Di compagnia, d’amicizia e di segreti – Angela Colapinto

Intervista ad Angela Colapinto, autrice di “Il Detestiario”, “Paura” e “La compagnia”

Per me è difficile, oggi, intervistare e introdurre Angela Colapinto. Sì, perché per me lei è una persona davvero speciale. Non solo una collega di scrittura, non solo un’amica. Con Angela ho condiviso un percorso bellissimo e da allora è entrata nella mia vita. Ma non sarò qui ad annoiarvi con la storia di questo rapporto, seppur, credetemi, sia davvero atipica.

Angela Colapinto nasce nel 1979 a Bologna, dove vive e lavora. Nella vita di Angela la scrittura occupa un ruolo importante, ma è un’artista poliedrica che si occupa di fotografia, pittura e ceramica. È anche una danzatrice.

Dal 2015 si dedica con serietà alla scrittura. Autrice di numerosi racconti, di una raccolta “Paura” (Fara ed.), e di due romanzi “Il Detestiario” (Jona ed.) e “La Compagnia” (Booktribu ed.).


Ciao Angela! Fa sempre un effetto strano essere una da una parte e una dall’altra dopo tanto tempo passato a intervistare e a dialogare con altri autori insieme. Inizierei quindi con una domanda molto diversa dal solito: che tipo di domanda non vorresti che ti fosse mai rivolta durante un’intervista o una presentazione? Perché?

Che cosa c’è di autobiografico in questo romanzo? una domanda che odio e in qualche modo amo allo stesso tempo. Ogni volta che mi viene posta, prima di rispondere ho sempre un attimo di esitazione: difficilmente si scrive di ciò che non si conosce e quindi si è costretti alla sincerità che a volte non si vorrebbe. In ogni parola che mettiamo nero su bianco c’è qualcosa di noi, anche quando raccontiamo storie e aneddoti presi in prestito da altri. Quindi mi ritrovo a ripetere sempre tutto e niente, ma è dentro a quel tutto che risiede la sincerità a cui ho accennato poco fa.


In ogni parola che mettiamo nero su bianco c’è qualcosa di noi, anche quando raccontiamo storie e aneddoti presi in prestito da altri

Angela Colapinto

Che tipo di storie dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

Di sicuro non storie rosa dalle tinte tenui e calde, e soprattutto piene di buoni sentimenti. Può bastare come risposta?


C’è un’opera a cui sei particolarmente legata? Perché?

Se parliamo di autori conosciuti “Arrivederci amore, ciao” di Massimo Carlotto: mi ha subito colpito la costruzione del protagonista, Giorgio Pellegrini, la sua efferata indifferenza arriva dritta allo stomaco togliendo il fiato. Se parliamo delle mie, forse l’ultimo romanzo “La Compagnia”, per la lunga e complessa gestazione che ha portato al suo realizzarsi.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“Il Detestiario”: tagliente, spregiudicato e amaro.

“Paura”: inquietante, angosciante e stralunato.

“La compagnia”: avvincente, malinconico e noir.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura delle tue opere (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

“Il Detestiario”: lo assocerei al genere punk, un romanzo da leggere durante il giorno, quando si ha voglia di sfogarsi un po’.

“Paura”: mi immagino un sottofondo alla Alfred Hitchcock, da leggere a piccole dosi, un racconto due al giorno, magari in un momento di pausa.

“La compagnia”: Mad World di Gary Jules, da leggere di sera, sempre sperando di non fare incubi.



Senti, Angela: chi finirebbe dritto in prima pagina nel tuo personalissimo detestiario?

Me l’hanno chiesto in tanti ma non ho mai trovato un’identità; Margherita, più che persone specifiche, nel suo detestiario ci mette categorie di persone ed è un po’ quello che farei anche io. Sicuramente ci finirebbero tutti quelli che recitano una parte vivendo nel mondo come fossero altro da sé, ma pretendendo allo stesso tempo di capire il prossimo e indirizzarlo sulla retta via senza avere nemmeno ben chiara quale sia la loro. E ogni tanto ci metterei anche me stessa, più spesso di ogni tanto.



In “Paura”, la tua raccolta di racconti, l’inquietante esplode fuori dal quotidiano. Che cos’è per te la paura, Angela?

