“Parlami di me” e molto altro, Claudia Proietti.

Un’intervista sui libri di Claudia Proietti e sul cambiamento che la maternità può produrre in un’autrice

Ci sono autrici che senti vicine pur non conoscendole di persona. Ammiri la loro versatilità nell’affrontare generi e temi diversi; comprendi le piccole difficoltà quotidiane con cui sono costrette a rapportarsi. Ecco, Claudia Proietti è proprio una di queste autrici e io colgo l’occasione per dirle di non mollare mai, mai, mai.

Claudia Proietti l’abbiamo conosciuta qui e abbiamo letto insieme l’incipit di “2042“, la sua ultima pubblicazione che, ci tengo a segnalarlo perché sapete quanto ami il genere, ha componenti distopiche. Oggi, come nel caso di Agnese Messina, parleremo dei libri di Claudia Proietti, ma anche del possibile legame tra maternità e scrittura: esiste? Si influenzano a vicenda? Se sì, in che modo?

Ringraziando Claudia per la disponibilità e le altre autrici che conoscerete nei prossimi mesi, abbiamo deciso di pubblicare questa intervista proprio oggi, 29 agosto, perché per l’autrice è una data speciale.

Piccolo avvertimento: nella prima parte, noterete le domande al plurale. Questa parte dell’intervista è stata preparata per tutte le autrici madri che hanno partecipato al progetto e mi è venuto naturale rivolgermi a tutte loro.

Nella prima parte, quindi, ci concentreremo sulla conciliazione di essere madre con quella di essere autrice. Soprattutto quando si hanno bambini piccoli forse non è poi così facile (ne so qualcosa…). Nella seconda parte, parleremo dei libri di Claudia Proietti. Visto che abbiamo già segnalato “2042”, vi ripropongo la lettura dell’incipit del romanzo.



Claudia Proietti racconta il rapporto scrittura/maternità in base alla propria esperienza

A fine febbraio, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, mia figlia più grande – che abbiamo abituato a guardare il telegiornale insieme a noi – ha cominciato a fare domande a cui credevo che non avrei mai dovuto rispondere; mi sono sentita impotente, atterrita e spaventata dall’effetto che tutto quel dolore avrebbe potuto provocarle, ma lei ha voluto capire, sapere, sviscerare la cosa e, per aiutare lei a farlo, ho aiutato anche a me stessa a gestire la questione. Insomma, come sempre, le storie per bambini servono in primis agli adulti!

Claudia Proietti

Inizio questo incontro con una riflessione personale. Mi farebbe piacere, poi, sapere che cosa ne pensi e se anche per te è stato così. Quando sono diventata madre è stato più difficile scrivere. I primi mesi, soprattutto. Ma anche dopo. Non era solo un problema logistico di tempo da dedicare alla propria passione/al proprio lavoro, ma qualcosa di più profondo. A volte mi è sembrato che mi figlia fagocitasse i miei pensieri. Che li assorbisse, ecco. Anche con le storie che scrivo e i personaggi che le popolano ho questo rapporto un po’ ossessivo: sono sempre lì, abitano nella mia mente. Li vedo fare, muoversi, emozionarsi, dormire, gridare. I primi tempi della maternità sono stati uno scontro tra pensieri: essere custode di una vita, essere una persona che osservava una storia scorrerle davanti agli occhi come se fosse al cinema ed essere semplicemente me stessa. Ho faticato a trovare un equilibrio. E quando l’ho trovato è stato senza dubbio diverso, molto più dinamico per certi aspetti. Vorrei quindi chiederti come sono stati in questo senso i primi mesi dopo che sei diventata madre. Hai mai pensato che la scrittura togliesse tempo o spazio a tuo figlio?

In realtà la mia personale pausa dalla scrittura è iniziata molto prima di avere figli quando, dopo la pessima esperienza editoriale avuta col primo romanzo (ripubblicato da poco su Amazon dopo accurata revisione a ben diciotto anni dalla sua stesura) avevo smesso di scrivere. Non mi sono fermata per la delusione, almeno non consapevolmente, ma perché era molto giovane e la vita reclamava a gran voce tutta la mia attenzione tra università, viaggi, progetti lavorativi e frivolezze consone ai vent’anni.

