“Lacerti di anima” – Silvia Lisena

La bellezza della fragilità, la bellezza della forza

Un inno alla libertà e alla vita, con tutte le sue caratteristiche. La voce di una donna insieme fragile e forte. Una bellezza, quella racchiusa in questo libro, che ci spinge a guardare il nostro corpo e tutto quello che sente e racchiude. Ci scopriamo ridotti in brandelli, ma vivi. Sentiamo dolore, ma anche amore e forza. Ci alziamo in volo, liberati dalla gabbia e ci uniamo nel vento, come nella sua Ad un’amica. Tutto questo e molto altro è racchiuso in Lacerti di anima di Silvia Lisena.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].


Nei Ringraziamenti che chiudono la raccolta Lacerti di anima, la poetessa Silvia Lisena scrive dell’ancestrale bellezza dei contrasti che continuano a spingersi sulla nostra altalena. L’amore per il mondo, per il sapore della vita, è nell’ostinazione che mettiamo, ogni giorno, scontrandoci con le delusioni e le sconfitte, con le vittorie e con le conoscenze acquisite.


Ci troviamo nudi accanto a Silvia Lisena e ci sentiamo accolti, capiti. Sto pensando a una delle poesie più recenti contenuta nella parte finale della raccolta, Pensiero notturno #327: nella continua ricerca di specchi, nessuno ha avuto il coraggio di riflettere l’immagine della poetessa. Eppure lei diventa specchio di tutti noi, per tutte le volte in cui ci siamo sentiti così, fragili, incompresi, abbandonati al nostro destino. Soli, dopo che qualcuno è scappato spaventato da ciò che ha visto. Perché gli specchi, lo sappiamo, riflettono quello che vedono.

Silvia Lisena ha saputo cogliere la bellezza della fragilità e la paura che ne deriva. Perché, come mostra in Disegno onirico, la paura della diversità altrui è la paura della propria diversità. Ci lasciamo intimidire da piccoli rami di siepe e restiamo bloccati al di qua, incapaci di superarla, senza ascendere e poi ridiscendere nell’essenza di chi abbiamo di fronte. Un richiamo, questo, che ricorda l’Infinito leopardiano.


Essere fragili che cos’è? La fragilità è ormai ridotta a un’etichetta che sembra più una condanna, in un mondo che vive una pandemia e che costringe sempre più a cercare riparo, a chiudersi in luoghi sicuri. A chiudersi forse in se stessi. In La viralità delle etichette, la poetessa Lisena ci lascia una rivelazione che dovrebbe mettere in discussione tutto, soprattutto il modo in cui ci guardiamo intorno e osserviamo noi stessi: fragile è la vostra visione del mondo.

Essere fragili che cos’è? L’esser fatti di vetro, il rischiare di cadere e andare in frantumi. La ricerca e la speranza di trovare qualcuno disposto a raccoglierli senza che la paura di farsi male possa bloccarlo. Fragile me, scrive Silvia Lisena. Fragili noi, aggiungerei.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].

E poi ci sono bellezze che dipendono da ciò che ci circonda o da quello che c’è stato: una tempesta di ricordi che ci fa ancora soffrire [Ricordi], l’ebrezza di un incontro d’amore fugace [C’era una volta una notte], l’armonia magica del giorno di un giorno speciale [Alba di Natale].


Non solo fragilità umana, ma anche forza. La bellezza in Epifania primaverile è quella della primavera che si risveglia come una bambina. Accende colori ed emozioni e noi ci ridestiamo con lei.

La bellezza in Respirare, la prima poesia della raccolta, è tornare a respirare e a camminare. A vivere, in altre parole.

La bellezza è il non essersi arresi, l’aver imparato a guardare il futuro pur prendendosi un giorno per ricordare il passato [Diciannove settembre].

La bellezza è aver imparato a perdonare il proprio corpo [Oproc].

La bellezza è accettare di essere parte del mondo, del suo movimento.


C’è tanta bellezza in Lacerti di anima di Silvia Lisena. E la sua poetica, lo ammetto, è stata in grado di emozionarmi più volte nel corso della lettura.