La paura per me è proprio il quotidiano. Non credo che nella vita serva andare incontro a situazioni estreme per provare paura, credo che ogni giorno che viviamo possa racchiudere in sé una buona dose di motivi per cui provare questo sentimento. La paura per me è paralisi, ed è questa la più grande sfida: attraversare l’esistenza cercando di scrollarsela di dosso.



Veniamo ora a “La compagnia”, il tuo ultimo romanzo. L’atmosfera nera palpabile dalle primissime pagine del tuo libro ci fa riflettere su quanto i traumi più grandi che attraversano le nostre vite siano in grado di lasciare il loro segno nella nostra mente e sulla nostra pelle. Che cosa puoi dirci del modo in cui Sara, la protagonista, si trova a fare i conti con il ricordo della voce che la invita a non entrare nella dependance?

Sara è forse il personaggio meno compiuto del romanzo: è come se l’infanzia non l’abbia mai abbandonata, gli anni trascorsi in qualche modo l’hanno fatta crescere fisicamente ma dentro, e in cuor suo lei lo sa, è ancora la stessa bambina. Ed è così che affronta quella voce, parcheggiandola nella cesta dei giochi forse nella speranza di poterla un giorno dimenticare, fino a che il richiamo non le sopraggiunge troppo forte per poter essere ignorato.


Se tu, Angela, ti trovassi nella stessa situazione di Sara, con una parte di te che non ricorda e l’altra, curiosa, che deve sapere, che cosa faresti? Ti comporteresti come lei?

Questa è una domanda trabocchetto, vuoi sapere cosa può esserci di me nel comportamento di Sara? Scherzo, però ammetto di essermelo chiesto varie volte ma no, credo che non mi comporterei affatto come lei. In ogni situazione poco chiara che ho attraversato mi sono sempre ritrovata a cercare spasmodicamente la verità, ed è questo quello che farei al suo posto (sempre ammesso che esista davvero un’unica verità da ricercare).


In “La compagnia”, uno dei temi principali è anche l’amicizia e il modo in cui nel tempo può modificarsi o meno. Che cos’è per te l’amicizia? Che valore dai all’amicizia?

L’amicizia per me è il legame più vero e profondo che possa esistere tra le persone, è amore allo stato puro. Do un valore altissimo all’amicizia, ed è anche per questo che ho deciso di indagarne anche i lati più oscuri. Siamo fatti di luce e di ombra purtroppo, o per fortuna.


Nei tuoi libri ricorre spesso il tema del tradimento. Anche in “La compagnia” è uno degli elementi portanti. Qual è secondo te il più grande tradimento che un autore può fare nei confronti del proprio libro?

Non essere onesto con la storia e con i propri personaggi. A volte, quando scriviamo (ebbene sì, capita anche a me), vorremmo non dover sacrificare nulla e nessuno, vorremmo salvarli, vorremmo il lieto fine, ma questo non è sempre possibile e dobbiamo essere fedeli fino in fondo a quanto vogliamo raccontare.


Un altro dei temi ricorrenti nei tuoi libri è l’ossessione. Che sia verso qualcuno o verso qualcosa, è spesso molto presente. Puoi dirci qualcosa a riguardo? E tu, Angela, sei ossessionata dalle storie?

Se sono ossessionata dalle storie? Sin da quando ero bambina: in ogni momento di noia, quando giocavo con le barbie o con i lego, tutto era finalizzato alla costruzione di una storia. In fila nel traffico cittadino mi ritrovo tutt’ora a immaginare scenari in cui le persone prendono strade diverse cambiando così il finale, è un po’ un gioco alla Sliding Doors. Credo che ognuno di noi abbia provato almeno una volta ossessione per qualcuno o per qualcosa, magari una situazione che vorrebbe fosse andata in modo diverso, o un oggetto, perché no, che magari si desidera e non si può avere. Perché non portare tutto ciò dentro a quello che scrivo?


In “La compagnia”, ma anche nelle altre tue opere, i protagonisti, i personaggi, sono il fulcro della storia. In che modo ti approcci ai tuoi personaggi? Li vivi come fossero reali? Quanto la tua esperienza in teatro ti aiuta in questo?