Quando è nata la mia prima figlia, a parte le innumerevoli ore di sonno perse, non avrei mai potuto scrivere semplicemente perché le mie attitudini allo studio e all’osservazione erano totalmente catturate da lei e, di conseguenza, da me stessa in quella nuova veste.

Poi, quando la mia bimba aveva intorno ai due anni, da semplici disegnini che facevo per stimolare la sua attenzione, mi è venuta l’idea di filastrocche da associare a illustrazioni. Eleonora, la più grande, ha sempre avuto una grande passione per gli animali e una forte empatia con loro; questo ha fatto sì che le storie riguardassero difficoltà e disagi che proprio questi animaletti vivevano superando con coraggio e resilienza gli ostacoli della vita.

Le fiabe sono diventate una raccolta il cui ricavato è destinato a un’associazione di volontariato a cui io e le mie bimbe siamo molto legate. La beneficienza ha costituito il carburante più efficace per accantonare la scarsa fiducia in me stessa e credere in ciò che facevo. Da lì in poi il demone della scrittura si è di nuovo impossessato di me per non lasciarmi più, almeno finora. Quindi posso affermare che è stata proprio la maternità che, in un certo senso, ha sbloccato la mia creatività narrativa, nonostante il fatto che – ora che le figlie sono diventate due – avere il tempo per scrivere è un’impresa pari quasi a quelle degli animaletti delle mie fiabe!


Quando nasce un figlio, nasce anche una madre. La scrittura ha rappresentato per te una costante nella tua vita pre- e post-maternità, una scoperta o una rinuncia?

Come già spiegato il mio rapporto con la scrittura non è stato affatto intaccato dalla maternità poiché questa è sopraggiunta in un momento di “pausa”. Ero così presa a studiare ciò che gravitava attorno a quella nuova realtà, come quella condizione mi poneva di fronte un’altra me stessa, che non ho sentito di rinunciare a nulla.


Da quando sono mamma, ho notato che anche il mio approccio a molti temi è cambiamento. Le storie che hai scelto di raccontare hanno subito un’influenza dalla tua nuova condizione oppure sono rimaste costanti oppure sono cambiate indipendentemente dalla maternità?

Sono sempre stata affascinata da misteri, gialli, psicologia criminale e materie abbastanza “cupe”. Da mamma di una bimba che si è rivelata da subito incline all’ascolto di storie ho assaporato e riscoperto la meraviglia delle fiabe, antiche e moderne, senza però mai abbandonare il mio piacevole ambito “dark”. Scindermi tra cose tanto diverse mi ha forse aiutato a non perdere mai me stessa in un contesto che, spesso, a molte donne dà proprio quella spiacevole sensazione di smarrimento.


Anche il linguaggio, di fronte ai figli, tende a farsi più curato e delicato, molto meno esplicito e meno ricco di “parolacce”. Il tuo registro linguistico è cambiato dopo la maternità anche nei tuoi romanzi oppure è rimasto coerente e funzionale alla storia?

Il registro linguistico dei miei romanzi varia a seconda del genere di cui sto scrivendo, dell’ambientazione, del personaggio che parla, delle situazioni che gli stessi personaggi vivono. Per me la scrittura è una piccola fuga dalla routine, per quanto piacevole questa routine sia, quindi resetto tutto e mi immedesimo nei mondi di cui narro, non porto dietro nulla che riguardi il modo di porsi coi bimbi, a meno che, ovviamente, la situazione narrata non lo richieda.


In pedagogia si parla di “terza area” come l’area in cui il bambino e l’adulto si trovano e comunicano nel gioco. Chiara ama raccontare storie. Potrei azzardare che sia uno dei suoi giochi preferiti e l’assecondo lasciandomi guidare dalla sua immaginazione. Quanto è importante secondo voi la fantasia? Cercate di svilupparla insieme ai vostri figli con l’invenzione di nuove storie?

Eleonora, mia figlia maggiore (sei anni ad agosto), ama inventare storie, addirittura quando disegna non si limita a immortalare un solo pensiero ma spazia tra varie vicende che illustra tutte sullo stesso foglio. Ha sempre amato molto le storie e seguito attentamente cartoni e film, anche abbastanza impegnativi per la sua età; è una grande fan di Harry Potter (Hermione Granger è la sua eroina e fonte di ispirazione) e di Scooby Doo, quindi le storie che preferisce inventare riguardano perlopiù amicizia, magia, fantasmi, misteri e paure da superare.

