“Mai stati al mondo” – Agnese Messina

Un’intervista sul libro e sul cambiamento che la maternità può produrre in un’autrice

Alcuni di voi lo sanno: tra le storie che sto provando a raccontare ce ne è una a cui tengo molto: ci sono i calabroni; ci sono le libellule.

Immaginate la sorpresa nello scoprire la bellissima copertina dell’opera “Mai stati al mondo” di Agnese Messina: sono rimasta letteralmente impressionata dagli insetti presenti nell’immagine, all’interno della tipica sagoma dell’indiamo di Augh! Edizioni. Quando ho letto che la protagonista (e non solo) è un’entomologa, be’, ho pensato che fosse il caso di approfondire.

Ho deciso di farlo in un modo un po’ diverso dal solito, perché non parleremo come sempre della pubblicazione dell’autrice e del suo rapporto con la scrittura e con la lettura, ma oltre ad approfondire “Mai stati al mondo” ci concentreremo anche sul legame tra maternità e scrittura: esiste? Si influenzano a vicenda? Se sì, in che modo?

Ringraziando Agnese per la disponibilità e le altre autrici che conoscerete nei prossimi mesi, abbiamo deciso di pubblicare questa intervista proprio oggi, 21 luglio, perché per l’autrice è una data speciale.

Piccolo avvertimento: nella prima parte, noterete le domande al plurale. Questa parte dell’intervista è stata preparata per tutte le autrici madri che hanno partecipato al progetto e mi è venuto naturale rivolgermi a tutte loro.

Nella prima parte, quindi, ci concentreremo sulla conciliazione di essere madre con quella di essere autrice. Soprattutto quando si hanno bambini piccoli forse non è poi così facile (ne so qualcosa…). Nella seconda parte, parleremo di “Mai stati al mondo”. E visto che è un libro figo e ben scritto, e per ringraziare Agnese della disponibilità a prestarsi anche a domande diverse dal solito, troverete subito l’audio di un estratto del suo libro. Buon ascolto e… buona lettura!


Agnese Messina, “Mai stati al mondo”, Augh! Edizioni. Lettura incipit. Legge Serena Barsottelli

Agnese Messina racconta il rapporto scrittura/maternità in base alla propria esperienza

Inizio questo incontro con una riflessione personale. Mi farebbe piacere, poi, sapere che cosa ne pensi e se anche per te è stato così. Quando sono diventata madre è stato più difficile scrivere. I primi mesi, soprattutto. Ma anche dopo. Non era solo un problema logistico di tempo da dedicare alla propria passione/al proprio lavoro, ma qualcosa di più profondo. A volte mi è sembrato che mi figlia fagocitasse i miei pensieri. Che li assorbisse, ecco. Anche con le storie che scrivo e i personaggi che le popolano ho questo rapporto un po’ ossessivo: sono sempre lì, abitano nella mia mente. Li vedo fare, muoversi, emozionarsi, dormire, gridare. I primi tempi della maternità sono stati uno scontro tra pensieri: essere custode di una vita, essere una persona che osservava una storia scorrerle davanti agli occhi come se fosse al cinema ed essere semplicemente me stessa. Ho faticato a trovare un equilibrio. E quando l’ho trovato è stato senza dubbio diverso, molto più dinamico per certi aspetti. Vorrei quindi chiederti come sono stati in questo senso i primi mesi dopo che sei diventata madre. Hai mai pensato che la scrittura togliesse tempo o spazio a tuo figlio?

Capisco molto bene quello di cui parli, mi accade con il lavoro, purtroppo. Assorbe troppo i miei pensieri, a volte penso di “tradire” i miei personaggi. Con i bambini no, non mi è successo. Anzi, le pause a cui mi ha costretto la maternità, i pomeriggi sul divano con il piccolo attaccato al seno, mi hanno permesso di svincolare la mente e farla andare lontano. Poi manca il tempo materiale di mettere in atto le cose che creo, di scriverle su carta. Ma questa è un’altra storia.


Quando nasce un figlio, nasce anche una madre. La scrittura ha rappresentato per te una costante nella tua vita pre- e post-maternità, una scoperta o una rinuncia?