Ho iniziato il corso di teatro perché facevo fatica a parlare in pubblico e volevo abbattere questo muro. Poi, recitando, mi sono resa conto che il modo in cui dovevo entrare nel personaggio da rappresentare mi dava modo di conoscerlo davvero, in maniera profonda, di diventare, seppur per poco, il personaggio stesso. I protagonisti dei miei racconti e dei miei romanzi sono la mia linfa vitale, se non fosse per loro la storia non si costruirebbe. Nascono per primi e vivono insieme a me in ogni singolo istante della creazione, a volte mi indirizzano verso una scelta piuttosto che un’altra, hanno una loro personalità ben definita e non si fanno mettere i piedi in testa facilmente.


Cerchiamo ora di approfondire il tuo rapporto con la scrittura. Quando e come è nata la tua passione?

Da bambina facevo una cosa per me molto carina: quando iniziavano le vacanze estive spesso dovevo separarmi dalle mie amiche per quasi tre mesi, così scrivevo quaderni su quaderni che al rientro a scuola consegnavo alle destinatarie nella speranza che avessero voglia di leggerli. E ammetto che l’hanno sempre fatto. Credo che la mia passione abbia avuto origine lì.


Che cos’è per te la scrittura?

È il mio modo di parlare alle persone, regalando ciò che nel quotidiano spesso resta sotto la superficie.


Se sono ossessionata dalle storie? Sin da quando ero bambina: in ogni momento di noia, quando giocavo con le barbie o con i lego, tutto era finalizzato alla costruzione di una storia. In fila nel traffico cittadino mi ritrovo tutt’ora a immaginare scenari in cui le persone prendono strade diverse cambiando così il finale, è un po’ un gioco alla Sliding Doors.

Angela Colapinto

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

No, onestamente non ne ho una precisa: spesso lavoro per fotogrammi che cerco di unire, e questo viene dall’altra mia grande passione che è la fotografia, altre volte inizio a buttare giù idee che poi lascio lì e riprendo in un secondo momento.


Hai pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti. Spostandoti in storie di diversa lunghezza di respiro, come è cambiato il tuo modo di lavorare?

Rispetto a quanto detto poco fa, se si tratta di un romanzo parto dalla costruzione dei personaggi e dalla sinossi, diversamente dai racconti che sono molto più brevi necessito di una scaletta ben definita da poter seguire e che almeno in parte contenga già la divisione in capitoli.


Una frase che spesso noi autori ci sentiamo ripetere è “ma come ti è venuto in mente?”. Adesso ti giro una domanda simile: dove trovi l’ispirazione per le tue storie?

La trovo spesso in quello che mi capita o che capita agli altri, oppure negli aneddoti che le persone mi raccontano; immagino lo scrittore come qualcuno che girovaga con gli occhi, le orecchie e il cuore aperti a recepire e fare suo ciò che ha intorno; un innocuo ladruncolo di spunti.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Deve riuscire ad attrarre il lettore tanto da fargli desiderare di non interrompere la lettura, deve riuscire a portarlo dentro tanto da fargli vedere ogni singola scena come fosse in un film, deve sorprenderlo e deve renderlo triste nel momento in cui giunge alla fine.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

La parte più difficile è sicuramente la promozione dell’opera: sarei uno di quei classici topi da biblioteca che vorrebbe scrivere tutto il giorno e avere un alter ego che si sobbarca tutto il resto, anche se poi, dopo i primi momenti, quando sono in mezzo alla gente e parlo di quello che scrivo, e vedo l’interesse nei loro occhi, la soddisfazione che provo è indescrivibile.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

La scrittura. Quando batto le dita sui tasti e vedo le cose accadere, seppur nella finzione, ogni tanto provo la presunzione del creatore: i personaggi e la storia esistono perché sono io a renderlo possibile. Un po’ di sana follia quando si parla di scrittura non guasta mai, no?


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Me l’hanno chiesto in diversi ma la risposta è sempre la stessa: no. Leggo tanto e leggo libri di qualsiasi genere e caratura, a volte penso che dovrei rispondere a tutti, perché da ognuno di essi posso dire di aver imparato qualcosa.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

Importantissima, mio padre mi ripeteva sempre: per imparare a scrivere bisogna prima leggere e credo oggi più che mai che avesse ragione. In effetti lo vidi anche nei temi a scuola, i miei voti fecero un balzo a dir poco sorprendente.


