“Un momento tutto nostro”


Estate 2019. Chiara. 6 mesi.


Voglio che resti eterno questo momento, quel momento tutto nostro che tu hai regalato a me, stasera, a noi due.

I pensieri sono rimasti fuori, con i rumori. Stasera sento solo il tuo respiro e la tua voce.

Sei bellissima nel tuo body bianco a mezze maniche. Ti va un pochino grande, appena largo: è una dodici mesi, tu ne hai la metà. Te l’ho preso il giorno di Ferragosto e tu, adesso, con il tuo body bianco, sei bellissima. Non mi sei mai sembrata così bella.

È sera, non mi sento stanca, sento solo la tua vocina e il leggero profumo di latte che ci è rimasto sulla pelle. Il lenzuolo arancione è liscio, morbido, sembra una grande pelle che con delicatezza ci avvolge.

Creiamo un gioco, un gioco nostro, così, senza averlo programmato. Tu ti volti dall’altra parte, aspetti che io ti chiami.

Chiara? Dov’è la Chiara?

Ti fai un po’ pregare, poi ti giri e mi sorridi. Io mi fingo sorpresa, urlo Eccola! e tu gridi e ridi ancora più forte.

Mi sento bene, sai, in questo momento? Eppure forse non ha niente di speciale, se non che per la prima volta, per la prima volta davvero, non c’è nient’altro oltre questo letto, oltre noi due.

Ridi, ridi ancora e poi restiamo un po’ abbracciate. Ti carezzo, ascolto il tuo respiro. Se esistesse il tempo, adesso, vorrei fermarlo, vorrei che durasse per sempre. Ma anche il tempo è rimasto fuori, fuori da questa stanza.

C’è la memoria, cucciola mia, e io posso un pochino aiutarla. Così, quando sarai grande, ti rileggerò queste parole e tu immaginerai quello che non puoi ricordare. Lo creeremo insieme questo ricordo, di questa sera solo nostra. Del tuo ridere. Del nostro giocare. Del tempo, che per un poco si è fermato e ora, sì, ha ripreso scivolare via, ma con queste parole io l’ho fregato.

Forse è la sera più bella della mia vita. Forse, perché il prima e il dopo adesso non hanno davvero senso. Ci sei tu, Chiara, ci siamo noi due. E per la prima volta, ti sento così dentro.



Vuoi suggerirmi un argomento o una storia?

Ti piacerebbe essere intervistato da me?


Esistono le storie, i personaggi, l’ambiente in cui si muovono e crescono, cambiano.

Dietro, a volte dentro, esiste anche l’autore. Un autore che spesso è anche un lettore.

In questo piccolo spazio offro la possibilità ad autori ed editori di farsi conoscere, lasciando parlare anche le loro opere, i loro personaggi, la loro routine di scrittura e di lettura.

Perché? Perché oltre a promuoversi, è importante confrontarsi, creare spunti di riflessione e di crescita.

Per me, poi, la lettura è un elemento imprescindibile. Non passo un giorno della mia vita senza leggere, anche nelle giornate più cupe o lunghe. Leggere è un modo per viaggiare, per ampliare la fantasia, per studiare le tecniche narrative. Leggere, per me, ha il potere di cambiare il mondo. Potete essere d’accordo o no con me, rispetto l’idea di ciascuno di voi, ma penso che sia fondamentale dove si parla di bellezza approfondire anche il tema della lettura oltre a quello della scrittura.

Ok, direte. Ma come funziona?

Il primo passo è ovviamente quello di contattarmi. Potete usare l’apposito form che trovate qui oppure cercarmi sui social. Nel secondo caso, è gradito un messaggio in cui mi spiegate perché mi state contattando prima dell’invio della richiesta di amicizia (che, altrimenti, potrei non accettare). Alternativa: potete contattarmi all’indirizzo email che trovate sempre qui. Spiegatemi chi siete, il motivo per cui mi contattate e se avete già pubblicato dei libri segnalatemi anche i titoli.

Nell’arco di qualche giorno, riceverete una conferma di presa in carico per la preparazione dell’intervista. Entro una settimana riceverete il testo dell’intervista. L’intervista vi verrà inviata via email; saranno, quindi, domande scritte a cui dovrete rispondere sempre per scritto. Vi consiglio di inviarmi anche un po’ di foto, soprattutto una in cui vi vediamo con la copertina del vostro libro.

Una volta che mi avrete inviato il materiale indietro, riceverete la data programmata per l’uscita sul blog.

Ok, direte. Ma tu che cosa vuoi in cambio?

A me, come a voi, interessa farmi conoscere e crescere. Ho avviato quasi per caso collaborazioni interessanti e penso che anche il networking sia fondamentale nel nostro campo.

L’intervista è gratuita. Le uniche cortesie che chiedo sono quelle di condividere, una volta uscita, la vostra intervista sui vostri social (ma questo è anche nel vostro interesse, no?) e se possibile di iscrivervi agli aggiornamenti del mio blog. Perché? Perché come alcuni di voi ormai sapranno tendo ad avere una mente piena di idee e nelle iniziative che realizzo la precedenza iniziale va ovviamente a iscritti, collaboratori, colleghi divenuti amici.

Vi aspetto! 🙂



Tra ostentare e profanare – Stefano Cirri

Intervista all’autore Stefano Cirri

Abbiamo conosciuto Stefano Cirri qualche mese fa grazie alla sua attività di giallista non convenzionale e di acuto lettore. Sì, perché Stefano Cirri, quarantacinquenne fiorentino, non è solo un consulente del lavoro, ma autore di due gialli pubblicati nel 2021; “L’ostentatore” e “Il profanatore“. Beta reader attento, sempre disponibile e sincero. Condivide la sua vita con Laura, sua moglie, due cani e due cavalli. Oltre alla passione per la scrittura e la lettura, c’è quella per la falegnameria. Un mondo, insomma, che ruota intorno alla carta e a ciò che della carta è l’origine.