Diciamo che la sua voglia di ascoltare ha ulteriormente incentivato la mia voglia di raccontare, e questo rappresenta uno scambio bellissimo, soprattutto con un figlio.


Quando è nata la mia prima figlia, a parte le innumerevoli ore di sonno perse, non avrei mai potuto scrivere semplicemente perché le mie attitudini allo studio e all’osservazione erano totalmente catturate da lei e, di conseguenza, da me stessa in quella nuova veste.

Claudia Proietti

Avete mai inventato (e magari scritto) una storia per i vostri figli? Avete mai pensato di trasformarla in un libro?

Come riportato sopra, loro sono state le piccole muse che hanno rimesso in moto la mia grande passione per la scrittura.

Durante le presentazioni di “Imprese (im)Possibili di Animali Straordinari” vederle sedute in prima fila mentre parlavo di fiabe create per loro resterà per sempre in me come una delle emozioni più belle che abbia mai provato.


È stata proprio la maternità che, in un certo senso, ha sbloccato la mia creatività narrativa, nonostante il fatto che – ora che le figlie sono diventate due – avere il tempo per scrivere è un’impresa pari quasi a quelle degli animaletti delle mie fiabe!

Claudia Proietti

Se non l’avete mai fatto, che tipo di storia vorreste raccontare loro in questo momento? Se, invece, l’avete fatto, che storia avete creato?

Invento spesso storie per loro, per me la narrazione simil-fiabesca rappresenta un aiuto inestimabile per spiegargli il mondo, per tentare di dare senso alle cose, a volte davvero spiazzanti, che accadono ogni giorno e loro sono avide di storie su ogni argomento possibile e immaginabile!

A fine febbraio, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, mia figlia più grande – che abbiamo abituato a guardare il telegiornale insieme a noi – ha cominciato a fare domande a cui credevo che non avrei mai dovuto rispondere; mi sono sentita impotente, atterrita e spaventata dall’effetto che tutto quel dolore avrebbe potuto provocarle, ma lei ha voluto capire, sapere, sviscerare la cosa e, per aiutare lei a farlo, ho aiutato anche a me stessa a gestire la questione. Insomma, come sempre, le storie per bambini servono in primis agli adulti!


Non solo scrittura, ma anche lettura. Quanto è importante la lettura nel vostro rapporto con i figli?

Fondamentale, ma con l’arrivo della seconda, purtroppo, il tempo sacro che riservavo alla lettura con la grande è venuto drasticamente meno e ciò è stato motivo di enorme frustrazione. Ricordo serate in cui mi aspettava col suo bel libro in mano mentre io allattavo la piccola cercando disperatamente di farla addormentare presto, poi, finalmente libera, la trovavo addormentata con quel libro stretto a sé e mi struggevo dal dolore. Col tempo ho imparato a ritagliare, a volte addirittura rubandoli, quei momenti preziosi miei e suoi.

Ora che anche la piccola, sebbene molto meno paziente, comincia ad ascoltare qualche fiaba anche lei, sto cercando di costruire un nuovo rito che le coinvolga entrambe. Garantire l’alto contatto a due figli piccoli può essere molto difficile, ma, con un po’ di organizzazione, è possibile.


Avete mai letto una vostra storia ai vostri figli? Perché?

Leggere per me è importante quasi quanto respirare, non conosco un modo più efficace e immediato di approcciarsi al mondo.

Ho imparato a leggere molto presto e, avendo trascorso un’infanzia da figlia unica, i libri sono stati la mia più fedele e costante compagnia. Ero socievole e avevo molti amici, ma, una volta a casa, non ricordo di aver mai provato solitudine proprio perché non ricordo un momento in cui non ci fosse un libro a farmi compagnia.

Quindi, tornando alla domanda, leggo alle mie figlie praticamente quasi con la stessa frequenza con cui le sfamo! Loro rappresentano il pubblico più prestigioso, nonché i giudici più severi, a maggior ragione quando le storie che gli propongo sono le mie.

Per me la scrittura è una piccola fuga dalla routine, per quanto piacevole questa routine sia, quindi resetto tutto e mi immedesimo nei mondi di cui narro.

Claudia Proietti


Claudia Proietti – Intervista sulle opere

Involontariamente, sono diventata uno dei miei Animali Straordinari.

