Dieci domande a… Federica Baglivo

Una discussione su esistenza e identità con l’autrice di “Ithaka”, Federica Baglivo


Raccontare le storie che riceviamo è la nostra missione, se ci sono arrivate vuol dire che ne siamo in grado, che abbiamo la sensibilità giusta per recepirle e la capacità di raggiungere persone. Dobbiamo farlo, il mondo ne ha bisogno.

Federica Baglivo

Una delle interviste che più ho amato realizzare e che ho trovato precisa e puntuale nelle risposte è quella realizzata con Federica Baglivo. Una discussione, la nostra, che potete trovare qui: abbiamo parlato di ispirazione, ricerca, politica, personaggi, storie.

Oggi, invece, in questa rubrica di dieci domande riservata ad autori con cui sono attivi scambi e collaborazioni, affronteremo due grandi temi, cercando di conciliare il piano filosofico con quello della scrittura.

Ecco a voi l’interessante chiacchierata su esistenza e identità realizzata con Federica Baglivo, autrice, vi ricordo, di “Ithaka“.


Ciao Federica, bentornata! Oggi, in questa intervista speciale, approfondiamo due temi fondamentali anche in filosofia. Ne parla soprattutto la logica, ma il problema è di per sé ontologico: esistenza e identità. La prima domanda non può che essere questa: come mai hai scelto proprio questi due argomenti, il cui approfondimento è considerato un tema di nicchia, purtroppo, ai giorni nostri?

Come al solito la causa sono stati i miei personaggi. Sono questioni fondamentali per loro. Ho sempre trovato la domanda sull’esistenza affascinante. Che significa esistere? La risposta è meno scontata di quello che pensiamo. E poi viene l’identità, che è la caratterizzazione della nostra esistenza. Per una parte ci viene data dalla nascita, un’altra parte ce la costruiamo attraverso le esperienze del vissuto e le influenze interne ed esterne.


Inizierei con l’esistenza e con una domanda che riprende un po’ l’intervista che avevamo già fatto e che i nostri lettori possono trovare qui. Mi riferisco al legame esistenza/personaggi. Per alcuni sono frutto della fantasia dell’autore, per altri, invece, amici, confidenti, persone che ci sussurrano la loro storia e ci invitano a raccontarla. Io conosco già la tua risposta, ma vorrei che tu riferissi ai nostri lettori che rapporto sussiste, secondo te, tra questi due elementi e come ti rapporti con i personaggi delle tue storie.

Per molti l’esistenza è tale solo se è data qui e ora. I personaggi non esistono, perché non possiamo vederli e sentirli nella nostra dimensione. Per me, come diceva Hegel, l’esistenza ha a che vedere con la percezione di sé e degli altri. Un albero che cade in un bosco deserto, dove nessuno può udirlo, fa davvero rumore? Oppure il rumore esiste solo in base al fatto che c’è un orecchio pronto a sentirlo? I personaggi io li sento e posso vederli, quindi esistono, non importa dove e come. Influenzano le persone, fanno provare loro sentimenti, quindi anche se non possedessero un’esistenza in senso ontologico sarebbero comunque in qualche modo veri e questo basta. Se mi concedi un appunto, molti scrittori che dicono che i loro personaggi non esistono purtroppo hanno ragione: non sentono né vedono nulla, inventano soltanto. Personalmente non vedo lo scopo di scrivere se nessuna storia è venuta a trovarti.


Trovo molto bello un pensiero che hai condiviso con me e anche nei vari gruppi dedicati alla scrittura: quello che i personaggi si manifestino e raccontino le loro storie a chi è in grado di ascoltarle. Come se fossero in grado di riconoscere l’esistenza di un legame empatico e fossero in grado di rafforzarlo così. Con un volo pindarico mi è venuto in mente anche lo Spirito Santo che si rivela ai profeti e guida la loro mano e la loro voce nella trasmissione della Parola. Tra sacro e profano, ti chiedo di approfondire questo tuo interessante pensiero per i lettori che leggeranno questa intervista.