Se vi siete persi la mia recensione filosofica su “L’ostentatore”, la trovate qui.


Ciao Stefano, che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“L’ostentatore”: colorato, enigmatico, grottesco.

“Il profanatore”: adolescenziale, musicale, inquietante.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura delle tue opere (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

“L’ostentatore”: ce lo vedo bene con una musica ‘forte’, qualcosa tendente al Metal. Direi gli intramontabili Iron Maiden.

“Il profanatore”: nel libro c’è una vera e propria colonna sonora, con citazioni precise. Voglio scegliere tre brani di quella colonna sonora: One, dei Metallica; Dentro i miei vuoti, dei Subsonica; L’abbigliamento di un fuochista, di De Gregori.  


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

A vent’anni mi era venuta l’idea di diventare scrittore. Ho buttato giù una ‘specie’ di romanzo assurdo/surreale, che conteneva delle idee interessanti ma che aveva uno stile improbabile. Quelle stesse idee me le sono ritrovate vent’anni dopo, salvate nella memoria di un vecchio PC. Era il gennaio 2018, ho iniziato con la ferma volontà di arrivare a un risultato. Dopo un primo ‘abbozzo’ tuttora da rivedere ho partorito un romanzo dietro l’altro, nell’arco di tempo che va dalla metà del 2018 al lockdown, acquisendo consapevolezza e scoprendo – grazie ai tanti beta-lettori che anche adesso mi aiutano – di essere anche ‘portato’ per la scrittura.


Che cos’è per te la scrittura?

Un gran divertimento.


I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.

Stefano Cirri

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Eh, le sto cambiando nel corso del tempo! Prendo come esempio l’ultimo libro che ho finito di scrivere pochi giorni fa. Una volta che la storia (il plot, o la trama che sia) è delineata, inizio a scrivere finché non ho terminato quello che si può definire ‘capitolo primo’, o ‘parte prima’. Lo mando subito in lettura ad un paio di beta-lettori fidatissimi e attendo le loro considerazioni. Se le risposte che ottengo sono soddisfacenti procedo fino alla fine, dandomi come regola quella di scrivere tutti i giorni. Anche solo poche parole.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Oggi come oggi cerco un ingrediente nuovo, nei libri. Una scrittura tipica di quell’autore, per esempio; una scrittura che ti faccia dire ‘questo è lui/lei, inconfondibile’. Un colpo di scena folgorante. Un finale che spieghi tutta la storia nelle ultime righe e non prima. Un personaggio unico nel suo genere.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

Forse – banalmente – la promozione è sempre la parte più difficile. O per meglio dire, è la parte o cui risultati sono più difficili da ottenere. Sono abbastanza ‘tranquillo’ sul fatto che se inizio a scrivere porterò a termine un’opera, e l’opera sarà tutto sommato ‘pubblicabile’; non trovo particolari difficoltà in fase di stesura, ho persone che mi aiutano e professionisti (editor e correttori) che sanno come aiutarmi. La promozione resta la cosa più complessa.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Mi riallaccio a una delle domande precedenti e dico che ‘scrivere’ resta sempre la parte più divertente.


Stefano, nasci giallista o ci diventi?

Non ho dubbi: nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Quando nel 2018 ho iniziato a concretizzare la scrittura ero un Camilleri-dipendente. Prima, ero un fanatico di Agatha Christie. Ritengo che Poirot e Montalbano mi abbiano fortemente ispirato. La metodologia di Poirot, l’eccentricità di Montalbano (e il suo importante lato ‘umano’), i trucchi di Agatha Christie per sviare il lettore, la genuinità di Camilleri… sono state (e sono tuttora) tutte ispirazioni importanti.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

A livello personale è fondamentale e direi necessaria. La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.


Nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!

Stefano Cirri

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Da quando sono entrato nel mondo della scrittura e dell’editoria leggo con una proporzione di circa dieci autori emergenti e un autore affermato. Difficile spiegarlo: c’è condivisione, c’è la consapevolezza di leggere un autore che ha fatto la tua stessa fatica per emergere (o per cercare di emergere), c’è il mettersi nei panni di un emergente e pensare che la sua felicità nell’essere letto equivale alla mia. C’è molto da imparare anche dagli emergenti, c’è curiosità. C’è un rapporto alla pari.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Sarò banale o pessimista ma temo proprio di no.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non esiste al mondo nessuna opera che mi abbia ‘sconvolto’ quanto La Divina Commedia.


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Sono un banale lettore di gialli/thriller alla ricerca di una scrittura che mi folgori e che mi lasci a bocca aperta. Cerco il colpo di scena di fronte al quale esclamare ‘WOW’. Ultimamente mi sono aperto a quasi tutti i generi e non faccio particolare selezione, ma ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.


La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.

Stefano Cirri

A cosa stai lavorando?

In questo momento sto seguendo la mia editor per il terzo libro, in uscita a breve.


Foto Leo Brogioni

E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Ci saranno due sorprese nel 2022: un piccolo ‘oggetto’ che va un po’ fuori dal mio genere e soprattutto un progetto ‘giallo’ più canonico e meno anticonvenzionale.


Ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.

Stefano Cirri

Oltre alla scrittura e alla lettura, Stefano, hai anche la passione di lavorare il legno. Gli alberi, la carta. Che cosa ci racconti a riguardo?

