“Il piano inclinato” – Marco De Matteis

Intervista a Marco De Matteis, autore del libro “Il piano inclinato”

Nella vita di Marco De Matteis le parole hanno estrema importanza. Le parole e le storie. Oltre a essere un istruttore di tennis, Marco De Matteis è infatti libraio, giornalista e autore. Nato e residente nel Salento, ha studiato Comunicazione all’Università di Lecce. “Il piano inclinato – #raccontidellaquarantena” è il suo primo libro.

Se siete interessati, vi suggerisco di approfittare della possibilità di acquistare l’opera direttamente dall’autore compilando il modulo che trovate qui.


Ciao Marco. Nella vita libraio e giornalista pubblicista. Possiamo dire che lavori con le parole. Vorrei iniziare con una domanda un po’ diversa dal solito: quanto è importante, secondo te, la cura nella scelta dell’espressione giusta?

Buongiorno a te e ai tuoi lettori e grazie per l’ospitalità. La tua domanda va dritta al punto proprio di alcuni ragionamenti che sto facendo in questi giorni. Sono super-critico con me stesso e quando vado a rileggere i miei scritti, tendo sempre a metterci di più, più particolari, più dettagli, più cura come dici tu, perché non è sufficiente immaginare una bella scena per raccontarla; bisogna farla vivere con la massima fedeltà e immergere il lettore là dentro. Quindi, massima importanza, per rispondere.


Quanto e come è cambiato il modo di comunicare da quando lavori in questo settore? Ci racconti come un professionista deve cercare di adattarsi?

Lavoro nel mondo dei libri dal 2006 e sicuramente è cambiato tanto. Quando ho iniziato gli ebook e il digitale in particolare stavano scombussolando il mercato. Idem Amazon e le piattaforme online. Anche se le librerie, date per morte un anno sì e un anno pure, sono lì che resistono. Non sono il business del secolo, ma resistono. Più che per una questione romantica, che per altro. Non ho un consiglio a un professionista per cercare di adattarsi all’ambiente. Credo che ognuno debba essere mille cose insieme, seppur nel rispetto dei rispettivi ruoli. Oggi lo scrittore, soprattutto che non abbia una casa editrice grossa alle spalle, deve essere il principale sponsor di sé stesso e lo stesso dicasi per chi vive di scrittura e comunicazione. Forse un consiglio è di fare attenzione a chi specula sul lavoro altrui e vorrebbe trarre profitto e vantaggi dalla passione degli altri.


A proposito di adattamenti e di equilibri: “Il piano inclinato”. Un titolo che ci suggerisce già qualcosa. Come mai l’hai scelto?

Il titolo ha, ovviamente, una duplice valenza. Una più banale, e una più ricercata. Mi piace chi dopo averlo letto mi ha dato il suo giudizio, mi ha spiegato se ha colto o meno questi significati, e mi ha esposto il suo giudizio anche sulla coerenza del titolo, così come piace farlo a me, quando sto dal lato dei lettori. Il primo riferimento è al piano di una casa, protagonista a modo suo della storia, il secondo è al piano inteso come progetto, come strategia. Ah dimenticavo, il terzo e ultimo significato è quello proprio della pallina che scorre sul piano inclinato e che poi è impossibile da fermare.


La storia che mi suggerisce questo titolo è fatta appunto di ricerca di equilibri, di una discesa e forse anche di una resistenza. I tuoi protagonisti si trovano loro malgrado a fare i conti con il loro passato. Quanto sono importanti per te le radici? E per loro?

Hai beccato il punto. Ricerca di equilibri, discesa e resistenza. È tutto lì. E molto è anche nel passato. Non sono ossessionato dalle radici, ma ne do il giusto valore. Forse parlo così perché dalla mia terra non mi ci sono mai spostato e quindi non ne ho avuto modo di sentire la mancanza. Per i protagonisti le radici fanno la differenza. Per Mariano, poco; per Anna di più, soprattutto quelle familiari. La sua storia è travagliata e ne ha condizionato il carattere e l’approccio al resto del mondo.


Che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare in “Il piano inclinato”?

Una storia di sentimenti, di rabbia, di amore, di delusione, di odio, di mancanza di fiducia, di passione, di tradimenti, di qualche trasgressione e di tanto cervello. Forse anche troppo.