Poi, recitando, mi sono resa conto che il modo in cui dovevo entrare nel personaggio da rappresentare mi dava modo di conoscerlo davvero, in maniera profonda, di diventare, seppur per poco, il personaggio stesso. I protagonisti dei miei racconti e dei miei romanzi sono la mia linfa vitale, se non fosse per loro la storia non si costruirebbe. Nascono per primi e vivono insieme a me in ogni singolo istante della creazione, a volte mi indirizzano verso una scelta piuttosto che un’altra, hanno una loro personalità ben definita e non si fanno mettere i piedi in testa facilmente.

Angela Colapinto

Qual è stata l’esperienza che più ti ha segnata a livello autoriale?

Anni fa avevo iniziato a scrivere in modo acerbo, avevo tentato parecchi concorsi senza mai vincerne uno. Un giorno, quasi per caso, ho incontrato un amico (che ringrazio) che aveva pubblicato un racconto e che mi ha parlato del corso di scrittura che aveva frequentato. Mi sono iscritta anche io ed è da lì che è nato tutto: ho conosciuto di persona diversi scrittori e questo mi ha permesso di aprire la mente a un mondo che mi sono resa conto conoscevo ben poco. Credo che sia stato questo, e il modo in cui questa bellissima esperienza mi ha fatto crescere.


Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Entrambi, non do un valore diverso a un autore affermato rispetto a un emergente, do valore alle pagine che leggo. Poi, ci sono autori conosciuti che mi piacciono molto e che cerco nelle librerie, mentre quelli emergenti devono fare la fatica di arrivare a noi, ma questo lo sappiamo bene.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Credo che la conoscenza possa cambiare il mondo, perché è in grado di spostare il punto di vista e di illuminare gli angoli bui che molto spesso tendiamo a ignorare. Quindi sì, anche la scrittura e la lettura possono farlo, in quanto mezzi per conoscere.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ne ho una in particolare da indicare, credo che non ci sia mai stata un’opera che abbia avuto la capacità di cambiare davvero la mia visione interiore o del mondo, credo piuttosto che ogni opera che è passata sotto i miei occhi mi abbia donato qualche abilità in più, e questo ha contribuito sicuramente a far evolvere la mia visione interna ed esterna.


Immagino lo scrittore come qualcuno che girovaga con gli occhi, le orecchie e il cuore aperti a recepire e fare suo ciò che ha intorno; un innocuo ladruncolo di spunti.

Angela Colapinto

A cosa stai lavorando?

In questo preciso momento a un racconto, ho una scadenza da rispettare e bisogna che mi metta sotto!


E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Per ora nulla di preciso, i mesi passati di lockdown hanno un po’ rallentato la promozione dell’ultimo romanzo, quindi sto cercando di concentrarmi su questo. Però l’altra sera ero sul divano e la mia mente stava costruendo storie parallele, una in particolare mi ha colpito e fatto pensare a un nuovo possibile romanzo. Ma non andiamo oltre, sono scaramantica


Oltre alla scrittura e alla lettura, sappiamo che sei un’artista poliedrica: pittura, fotografia, ceramica, danza e teatro. Puoi dirci che cosa rappresentano per te?

Passioni, obiettivi forse. Sono sempre stata attratta dall’arte ma anche io mi ero sentita dire: meglio che tu faccia altro nella vita. Per molti anni ho creduto a queste parole poi, come capita a tanti, sono successe diverse cose che mi hanno fatto pensare che non avessi più nulla da perdere e che quindi, se avessi deciso di provarci, il peggio che poteva capitare era che non cambiasse nulla. E invece sono cambiate molte cose e oggi mi ritrovo ad avere tanti piccoli secondi lavori che mi occupano tempo ma che mi restituiscono molte gratificazioni.

Le persone spesso mi definiscono impegnativa: non so se perché questo mio lato creativo in qualche modo le spaventi o semplicemente perché è difficile, a volte, andare oltre a ciò che viene mostrato. In qualche modo però dovrò pure farmi un po’ di pubblicità, concordi?


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Che ci provi, anche se gli sembra difficile, anche se gli sembra impossibile che vada avanti e non molli. Che accetti i consigli di chi ne sa più di lui con umiltà e che sia pronto a rimettere mano alla sua opera anche quando la ritiene finita e perfetta. Che abbia fiducia, in se stesso e in quello che la scrittura può portargli. Se posso fare una battuta, che non creda però di diventare ricco con il primo romanzo (cosa che tuttavia gli augurerei). Piedi per terra e testa sulle spalle, via che si va!