Nasce per puro caso! Un giorno, vicino alla casa in campagna, ho trovato delle tavole di legno abbandonate. Ho provato ad assemblarle ed è uscita una specie di cassettina di legno. La cosa mi ha preso la mano, ho approfondito, ho studiato un po’ e da lì – in maniera del tutto autodidatta – sono arrivato a costruire i mobili di casa mia.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Molto semplice: affidarsi senza paura ad un professionista. Ritengo che al giorno d’oggi sia di vitale importanza lanciare nel mondo dell’editoria un libro ben curato e impacchettato a dovere, anche a costo di rimettere in discussione il 50% di ciò che si è scritto. Senza innamorarsi mai troppo della propria scrittura.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Senza dubbio IT di S. King, il romanzo forse più completo che esista al mondo.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? IN DIVENIRE
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? PRIMA
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO
  7. Revisione a schermo o su carta? SCHERMO

Ringraziamo Stefano per averci tenuto compagnia e per aver risposto con simpatia e zelo alle domande. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Nuova rubrica “Mamma di penna, mamma di carta”


Qualche anno fa avevo iniziato una collaborazione per la realizzazione di un blog dedicato alle mamme e alla nostra esperienza di maternità. Quel blog, però, tra poco sarà oscurato e io non voglio perdere quei frammenti che ho scritto e ho raccolto, a volte con difficoltà. Ho pensato che anche salvarli su un computer non avrebbe molto senso, perché spesso quando si scrive si scrive anche per comunicare, per arrivare a qualcuno e, magari, aiutarlo in qualche modo.

Nasce così la rubrica “Mamma di penna, mamma di carta”, che ospiterà sia i pezzi scritti sul vecchio blog (magari rieditati) sia contenuti inediti che creerò per voi in base ai vostri suggerimenti e a quella che è a tutti gli effetti la mia esperienza di vita da mamma. Questo non perché abbia qualcosa da insegnare agli altri, ci mancherebbe! Credo che leggere altre storie, confrontarsi, ritrovarsi negli altri possa portare conforto a tutte quelle persone che ne hanno bisogno. E una madre è una persona come le altre, anche se molto spesso pretendiamo che sia una super-eroina dei fumetti.

Noi mamme siamo mamme: umane, a volte stanche, a volte energiche, a volte serene, altre volte stressate. Non per questo siamo sbagliate.



Vuoi suggerirmi un argomento o una storia?

“Mille grammi” di Serena Barsottelli


Pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in corso il 04.01.2018.


Mille grammi.
Un chilo.
La bilancia si è mossa di tanto. E io mi chiedo dove ho sbagliato.

Avevo seguito tutte le istruzioni che mi erano state impartite: rinunciare ai dolci, praticare
più sport. Ho vinto la pigrizia e rinunciato ai piaceri della gola senza ottenere alcun
risultato. Anzi, per tornare indietro, indietro di mesi.

Ho preso mille grammi.
Un chilo.
Un chilo di peso.
Un chilo di peso insopportabile.
Lo sento tutto sui fianchi: quando cammino sembro una papera.
Mille grammi.
Un chilo.

Mia figlia è tornata a casa.
Sono rimasta in silenzio, senza chiederle come era andata. Non ci ho pensato. Continuavo
a contare quei mille grammi, quel chilo.
Mamma, non essere triste, mi ha detto. Ha passato una mano sulla mia guancia e poi
sulla mia pancia.
Ha toccato il piccolo Marco, che cresce là dentro e ha sorriso.
Come sei bella, mamma… Ora, con il bambino, lo diventi ogni giorno di più.
Non ho sentito più il peso, il peso di quei mille grammi. Che erano diventati niente rispetto
alla vita, mia e loro.



Ti è piaciuto questo racconto?

“Farsi voce” di Serena Barsottelli


Ho riposto l’album dei ricordi sul ripiano più alto dell’armadio. Protetto dentro una scatola, e soprattutto nascosto ai nostri occhi. Avrei pianto troppo sfogliandolo, come l’ultima volta, memore delle promesse che ci eravamo fatte e che poi, inevitabilmente, avevamo infranto.

Le foto sono specchi imperfetti: ci rimandano chi siamo stati, quanto ci siamo traditi. Non sono pronta a fare i conti con tutto quello che avresti potuto essere, che avremmo potuto essere insieme. E oggi, mamma, anche se mi sedessi accanto a te, non le guarderesti neppure.

Resti seduta su una poltrona che non conosci più, quella che avevi fatto rivestire con una stoffa rossa, natalizia, molti anni fa, proprio in quei giorni che furono gli ultimi in cui scorsi davvero il tuo sorriso. L’orologio sul mobile alle tue spalle risuona di un ticchettio fastidioso che mi martella le tempie. Tu non te ne accorgi. Dove sei, oggi? Quale vita stai vivendo?

«Ciao mamma, vado…»

Mi accovaccio vicino a te e provo a guardare il mondo dal tuo punto di vista: fuori dalla finestra i rami d’ulivo danzano appena nel vento; sullo sfondo le placide montagne. Se ne stanno immobili, come te, mentre il tempo le corrode. Il tempo ti corrode.

La tua guancia profuma di crema idratante. L’annuso a occhi chiusi, mi ricorda chi sei. Vorrei appoggiare la mia bocca sulla tua pelle e regalarci un tenero bacio, uno di quelli di cui non mi avevi mai privata quando ero piccola. Vorrei, ma non ti sfioro: non sopporto l’idea che tu non ti ricordi di me.

Alzi il braccio pesante come un blocco di marmo e l’indice si stacca dal palmo, aprendosi piano piano e puntando una macchia rossa che attraversa il cielo limpido e si posa sul tronco aggrovigliato dell’ulivo. Apri appena la bocca, e forse sto impazzendo, ma mi sembra di scorgere il contorno dolce del tuo sorriso.

Muovi le labbra, non esce niente. Osservo meglio, divento la tua voce: «Un pettirosso. Non è magnifico?»

Annuisci, e per un attimo siamo insieme, davvero, nella minuscola sala da pranzo che adesso è diventata tutto il tuo mondo. Un mondo che non riconosci più se non in qualche breve momento, sempre più raro e prezioso, come quello che abbiamo appena vissuto.

Vorrei abbracciarti, ma oserei troppo. Non sono pronta a un tuo rifiuto. Devo farmi bastare quello che mi hai appena dato. E so che per alcuni possono sembrare briciole, per altri essere niente, ma tutto ciò a cui mi appiglio è quel momento magico in cui ci sei tu e ci sono io, e siamo vicine, e siamo insieme in un posto nostro dove la malattia non arriva.