“Il piano inclinato” è ambientato durante il lockdown. È nato anche in quel periodo? Ci racconti qualcosa sulla nascita dell’idea?

Mi dispiace dover far rivivere momenti drammatici. Ma il racconto l’ho scritto in pieno lockdown, come puoi capirmi il tempo era tanto, ed è lì che si svolgono i fatti. In un paesino non meglio identificato del Salento. Quindi sì, è ambientato in quarantena, ed è nato tra marzo e giugno del 2020. Il sottotitolo è anche #raccontidellaquarantena, perché l’idea è quella di farne degli altri. Idea che nasce, come detto, perché il tempo a nostra disposizione era tanto, e scrivere, leggere, dialogare con gli amici era tutto. Era fondamentale per sopravvivere. In questo senso, ho iniziato a pubblicarlo quasi per gioco, a puntate, sul mio blog, poi tra un commento e un altro di chi voleva andare avanti a leggere la storia mi sono ritrovato a darle una struttura complessa e un finale che ne chiudesse il cerchio.


Ambientare un romanzo nel lockdown è una scelta che reputo coraggiosa, perché alcuni lettori potrebbero in qualche modo respingere l’idea perché è una ferita ancora fresca. Vuoi provare a convincerli che il tuo libro dovrebbe essere letto?

Credo di non aver mai dovuto e voluto convincere un lettore a prendere il mio libro, anzi. Sono il primo critico nei confronti del racconto. È vero quello che dici, la ferita è aperta e ognuno l’ha vissuta a modo suo. Per cui nutro massimo rispetto per ogni singola esperienza, anche per chi non vuole ricordare e non vuole leggere qualcosa che lo rimandi a quei giorni.


“Il piano inclinato” è ambientato nella tua terra d’origine. Quanto è fondamentale l’ambientazione salentina per il tuo libro?

Quando ho iniziato a scrivere, ho ambientato i miei due romanzi (che ancora non ho completato ma per cui nutro grande affezione) in una città non meglio identificata ma nella zona romana. Questa serie dei racconti, invece, che dovrebbero essere tre in tutto, ha come protagonista il Salento. Lecce e le sue splendide città vicine, tra cui la mia, le marine, le zone inesplorate e quelle conosciute.


La voglia di evasione mi sembra uno degli aspetti che più caratterizza i tuoi protagonisti, esasperata sicuramente anche dal lockdown forzato. Che rapporto hai, Marco, con la libertà?

Un rapporto viscerale. La libertà è tutto, come cantava Franco Califano. Ho un bellissimo rapporto, perché i compromessi non sono mai stati il mio forte, perché essere libero significa essere autentico, e dare il massimo agli altri e a me stesso.


Descrivi “Il piano inclinato” con tre parole (tre, non barare):

Breve, sicuramente. Intensa, in un modo o nell’altro. Surreale, probabilmente. Quindi ricapitolando: breve intensa surreale. Sono tre vero?


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura della tua opera (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

In realtà la colonna sonora già esiste, ed è disponibile su Spotify (sì sto già spammando) cercando “Il piano inclinato” (n.d.r.: la trovate qui). Ci sono tutte le canzoni presenti nel libro. Con grosse differenze tra i gusti di Anna e quelli di Mariano.

Se dovessi dire una direi “16 marzo” di Achille Lauro, canzone che ho scoperto in un momento di evasione, uscendo per comprare beni di prima necessità, con tanto di auto-certificazione, e che mi è entrata subito nel cervello. Quando al resto, non saprei contestualizzare, fosse per me la musica, come la lettura, farebbe sempre parte della mia vita.


Non è sufficiente immaginare una bella scena per raccontarla; bisogna farla vivere con la massima fedeltà e immergere il lettore là dentro.

Marco De Matteis

Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

In realtà non prestissimo. La mia insegnante di matematica delle scuole elementari, a cui sono particolarmente legato per il suo carattere e il suo modo di fare diretto, dolce e severo, comunque senza filtri al tempo stesso, diceva che ero portato per la sua materia, ed era vero. Poi, dopo un po’ questo amore è un po’ scemato e ha lasciato il posto alle materie umanistiche. Per consacrarsi all’università dove ho fatto degli incontri decisivi tra colleghi e professori. Il lavoro in libreria ha fatto il resto. Odori, profumi, colori, sistemazione dei libri sono cose che non possono essere ignorate.