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

“Demian” di Herman Hesse. Uno dei romanzi di formazione meglio riuscito, a mio avviso, un passaggio che in fase di evoluzione, soprattutto durante l’adolescenza, ognuno di noi dovrebbe compiere.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? UN PO’ E UN PO’
  4. Musica in sottofondo o silenzio? PREFERIBILMENTE SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? PER ORA, PRIMA
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO (IN VALIGIA, DIGITALE)
  7. Revisione a schermo o su carta? A SCHERMO, CON APPUNTI SU CARTA

Ringraziamo Angela, un’artista in grado di scavare nella profondità umana senza pregiudizi, accogliendone ogni forma.

Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



E se i social morissero? – Marco Venturi

Intervista all’autore di “Morte alla fine dei social”, Marco Venturi

Dopo l’intervista al giallista anticonvenzionale Stefano Cirri (che trovate qui), restiamo ancora in Toscana. Anche oggi la nostra pagina si tingerà di giallo. Ci spostiamo a Montale, in provincia di Pistoia, dove vive il nostro Marco Venturi. Classe 1973, una laurea in economia aziendale, il lavoro come impiegato bancario e la casa condivisa con la compagna Elisa, i suoi due figli, un cane e due gatti. E giallo, tanto giallo.

Il romanzo d’esordio di Marco Venturi è infatti un giallo di stampo classico che non vi lascerà delusi: “Morte alla fine dei social“.


Ciao Marco. Nel tuo romanzo “Morte alla fine dei social” sembrano intrecciarsi giallo e distopico. Che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine del tuo libro?

È una storia ambientata in un futuro prossimo, o meglio ancora in un ipotetico presente, in cui l’utilizzo dei social network viene drasticamente limitato da una legge del Parlamento Italiano. In questo scenario “fantastico” si sviluppa la trama del giallo di stampo classico. Il lettore viene accompagnato in una vicenda che assume contorni sempre più torbidi e inquietanti. I protagonisti, buoni e cattivi, vengono raccontati nelle loro virtù e fragilità, costretti ad affrontare una rivoluzione sociale e culturale ricca di spunti di riflessione anche per i non amanti del genere thriller.


Descrivi “Morte alla fine dei social” con tre parole (tre, non barare):

Inquietante, originale, godibile.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura di “Morte alla fine dei social” (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

Il romanzo è ambientato in Italia, quindi spazio ai cantautori nostrani. Dovendo indicarne qualcuno, tenendo conto dei temi trattati, punto su Fabrizio de André, Lucio Dalla e, per avvicinarsi ai giorni nostri, Francesco Gabbani.


Nel tuo libro lo scenario in cui si snoda la vicenda è la limitazione dei social network. Che rapporto hai con i social network?

Essendo prossimo ai cinquant’anni mi destreggio bene su Facebook, provo ad arrangiarmi con Instagram e stop, per gli altri social sono già troppo vecchio. Personalmente non sono contrario all’uso dei social networks. Sono anch’essi uno strumento nelle nostre mani, ne possiamo fare un uso corretto oppure tentare di sfruttarli per il proprio tornaconto personale. Quello che mi turba maggiormente è l’abuso che troppo spesso ne viene fatto, esempi ve ne sono a bizzeffe, inutile stare a dilungarsi in merito.


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere pochi anni fa, mi sono cimentato quasi per gioco. Quando ho finito il romanzo, ho provato a mandarlo ad alcune case editrici, ho ricevuto qualche offerta di pubblicazione e mi sono lanciato in questa nuova avventura. I riscontri ricevuti dai lettori della prima ora mi hanno spinto a proseguire su questa strada.


Che cos’è per te la scrittura?

La scrittura è una valvola di sfogo dalla quale la nostra fantasia può uscire e prendere la forma che intendiamo darle. Se poi questa forma risulta gradevole anche agli occhi degli altri tanto di guadagnato.


La scrittura è una valvola di sfogo dalla quale la nostra fantasia può uscire e prendere la forma che intendiamo darle. Se poi questa forma risulta gradevole anche agli occhi degli altri tanto di guadagnato.

Marco Venturi

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Non ho particolari rituali. Mi appunto sullo smartphone eventuali spunti o considerazioni che germogliano nei momenti più assurdi. Poi, quando lavoro, famiglia, animali domestici e quant’altro me lo consentono, apro il laptop e cerco di mettere insieme tutti i tasselli del puzzle che giacciono sparpagliati nella mia mente.