La bocca trema e provo a fermare il labbro inferiore con gli incisivi superiori. Gli angoli esterni degli occhi si inumidiscono, mentre le palpebre si aprono e mi regalano una stanza in cui la luce è più brillante, perché è bagnata dalle gocce delle mie lacrime.

«Torno presto, mamma. Te lo prometto».

Tu non ci sei più: il pettirosso è rimasto al proprio posto. Tu sei di nuovo in uno spazio buio in cui non posso penetrare.

I tuoi silenzi, le mie parole. I tuoi gesti lenti, i miei trattenuti. Viviamo d’opposti: ti barrichi in una stanza della mente per salvare le tue ultime reliquie, e io ho bisogno di uscire fuori, fare l’equilibrista sugli scogli e perdermi tra cielo e mare. Solo qui ritrovo me stessa: abbandono alla brezza leggera la confidenza del dolore, e a carta e a inchiostro la tua storia, che poi è la mia storia, la nostra storia. Ho deciso di scrivere un libro su di te, su chi sei stata e su chi saresti potuta diventare se non ti avesse colpita. Ho difficoltà ad accettare la tua malattia, preferisco parlare della tua condizione. È la parte più assurda del grande male che ci ha travolti: sono io a dover fare i conti con l’idea che mi ero fatta di te, io a camminare sulle tue macerie in cerca di qualche antico tesoro sopravvissuto al terremoto. Tu non te ne curi, ti limiti ad abitare i tuoi detriti. Ogni tanto esci fuori, ma quei momenti sono sempre più rari. Sto cercando di accettarti per quello che ora sei, di entrare nel tuo mondo con passo sottile, portandoti ogni giorno una sorpresa che ti faccia sorridere o almeno ricordare che c’è ancora vita dentro di te, sotto la tua corazza.

Ai piedi del faro ho trovato un biglietto. Era stracciato in mille pezzi, come il cuore di chi l’aveva ricevuto. Le lettere sono lame che tagliano il foglio nero: il terribile tratto della t, la pancia della p svuotata e stretta. In quei frammenti, una storia finita. Nessuna parola sarebbe riuscita a colmare quella distanza che si era formata tra loro. Vedi, mamma, com’è l’amore? Diventa così sottile e invisibile da svanire se non ce ne prendiamo cura ogni giorno.

Oggi ti racconterò dei cocci che ho ricostruito, di come le parole del biglietto mi abbiano sfiorata e ferita. Mi preparo il discorso lungo il tragitto di ritorno: ho imparato a dosare e a scandire bene le parole, ad accompagnare con gesti la voce.

«Sono tornata, mamma. Ci ho messo troppo?»

Ti volti, non mi guardi. Mi attraversi e ti fermi dietro al mio cuore. In un solo colpo blocchi il mio respiro. Avevo scordato quanto fossero azzurri i tuoi occhi. Quanto potessero sembrarmi tristi, ma mai vuoti. Davanti a loro scorrono le scene di un vecchio film che non posso vedere, ma deve essere senza lieto fine, perché il tuo viso si bagna di lacrime. Non singhiozzi, piangi in silenzio mentre con il tuo sguardo mi uccidi.

Non chiedi chi sono, perché non parli più. Forse in me vedi tua madre o te stessa da giovane.

Dalla tasca del cappotto estraggo un fazzoletto di cotone con le iniziali di papà ricamate in blu. L’ultimo ricordo di mio padre è sempre con me. Ti irrigidisci, poi mi lasci fare. Tampono i tuoi occhi uno dopo l’altro, con delicatezza, finché il pianto si placa. Tiri su con il naso, gli angoli della bocca appena piegati verso il basso.

«Va tutto bene», ti rassicuro abbracciando il tuo viso. Piego il mio sui tuoi capelli e annuso il profumo di lacca che ho spruzzato dopo averli pettinati, stamattina, in un tempo vicino che mi sembra già così lontano. «Ci sono qui io».

E tu parli, ritrovi la tua voce. Prima è un sussurro debole che non riesco a decifrare. Poi, come un’onda che si avvicina a riva, acquista vigore e coraggio.

«Grazie, mamma», mi sussurri.

Vorrei gridarti che sei mia madre, che devi tornare qui, che mi hai abbandonata, ma resto in silenzio, incasso il colpo e ti accarezzo il viso. Sorridi un’ultima volta, prima di sparire, ancora, oltre la finestra, nel giardino segreto che la tua mente continua a popolare di spettri. «Sta arrivando la notte. È quasi ora di cena», dichiaro alle ombre che abbracciano la nostra casa. Mi spoglio del cappotto, lo appendo all’attaccapanni, ti passo accanto prima di chiudermi in cucina a fare rumore con le padelle. Forse così ti sveglierai. Forse così ti ricorderai di me.

Ti adagio piano sul letto. Copro il tuo corpo prima con il lenzuolo, poi con il piumone e con la coperta. Immobile, la tua testa punta verso il soffitto.

«Stai comoda, mamma?»

Nessuna risposta. Sospiro: fa troppo caldo nella tua stanza.

«Buonanotte», bisbiglio. Prima che possa allontanarmi, mi afferri il polso e lo stringi. Capisco che vuoi che resti lì, al tuo fianco, che vegli su di te finché il sonno ti avvolgerà.

È il momento della storia. Così, finalmente, ti parlo di quel biglietto scoperto per caso. Invento il racconto di un amore che non fa funzionato, come tanti amori, come ogni amore che nel profondo è destinato a naufragare. È così difficile darsi agli altri e conservare sé stessi, non è vero? E forse ascolti, forse no, ma io continuo, finché la presa si allenta, il respiro diventa più lento e profondo. I tuoi occhi sono chiusi, e adesso puoi tornare a essere chi davvero sei, almeno nei tuoi sogni.

Ti lascio un bacio leggerissimo sulla fronte. Profumi ancora di mamma. Quella fragranza di buono che passa dall’odore di latte a quello di vaniglia. Sono tutti dolci come sei sempre stata.

«Buonanotte, mamma».

