“Inverno etiope” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Questo racconto ha partecipato alla settima edizione del concorso nazionale di poesia e narrativa “Una storia partigiana” organizzato dall’ANPI di Lastra a Signa. Il tema era quello dei crimini fascisti e di quanto, poi, ci sia stata una connivenza da parte degli italiani.

Il racconto si è classificato secondo ed è stato per me molto emozionante pensare che la storia di questa bambina sia arrivata al cuore dei lettori. Perché forse questa bambina non sarà esistita davvero, ma ce ne saranno (e ce ne sono) purtroppo molte con storie simili alla sua.

Buona lettura!


Un boato a bassa quota. I capelli spettinati dallo spostamento d’aria. Nascosi il volto nella gonna di mia madre, ma era lei a singhiozzare. Non cercò un riparo che non avrebbe trovato. Si irrigidì sulla schiena e mi sussurrò: «Svelta, qui sotto». Obbedii senza fare domande, perché mi illudevo che mia madre, come ogni genitore, conoscesse già tutte le risposte. Intuivo che in quel momento non avesse la forza di darmele.

«Resta lì, non uscire. Qualsiasi cosa accada», aggiunse prima che la sua voce fosse coperta da un canto di fischi sempre più acuti. E di nuovo fragori, le finestre della nostra casa scosse da vibrazioni. Lo schianto del vetro. Pensai a delle farfalle dalle ali trasparenti. Senza vita, un magico tappeto sul pavimento.

«Finito?», chiesi.

Puzza d’aglio, le grida di mia madre.

E la necessità di capire che cosa i suoi occhi avessero visto; nel suo lamento udivo note di paura e disperazione.

«Posso uscire?»

Non rispose.

«Voglio uscire».

«No», sussurrò, come se anche muovere la bocca fosse diventato difficile.

«Devo uscire».

La sua mano mi bloccò.

Lo strano odore si propagò nella cucina, ma i fornelli erano spenti. Non veniva da una pentola né dagli avanzi inesistenti del giorno precedente (perché per noi un pasto al giorno doveva essere sufficiente e non ci alzavamo da tavola sazie). Giungeva da fuori, trasportato dal vento. Diventava più intenso mentre il tempo passava. Il tessuto della gonna di mia madre si muoveva sopra i miei capelli e mi faceva un leggero solletico. Non parlava più. Anche fuori era tutto silenzio. E poi sulla mia testa non sentii più niente, la sua mano allentò la presa e pensai che si fosse addormentata. La luce filtrava ancora dal suo vestito. Lo sfiorai per riparare gli occhi, come se stessi combattendo con un lento risveglio.

«Stai bene, mamma?», le domandai. Non attesi la sua risposta, uscii fuori a controllare. Il suo petto si muoveva appena. Era quasi ora di mangiare, dovevo preparare qualcosa per lei. Fare piano, non disturbare il suo riposo. Sotto i miei piedi scricchiolarono i frantumi delle finestre. Anche sul tavolo ce ne era qualcuno. Pensai che mia madre fosse stata fortunata, perché nessuna scheggia l’aveva colpita. Nessuna le aveva toccato il cuore, nessuna graffiato il viso. Le sue guance avevano la pelle più morbida e liscia che la mia bocca avesse sfiorato.

Dolore. Sangue. Una scaglia nella pelle. Lacerazione.

Lasciai colare affascinata quelle gocce di rosso in una tinozza piena di acqua torbida. Osservai i cerchi propagarsi, goccia dopo goccia, dal centro all’esterno. Il liquido diventava sempre più scuro e il viso di mia madre sempre più pallido.

«Ci penso io, tu riposati», le ordinai. Ma prima che potessi fare altro, mi sentii stanca e crollai ai suoi piedi. Appoggiai la testa sulla sua gonna, facendo pressione con il viso sulle sue ginocchia. Mi sembrò che mi sfiorasse i capelli, e mi addormentai con uno stupido sorriso sulle labbra. Sognai erba verde a coprire il pavimento, brezza innocente a muovere i nostri capelli. Vidi per un istante i lineamenti di mio padre e smisi di interrogarmi sul suo ritorno: era lì, a pochi passi da noi, oltre una finestra spalancata con gli infissi dipinti di giallo. Era lì, eppure lontano. Ci chiamava. Mia madre aveva i tratti di una ragazza e correva da lui.