Qual è, secondo te, il lettore ideale per “Morte alla fine dei social”?

Il lettore ideale è chi predilige il genere giallo/thriller, ma anche chi preferisce la narrativa classica può tranquillamente cimentarsi nella lettura del mio romanzo. Non vi sono particolari scene cruente o un utilizzo smodato del sangue, quindi anche i soggetti più impressionabili possono apprezzarlo e lasciarsi coinvolgere nelle indagini.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Un buon romanzo, a mio parere, deve avere uno stile “snello”, immediato e avvincente. Il lettore deve essere invogliato a proseguire la lettura al termine di ogni capitolo. Non mi entusiasmano i capitoli troppo lunghi in cui abbondano le descrizioni. Per i thriller/gialli non devono esserci incongruenze o “buchi nella trama”; la storia deve essere verosimile a meno che non tenga tra le mani un horror o un fantasy.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

La parte più difficile è stata senza dubbio la promozione. Le altre fasi le ho affrontate con l’entusiasmo, e soprattutto l’incoscienza, dell’esordiente quindi non mi hanno creato particolari pensieri. Tutt’altra cosa è stata quando ho avuto tra le mani la mia creatura e mi sono dovuto ingegnare per farla conoscere a un pubblico via via sempre più vasto. E non ho ancora finito…


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

 La più stimolante per me è l’ideazione, quando si parte da uno spunto “forte” e gli si costruisce intorno un microcosmo fatto di personaggi e avvenimenti. Si comincia a tagliare e cucire la trama come fosse un abito, fino a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati quando abbiamo cominciato.


Riallacciandoci ancora al tema dei social network, quanto è importante il loro utilizzo nell’attività letteraria? (ricerca, ideazione, promozione, ecc.)

I social network sono un veicolo importante per la promozione delle nostre opere ma vanno saputi usare, con parsimonia, intelligenza e criterio. In parole povere sono contrario allo spam selvaggio e ripetitivo. Da più di un anno ho imparato a usare i social anche come veicolo per conoscere nuovi autori e interagire con loro. Si sono sviluppate collaborazioni proficue che non mancheranno di dare frutti nel breve termine. Lo scambio di opinioni, consigli e suggerimenti è diventato un appuntamento fisso per me durante la settimana.


Ti rispecchi più nel giornalista Giacomo Brini o nel maresciallo Mauro Mancini? Perché?

Brini e Mancini sono due personaggi tra loro complementari. Proprio per questa ragione posso dire che in entrambi vi sono tratti distintivi dell’autore, pregi e difetti compresi.


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Non esiste un unico autore cui posso assegnare la palma di “musa ispiratrice”. Ho letto centinaia di romanzi, soprattutto gialli, sia italiani che stranieri e le mie librerie ostentano le collezioni complete di molti scrittori noti a fianco di esordienti o semisconosciuti. Qualche lettore del mio romanzo ha rivisto nel mio stile tracce di Marco Vichi e Giorgio Faletti ma ritengo di non essere in grado neanche di allacciare le scarpe a firme così celebri della nostra narrativa. Negli ultimi anni ho preferito dedicarmi in prevalenza al giallo italiano e mi piace quindi citare Dazieri, Pulixi, Barbato, Carrisi, Lugli, Baraldi. Ripeto:  per me non sono fonti di ispirazione ma più semplicemente maestri a cui fare riferimento in termini di stile e sviluppo di trama e capitoli.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

A mio parere leggere aiuta a scrivere meglio: si imparano piccoli trucchi del mestiere che poi vengono personalizzati in funzione delle idee di trama che si hanno in mente. Credo che la lettura sia la migliore palestra per tenersi in allenamento. Venti anni fa non mi sarei mai immaginato di arrivare a scrivere un romanzo e vederlo addirittura pubblicato.


 La più stimolante per me è l’ideazione, quando si parte da uno spunto “forte” e gli si costruisce intorno un microcosmo fatto di personaggi e avvenimenti. Si comincia a tagliare e cucire la trama come fosse un abito, fino a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati quando abbiamo cominciato.