Adesso mi sento un po’ vuota. Un po’ persa. Una vertigine prepotente e il terrore di chi non sa dove andare: succede sempre quando mi trovo sola con me stessa e posso prendermi cura di me, almeno per qualche minuto. Mi trascino nella stanza accanto alla tua, mi siedo alla scrivania, apro il diario e trasferisco sulla carta tutti gli appunti dei fatti di questa giornata. Ho sempre paura che la mia mente mi tradisca. Ho imparato che non possiamo fidarci a lungo di quello che siamo oggi; e che domani potremmo essere diversi, aver dimenticato noi stessi.

Guardo l’orologio: è già tardi. “Ancora qualche minuto”, mi dico, mentre accendo il portatile e vado avanti con un racconto. Le parole della memoria si confondono con quelle dell’immaginazione.

Un sussurro. La tua voce.

Trascino la sedia sul pavimento e scatto in piedi, corro da te. Ma è stata solo un’illusione, mamma, perché tu non ci sei. Stai dormendo, la tua pelle è distesa, ma io non abito i tuoi sogni.

In questi momenti mi aggrappo alle parole: a tutte quelle che fatico a trattenere e che tu non puoi più pronunciare. Torno a raccontare l’amore di una figlia per la madre, ovunque sia, in una sala da pranzo troppo stretta o imprigionata in un ricordo. Amerò qualsiasi persona diventerai, anche se sembrerò stanca. Ti ritroverò in quegli occhi così azzurri e vivi che ogni tanto posi su di me, in quella scatola dei ricordi che ho nascosto nell’armadio, oppure nelle pagine del mio diario. Perché voglio continuare a raccontare e a raccontarti, anche quando tu sembrerai così lontana da non ascoltarmi. Perché sei tu che mi hai insegnato a parlare, e io, l’ho promesso, sarei diventata sempre la tua voce.



Ti è piaciuto questo racconto?

“Inverno etiope” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Questo racconto ha partecipato alla settima edizione del concorso nazionale di poesia e narrativa “Una storia partigiana” organizzato dall’ANPI di Lastra a Signa. Il tema era quello dei crimini fascisti e di quanto, poi, ci sia stata una connivenza da parte degli italiani.

Il racconto si è classificato secondo ed è stato per me molto emozionante pensare che la storia di questa bambina sia arrivata al cuore dei lettori. Perché forse questa bambina non sarà esistita davvero, ma ce ne saranno (e ce ne sono) purtroppo molte con storie simili alla sua.

Buona lettura!


Un boato a bassa quota. I capelli spettinati dallo spostamento d’aria. Nascosi il volto nella gonna di mia madre, ma era lei a singhiozzare. Non cercò un riparo che non avrebbe trovato. Si irrigidì sulla schiena e mi sussurrò: «Svelta, qui sotto». Obbedii senza fare domande, perché mi illudevo che mia madre, come ogni genitore, conoscesse già tutte le risposte. Intuivo che in quel momento non avesse la forza di darmele.

«Resta lì, non uscire. Qualsiasi cosa accada», aggiunse prima che la sua voce fosse coperta da un canto di fischi sempre più acuti. E di nuovo fragori, le finestre della nostra casa scosse da vibrazioni. Lo schianto del vetro. Pensai a delle farfalle dalle ali trasparenti. Senza vita, un magico tappeto sul pavimento.

«Finito?», chiesi.

Puzza d’aglio, le grida di mia madre.

E la necessità di capire che cosa i suoi occhi avessero visto; nel suo lamento udivo note di paura e disperazione.

«Posso uscire?»

Non rispose.

«Voglio uscire».

«No», sussurrò, come se anche muovere la bocca fosse diventato difficile.

«Devo uscire».

La sua mano mi bloccò.

Lo strano odore si propagò nella cucina, ma i fornelli erano spenti. Non veniva da una pentola né dagli avanzi inesistenti del giorno precedente (perché per noi un pasto al giorno doveva essere sufficiente e non ci alzavamo da tavola sazie). Giungeva da fuori, trasportato dal vento. Diventava più intenso mentre il tempo passava. Il tessuto della gonna di mia madre si muoveva sopra i miei capelli e mi faceva un leggero solletico. Non parlava più. Anche fuori era tutto silenzio. E poi sulla mia testa non sentii più niente, la sua mano allentò la presa e pensai che si fosse addormentata. La luce filtrava ancora dal suo vestito. Lo sfiorai per riparare gli occhi, come se stessi combattendo con un lento risveglio.

«Stai bene, mamma?», le domandai. Non attesi la sua risposta, uscii fuori a controllare. Il suo petto si muoveva appena. Era quasi ora di mangiare, dovevo preparare qualcosa per lei. Fare piano, non disturbare il suo riposo. Sotto i miei piedi scricchiolarono i frantumi delle finestre. Anche sul tavolo ce ne era qualcuno. Pensai che mia madre fosse stata fortunata, perché nessuna scheggia l’aveva colpita. Nessuna le aveva toccato il cuore, nessuna graffiato il viso. Le sue guance avevano la pelle più morbida e liscia che la mia bocca avesse sfiorato.

Dolore. Sangue. Una scaglia nella pelle. Lacerazione.

Lasciai colare affascinata quelle gocce di rosso in una tinozza piena di acqua torbida. Osservai i cerchi propagarsi, goccia dopo goccia, dal centro all’esterno. Il liquido diventava sempre più scuro e il viso di mia madre sempre più pallido.

«Ci penso io, tu riposati», le ordinai. Ma prima che potessi fare altro, mi sentii stanca e crollai ai suoi piedi. Appoggiai la testa sulla sua gonna, facendo pressione con il viso sulle sue ginocchia. Mi sembrò che mi sfiorasse i capelli, e mi addormentai con uno stupido sorriso sulle labbra. Sognai erba verde a coprire il pavimento, brezza innocente a muovere i nostri capelli. Vidi per un istante i lineamenti di mio padre e smisi di interrogarmi sul suo ritorno: era lì, a pochi passi da noi, oltre una finestra spalancata con gli infissi dipinti di giallo. Era lì, eppure lontano. Ci chiamava. Mia madre aveva i tratti di una ragazza e correva da lui.