Claudia Proietti

Vorrei, adesso, concentrarmi su i figli di carta, i tuoi libri. Inizio dal primogenito in ordine cronologico, “L’alba della notte”. Un titolo molto suggestivo, tra l’altro. So che questo romanzo ha avuto una seconda edizione dopo diciotto anni dalla sua prima uscita. Ci racconti, oltre ai cambiamenti “tecnici” tra le due versioni, in che modo è cambiato il tuo modo di approcciarsi a quella storia immaginata e scritta una prima volta da ragazza e una seconda volta da donna adulta?

Sinceramente, credo che “L’alba della notte” rappresenti per me, come spesso l’ho definito, la storia d’amore vissuta troppo presto, quando ancora non si è abbastanza maturi da capirne l’entità. Negli anni ho provato a scrivere un seguito che ho interrotto e ripreso più volte senza particolari risultati (chissà, forse lo farò adesso!); il fatto è che la fluidità e la passione con cui ho vissuto quella storia, anzi, le due storie che si intrecciano, forse hanno prodotto quel risultato proprio perché appartenevano a una ragazzina e, come tutti ben sappiamo, seppur l’amore adulto sia più consapevole e maturo, nulla può competere con l’intensità e la foga di sentimenti che si hanno a vent’anni. Oggi leggo quella storia e vedo una me molto giovane che riproduce, ovviamente a suo modo, ciò che ha sempre letto, aggiungendo componenti tipici della sua età. Nel revisionarlo, non ho volutamente stravolto il libro perché non rinnego affatto la sua “prima” Autrice, sono solo un po’ dispiaciuta chi si sia lasciata distrarre da altro per molto tempo, ma penso che tutto accada per un motivo e non ho rimpianti.


C’è un libro che ha segnato profondamente il tuo percorso. Potremmo quasi dire che è uno spartiacque tra due modi (e due mondi) di vivere la scrittura. Sto parlando del libro “Imprese (im)Possibili di Animali Straordinari”. Ci racconti come sono nate le illustrazioni e le storie contenute nel libro? In che modo si lega alla tua esperienza di madre?

La mia prima figlia non ha frequentato l’asilo nido, eravamo sempre e solo io e lei; sia chiaro, anche con la seconda ho spontaneamente adottato una maternità ad alto contatto, ma – si sa – i secondogeniti sono più “figli del mondo”, hanno modelli da emulare già appena nati e, spesso, possiedono un’autonomia diversa, quasi innata. Comunque, Eleonora era piccola e io mi divertivo a disegnare per lei su una lavagnetta, con gessetti colorati, gli animali che le piacevano (praticamente tutti), in particolare una volta feci un unicorno grassottello che volava appeso a un filo con un espressione sognante ma molto convinta. Quel disegno le piaceva tanto e rimase per un po’ sulla lavagna.

Un giorno la moglie di mio zio, vedendolo, mi fece notare che sembrava l’illustrazione di una favola e, conoscendo i miei “trascorsi” con la scrittura, mi disse che avrei potuto inventarci qualcosa su. Mia figlia è sempre stata avida di favole e storie così ho cominciato a scrivere piccole filastrocche su questi particolari animaletti che inseguivano i loro sogni con ostinazione. Per le prime storie sono nate prima le illustrazioni, per le seguenti è accaduto il contrario. Man mano che andavo avanti mi rendevo conto che, in ogni storia, c’era un messaggio che avrei voluto lasciare ai bambini, non solo ai miei, anche a quelli più “cresciuti”, così, oltre a limiti e ostacoli, ho voluto affrontare temi come il bullismo, il pregiudizio, gli abusi di ogni genere sugli animali (chiedo scusa a cacciatori, circensi e ricercatori!).

La creazione delle filastrocche è stata molto veloce (scrivevo di notte, in bagno, in fila alla posta), quella delle illustrazioni invece ha richiesto più tempo, soprattutto perché io non sono un’illustratrice. Sono molto affezionata a questo libro per i suoi messaggi e per la spinta che mi ha dato, visto che, involontariamente, sono diventata uno dei miei Animali Straordinari.


Molti autori tendono a “fossilizzarsi” o “focalizzarsi” su un unico genere. Tu, invece, non solo riesci a spaziare tra tipi di storia completamente diversi, ma anche a cambiare il tuo pubblico (adulto o bambino) e di conseguenza il modo in cui usi il linguaggio. Vuoi condividere con noi qualche trucco o segreto del mestiere? Come cambia il tuo approccio, a livello tecnico, tra questi due diversi universi narrativi?