Devo ammettere che ho sempre scritto più nel post-parto che in seguito. Stare a casa dal lavoro, dall’università, mi ha permesso di ricavare più spazi, anche se precari. A onor del vero, ho raggiunto il mio picco di tempo dedicato alla scrittura durante la pandemia, quando avevo un solo figlio, abbastanza grande da badare a sé stesso, ma ero “chiusa in casa”. Adesso, tra la ripresa delle attività e un piccolino per casa, ho dovuto chiaramente ridurre. Ma l’unico momento in cui ho davvero rinunciato del tutto alla scrittura non è legato alla maternità. Tutt’altro.


Da quando sono mamma, ho notato che anche il mio approccio a molti temi è cambiamento. Le storie che hai scelto di raccontare hanno subito un’influenza dalla tua nuova condizione oppure sono rimaste costanti oppure sono cambiate indipendentemente dalla maternità?

Inesorabilmente. Come lettrice, non riesco più a leggere di certi temi: violenze su bambini, malattie, sofferenze che li coinvolgano. Come scrittrice ci sono argomenti di cui non avrei trattato prima di diventare mamma, perché non avrei potuto capire a fondo cosa si prova. Adesso sì. Adesso posso dar voce a personaggi che prima non mi si sarebbero mai palesati.


Anche il linguaggio, di fronte ai figli, tende a farsi più curato e delicato, molto meno esplicito e meno ricco di “parolacce”. Il tuo registro linguistico è cambiato dopo la maternità anche nei tuoi romanzi oppure è rimasto coerente e funzionale alla storia?

Qui tocchi un tasto dolente. Mi spiego: nella vita di ogni giorno magari ogni tanto sproloquio. La parolaccia scappa, anche quando non vorrei. Mi dico che devo migliorare, un po’ come chi decide di smettere di fumare. Spero di riuscirci. Ogni tanto mio figlio grande mi rimprovera, lui è un purista! Nei romanzi, al contrario, non riesco proprio a inserirle. Non so, sembra un controsenso probabilmente, ma è qualcosa che non riesco a fare. Se il contesto lo richiede lo faccio, certo, ma soffro terribilmente. Preferisco usare metafore, giri di parole.


In pedagogia si parla di “terza area” come l’area in cui il bambino e l’adulto si trovano e comunicano nel gioco. Chiara ama raccontare storie. Potrei azzardare che sia uno dei suoi giochi preferiti e l’assecondo lasciandomi guidare dalla sua immaginazione. Quanto è importante secondo voi la fantasia? Cercate di svilupparla insieme ai vostri figli con l’invenzione di nuove storie?

Altro tasto dolente. Ho due bimbi, il grande ha ormai undici anni, il piccolo undici mesi. Con il maggiore ho sempre tentato l’impresa di farlo diventare un lettore, ancor prima che uno scrittore, figurarsi. Impresa drammaticamente naufragata. Ama raccontare storie, anche troppo, parlerebbe per ore. Ma nel momento di mettere su carta c’è un totale rifiuto. Mi sono rassegnata, adesso lo ascolto mentre progetta come costruire il suo villaggio su Minecraft o come conquistare il Brasile su un gioco online. In fondo, anche questa è creatività. Il piccolino è ancora un foglio bianco. Leggo per lui la sera, e spero di avere un lettore in erba, almeno stavolta!


[…] le pause a cui mi ha costretto la maternità, i pomeriggi sul divano con il piccolo attaccato al seno, mi hanno permesso di svincolare la mente e farla andare lontano. Poi manca il tempo materiale di mettere in atto le cose che creo, di scriverle su carta. Ma questa è un’altra storia.

Agnese Messina

Avete mai inventato (e magari scritto) una storia per i vostri figli? Avete mai pensato di trasformarla in un libro?

Sì, tanti anni fa! Durante la gravidanza iniziai un progetto, volevo riempire un quaderno ad anelli di fiabe per il mio bambino. Ne inventai una e ne riadattai un altro paio. Purtroppo, rimane un’incompiuta. Negli ultimi anni, nel tentativo di far appassionare il grande alla lettura, iniziai perfino una serie di racconti di avventura. Il primo episodio gli è persino piaciuto. Forse dovrei continuare.

Sì, Agnese! Farei questo tentativo!