Purtroppo non sono in grado di spiegare il modo in cui L’Ispirazione crei il varco fra le loro dimensioni e le nostre e ci permetta di vedere e sentire le loro storie. Spesso il processo varia da persona a persona, conosco alcuni autori che possono parlare e litigare direttamente con i loro personaggi, per me ad esempio non è così: io li sento e li vedo come attraverso un vetro, non posso interagire con loro, non so nemmeno se sappiano che io esisto. Sono la vecchietta pettegola che apre le finestre e osserva la vita che scorre davanti a lei. Parlavi prima di Spirito Santo: bene, io sono convinta che L’Ispirazione sia un dono di Dio e vada accolta con gratitudine. Raccontare le storie che riceviamo è la nostra missione, se ci sono arrivate vuol dire che ne siamo in grado, che abbiamo la sensibilità giusta per recepirle e la capacità di raggiungere persone. Dobbiamo farlo, il mondo ne ha bisogno.


Federica, sei autrice di romanzi politici. Abbiamo detto tra noi tante volte che entrambe percorriamo strade diverse anche se siamo mosse dalle stesse forze e intenzioni. Ti chiedo, se sei d’accordo, di commentare una frase di un romanzo sicuramente distopico (oserei dire IL romanzo distopico per eccellenza) che racchiude in sé un’enorme componente politica, come a racchiudere in qualche modo i nostri ambiti. La frase è questa: «Non devi neanche pensare, Winston, che i posteri ti renderanno giustizia. I posteri non sapranno mai nulla di te. Tu sarai cancellato totalmente dal corso della storia. Noi ti vaporizzeremo, disperdendoti nella stratosfera. Di te non resterà nulla, né il nome in un qualche archivio, né il ricordo nella mente di qualche essere vivente. Tu sarai annientato sia nel passato che nel futuro. Sarà come se tu non fossi mai esistito.» Torna il concetto di esistenza. C’è anche il concetto di potere, di storia e di tempo. Ti lascio carta bianca per il tuo commento. (La citazione, probabilmente inutile scriverlo, è tratta da “1984” di G. Orwell).

Il potere può tentare di cancellare certe voci, ma esse riemergeranno sempre. Nessun uomo ha abbastanza forza per cancellare un’esistenza. Le esistenze veramente grandi sono quelle che infrangono la barriera del tempo, del luogo e della dimensione. Lasciano tracce talmente indelebili e importanti che diventa irrilevante quando, dove e addirittura se siano davvero state. In ogni storia che scrivo lascio un paio di indizi al lettore che dicono: Attento, infatti di cui ti narrò potrebbero non essere mai accaduti, le persone e i luoghi mai esistiti in questa dimensione. Ma faccio capire anche che non ha importanza.


I personaggi io li sento e posso vederli, quindi esistono, non importa dove e come. Influenzano le persone, fanno provare loro sentimenti, quindi anche se non possedessero un’esistenza in senso ontologico sarebbero comunque in qualche modo veri e questo basta.

Federica Baglivo

Tocchiamo l’altro punto del tema dell’intervista, quello dell’identità, l’esser uguali a sé stessi e l’avere caratteristiche precise che lo rendono definibile e riconoscibile agli occhi degli altri. Come ti poni in relazione a questo tema? Credi che esista davvero un’identità assoluta, sempre uguale a se stessa, oppure che rimanga un nucleo stabile e mutino attributi intorno a esso?

Domanda molto difficile. I miei personaggi sono sempre alla ricerca della loro identità. Essa è un insieme di impulsi provenienti da varie fonti, come nazionalità, religione, educazione, ma anche contesto sociale, appartenenza politica e valori personali. È in perenne evoluzione e si nutre dei rapporti e dei confronti con gli altri, sia in positivo che in negativo. Per citare il grande Baglioni, “ho capito chi ero io da voi”.


Vorrei unire il concetto di identità a quello di conoscenza. Secondo il tuo pensiero, l’identità è questione di intuizione, di ragionamento o di percezione sensibile? Credi che si possa conoscere l’identità più per somiglianza con qualcosa o per differenza?