Se dovessi scegliere due poesie (una non riuscirei) che mi hanno scosso profondamente, sono la prima, Respirare, e Una vacanza al mare. Il perché l’ho già accennato, ma voglio ribadirlo.

In Respirare torniamo a vivere con la poetessa. Abbiamo tutti vissuto quella sensazione, almeno una volta nella vita. Quando hai rischiato di rimanere senza ossigeno, più o meno letteralmente, tornare a respirare è tornare davvero a vivere. All’inizio devi essere rieducato a farlo, è un percorso lento e delicato. Ma là fuori ti aspetta la vita.

In Una vacanza al mare ho trovato tracce dell’arte dell’effimero, tanto importante nei luoghi in cui sono cresciuta, tra cartapesta e tappeti in segatura. E quante volte ho affidato alla riva del mare pensieri e desideri. Quante volte con uno stecco ho scritto varie risposte e ho aspettato che il mare mi suggerisse quella giusta. Una delle ultime volte avevo scritto Hey you, rivolgendomi a tutti e a nessuno. Una richiesta d’aiuto, e il mare se l’era mangiata subito che avevo provato a renderla immortale con una foto. Ma sto divagando. Questo è il potere della poesia e di chi la poesia la vive e la scrive: riaccendere emozioni, ricordi, sentimenti assopiti e farli tornare a vivere.


A Silvia Lisena vorrei lasciare un messaggio: forse non ne sei consapevole, ma sei stata e sarai specchio di molti lettori. E spero che questa recensione ti restituisca l’immagine riflessa. Spero di esser diventata per qualche minuto specchio del tuo esser donna, poetessa, fragile e forte al contempo, umana e viva.




“Eleanor Oliphant sta benissimo” – Gail Honeyman

Una bellezza da (ri)scoprire

La bellezza, si sa, a volte lascia senza fiato. Si può restare letteralmente imbambolati di fronte alla bellezza di uno sconosciuto. E quella bellezza può diventare un tormento, una vera ossessione. Questo accade a Eleanor Oliphant quando a un concerto nota sul palco Johnnie Lomond, il cantante di un gruppo locale. Hanno gli occhi simili loro due, ma quelli dell’uomo hanno profondità ramate che lei non possiede.


Ogni bellezza è destinata a sfiorire.


Che cos’è la bellezza per Eleanor Oliphant? All’inizio ci risponde che è simmetria. Quella simmetria che lei non possiede più a causa della brutta cicatrice che le rovina un profilo del viso. È strana, è diversa da chi la circonda. È sola. La solitudine e l’incapacità di comunicare sono ben espressi dall’immagine dei suoi fine settimana lontani dall’ufficio, fatti di silenzio e di bottiglie di vodka.

Che cosa ha deturpato la bellezza di Eleanor? Bellezza rovinata, si intende, non solo della presunta simmetria del suo volto, ma anche del suo modo di essere più profondo. Che cosa l’ha resa così distante e schiva nei confronti del prossimo? Sembra che siano gli altri a escluderla perché è diversa, ma a mente fredda ci viene da chiedersi se quello che ha vissuto nell’ufficio Eleanor non sia stato un cane che si morde la coda: sei diversa -> voi non mi capite. Prova a rileggere in ordine inverso e il risultato non cambierà.


Dunque, lo abbiamo detto, la simmetria è il primo elemento con cui la protagonista di Eleanor Oliphant sta benissimo identifica la bellezza. E nel suo ragionamento, si spinge oltre. Che cosa sente di fronte a qualcosa di bello? Eleanor prova pena. Sì, perché ogni bellezza secondo lei è destinata a sfiorire. Perché quando si ha di fronte qualcosa di bello sulla superficie, diventa difficile andare più a fondo. Lei stessa, innamorandosi perdutamente del cantante con cui non ha scambiato neanche una parola, darà prova di questa verità.