La luce tenue. Le palpebre vibranti. Quando mi svegliai doveva essere passato molto tempo, perché erano le prime ore di un nuovo dì. Come se avessi riposato per un giorno intero. Mia madre dormiva ancora e pensai che fosse carino farle una sorpresa. Lo stomaco mi brontolava per la fame e immaginai che anche lei, avvolta nel suo mantello di silenzio, volesse mangiare qualcosa.

Mentre sbucciavo le patate e toglievo la terra dalla loro superficie, provai un improvviso dolore. Le mie mani si stavano coprendo di qualcosa che non doveva esserci. Lasciai cadere il coltello che si piantò tra i miei piedi. Poteva andarmi peggio, pensai, ma fu solo la considerazione di un momento. Un grido scivolò fuori dalla mia bocca, ma evaporò in uno sbuffo invisibile d’aria.

Mi voltai verso mia madre, timorosa di non trovarla più lì. E un po’ fu davvero quello che accadde: non era lei, non come l’avevo conosciuta. La sua pelle non era più soffice, ma piena di bolle. Alcune sanguinavano, altre erano piene di liquido. Ebbi un pensiero strano: quella donna mi spaventò. Non sembrava lei, ma un mostro uscito dagli abissi o caduto dal cielo.

Mosse le labbra, dalla sua gola emersero suoni che faticai a decifrare. Mi chiese dell’acqua e perché fosse così buio. Si voltò, piantò i suoi occhi ormai incapaci di vedere su di me. Qualsiasi cosa fosse quella che me la stava portando via, presto si sarebbe presentata anche a me.

Cercai una tazza, versai del liquido, le umettai la bocca. Con quel poco che ne avanzò, bagnai degli abiti puliti e tamponai le sue ferite. Mia madre non gridò, non strizzò gli occhi per il dolore. Ma la sua pelle era già morta. E io ero troppo piccola per capire perché.

Non ho più sopportato l’odore di aglio. Il fischio e lo scoppio dei fuochi di artificio mi riempiono di terrore. Eppure sono solo cose. Ho insegnato ai miei figli che bisogna avere paura solo delle persone, perché le cose non hanno vita e volontà. È la mente dell’uomo a progettare. È la mano dell’uomo a uccidere. A volte mi ripeto che solo un diavolo può aver inventato quelle armi, e solo un diavolo può aver ordinato di usarle. E un altro diavolo a sua volta non avrà obiettato, e un altro diavolo ancora avrà premuto il bottone e sganciato la bomba.

Non mi fa paura il male assoluto, ma quello che si cela dietro volti come il mio o come il vostro. Quello pronto a colpire una sorella o un fratello. Quello che uccide senza scopo o che tace l’altrui delitto.

Ho pensato che fosse colpa della mia pelle d’ebano, del mio non capire la loro lingua. Cercavo un senso al dolore; ho creduto di impazzire. Il dolore delle bombe, dell’invasione. Di un’arma proibita piovuta sopra i nostri tetti. Delle vesciche, e di mia madre, che non è più stata la stessa e dopo pochi giorni se ne è andata sussurrando di sentire il sole troppo forte sulla sua pelle. Ma non c’era il sole, quel giorno. Non piovevano bombe, ma gocce incapaci di purificare la nostra terra. Lei era già cieca, lei era già quasi morta. La sua pelle in fiamme effetto del gas. Ma io ero una bambina, e mi illudevo che fosse immortale. Non avevo fatto i conti con l’inferno e con i suoi mille diavoli. Eppure sono qui, camminano tra noi. Sono umani, ma di umano non hanno il cuore. E per difenderci da loro, occorre conservare la memoria. Il ricordo è un atto d’amore.

Ho pelato le patate per i miei figli e poi per i miei nipoti. Ho spalmato crema per ammorbidire la pelle del mio viso. Non sarà mai morbida come quella di mia madre, ma ogni tanto nel riflesso oltre lo specchio intravedo un angolo del suo viso. E quando mi sento sola, troppo stanca dalle lotte di ogni giorno, mi accovaccio sotto una coperta, chiudo gli occhi e mi immagino di essere nascosta ancora una volta sotto il suo vestito.



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“Strisciare, a primavera” di Serena Barsottelli

Verme.

Mi butto a terra, quando lui non mi vede, e provo a strisciare. Ha detto che il pavimento è troppo sporco, ma l’unica polvere che mangio è quella dei miei sogni.

Verme.

E poi mi trovo davanti un muro bianco, troppo alto e ripido da scalare. Non riesco a salire, il mio non è neanche uno scivolare giù. Le mie mani, le mie maledette mani, sempre troppo lente a fare quello che lui pretende. Le mie mani mi sarebbero d’aiuto, ma io sono un verme e non posso più usarle.

Dovrei cercare un posto più adatto a me, dove vivere in segreto. Restare al buio, nascosta a tutti, nascosta da lui. L’intestino potrebbe andare bene. È dove sento dolore, sempre, quel tipo di dolore che ti blocca la fame. Se mangiassi qualcosa, finirei subito per eliminarla.

Cara…

La mano di mia figlia tra i capelli. Una carezza, il suo sorriso. Asciuga le mie lacrime. Cerco una voce umana dentro me, mi sforzo di modularla. La rassicuro, rassicuro me.

… mamma.

Mi stringe forte, mi protegge. Dovrei essere io a farlo. Dovrei portarla via di qui, ma in fondo lui le vuole bene. Anche a me ne vuole, colpa mia se non riesco più a vederlo?

I miei cinque cuori mi tengono in vita. Non sono dove ti aspetteresti, perché sono ibrida. Sono corrotta, sporca, andata. L’anello di congiunzione tra un umano e un verme puro. Al centro io, Verme, come lui mi chiama. Un tipo che non riesce a strisciare, né ad arrampicarsi su una parete.