Ho sempre letto per i miei figli, e continuo a farlo per il piccolino. È un momento solo nostro, prima di dormire, in cui si stacca dal mondo esterno e ci si rinchiude in un mondo fantastico. Ci tengo moltissimo, ho una libreria per bimbi molto nutrita.

Agnese Messina

Se non l’avete mai fatto, che tipo di storia vorreste raccontare loro in questo momento? Se, invece, l’avete fatto, che storia avete creato?

La prima fiaba si chiamava “mollichina” e parlava di una mollichina di pane che sognava di diventare un uccellino per volare libera nel cielo. Il racconto di avventura, invece, parlava di un bambino fifone e del suo cavallo Zorro, e delle loro imprese in giro per il mondo.


Non solo scrittura, ma anche lettura. Quanto è importante la lettura nel vostro rapporto con i figli?

Ho sempre letto per i miei figli, e continuo a farlo per il piccolino. È un momento solo nostro, prima di dormire, in cui si stacca dal mondo esterno e ci si rinchiude in un mondo fantastico. Ci tengo moltissimo, ho una libreria per bimbi molto nutrita.


Avete mai letto una vostra storia ai vostri figli? Perché?

Solo quelle pensate appositamente per loro. Ciò che scrivo normalmente è troppo fuori target per loro. Vuoi per gli argomenti, vuoi per lo stile troppo complicato anche per un ragazzino di undici anni. Ma chissà, forse un giorno.

Come lettrice, non riesco più a leggere di certi temi: violenze su bambini, malattie, sofferenze che li coinvolgano. Come scrittrice ci sono argomenti di cui non avrei trattato prima di diventare mamma, perché non avrei potuto capire a fondo cosa si prova. Adesso sì.

Agnese Messina


Agnese Messina: “Mai stati al mondo”, Augh! Edizioni – Intervista sull’opera

Il titolo è l’essenza stessa del romanzo. Rappresenta la paura di non esistere, sia fisicamente che in senso lato. Di essere invisibili, di non lasciare traccia nella vita di chi ci sta accanto. Come è nato? Io sono un disastro con i titoli! Ma questo è nato così, spontaneo, mentre scrivevo. Ho letto la frase sul foglio e mi son detta: eccolo! È lui.

Agnese Messina

Vorrei, adesso, concentrarmi sul tuo ultimo lavoro da autrice. Mi riferisco a “Mai stati al mondo”, pubblicato qualche mese fa da AUGH! Edizioni. Inizierei subito con una domanda sulla copertina: oltre all’elemento caratteristico delle copertine della casa editrice, cioè la sagoma dell’indiano, sono raffigurati degli insetti. Alcuni lo sanno, altri no, ma nel romanzo che sto scrivendo saranno protagonisti. Mi ha subito incuriosito questo dettaglio della tua copertina e vorrei chiederti che cosa richiamano, perché sono lì.

Wow, adesso mi hai davvero incuriosita riguardo il tuo romanzo! Nel mio gli insetti sono fondamentali in quanto la protagonista è un’entomologa forense, ovvero una scienziata che studia gli insetti presenti sulla scena del crimine. Una scienza poco diffusa ancora, in Italia, ma molto affascinante.


Un’entomologa, dunque. E non solo: una donna che ricopre una posizione in un universo quasi maschile, in un contesto in cui le donne con ambizioni non sono sempre ben viste, soprattutto se hanno origini straniere e sono attraenti. Che tipo di donna è June McFlynn? In che cosa siete simili e in che cosa siete diverse?

June è una donna molto complicata, non si apre facilmente, nemmeno con me! Ama la solitudine, pur non essendo asociale. Se sta in contesti che la fanno sentire a proprio agio può apparire perfino vivace, ma preferisce circondarsi di poche persone fidate. È sicura di sé, non teme i giudizi. In questo non mi somiglia per nulla! Però ha i suoi punti deboli, che scopriremo nel seguito di questo romanzo. In cosa mi somiglia? Nella passione per gli insetti!


Mi ha molto colpito anche la denuncia sociale, appena accennata nella domanda precedente, delle difficoltà di inserimento delle donne in contesti lavorativi predominati da individui di sesso maschile. Com’è stata accolta dai tuoi lettori questa caratteristica? Hai ricevuto riscontri di chi si è riconosciuto in quel contesto?