Marco Venturi

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Come già detto in precedenza leggo indifferentemente autori affermati ed emergenti. Confesso che fino a qualche anno fa facevo parte della massa indistinta che compra solo ciò che è in bella vista negli scaffali delle librerie. Avvicinandomi al mondo della scrittura ho cambiato prospettiva, ho scoperto tanti “colleghi” in gamba che hanno pubblicato romanzi di buona fattura. Non ho nessuna preclusione nei confronti dei nomi nuovi che si affacciano sul mercato, tramite piccole case editrici oppure in self.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

La lettura indubbiamente può contribuire a formare e istruire la popolazione. Purtroppo in Italia la percentuale dei lettori abituali è molto bassa rispetto agli standard degli altri paesi industrializzati. Da accanito lettore posso asserire con certezza che le ore trascorse con gli occhi immersi tra le pagine di fumetti e romanzi sono state spese bene. So di far parte di una minoranza, non perdo comunque occasione per invitare gli altri ad appassionarsi a questo hobby senza dubbio salutare e non troppo costoso.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Un paio di anni fa decisi di fare uno strappo alla regola che mi faceva prediligere gli autori moderni ai grandi classici: acquistai “1984” di George Orwell; dopo averlo letto mi sono accorto di come certe volte la fantasia può avvicinarsi alla realtà anche a distanza di decenni. A mio parere quel romanzo dovrebbe essere istituito come lettura obbligatoria in tutte le scuole dell’obbligo (magari in terza media).


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Come già accennato preferisco leggere thriller, horror, fantascienza e narrativa italiana in genere. Di solito sul comodino ho sei/sette libri in attesa del loro turno e di volta in volta decido se proseguire con il medesimo genere del precedente o se dedicarmi a qualcosa di diverso. Mi piace tutto quello che contiene elementi misteriosi oppure possibili scenari distopici. Anche se la sua vena creativa a mio parere si sta un poco inaridendo cito un autore di cui ho quasi l’intera opera omnia: Stephen King.


A mio parere leggere aiuta a scrivere meglio: si imparano piccoli trucchi del mestiere che poi vengono personalizzati in funzione delle idee di trama che si hanno in mente. Credo che la lettura sia la migliore palestra per tenersi in allenamento. Venti anni fa non mi sarei mai immaginato di arrivare a scrivere un romanzo e vederlo addirittura pubblicato.

Marco Venturi

A cosa stai lavorando?

Ho ultimato la stesura del mio secondo romanzo. Dopo essermi avvalso della disponibilità di alcuni lettori BETA sto provvedendo alla limatura e ripulitura dell’opera. Conto di essere pronto per pubblicarlo entro la fine di quest’anno.



E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

La mia seconda fatica sarà di nuovo un giallo. Stavolta avrà un’ambientazione ben definita, in quanto i suoi personaggi agiscono sul territorio che meglio conosco. Facendo tesoro dei tanti pareri e consigli che hanno avuto la bontà di darmi so di aver scritto con uno stile migliore. La crescita in tal senso, spero sia chiaramente percepita da chi deciderà di dare fiducia anche alla nuova “creatura”.


A mio parere quel romanzo (1984 di Orwell, n.d.r.) dovrebbe essere istituito come lettura obbligatoria in tutte le scuole dell’obbligo (magari in terza media).

Marco Venturi

Oltre alla scrittura e alla lettura, Marco, hai altre passioni? Che cosa ci racconti a riguardo?

Per circa 20 anni ho fatto il cantante di pianobar, poi la passione è scemata e ho deciso di smettere. Adesso continuo a leggere, oltre che a scrivere, e ritaglio parte del mio tempo a favore di attività di volontariato, proprio come accade al protagonista di “MORTE ALLA FINE DEI SOCIAL”.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Partecipa attivamente a gruppi formati da scrittori o aspiranti tali, ognuno di loro può insegnarti qualcosa di interessante. Non farti attrarre dalle sirene delle case editrici disposte a pubblicarti in cambio di somme di denaro più o meno rilevanti. Non bisogna avere fretta, è opportuno evitare di accontentarsi del primo che capita.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Come avrete intuito da una risposta precedente, “1984” di George Orwell.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? GIALLO
  3. Struttura a priori o in divenire? A PRIORI
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? TERZA PERSONA
  6. Libro cartaceo o digitale? Per ora solo CARTACEO, forse l’ebook arriverà in seguito
  7. Revisione a schermo o su carta? A SCHERMO, solo l’ultima su carta