Il mio bozzolo ha un nome di sei lettere e l’espressione curiosa di mia figlia. L’abbraccio, mi abbraccia, e restiamo così, in attesa di diventare farfalle. Succederà a primavera, forse, o in quella che per noi sarà la stagione della rinascita. Avrà il profumo dei fiori di campo e poi quello frizzante del gelsomino. Stanotte ho sognato una candela accesa e quell’odore era vivo, nella stanza. Stanotte ho creduto che saremo libere, un giorno.

Avevo già provato a diventare una farfalla, una volta, ma non c’ero riuscita. Volevo solo volare, sentirmi leggera. Aveva funzionato per un certo periodo, poi l’incanto era finito. Si può diventare primavera solo passando dall’inverno, mi dicevo, ma quel freddo mi stava uccidendo e io ero diventata poco più di uno scheletro.

Sei viva per miracolo.

Tu prova a darti la morte ogni giorno, con costanza e lentezza, convinta di scegliere la vita. L’avevo fatto per anni con l’anoressia e forse ancora, con lui. Mi ferisce ogni sua parola, colpisce un cuore e anche gli altri si mettono a vibrare.

Braccia rachitiche.

Avevo avuto paura che anche mia figlia soffrisse la fame, all’inizio, quando non riuscivo a produrre latte. Lei aveva fiducia in me e io in lei. Ce l’avevamo fatta. E quell’abbraccio era il nostro rifugio, il nostro sollievo.

Ma perché non muori?

Per lei. Nonostante lui mi stesse uccidendo, io continuavo a respirare per lei.

Quando mia figlia si è addormentata, sono tornata a strisciare. È questo che fanno i vermi, o almeno mi è sembrato di capire così: si muovono cercando un angolo adatto alla loro esistenza, e poi aspettano, con la paura di svegliare la bambina, di svegliare lui. Si arrabbierebbe se lo facessi, urlerebbe.

Mia figlia forse fa bei sogni. Vorrei chiederle se sta bene, se il suo sonno è dolce, ma non posso. Mi accovaccio in un angolo del salotto dove non arriva il sole. Mi sforzo di respirare.

Il pavimento è freddo, c’è odore di umido. Il brontolare delle lancette dell’orologio della cucina arriva fino a me e mi innervosisce appena.

Starà sognando la mia bambina? Fa parte della mia natura farsi delle domande. Mi capita spesso di non trovare risposte adatte. Suppongo che sia colpa della mia natura ibrida, metà umana e metà verme. Suppongo che sia colpa del mio essere Verme.

E ancora mi chiedo se arriverà la primavera, se mi troverà impreparata.

Mamma!

Si sveglia e sorride. Lui non l’ha sentita. Arrivo senza far rumore e lei alza le braccia verso di me. La tiro su, mi accarezza la schiena e facciamo naso naso. Il sole filtra appena dalle imposte vecchie. Penso che questa casa cadrà a pezzi se non farò qualcosa. Penso che qui sia tutto troppo marcio per lei, per noi due imprigionate in un sottobosco di muschio e foglie in decomposizione. Anche per Verme questo è troppo.

Andiamo fuori!

È lei a proporlo, e io la seguo. È sempre stata la più forte, nonostante sia ancora così piccola.

Uscire dalla stanza mi fa sentire meglio. La bambina mi passa le scarpe e io l’aiuto a mettersi le sue. È un lavoro di squadra, il nostro.

Che bello!

La luce del sole tende sempre di più al rosso, mentre sbuca tra i rami dei pini lontani. La nostra casa mi è sempre sembrata troppo isolata, ma adesso mi sento parte di tutto. Perché da quando c’è mia figlia, almeno una risposta l’ho trovata. La adatto al senso della vita, al perché continuo a resistere e a mantenere un briciolo di natura umana. La risposta ha sei lettere, le lettere del suo nome: E-l-o-i-d-e.

Via!

Lontano, non importa dove, insieme.

Allungo la mano, cerco di aprire il cancello. È chiuso a chiave.

In un angolo del giardino è nato un papavero. Il sole tramonta, e con lui la nostra primavera.

Domani?

Domani, amore, o un altro giorno.



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“Madri allo specchio” – AA. VV., a cura di Emma Fenu

Madri

Da un po’ di tempo sto riflettendo su un nuovo tipo di rubrica da portare sul blog basata proprio sulla figura della madre. Madri allo specchio è arrivato al momento giusto, un giorno di fine estate. Avevo adocchiato il concorso letterario da cui questa opera nasce, ma per una serie di incastri personali non sono riuscita a partecipare. Ero molto curiosa, però, di leggere questa raccolta. Mi permetto anche di sottolineare che l’intero ricavato sarà devoluto a Casa AIL di Sassari.

Il concorso, promosso dall’associazione Cultura al Femminile in collaborazione con Gli scrittori della porta accanto e “AIL Sassari“, era dedicato a Pierpaolo Fadda ed era diviso in due sezioni: racconti e poesia. Il tema era quello della madre, della maternità.

Da dove nasceva la mia curiosità? Dal fatto che molto spesso si tende a descrivere la maternità in un unico modo. In quello, cioè, che la società ci impone: idilliaco, fatto di piccole grandi gioie. Un percorso, anzi il percorso, attraverso il quale la donna si realizza. Be’, non credo che sia così. Credo che ci siano molti pregiudizi nei confronti delle madri e che questi pensieri non aiutino nessuno, soprattutto le donne.


La bellezza della raccolta Madri allo specchio è l’aver dato voce a diverse storie. Non ci importa, mentre le leggiamo, che siano inventate o no. Non ci poniamo questa domanda, perché il coinvolgimento emotivo che viviamo di volta in volta è totale. Sono vere, per noi che le leggiamo, come per chi le ha scritte e per chi le ha scelte.

Ogni contributo fotografa una propria immagine di maternità e la maggior parte delle volte si allontanano dalle definizioni tradizionali che siamo abituati ad attribuire con il termine madre. Ne è una prova il racconto vincitore, I miei occhi bassi di Silvia Argento, che apre la raccolta.