Credo che ci si interroghi sull’identità nel momento del contrasto. Quando la nostra identità contrasta con se stessa o con quella altrui. Avvertiamo una frizione tra l’idea che abbiamo di noi e quella che magari hanno gli altri, o sentiamo il bisogno di una conciliazione tra i vari pezzettini del nostro essere. È per esempio il caso di Nathan, che deve trovare una via per conciliare la sua identità religiosa con quella nazionale e combattere contro quelli che vorrebbero imporgli di scegliere l’una o l’altra.


Domanda da un milione di dollari e che vale sia per sé che per i personaggi delle nostre storie: in che modo, secondo te, è possibile conciliare il concetto di esistenza, quello di identità con quello inevitabile dell’evoluzione?

Non sono una donna di scienza e ho poca fede nella ragione, da buona romantica. Penso che semplicemente le due cose si riferiscano ad ambiti diversi. Martin, che invece ha un animo razionale, ti direbbe che la fede, la cultura e la filosofia spiegano il perché, la scienza il come.


Una domanda che spesso noi autori ci sentiamo fare (e che detesto) è: quanto di te c’è in questo personaggio. Alla luce di tutte le considerazioni che abbiamo fatto qui sopra, ti chiedo quanto è giusta o sbagliata questa domanda secondo te e perché.

Premettendo che ho sempre pensato che le storie vadano da chi le può capire e fare proprie (nessuna storia a sfondo scientifico sana di mente ad esempio verrebbe da me, che ho dovuto cercare su Google cosa sono i linfonodi), i personaggi non sono appendici dell’autore. Non vengono da lui. Sono persone a sé, fatte e finite. L’autore racconta la loro storia, punto. Sui gruppi mi è capitato spesso di discutere con gente che era convinta fossi un politico. Mi piace la politica, ma no. I miei personaggi non sono me e io non ho alcuna influenza su di loro.


Usciamo fuori dai canoni filosofici e abbracciamo quelli legati alla scrittura. Quando parliamo di identità di un autore spesso ci riferiamo a due aspetti: lo stile con cui le storie sono scritte; il tema su cui viene posta l’attenzione. Come definiresti la tua identità da autrice alla luce di questi aspetti?

Spero che il mio stile si riconosca, di essere davvero capace di fare entrare nel loro mondo, nella loro realtà. Per me lo scrittore bravo è quello che riesce a rendersi invisibile, a lasciare loro attenzione e spazio. Amo il simbolismo, le metafore, i significati nascosti e le situazioni. Quanto ai temi, lo sfondo politico credo non mi abbandonerà mai e, anche se faccio brevi incursioni (con molta fatica) in altri tempi e luoghi, la Baviera del secolo scorso è la mia casa letteraria. In ogni caso, come sempre, scriverò le storie che arriveranno.


Non solo l’identità dell’autore, ma anche quella dei personaggi delle proprie storie. Identità a volte pesanti, difficili da lasciar andare perché chiedono di essere approfondite ancora, magari illuminate da una luce diversa o riprese da un’angolazione differente. Che rapporto hai con le loro identità?

Intendi chiedermi perché dopo una saga e tre raccontini non li ho ancora mollati? Li ho sviscerati molto e ogni volta sento di conoscerli come le mie tasche, ma poi mi rivelano sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che non avrei mai pensato e che dà un senso nuovo a tutto il loro agire precedente. Cambiare punto di vista in questo caso serve molto: mi faccio raccontare le vicende da qualcun altro, magari anche un cattivo, e subito il tutto prende una piega differente. Ricordate che “siamo tutti cattivi in una storia raccontata male”


Nessun uomo ha abbastanza forza per cancellare un’esistenza. Le esistenze veramente grandi sono quelle che infrangono la barriera del tempo, del luogo e della dimensione.

Federica Baglivo


Grazie, Federica, per questa discussione come sempre profonda e mai banale.

Se le risposte di Federica Baglivo vi hanno incuriosito, potete approfondire qui:

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