La luce tenue. Le palpebre vibranti. Quando mi svegliai doveva essere passato molto tempo, perché erano le prime ore di un nuovo dì. Come se avessi riposato per un giorno intero. Mia madre dormiva ancora e pensai che fosse carino farle una sorpresa. Lo stomaco mi brontolava per la fame e immaginai che anche lei, avvolta nel suo mantello di silenzio, volesse mangiare qualcosa.

Mentre sbucciavo le patate e toglievo la terra dalla loro superficie, provai un improvviso dolore. Le mie mani si stavano coprendo di qualcosa che non doveva esserci. Lasciai cadere il coltello che si piantò tra i miei piedi. Poteva andarmi peggio, pensai, ma fu solo la considerazione di un momento. Un grido scivolò fuori dalla mia bocca, ma evaporò in uno sbuffo invisibile d’aria.

Mi voltai verso mia madre, timorosa di non trovarla più lì. E un po’ fu davvero quello che accadde: non era lei, non come l’avevo conosciuta. La sua pelle non era più soffice, ma piena di bolle. Alcune sanguinavano, altre erano piene di liquido. Ebbi un pensiero strano: quella donna mi spaventò. Non sembrava lei, ma un mostro uscito dagli abissi o caduto dal cielo.

Mosse le labbra, dalla sua gola emersero suoni che faticai a decifrare. Mi chiese dell’acqua e perché fosse così buio. Si voltò, piantò i suoi occhi ormai incapaci di vedere su di me. Qualsiasi cosa fosse quella che me la stava portando via, presto si sarebbe presentata anche a me.

Cercai una tazza, versai del liquido, le umettai la bocca. Con quel poco che ne avanzò, bagnai degli abiti puliti e tamponai le sue ferite. Mia madre non gridò, non strizzò gli occhi per il dolore. Ma la sua pelle era già morta. E io ero troppo piccola per capire perché.

Non ho più sopportato l’odore di aglio. Il fischio e lo scoppio dei fuochi di artificio mi riempiono di terrore. Eppure sono solo cose. Ho insegnato ai miei figli che bisogna avere paura solo delle persone, perché le cose non hanno vita e volontà. È la mente dell’uomo a progettare. È la mano dell’uomo a uccidere. A volte mi ripeto che solo un diavolo può aver inventato quelle armi, e solo un diavolo può aver ordinato di usarle. E un altro diavolo a sua volta non avrà obiettato, e un altro diavolo ancora avrà premuto il bottone e sganciato la bomba.

Non mi fa paura il male assoluto, ma quello che si cela dietro volti come il mio o come il vostro. Quello pronto a colpire una sorella o un fratello. Quello che uccide senza scopo o che tace l’altrui delitto.

Ho pensato che fosse colpa della mia pelle d’ebano, del mio non capire la loro lingua. Cercavo un senso al dolore; ho creduto di impazzire. Il dolore delle bombe, dell’invasione. Di un’arma proibita piovuta sopra i nostri tetti. Delle vesciche, e di mia madre, che non è più stata la stessa e dopo pochi giorni se ne è andata sussurrando di sentire il sole troppo forte sulla sua pelle. Ma non c’era il sole, quel giorno. Non piovevano bombe, ma gocce incapaci di purificare la nostra terra. Lei era già cieca, lei era già quasi morta. La sua pelle in fiamme effetto del gas. Ma io ero una bambina, e mi illudevo che fosse immortale. Non avevo fatto i conti con l’inferno e con i suoi mille diavoli. Eppure sono qui, camminano tra noi. Sono umani, ma di umano non hanno il cuore. E per difenderci da loro, occorre conservare la memoria. Il ricordo è un atto d’amore.

Ho pelato le patate per i miei figli e poi per i miei nipoti. Ho spalmato crema per ammorbidire la pelle del mio viso. Non sarà mai morbida come quella di mia madre, ma ogni tanto nel riflesso oltre lo specchio intravedo un angolo del suo viso. E quando mi sento sola, troppo stanca dalle lotte di ogni giorno, mi accovaccio sotto una coperta, chiudo gli occhi e mi immagino di essere nascosta ancora una volta sotto il suo vestito.



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41 risposte a ““Inverno etiope” di Serena Barsottelli”

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