Questa domanda mi lusinga e mi imbarazza un po’. Non mi sento del mestiere e non si tratta di modestia, mai come adesso “so di non sapere”, però, come disse un giorno una persona a me molto cara, la scrittura è il mio “demone”, ho bisogno di scrivere per me stessa, quindi non mi faccio troppe domande. Non ci sono particolari trucchi, almeno per me, è più una questione di immedesimazione nel personaggio di cui si scrive, sia esso un vampiro spietato nella Londra vittoriana oppure un coniglietto che organizza le paraolimpiadi del bosco. Il segreto, se così si può definire, sta nel non considerare bambini, ragazzi e adulti, realtà così lontane tra loro. Certo, a un bambino viaggi nel tempo tra intrighi internazionali o profezie demoniache e passioni carnali si addicono un po’ meno, ma chi dice che un adulto non possa trarre un insegnamento da una fiaba? Secondo me la comunicazione si può adattare a destinatari diversi anche senza essere troppo stravolta, basta capire bene chi si ha davanti.


Quali sono, secondo te, le differenze editoriali tra il mondo della narrativa per adulti e quello della narrativa per bambini? Dove è più difficile farsi conoscere e perché?

Senza dubbio alcuno posso dire che, nonostante quello editoriale sia un mondo molto dispersivo e, spesso, periglioso, nulla eguaglia in ostilità, chiusura e difficoltà di approccio quello dell’editoria per bambini. Sicuramente affacciarsi all’editoria nel pieno della situazione Covid non ha aiutato, ho mandato le mie fiabe a una trentina di case editrici per bambini, qualcuno mi ha risposto con valutazioni molto positive pur avendo i cataloghi momentaneamente chiusi, ma alcune mi hanno con sufficienza asserendo che, nonostante la validità delle storie le illustrazioni fossero “acerbe” e facendomi notare che l’editoria per bambini fosse una realtà piuttosto “chiusa”.  Il fine benefico dell’opera è stato il vero motore della mia tenacia, sebbene alla fine mi abbia ben ripagato in soddisfazione!


2042”, una delle tue ultime pubblicazioni, è stato presente al Salone del Libro di Torino. Molti autori ambiscono a questa esperienza. Ci racconti cosa ha rappresentato per te e che emozioni hai provato? Raccontacelo, però, come se fosse una bellissima storia per bambini.

C’era una volta una Penna a scatto che, dopo non essere stata utilizzata per anni, aveva ricominciato a scrivere. L’inchiostro si era un po’ seccato ma era riuscita comunque a produrre qualcosa di carino, anche se più scriveva e più tutto era fluido, facile e spontaneo.

Accadde che un dolore grande distolse la penna dal suo lavoro; la sua cara Nonna Matita non aveva più mina e, come Natura vuole, la sua esistenza giunse al termine. La Penna era attonita e sconvolta dalla sofferenza che la circondava, ma rimase a godere degli ultimi disegni dell’anziana Matita fino all’ultimo. Tuttavia aveva bisogno di liberarsi dalla stretta di quella realtà difficile, così la notte scriveva e scriveva per andare il più lontano possibile, addirittura nel tempo; e, per magia, il suo inchiostro si faceva più fluido e più brillante. Quando gli ultimi trucioli della Nonna Matita tornarono alla terra, la penna comprese che erano state le lacrime a giovare all’inchiostro, che il dolore l’aveva plasmata.

La storia che aveva scritto fece un lungo viaggio mentre la Penna continuava a scrivere, col tratto ormai libero e scorrevole e, in quel viaggio, coinvolse pure lei che l’aveva creata, invitandola nel Palazzo delle Penne, un grande castello dove vivevano, immortali, le penne più esperte e importanti del mondo e della Storia.

Alla penna tremava la punta per l’emozione e la molla al suo interno era rigida per l’imbarazzo, ma di una cosa era certa: il percorso che l’aveva condotta fin lì, nel posto più magico dell’Universo e dove non avrebbe mai immaginato di trovarsi, era stato  ben tracciato, scritto con un dolce e delicato tratto di Matita.


Adoro! Davvero, Claudia, complimenti e grazie per esserti prestata a rispondere anche a questa domanda un po’ diversa dal solito!