È un punto a cui tengo molto. Ci sono ambiti in cui una donna, soprattutto se giovane e carina, non è ancora ben vista. Ho ricevuto molta solidarietà su questo tema soprattutto dai lettori “addetti ai lavori”, quelli che conoscono meglio il mondo della carriera scientifica. Altri sono un po’ increduli, pensando siano ancora luoghi comuni. Vorrei fosse vero ma, purtroppo, si sbagliano.


Mi sembra di capire che ci siano due antagonisti: uno è quello a cui June sta dando la caccia; l’altro è l’ispettore Greco, che dalla primissima scena si dimostra misogino e pieno di sé. Quanto è importante, secondo te, in un thriller, mettersi sia nei panni della vittima che del carnefice? Come sei riuscita a gestire le diverse emozioni e sentimenti che hai provato?

Sono convinta che i lettori si identifichino nei “cattivi” molto più spesso di quanto ammettano. Anche in questo caso ho avuto riscontri di lettori a cui, in realtà, Greco quasi piaceva, e questo mi gratifica parecchio. Io, da scrittrice, l’ho odiato dal primo istante. Ma se ai lettori è piaciuto significa che sono riuscita a non metterci troppo del mio, a raccontarlo in modo il più possibile neutro.


So che una caratteristica di “Mai stati al mondo” riguarda proprio la morte. L’odore della morte viene fiutato da June. E la morte viene narrata in prima persona dal punto di vista delle vittime. Mi sembra un bellissimo strumento narrativo questo che hai utilizzato. Che rapporto ha June con la morte?

June ha dovuto imparare a farsela amica, la morte. L’ha studiata, analizzata, ha imparato che può rivelare più cose di quanto si possa pensare. Ci lavora, giorno dopo giorno. Ma è un modo per esorcizzarla. Per combatterla meglio, dal momento che è fin troppo vicina ai suoi cari.


Un’altra caratteristica di “Mai stati al mondo” è il fatto che sia una piacevole lettura piuttosto breve. C’è un po’ la falsa credenza, secondo me, che sia più semplice scrivere un romanzo breve anziché uno lungo. Nel caso di un thriller, come “Mai stati al mondo”, credo che sia stato ancora più difficile concentrare indagini, indizi, perplessità, personaggi, impressioni in un numero ristretto di pagine. Ci racconti quali difficoltà hai trovato nella stesura di questo libro? La brevità, in questo caso, è stata un vantaggio o, come sospetto, un elemento di difficoltà in più?

Per me la brevità è un dramma. Sono prolissa, per natura. Amo i classici da 800 pagine. “Mai stati al mondo” è nato proprio come sfida. Ho messo anima e corpo per confezionarlo in un limite di battute, per farlo funzionare nonostante la lunghezza ridotta. Per dare tridimensionalità ai personaggi, descrivere l’ambiente. Probabilmente un romanzo più lungo avrebbe permesso di dare più aria a tanti aspetti… ma per quello ci sarà il sequel!


“Mai stati al mondo”: un titolo molto evocativo. Come se scomparendo le persone non lasciassero niente dietro di sé, neanche un brandello di corpo. Ci racconti come è nato il titolo e che cosa rappresenta per te?

Il titolo è l’essenza stessa del romanzo. Rappresenta la paura di non esistere, sia fisicamente che in senso lato. Di essere invisibili, di non lasciare traccia nella vita di chi ci sta accanto. Come è nato? Io sono un disastro con i titoli! Ma questo è nato così, spontaneo, mentre scrivevo. Ho letto la frase sul foglio e mi son detta: eccolo! È lui.


Nelle interviste tradizionali, oltre questo progetto dedicato alla scrittura e alla maternità, rivolgo sempre due domande e vorrei girarle anche a te. La prima è questa: se dovessi scegliere tre parole con cui descrivere “Mai stati al mondo”, quali sarebbero?

Difficile. Forse direi: distacco, bellezza, paura.


“Mai stati al mondo” è nato proprio come sfida. Ho messo anima e corpo per confezionarlo in un limite di battute, per farlo funzionare nonostante la lunghezza ridotta. Per dare tridimensionalità ai personaggi, descrivere l’ambiente.