C’è una cosa che accomuna belli e deformi ed è l’ingiustizia di un sentimento di odio nei loro confronti. Non hanno chiesto di nascere così, la loro è una condizione ontologica con cui, forse, sono nati. Così Eleanor, che sua madre ha sempre definito brutta, ha in comune uno stigma con le persone esteriormente più attraenti, simmetriche: l’esser vittima di pregiudizi legati all’aspetto e, in un certo senso, la colpevolizzazione, l’odio.


Se la bellezza di Johnnie Lomond è la prima con cui veniamo in contatto, così contrapposta anche al modo di vivere sciatto di Eleanor, un iniziale segnale del cambiamento che si sta preparando in lei è la sensazione di bellezza nel sentir pronunciare il proprio nome, dall’altra parte del telefono. Com’è possibile?

Immaginate di non aprire bocca con nessuno dal venerdì sera al lunedì mattina. Immaginate di ricevere solo risatine alle spalle, sguardi storti. Immaginate che l’unica persona che continua a telefonarvi durante la settimana sia qualcuno che vi ha fatto male e che ha minato e mina ancora oggi la costruzione della vostra autostima.

E pensate al potere della parola, quello tanto studiato anche in filosofia, secondo cui le cose esistono quando qualcuno le nomina.

Al telefono Eleanor scopre la bellezza del riconoscimento della propria entità e della propria esistenza.


Eleanor inizia a uscire dalla propria tana, almeno in pausa pranzo e per piccole visite a un uomo che ha salvato dopo un malore in strada. Accetta persino l’invito di un collega che lavora come informatico a bere qualcosa perché la sera è ancora bella e giovane.

La bellezza delle fresie, di un orto ben curato, dell’ordine che vive nella casa della madre di Raymond ci arrivano con un forte impatto visivo. Lo stesso impatto che colpisce Eleanor e il lettore quando l’anziana la ringrazia per la visita, per la condivisione del suo tempo con lei. La bellezza di combattere le nostre solitudini trascorrendo del tempo insieme.


Eleanor è consapevole di non essere una Musa canonica, una delle fanciulle voluttuose che popolano i dipinti. Così inizia a prepararsi al prossimo incontro con il cantante, il loro primo vero incontro, visto che lei si è innamorata di lui ma lui non sa della sua esistenza. Cambia look, si fa truccare, passare una tinta di smalto sulle unghie e più avanti cambierà persino l’aspetto dei suoi capelli.

“Bello” non è una parola solitamente associata al mio aspetto, dice a chi si sta prendendo cura di lei. A lavoro finito, però, si osserva e ringrazia chi l’ha resa splendente.


In quella forma di innamoramento tipica dell’età giovanile ma che Eleanor vive a trent’anni da poco compiuti, sperimenta anche la bellezza del lasciar viaggiare l’immaginazione. Un modo diverso per passare il tempo, ci dice. E intanto il tempo continua a scorrere davvero nella vita reale in cui la protagonista si muove ampliando il proprio raggio di azione e le proprie conoscenze sociali. Partecipa a una festa, si butta nel ballo anche se, lo dice sempre la mamma, è una cosa per belli.


Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è possibilità di essere “un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo”.


E poi il sogno si infrange ed Eleanor tocca il fondo. Lo gratta per bene, per giorni, in bilico tra la vita e la morte. Qualcosa la salva. Qualcosa o qualcuno. Qualcuno che non è così scontato definire neanche a lettura terminata.

Eleanor scopre la bellezza delle piccole cose, i dettagli, le piccole schegge di vita, cioè quel tipo di bellezza che impariamo ad apprezzare soltanto quando tutto, intorno a noi, è avvolto da nebbia e da buio. E questa nuova capacità di vedere è quello che ci salva la vita, l’ho sperimentato sulla mia pelle quando ho creato Ecco: filosofia della bellezza.

Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è la possibilità di essere un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo.


Non c’è niente di scontato per Eleanor e anche tu, se cambi il modo di guardare il mondo, sarai capace di trovare bellezza in ogni dove, anche dove non ti aspettavi: sul lavoro, nella vita privata, negli affetti umani e animali, per strada. E solo allora potrai ricordare la meraviglia del sole.