Torniamo a noi. Dunque: un paranormal romance con elementi gotici; una raccolta di storie per bambini; un romanzo fantasy con componenti distopiche e un romance straripato in trenta giorni come un fiume che rompe gli argini. Le differenze tra le storie racchiuse in queste pagine sono intuibili. Mi stavo chiedendo, però, se ci fossero degli elementi in comune e, nel caso, quali fossero.

Sì, ora che ci rifletto, mi accorgo che in ogni storia c’è un percorso che viene affrontato, una crescita, una guarigione, un cambiamento o, semplicemente, una presa di coscienza. Non solo i protagonisti, anche i personaggi più o meno secondari hanno una loro evoluzione, spesso molto catartica, a volte una vera e propria epifania, altre volte una metamorfosi lenta e, in qualche modo, sofferta. Lo definirei una sorta di dinamismo dell’anima.


Una delle caratteristiche di “2042” è quella dei viaggi del tempo tra il presente, un passato antico e uno più recente. Vorrei chiederti qual è il tuo periodo storico preferito (lo so, è una curiosità, ma aiuta a conoscere te come autrice e come persona) e in che modo ti sei approcciata alla realtà storica dei periodi citati nel libro senza per questo renderlo un romanzo storico.

Il periodo storico che preferisco in assoluto è il diciannovesimo secolo, in particolare la seconda metà. Probabilmente parte tutto dalla passione che nutro sin da bambina per le opere di Conan Doyle, ma, nella mia vita, qualunque cosa riguardi quell’epoca cattura il mio interesse; i mei autori preferiti appartengono a quel periodo storico e i romanzi ambientati in quell’epoca non riesco a non leggerli e amarli. Tuttavia in 2042 ho deciso di affrontare l’800 in una veste che non conoscevo benissimo, quella del Risorgimento italiano di cui, pur avendo studiato, ignoravo i dettagli della vita quotidiana. Ho studiato i luoghi, l’abbigliamento, le scoperte scientifiche e le convenzioni sociali di ogni epoca trattata nel romanzo, addirittura cenni di numismatica!

Lo avevo già fatto a diciotto anni in maniera ancora più dettagliata e minuziosa con “L’alba della notte” e l’ho fatto anche in “Parlami di me” con le diverse tipologie di amnesia e preclusione del linguaggio. So che uno scrittore inventa, ma io ho bisogno di farlo nel modo più realistico possibile.


Parlami di me” è un romance che tratta dell’amore nelle sue molteplici forme, rifacendosi a temi come la consapevolezza, il valore dell’amore in senso ampio, la capacità di resistere e trasformarsi senza perdersi del tutto di fronte ai cambiamenti. Che tipo di romance ci dobbiamo aspettare di leggere? Con che sfumature? E come si modifica secondo te l’amore con il passare del tempo?

Ogni romanzo che ho scritto (e che sto scrivendo) è “il mio primo romanzo” su un determinato genere, eppure – non so bene perché – “Parlami di me” lo sento particolarmente “sperimentale”; forse perché il romance non è tra i miei generi preferiti, cioè leggo rosa ma non con la frequenza con la quale leggo “nero”.

Ciononostante, quando mi è venuta in mente la trama completa di questo romanzo, non ho avuto remore o esitazioni e mentre lo scrivevo mi sono sentita molto a mio agio. In un certo senso mi sono innamorata della storia che stavo scrivendo, dei protagonisti, delle loro vicissitudini, del modo in cui ognuno di loro guariva le proprie ferite.

Mi sono immedesimata in ognuno di essi, come donna, come uomo, come figlia e come madre ed è stato molto formativo camminare in scarpe tanto diverse tra loro.

Io sono un’eterna innamorata dell’Amore, sia di quello “a occhi chiusi” che si prova da ragazzi o durante i primi tempi di una relazione, sia di quello “a occhi aperti”, consapevole e maturo, che si vive in una coppia avviata. Amo l’amore “da” e “verso” genitori, nonni, amici, animali e non potrei fare a meno di nessun tipo di affetto. Mi ritengo fortunata a vivere in contesti pieni di amore; mio marito, le mie figlie, la mia famiglia allargata sono la prova che, scomodando Sant’Agostino, “l’unica misura dell’amore è amare senza misura”.


