“Strisciare, a primavera” di Serena Barsottelli

Verme.

Mi butto a terra, quando lui non mi vede, e provo a strisciare. Ha detto che il pavimento è troppo sporco, ma l’unica polvere che mangio è quella dei miei sogni.

Verme.

E poi mi trovo davanti un muro bianco, troppo alto e ripido da scalare. Non riesco a salire, il mio non è neanche uno scivolare giù. Le mie mani, le mie maledette mani, sempre troppo lente a fare quello che lui pretende. Le mie mani mi sarebbero d’aiuto, ma io sono un verme e non posso più usarle.

Dovrei cercare un posto più adatto a me, dove vivere in segreto. Restare al buio, nascosta a tutti, nascosta da lui. L’intestino potrebbe andare bene. È dove sento dolore, sempre, quel tipo di dolore che ti blocca la fame. Se mangiassi qualcosa, finirei subito per eliminarla.

Cara…

La mano di mia figlia tra i capelli. Una carezza, il suo sorriso. Asciuga le mie lacrime. Cerco una voce umana dentro me, mi sforzo di modularla. La rassicuro, rassicuro me.

… mamma.

Mi stringe forte, mi protegge. Dovrei essere io a farlo. Dovrei portarla via di qui, ma in fondo lui le vuole bene. Anche a me ne vuole, colpa mia se non riesco più a vederlo?

I miei cinque cuori mi tengono in vita. Non sono dove ti aspetteresti, perché sono ibrida. Sono corrotta, sporca, andata. L’anello di congiunzione tra un umano e un verme puro. Al centro io, Verme, come lui mi chiama. Un tipo che non riesce a strisciare, né ad arrampicarsi su una parete.

Il mio bozzolo ha un nome di sei lettere e l’espressione curiosa di mia figlia. L’abbraccio, mi abbraccia, e restiamo così, in attesa di diventare farfalle. Succederà a primavera, forse, o in quella che per noi sarà la stagione della rinascita. Avrà il profumo dei fiori di campo e poi quello frizzante del gelsomino. Stanotte ho sognato una candela accesa e quell’odore era vivo, nella stanza. Stanotte ho creduto che saremo libere, un giorno.

Avevo già provato a diventare una farfalla, una volta, ma non c’ero riuscita. Volevo solo volare, sentirmi leggera. Aveva funzionato per un certo periodo, poi l’incanto era finito. Si può diventare primavera solo passando dall’inverno, mi dicevo, ma quel freddo mi stava uccidendo e io ero diventata poco più di uno scheletro.

Sei viva per miracolo.

Tu prova a darti la morte ogni giorno, con costanza e lentezza, convinta di scegliere la vita. L’avevo fatto per anni con l’anoressia e forse ancora, con lui. Mi ferisce ogni sua parola, colpisce un cuore e anche gli altri si mettono a vibrare.

Braccia rachitiche.

Avevo avuto paura che anche mia figlia soffrisse la fame, all’inizio, quando non riuscivo a produrre latte. Lei aveva fiducia in me e io in lei. Ce l’avevamo fatta. E quell’abbraccio era il nostro rifugio, il nostro sollievo.

Ma perché non muori?

Per lei. Nonostante lui mi stesse uccidendo, io continuavo a respirare per lei.

Quando mia figlia si è addormentata, sono tornata a strisciare. È questo che fanno i vermi, o almeno mi è sembrato di capire così: si muovono cercando un angolo adatto alla loro esistenza, e poi aspettano, con la paura di svegliare la bambina, di svegliare lui. Si arrabbierebbe se lo facessi, urlerebbe.

Mia figlia forse fa bei sogni. Vorrei chiederle se sta bene, se il suo sonno è dolce, ma non posso. Mi accovaccio in un angolo del salotto dove non arriva il sole. Mi sforzo di respirare.

Il pavimento è freddo, c’è odore di umido. Il brontolare delle lancette dell’orologio della cucina arriva fino a me e mi innervosisce appena.

Starà sognando la mia bambina? Fa parte della mia natura farsi delle domande. Mi capita spesso di non trovare risposte adatte. Suppongo che sia colpa della mia natura ibrida, metà umana e metà verme. Suppongo che sia colpa del mio essere Verme.

E ancora mi chiedo se arriverà la primavera, se mi troverà impreparata.

Mamma!

Si sveglia e sorride. Lui non l’ha sentita. Arrivo senza far rumore e lei alza le braccia verso di me. La tiro su, mi accarezza la schiena e facciamo naso naso. Il sole filtra appena dalle imposte vecchie. Penso che questa casa cadrà a pezzi se non farò qualcosa. Penso che qui sia tutto troppo marcio per lei, per noi due imprigionate in un sottobosco di muschio e foglie in decomposizione. Anche per Verme questo è troppo.

Andiamo fuori!

È lei a proporlo, e io la seguo. È sempre stata la più forte, nonostante sia ancora così piccola.

Uscire dalla stanza mi fa sentire meglio. La bambina mi passa le scarpe e io l’aiuto a mettersi le sue. È un lavoro di squadra, il nostro.

Che bello!

La luce del sole tende sempre di più al rosso, mentre sbuca tra i rami dei pini lontani. La nostra casa mi è sempre sembrata troppo isolata, ma adesso mi sento parte di tutto. Perché da quando c’è mia figlia, almeno una risposta l’ho trovata. La adatto al senso della vita, al perché continuo a resistere e a mantenere un briciolo di natura umana. La risposta ha sei lettere, le lettere del suo nome: E-l-o-i-d-e.

Via!

Lontano, non importa dove, insieme.

Allungo la mano, cerco di aprire il cancello. È chiuso a chiave.

In un angolo del giardino è nato un papavero. Il sole tramonta, e con lui la nostra primavera.

Domani?

Domani, amore, o un altro giorno.



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