Il percorso della giovane donna in Eleanor Oliphant sta benissimo la porterà a capire di meritare la felicità e l’amore, a scoprire la verità sul suo passato e a vedere con chiarezza tutto quello che prima non riusciva a cogliere. In fondo, lo sappiamo bene, noi che siamo caduti nel fango e che ci siamo rialzati a fatica: in ogni cosa c’è bellezza.



“Innamorarsi alle Canarie” – Chiara D’Andrea

Bellezza: perfezione o libertà di essere felici?

Bellezza e fascino. Un binomio che spesso convive e alcune volte si contrappone. La madre di Caterina, la protagonista, è una donna ancora bella. Il padre, invece, è dotato di fascino. Ma perché questi due principi sembrano così distanti? Forse perché tendiamo ad accostare l’idea di bellezza a quella di perfezione. Anche Caterina, all’inizio del libro, lo fa.


La bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

Ecco la sua bella famiglia stile Tarallucci del Mulino Bianco: un sogno diventato realtà. Un marito non bello, perché la bellezza per Caterina è una cosa pericolosa, in grado di far perdere la ragione.

Eppure Caterina ha tutto: un marito perfetto, una casa perfetta con giardino e posto auto. Tutto così perfetto e rassicurante da risultare ai suoi occhi bello.

Poi succede qualcosa è l’impalcatura cade: non era reale quello che la protagonista stava vivendo, non il suo sogno di perfezione.


Inizia così il viaggio di Caterina, un viaggio alle Canarie, ma anche dentro se stessa. Un viaggio che la porta a (ri)scoprire parti di sé e dei suoi rapporti interpersonali, oltre che una terra che riesce da subito a catturarla.


In Innamorarsi alle Canarie, appena arrivata in suolo straniero, Caterina è colpita dalla bellezza del paesaggio, che via via si arricchisce di dettagli con lo scorrere della storia: il mare, la natura, la sabbia scura, i dettagli della città con i suoi balconi fioriti. E anche lo stile di vita ci appare stupendo: l’idea di potersi sdraiare al sole quando si vuole, la movida ricca di convivialità. Anche gli abitanti delle Canarie sono belli, perché spontanei. Non la bellezza che aderisce necessariamente a canoni estetici, quindi: la bellezza, qui, è libertà.


Un’altra bellezza che emerge nel libro è legata all’affetto e alla vicinanza dei propri cari. Caterina si ricongiunge a Barbara, che la ospita nella sua casa e anche in abbracci colmi di amicizia quando la donna sembrerà sul punto di crollare. E poi il rapporto con il padre di Caterina, che verrà a trovarla e con cui lei riscoprirà il suo ruolo di figlia e non di figlia-moglie.


E poi c’è lui, Nicolas. Una bellezza da allarme rosso. Un sorriso di chi la sa lunga e ne è consapevole. Occhi stupendi. Ma è vero che la bellezza da sola serve a poco. Eppure, Nicolas fa vacillare le ultime certezze di Caterina, anche quando il suo passato torna a bussare alla porta in nome di quella perfezione che poi perfezione non era. Lasciarsi andare o no? Rischiare di farsi male o tornare in Italia?


C’è una grande lezione che il padre di Caterina offre alla figlia e che l’autrice offre al lettore: la felicità non è stabilità. La felicità è amore.

Parafrasando questa affermazione, potremmo dire che in Innamorarsi alle Canarie la bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

La libertà della natura, ripresa con una videocamera. La libertà dell’abbraccio di un’amica. La libertà di nuotare nudi, non solo di vestiti. La libertà di correre il rischio di amare.


Che scelte farà Caterina? E con questo bel Nicolas? Non voglio togliervi il piacere di questa lettura, che in giorni pesanti è stata per me una boccata d’aria fresca.


Vi chiedo, però, prima di lasciarvi, se per voi la bellezza sia perfezione o fascino. Personalmente credo nel dettaglio che sfugge al controllo, quello che provoca un brivido, non sempre piacevole. Il perturbante, lo potremmo chiamare, qualcosa che lascia il segno e provoca emozioni. Ma di tutto questo parleremo un’altra volta.