E quando hai deciso di trasformarla in un lavoro?

Più o meno quando ho iniziato il percorso universitario. Ho studiato Scienze della Comunicazione, ho iniziato a collaborare con dei giornali e mi sono approcciato alla professione del libraio. Un binomio perfetto, che mi dava molte soddisfazioni, al quale ho aggiunto un terzo elemento: la mia passione per lo sport e per il tennis (che pratico da quando avevo sette anni) mi ha consentito di iniziare a insegnarlo.


Che cos’è per te la scrittura?

Qualcuno diceva che è un modo di parlare senza essere interrotti. Forse non è solo questo. È anche esprimersi in un altro senso, è buttare fuori quello che hai dentro, è vomitare stati d’animo e sensazioni. Non a caso, i periodi di fertilità variano. Quindi c’è un momento per scrivere, uno per rileggere, uno per correggere, uno per valutare.


[durante il lockdown] il tempo a nostra disposizione era tanto, e scrivere, leggere, dialogare con gli amici era tutto. Era fondamentale per sopravvivere.

Marco De Matteis

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Non ne ho una, cambio cambio cambio. A volte, ho un’idea e parto da lì. Altre volte parto dalla fine. Altre volte scrivo rileggo correggo riscrivo e sto settimane sempre sullo stesso capitolo. A volte faccio una scaletta e poi sviluppo. Mi rendo conto che questa sia l’opzione più corretta, anche per la pessima memoria che mi contraddistingue.



Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Un finale non banale, non scontato e che ti faccia arrabbiare o emozionare. Insomma, che ti dia qualcosa in più rispetto a tutto il percorso fatto con le pagine. Poi deve essere descrittivo al punto giusto. Infine deve farti vivere trasmettendoti brividi, carezze, paure. Devi tornare a casa con la voglia di prenderlo in mano. Non devi vedere l’ora di andare a letto per leggere delle pagine prima di dormire.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

Ogni parte ha i suoi punti di forza e limiti. Forse la parte più complessa e delicata è la stesura in sé. Alla fine di ogni capitolo sembra che io abbia fatto dieci km di corsa, e non sono uno a cui piace correre, per capirci. Devo rifiatare, riposare. La promozione anche è difficoltosa, proprio perché non sono un professionista, e perché di per sé non è un aspetto semplice.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Sicuramente l’idea. A volte ti si accende la lampadina quando sei comodo e ti metti a scrivere, il più volte ti viene che stai facendo altro, magari guidando. Fermi tutto, accosti, scrivi, prendi appunti. Una volta ho mandato un audio a una mia amica con due storie immaginate due secondi prima, per conservare una traccia. Lei mi rispose, in maniera diretta, che una delle due faceva un po’ cacare, l’altra invece poteva starci.


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Magari. Ispirarmi no. Però ci sono molti che apprezzo e che invidio. E a cui vorrei essere degno di ispirarmi. Per esempio vorrei avere lo spunto dei finali di Ammaniti, o la bravura nelle descrizioni di De Carlo (quando non esagera), il sarcasmo di Hornby, o il linguaggio e la crudezza di Bukowski, o la capacità di estrapolare una trama assurda e dei personaggi così forti di Manzini. Solo per citarne alcuni.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

Credo che sia molto importante, ma non per migliorarsi in maniera egoistica. La lettura non può mancare nella mia giornata.


Odori, profumi, colori, sistemazione dei libri sono cose che non possono essere ignorate.

Marco De Matteis

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Finora devo ammettere che ho letto soprattutto autori affermati, anche perché se arrivi a pubblicare con grosse case editrici, al di là di tutto, già lo sei. Devo dire che ultimamente, per vari progetti, il collaborare con case editrici non di primissimo piano ma comunque importanti, mi ha consentito di conoscerle meglio, di apprezzarle e di leggere dei romanzi di alcuni dei loro scrittori. E ammetto che non sono niente male. Il fatto poi di aggiungerli su facebook o incontrarli a una presentazione ti dà la possibilità che non è consentita con il John Grisham di turno.


Qual è la domanda più strana che hai ricevuto lavorando come libraio?