Chi dice che un adulto non possa trarre un insegnamento da una fiaba? Secondo me la comunicazione si può adattare a destinatari diversi anche senza essere troppo stravolta, basta capire bene chi si ha davanti.

Claudia Proietti

Nelle interviste tradizionali, oltre questo progetto dedicato alla scrittura e alla maternità, rivolgo sempre due domande e vorrei girarle anche a te. La prima è questa: se dovessi scegliere tre parole con cui descrivere ognuna delle tue opere, quali sarebbero?

“L’alba della notte”: passione, Destino, lotta tra Bene e Male;

“Imprese (im)Possibili di Animali Straordinari”: tenacia, sogni, accettazione;

“2042”: scoperta, affermazione e ineluttabilità;

“Parlami di me”: crescita, catarsi, cambiamento.


La seconda domanda tradizionale è legata alla musica: che tipo di colonna sonora suggerisci per accompagnare la lettura di ogni tua opera?

Mentre scrivevo “L’alba della notte” e nelle fasi di rilettura, stilai una colonna sonora di più di sessanta canzoni, i generi delle canzoni variavano in base ai momenti narrati, c’era metal, rock, indie e, ovviamente, qualche canzone d’amore; spaziai dai Nightwish ai Linkin Park, i Creed, i Placebo e i Pearl Jam, ma anche gruppi meno conosciuti. In “2042” prevalentemente musica degli anni ’60, il periodo storico che più mi ha affascinato; in particolare c’è Tenco, un poeta maledetto che ci ha lasciato troppo presto. In “Parlami di me”, essendo un romance, i brani sono molto vari, ci sono Alanis Morissette, i The Smiths e i Cranberries, che amo particolarmente, insieme ad altri.


In ogni storia c’è un percorso che viene affrontato, una crescita, una guarigione, un cambiamento o, semplicemente, una presa di coscienza. Non solo i protagonisti, anche i personaggi più o meno secondari hanno una loro evoluzione.

Claudia Proietti

Come risponderesti alla domanda dei tuoi figli “Mamma, ma di che cosa parlano i tuoi libri?”

“Di tutto ciò vuoi leggere, Amore mio!”


In 2042 ho deciso di affrontare l’800 in una veste che non conoscevo benissimo, quella del Risorgimento italiano di cui, pur avendo studiato, ignoravo i dettagli della vita quotidiana. Ho studiato i luoghi, l’abbigliamento, le scoperte scientifiche e le convenzioni sociali di ogni epoca trattata nel romanzo, addirittura cenni di numismatica!

Claudia Proietti

Prima di salutarci, abbiamo ancora qualcosa da aggiungere.

Abbiamo chiesto anche alle altri partecipanti di rivolgere una domanda alle altri autrici coinvolte. Ecco che cosa è venuto fuori.

Alessandra Vasconi, autrice di “Stellina (e la luna)“: La maternità ti ha portato una maggiore “ispirazione” letteraria?”

La maternità ha dato nuova vita alla mia voglia di scrivere, nonostante mi privi del tempo per farlo, è il mio più grande stimolo.

Agnese Messina, autrice di “Mai stati al mondo“: C’è qualche libro che, come lettrice, ti ha condizionata nel ruolo di mamma? Nel senso, ti ha fatto riflettere pensando “questo errore non vorrò mai farlo con mio figlio” o “questa cosa devo assolutamente farla anche io con il mio bambino”, ecc?

Beh, da amante di psicologia criminale e da accanita lettrice di biografie di serial killer di esempi familiari decisamente sbagliati ne ho trovati a iosa! Ma, in generale, sugli errori comuni, ahimè, non mi pongo veti; la lezione più grande che mi dà tutti i giorni la genitorialità è che ci sono sempre nuovi sbagli da commettere!

Per quanto riguarda l’ispirazione per cose da fare con le mie bambine, invece, ne trovo quasi ovunque, bisogna saperle intercettare le piccole avventure da riproporre; il segreto è crescere il meno possibile!


So che uno scrittore inventa, ma io ho bisogno di farlo nel modo più realistico possibile.

Claudia Proietti


Grazie, Claudia, per esserti prestata a questo approfondimento e a questa intervista un po’ diversa dal solito. Per me è stato un vero onore averti qui e sai che è un piacere immenso averti trovata 🙂

Se i libri di Claudia Proietti vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



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