“Haikugrafia” – Roberta Placida

Sentimento sublimato, sentimento incarnato.

La bellezza è in ogni cosa se sai vederla. Per riuscirci, a volte avremmo bisogno di un occhio nuovo. Ed è proprio questo occhio nuovo, per citare Ilio Leonio dalla Prefazione di Haikugrafia, a emergere nell’opera di Roberta Placida. Un occhio che sa cogliere impressioni senza fermarsi a descrivere e che riesce a coniugare due forme d’arte solo in apparenza lontane: la poesia degli haiku e quella della fotografia. Ne nasce un modo diverso di fare bellezza, di dialogare con il nostro universo interiore e con tutto quello che ci circonda.


E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore.


Ci sono lo scorrere del tempo in Haikugrafia, e il rispetto delle stagioni. Non solo quelle che si alternano durante l’anno, ma quelle più volubili della vita. E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore. Come un’opera d’arte che prende voce e sussurra, come una brezza leggera. E prende sostanza e forma, mentre il vento muove le foglie.


La prima bellezza che troviamo in questa raccolta è quella dell’amore. Appare subito nella dedica e ci accompagnerà nella lettura. È una presenza che continua a vivere, nella nostalgia e nei ricordi, nel vento. Il bel sogno dell’haiku 4 è un inno sussurrato alla nostalgia e all’autunno. Le foglie dell’immagine incorniciano le parole e le fanno uscire fuori dalle pagine: le rendono vive, vere.

E con la foto di un dente di leone, immagine a cui sono particolarmente legata, si sposa l’haiku 7 con la sua impressione di voce portata dal vento. Soffierà anche sul fiore, forse, e porterà altrove i semi. Continueranno a viaggiare, continueranno a vivere.


La bellezza della felicità ormai perduta è un ricordo dolce e amaro. Ne è protagonista l’haiku 14, a testimoniare che ciò che è stato bello può anche provocare dolore. E che anche nel dolore può vivere, ancora, il germe della bellezza.


Nell’haiku 17 la bellezza assume i contorni della poesia e questa è l’idea che mi sono fatta, nel mio piccolo, leggendo e guardando Haikugrafia: che la poesia sia bellezza, che la poesia sia un ponte tra chi la scrive e il mondo che lo circonda, tra chi la scrive e chi la legge. La poesia come anima del mondo, come soffio che tutto avvolge e tutto anima.

In una vita che spesso è fragile bellezza come le foglie d’autunno, potremmo essere tentati di non cogliere gli scorci che si aprono di fronte a noi. Quando abbiamo perso chi amiamo, è difficile riuscirci, ma Roberta Placida ha compiuto un piccolo grande miracolo: è riuscita a cogliere la bellezza nello scorrere del tempo, negli elementi naturali, nella vita che nonostante tutto sorge, nel ricordo, nei sogni, e persino nel dolore e nella morte.


Fragile bellezza

di foglie sonanti

che affidano al vento

l’ultima voce…

[…]

Roberta Placida, Autunno in Haikugrafia, Daimon Edizioni, L’Aquila, 2019.

Haikugrafia si chiude proprio così, con la bellezza delle foglie al vento e della loro ultima voce.


Sentimento sublimato: così Antonio Iannucci definisce Roberta Placida nella Postfazione di Haikugrafia. Sublimato, sì, per l’elevato valore artistico e linguistico che caratterizza quest’opera. Ma anche incarnato: perché Roberta Placida come una ballerina sulle punte si muove su un palco di vita e di morte e tocca tutti gli angoli, con rispetto e delicatezza. Con armonia, mi verrebbe da aggiungere. O, più semplicemente, con bellezza.




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“Cambiare l’acqua ai fiori” – Valérie Perrin

In ogni cosa c’è bellezza

Un caso editoriale molto discusso. Per alcuni un vero e proprio capolavoro, per altri un’opera commerciale.