Ti assicuro che succede di tutto. Soprattutto nel periodo agosto-settembre, quando iniziano le scuole e le librerie sono affollate. Spesso, con la complicità dei clienti, si creano delle scenette davvero esilaranti, dove noi e gli acquirenti ci lasciamo andare anche per sciogliere la tensione.


Toglimi una curiosità. Mi piacerebbe che tu ci raccontassi, in poche righe, quel momento in cui un cliente entra in libreria e si muove tra gli scaffali. Immagini prima cosa sceglierà?

Sì, in effetti è un momento cruciale e mi rendo conto che affascina molti la domanda che mi poni. Ogni persona è una storia a sé e girare tra gli scaffali, tra le novità, tra i classici, tra i libri di nicchia rappresenta un percorso della mente che rispetto e al quale lascio la massima privacy. Cercando oltre a stare zitto anche di staccare gli occhi, nonostante la curiosità.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Sicuramente hanno cambiato me stesso. Se cambieranno il mondo non posso, né voglio saperlo. Se un cambiamento c’è, sarà sicuramente in meglio, in ogni caso.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Sicuramente “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby. Un libro che descrive, per quanto difficile, tutte le sfaccettature dell’anima e le caratteristiche delle persone. E poi “I ragazzi della Via Pal” di Ferenc Molnar, un romanzo di formazione vero e proprio.


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Amo i gialli e i thriller. Poi anche altri tipi di romanzi. Ho sempre l’impressione di aver letto troppi pochi classici e cerco, continuamente, di colmare questo vuoto.


Qualcuno diceva che [scrivere] è un modo di parlare senza essere interrotti. Forse non è solo questo. È anche esprimersi in un altro senso, è buttare fuori quello che hai dentro, è vomitare stati d’animo e sensazioni. Non a caso, i periodi di fertilità variano. Quindi c’è un momento per scrivere, uno per rileggere, uno per correggere, uno per valutare.

Marco De Matteis

A cosa stai lavorando?

A un po’ di cose. Da dove parto? Il secondo libro della serie #racconti è terminato, e presto avremo delle novità. A metà giugno esce, per una casa editrice abbastanza prestigiosa, un’antologia di racconti interamente scritti da librai. C’è anche il mio. Ha superato le selezioni e sono molto orgoglioso di farne parte.


E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Tutto quello che potevo, te l’ho anticipato nella risposta precedente, ahahahahah!


A volte ti si accende la lampadina quando sei comodo e ti metti a scrivere, il più volte ti viene che stai facendo altro, magari guidando. Fermi tutto, accosti, scrivi, prendi appunti. Una volta ho mandato un audio a una mia amica con due storie immaginate due secondi prima, per conservare una traccia. Lei mi rispose, in maniera diretta, che una delle due faceva un po’ cacare, l’altra invece poteva starci.

Marco De Matteis

Oltre alla scrittura e alla lettura, hai altre passioni? Che cosa ci racconti a riguardo?

La musica, lo sport (il tennis e il padel in particolare), l’estate con tutto ciò che ne deriva: caldo, sabbia, mare, spritz, tramonti. L’autenticità dei rapporti personali, lo scambio, l’ascolto, la condivisione.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Sarà banale, ma di non fermarsi. Di andare andare e andare. Fermarsi solo quando non è convinto lui. Di ascoltare i giudizi e le critiche ma di non farsi condizionare. Di sedersi, prendere la penna e iniziare a vomitare. Metaforicamente parlando. Il resto viene. Ovviamente di stare attento a chi vuole sfruttare le sue passioni e i suoi sogni, ma questo vale per ogni aspetto della vita.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

“On the road” di Jack Kerouac. Un libro che tutti dovrebbero leggere.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE tutta la vita.
  2. Giallo o nero? GIALLO.
  3. Struttura a priori o in divenire? Un mix, ma tendenzialmente in divenire.
  4. Musica in sottofondo o silenzio? Domanda tremenda, diciamo silenzio.
  5. Prima persona o terza persona singolare? A questa non posso rispondere, ci sono troppi pro sia da una parte che dall’altra.
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO tutta la vita.
  7. Revisione a schermo o su carta? Entrambe. Carta per leggere, schermo per intervenire e contestualizzare.

Grazie, Marco, per aver approfondito con noi la storia del tuo libro, del tuo lavoro e della tua grande passione per le parole.

Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Una replica a ““Il piano inclinato” – Marco De Matteis”

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