Agnese Messina

La seconda domanda tradizionale è legata alla musica: che tipo di colonna sonora suggerisci per accompagnare la lettura di “Mai stati al mondo”?

Non ci ho mai pensato prima, lo ammetto. Nonostante spesso associ una musica a ciò che scrivo, qui non l’ho mai “sentita”. Se dovessi pensarci direi: “The end!” dei “Doors”.


Ci sono ambiti in cui una donna, soprattutto se giovane e carina, non è ancora ben vista. Ho ricevuto molta solidarietà su questo tema soprattutto dai lettori “addetti ai lavori”, quelli che conoscono meglio il mondo della carriera scientifica.

Agnese Messina

Oltre alla scrittura e alla lettura, Stefano, hai anche la passione di lavorare il legno. Gli alberi, la carta. Che cosa ci racconti a riguardo?

Nasce per puro caso! Un giorno, vicino alla casa in campagna, ho trovato delle tavole di legno abbandonate. Ho provato ad assemblarle ed è uscita una specie di cassettina di legno. La cosa mi ha preso la mano, ho approfondito, ho studiato un po’ e da lì – in maniera del tutto autodidatta – sono arrivato a costruire i mobili di casa mia.


Un altro paio di domande su tuoi libri. So che “Mai stati al mondo” è in realtà il tuo secondo romanzo. “L’ultimo canto della fenice” appartiene a un genere diverso, ma mi sembra avere in comune con il tuo thriller un contesto cupo e inospitale in cui la protagonista si muove. Che punti di contatto ci sono tra i tuoi due libri e in che cosa sono diversi?

Sono due libri molto diversi, così come troppo diverse sono le “Agnese” che li hanno scritti. Ne “L’ultimo canto della fenice” c’è una redenzione, anche se il contesto è cupo si vede la luce in fondo al tunnel, l’amore vince su tutto, anche sulla morte. Qui no. Qui c’è il disincanto.


In “L’ultimo canto della fenice” arte e amore mi sembrano i due temi predominanti. Come li vedono i protagonisti e come li vedi tu, Agnese?

L’anima di quel romanzo è proprio il rapporto tra amore e arte, tra realtà e ideale. Antea e Ares vivono una vita irreale, fatta di libri, quadri, purezza. E non riescono a vivere al di fuori del loro piccolo mondo, non comprendono nulla che non parli la loro lingua. Come la pensa Agnese? Eh, tocchi un tasto scoperto. Sto cercando di far pace tra il desiderio di lasciar fluire l’arte per quella che è, pura ispirazione, e la logica, le pubblicazioni, la burocrazia. Dentro me combattono Ares, Antea e June, su schieramenti opposti.

Ne “L’ultimo canto della fenice” c’è una redenzione, anche se il contesto è cupo si vede la luce in fondo al tunnel, l’amore vince su tutto, anche sulla morte. Qui no. Qui c’è il disincanto.

Agnese Messina

Come risponderesti alla domanda dei tuoi figli “Mamma, ma di che cosa parlano i tuoi libri?”

Sarebbe impossibile dare una sola risposta. Per “Mai stati al mondo” direi che parlano di una scienziata che studia gli insetti per risolvere dei misteri. Per “L’ultimo canto della fenice” direi che parla di due ragazzini che si amano tanto ma fanno scelte sbagliate che li porteranno ad avere tanti guai. Ma ne ho di altri, nel cassetto, che avrebbero bisogno di troppe spiegazioni!


Prima di salutarci, abbiamo ancora qualcosa da aggiungere.

Abbiamo chiesto anche alle altri partecipanti di rivolgere una domanda alle altri autrici coinvolte. Ecco che cosa è venuto fuori.

Alessandra Vasconi, autrice di “Stellina (e la luna)“: “La maternità ti ha portato una maggiore “ispirazione” letteraria?”

Sì. Mi ha ispirato storie, sentimenti, vicende non vissute ma che mi hanno fatto comprendere meglio i miei personaggi. Ci saranno importanti aspetti sulla maternità nel seguito di “mai stati al mondo”!



Grazie, Agnese, per esserti prestata a questo approfondimento e a questa intervista un po’ diversa dal solito. Se i libri di Agnese Messina vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



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