Di sicuro siamo colpiti dall’occhio fotografico dell’autrice Valérie Perrin.

Come forse avete capito, su questo sito non leggerete (solo) recensioni tradizionali. Ho deciso di unire l’amore per la lettura a “Ecco: filosofia della bellezza” creando il blog “Leggere è bellezza” e la rubrica “Bellezza sopra le righe”.

“Cambiare l’acqua ai fiori” è stata la mia prima lettura del 2021.


“Guardi che tempo meraviglioso” dico. “Ogni giorno la bellezza del mondo mi inebria. Certo, c’è la morte, i dispiaceri, il brutto tempo, il giorno dei morti, ma la vita riprende sempre il sopravvento, arriva sempre un mattino in cui c’è una bella luce e l’erba rispunta dalla terra riarsa”.

“Cambiare l’acqua ai fiori”, Valérie Perrin, E/O, 2018.

La prima volta che Violette, la protagonista, incontra la bellezza è contemplazione. Ha il volto d’angelo e tutte le ragazze cadono ai suoi piedi, ma lui, quella notte, sceglie lei. Lo farà anche la notte successiva, e poi quella ancora per molte altre notti.

Questa bellezza di cui Violette si nutre è fisica e la sua fame è insaziabile.

La protagonista vorrebbe perdersi in quell’abbraccio, in quella passione, e per questo vi dedica le sue giornate.


La seconda bellezza che Violette conosce è quella che intravede in un sogno a occhi aperti: avere finalmente una famiglia. Non tanto il costruirne una, quanto il sentirsi finalmente parte di qualcosa.


La nascita di Léonide rivoluziona il suo concetto di bellezza. La componente fisica rimane nei lineamenti della bambina, così simili a quelli del padre. Vi è, però, un aspetto più viscerale: la gioia dei sorrisi di sua figlia, il contatto, la complicità, il semplice giocare insieme. La bellezza è in Léonide e trova ulteriore espressione in una vacanza che per qualche giorno la illude che tutto sia perfetto così.


Un giorno succede qualcosa di terribile, qualcosa che non dovrebbe mai succedere. E la bellezza, così difficile da vedere, continua a vivere solo nel ricordo. Ci sono troppe distanze e tutto provoca dolore. Solo ciò che è stato ed è andato perso sembra bello per Violette.


Uno dei più grandi insegnamenti che ho tratto da “Cambiare l’acqua ai fiori” è che la vita ha sempre in serbo sorprese per tutti noi. La bellezza per Violette torna a pulsare, viva, nella cura. Il prendersi cura prima di un orto e di un giardino, poi degli altri e del loro dolore. Infine del ricordo di chi non c’è più.


Un giorno la bellezza torna a bussare alla porta di Violette e la coglie impreparata. Quasi in silenzio, senza far rumore, torna a trovarla e lentamente la cambia: scioglie il gelo, ma più di tutto la paura e la sensazione di non aver più niente da dare. La presunta incapacità di amare perde forza e inizia a vacillare.

Questa nuova bellezza non sovrasta le altre, ma prende il suo posto tra loro.


C’è un’ultima bellezza ad arrivare nella vita di Violette. L’ultima con cui l’autrice ci lascia e che io lascio a voi, come suggerimento, come spunto per migliorare la nostra vita. La consapevolezza di sé, della verità e del coraggio di vivere in armonia con quello che abbiamo dentro e con quanto vive intorno a noi.

Credo che ognuno di noi dovrebbe arrivare, un giorno, a vivere questa bellezza. Sono ancora lontana dal riuscire a farlo, ma ogni giorno provo a fare un passo in più verso questo tipo di bellezza.


Prima di salutarci, ringraziandoti per la lettura, ti chiedo che cosa sia per te la bellezza e se hai ritrovato in questa recensione anche la tua idea di bello. Se hai letto questo libro, che sensazione ti ha regalato?

Io ti lascio con un pensiero semplice e che questo libro mi ha suggerito: ogni cosa è bellezza. Anche quando siamo avvolti dal buio, la bellezza è intorno a noi.

Grazie per l’attenzione.



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