“La cosa rossa” di Serena Barsottelli


Racconto scritto anni fa per un contest e poi pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in Corso.

Attenzione: grazie alla collaborazione con Zombie Readers potete ascoltare e guardare il racconto La cosa rossa anche qui. Ringrazio Stefania Prati e Alessio Monni per l’opportunità di collaborare.

Vi consiglio prima di leggere il brano e poi di andare a vedere e a sentire come lo staff di Zombie Readers abbia dato voce e immagine a questo “incubo”. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

P.S.: Stefania Prati e Alessio Monni hanno pubblicato una raccolta di racconti molto molto molto interessante. La trovate qui, mentre qui c’è la mia recensione filosofica sulla loro opera.



Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.

Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.

Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».

Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale, e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni, e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.

Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.

Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.

Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, e camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.

Silenzio, silenzio, silenzio.

Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.

Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, e certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, e Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.

Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.

Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance, e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.

Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.

Le braccia facevano male, e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.

Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, e lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche, e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.

«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».

Simone aveva annuito ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»

Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.

Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.

Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.

Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.

Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, e allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, e aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.

Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.

L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.

Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.

Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.

Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.

L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.

E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà, e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia, e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.

Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.

Cos’è il tempo?

Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.

Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.

Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

«Cosa stai facendo?»

«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»

«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»

Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.

«Vuoi tradirmi, lo sapevo».

Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.

La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità, e l’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.

La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.

«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.

Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.

Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.

Stupido! Stupido! Stupido!

Sì, era stato uno stupido, e il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.




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