici e più contenuti reali, crudi, con parole che sappiano dare istantaneamente l’idea del contenuto e versi che facciano rabbrividire. Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.


Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.

Silvia Lisena

Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare davvero il mondo? In che modo?

Si legge per capire il mondo e si scrive per farlo capire. La scrittura può incantare, suggestionare e a volte condizionare. Certo, dipende da che generi si scrivono e si leggono…


Sul mio blog mi occupo di poesia “sociale”: un modo di fare poesia, cioè, veicolando non solo emozioni ma anche una spinta verso un cambiamento concreto. Un modo per accendere le luci su realtà che spesso sono sconosciute o di fronte alle quali si tende a chiudere gli occhi. Secondo te, la poesia ha questo potere “sociale”?

Certo, per ciò che ho detto prima. Il problema è che sussiste una sorta di preconcetto verso la poesia, legato alla tradizione scolastica che (giustamente) consegna sempre una linea standardizzata di autori e testi, spesso lontani da noi. Quando la poesia verrà vista come semplicemente un altro mezzo per esprimersi, forse più persone inizieranno ad usarla e si vedrà la sua funzione sociale.


C’è un poeta a cui ti ispiri? Perché?

Mi piacciono gli autori che parlano di umanità e di emozioni, quindi direi Montale, Merini, ma anche Rupi Kaur e un po’ della Dickinson.


Se tu dovessi indicare una poesia che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ho ancora una poesia che ha sortito questo effetto.


Veniamo alla tua silloge “Lacerti di anima”. Puoi approfondire la scelta di questo titolo?

“Lacerti” vuol dire frammenti: il libro è autobiografico e quindi tratta di frammenti della mia vita e della mia anima. Inoltre ci sono la C, la R e la T che hanno suoni secchi, quindi a significare che questi lacerti a volte sono dolorosi.


Tra le tante qualità della tua scrittura e della tua anima poetica, c’è la grande capacità di mettersi a nudo. Scelta coraggiosissima, tra l’altro. Nelle tue poesie affronti anche temi di grande rilevanza sociale. Vuoi dirci quali sono?

La diversità, come in “La viralità delle etichette” contro il pietismo esploso nei confronti dei soggetti fragili all’inizio del Coronavirus; le malattie rare, come in “L’importanza di essere rari”; il rapporto contrastato con il proprio corpo, come in “Oproc”.


Silvia, da dove nasce la scelta di affrontare questi temi tanto importanti in versi?

Dalla voglia di comunicarli al mondo, era un dovere trasmettere il mio messaggio e comunicare il mio punto di vista.


In “Lacerti di anima” si fondono musicalità, libertà, emozioni, dolore, speranza, ma soprattutto forza e fragilità. Che rapporto hai con questi ultimi due termini?

Sono contrapposti ma similari, si alternano e determinano l’equilibrio della mia vita.


C’è una poesia della raccolta “Lacerti di anima” a cui ti senti particolarmente legata? Le tue poesie sono tutte molto intime e, passami il termine, “sentite”. So che è dura sceglierne una, ma ti chiedo di pensare a quella con più valore sociale, in base al ragionamento che abbiamo fatto poco fa. Quale sceglieresti? Perché?

“Oproc” perché tutti dovremmo indagare il rapporto con il nostro corpo; “Fragile me” perché bisogna iniziare a guardarsi dentro e a non avere paura dei nostri spigoli.


Torniamo al tuo essere anche lettrice: che tipo di poesie ti piace leggere? Che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi?

Come ho detto prima, devono emozionarmi, quindi dovrebbero essere introspettive e farmi rabbrividire.


Attualmente stai scrivendo? Stai lavorando su prosa o su poesia?

Sì, ho ultimato un romanzo e sto lavorando sull’editing per poi presentarlo alle case editrici.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei il mio nuovo romanzo, ma non posso svelare perché. Dico solo che cerca di trovare un senso quando tutto crolla: e questo serve, tanto sulla Terra quanto nello spazio.