Ci sono tanti modi per essere madre. Alcuni di questi non passano dalla maternità fisica. Nel primo racconto c’è una maternità empatica, una maternità di cura e di protezione profonda e commuovente. E questa capacità della protagonista di essere madre si rivela proprio con una donna che potrebbe incarnare tutto quello che detesta: qualcuno, cioè, che ha abdicato al proprio ruolo. Immagina di desiderare con tutta te stessa qualcosa e di conoscere una persona che questo qualcosa l’ha rifiutato. Potresti odiarla, potrebbe ferirti. Eppure la protagonista non scende a questo livello. In greco la chiamerebbero ἐποχή, la sospensione del giudizio. Ma la madre creata dalla penna di Silvia Argento si pone addirittura in modo empatico con colei che avrebbe potuto considerare la propria nemesi.


La bellezza della raccolta Madri allo specchio è l'aver dato voce a diverse storie. Non ci importa, mentre le leggiamo, che siano inventate o no. Non ci poniamo questa domanda, perché il coinvolgimento emotivo che viviamo di volta in volta è totale. Sono vere, per noi che le leggiamo, come per chi le ha scritte e per chi le ha scelte.

Ho adorato Il coccio mancante di Lucrezia Guaita Diani. Un racconto, questo, in grado di fotografare la doppia natura della donna, madre e figlia al contempo. Un racconto che mette in luce anche quelli che la società considera limiti: la frustrazione, la rabbia, il legame con una persona amata che si perpetua tramite un oggetto.


Un altro tabù da sfatare è quella dell’idillio del post partum. Un momento particolarissimo per la donna che si trova a vivere la fine della simbiosi gravidica spesso con un passaggio brusco. Spesso in solitudine. Qualcosa di cui tutte le donne dovrebbero essere consapevoli per poter aiutare altre donne in questa fase delicata, mettendo da parte frasi fatte che non aiutano nessuno, neppure chi le pronuncia. Per riflettere su questo tema, consiglio la lettura di Io, senza me di Franca Falchi.


Alcuni racconti uniscono due tipi di esperienze sulla maternità opposte, ma profondamente legate: quella delle donne che rinunciano alla propria maternità dando il proprio figlio in adozione e quella delle donne che accolgono questi figli, crescendoli e amandoli. Se volete approfondire questo argomento, in Madri al contrario di Laura Cerrito e in Mezza madre di Alessia Finco troverete interessanti spunti di riflessione.

E poi ci sono madri che scelgono strade diverse, difficili e tortuose: ci sono tanti mezzi per diventare madri e tanti vissuti alle loro spalle. Bisogna avere rispetto per qualsiasi percorso una donna intraprenda, avvicinandoci in silenzio, senza parole futili che possano ridurre le loro storie a pura banalità. Un esempio di racconto che affronta questo tema è Piccola grande sfida di Laura Saija.


Mi sia concessa anche una menzione a un racconto molto interessante dal punto di vista filosofico, Madri per sempre di Enrica Bardetti: le madri umane sono diverse dalle madri degli altri animali? Nel mondo animale, si sa, le femmine lasciano andare i loro figli e se dimenticano. Può una donna con figli adulti abdicare al proprio ruolo? Una madre resta sempre una donna: può seguire il suo istinto, ricominciare da zero una nuova vita. Siete d’accordo oppure no?

Ammetto che questo racconto mi ha colpita molto perché ha strappato una delle più grandi etichette che la società ha attaccato sul corpo della madre.


Cosa resta, dunque, alla fine di questa lettura? La consapevolezza che non esista una maternità unica. Che ogni donna sia madre, indipendentemente dal fatto che abbia avuto o meno figli, perché essere madre è prendersi cura. Che ciascuna donna, oltre che madre, sia figlia. E che ciascuna donna sia semplicemente donna, con tutte le sue sfumature e sfaccettature: impossibile da definire e da incasellare.


Mi perdonerete se mi sono concentrata sui racconti e non sulle poesie. Vi assicuro che sono molto belle anche quelle, ma in questo periodo mi muovo meglio nelle vesti della narrativa, forse perché oltre che donna e oltre che madre mi reputo una cantastorie.

In Madri allo specchio troverete tante storie e tante emozioni. E sono sicura che leggendolo cadranno alcuni pregiudizi, vi ritroverete a provare emozioni ed empatia anche per donne con una storia molto diversa dalla vostra e questo penso sia uno dei meriti più grandi di questa raccolta: il merito, oltre che agli autori e alla casa editrice, è assolutamente anche della curatrice.


Cosa resta, dunque, alla fine di questa lettura? La consapevolezza che non esista una maternità unica. Che ogni donna sia madre, indipendentemente dal fatto che abbia avuto o meno figli. Che ciascuna donna, oltre che madre, sia figlia. E che ciascuna donna sia semplicemente donna, con tutte le sue sfumature e sfaccettature: impossibile da definire e da incasellare.

Prima di lasciarvi, mi permetto di scrivere ancora alcune cose:

  1. Non giudicate mai.
  2. Ricordate che oltre l’apparenza, oltre l’involucro, c’è un contenuto. E questo vale anche per le persone. Che non sono oggetti. Hanno dei sentimenti e dei vissuti. E tutti questi sentimenti e questi vissuti meritano rispetto.
  3. Siate per prime madri di voi stesse: imparate a prendervi cura di voi, ad amarvi, a perdonarvi. Ad accettare che anche voi potete sbagliare, come tutti. Come me, poco fa, adesso, tra cinque minuti.

Prima di salutarvi, ho una curiosità: vi è piaciuta questa rubrica di recensioni a tema? Presto arriverà un nuovo articolo per farvi riflettere sulla figura materna in alcuni libri che mi hanno colpita. Ho scoperto che, come il cibo e la bellezza, è un tema molto ricorrente. E una vocina mi suggerisce che magari non sia un caso.