Ringraziamo Marco per averci tenuto compagnia e averci guidato nel suo mondo fatto di ricerca e di misteri. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Tra ostentare e profanare – Stefano Cirri

Intervista all’autore Stefano Cirri

Abbiamo conosciuto Stefano Cirri qualche mese fa grazie alla sua attività di giallista non convenzionale e di acuto lettore. Sì, perché Stefano Cirri, quarantacinquenne fiorentino, non è solo un consulente del lavoro, ma autore di due gialli pubblicati nel 2021; “L’ostentatore” e “Il profanatore“. Beta reader attento, sempre disponibile e sincero. Condivide la sua vita con Laura, sua moglie, due cani e due cavalli. Oltre alla passione per la scrittura e la lettura, c’è quella per la falegnameria. Un mondo, insomma, che ruota intorno alla carta e a ciò che della carta è l’origine.

Se vi siete persi la mia recensione filosofica su “L’ostentatore”, la trovate qui.


Ciao Stefano, che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“L’ostentatore”: colorato, enigmatico, grottesco.

“Il profanatore”: adolescenziale, musicale, inquietante.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura delle tue opere (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

“L’ostentatore”: ce lo vedo bene con una musica ‘forte’, qualcosa tendente al Metal. Direi gli intramontabili Iron Maiden.

“Il profanatore”: nel libro c’è una vera e propria colonna sonora, con citazioni precise. Voglio scegliere tre brani di quella colonna sonora: One, dei Metallica; Dentro i miei vuoti, dei Subsonica; L’abbigliamento di un fuochista, di De Gregori.  


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

A vent’anni mi era venuta l’idea di diventare scrittore. Ho buttato giù una ‘specie’ di romanzo assurdo/surreale, che conteneva delle idee interessanti ma che aveva uno stile improbabile. Quelle stesse idee me le sono ritrovate vent’anni dopo, salvate nella memoria di un vecchio PC. Era il gennaio 2018, ho iniziato con la ferma volontà di arrivare a un risultato. Dopo un primo ‘abbozzo’ tuttora da rivedere ho partorito un romanzo dietro l’altro, nell’arco di tempo che va dalla metà del 2018 al lockdown, acquisendo consapevolezza e scoprendo – grazie ai tanti beta-lettori che anche adesso mi aiutano – di essere anche ‘portato’ per la scrittura.


Che cos’è per te la scrittura?

Un gran divertimento.


I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.

Stefano Cirri

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Eh, le sto cambiando nel corso del tempo! Prendo come esempio l’ultimo libro che ho finito di scrivere pochi giorni fa. Una volta che la storia (il plot, o la trama che sia) è delineata, inizio a scrivere finché non ho terminato quello che si può definire ‘capitolo primo’, o ‘parte prima’. Lo mando subito in lettura ad un paio di beta-lettori fidatissimi e attendo le loro considerazioni. Se le risposte che ottengo sono soddisfacenti procedo fino alla fine, dandomi come regola quella di scrivere tutti i giorni. Anche solo poche parole.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Oggi come oggi cerco un ingrediente nuovo, nei libri. Una scrittura tipica di quell’autore, per esempio; una scrittura che ti faccia dire ‘questo è lui/lei, inconfondibile’. Un colpo di scena folgorante. Un finale che spieghi tutta la storia nelle ultime righe e non prima. Un personaggio unico nel suo genere.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

Forse – banalmente – la promozione è sempre la parte più difficile. O per meglio dire, è la parte o cui risultati sono più difficili da ottenere. Sono abbastanza ‘tranquillo’ sul fatto che se inizio a scrivere porterò a termine un’opera, e l’opera sarà tutto sommato ‘pubblicabile’; non trovo particolari difficoltà in fase di stesura, ho persone che mi aiutano e professionisti (editor e correttori) che sanno come aiutarmi. La promozione resta la cosa più complessa.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Mi riallaccio a una delle domande precedenti e dico che ‘scrivere’ resta sempre la parte più divertente.


Stefano, nasci giallista o ci diventi?

Non ho dubbi: nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Quando nel 2018 ho iniziato a concretizzare la scrittura ero un Camilleri-dipendente. Prima, ero un fanatico di Agatha Christie. Ritengo che Poirot e Montalbano mi abbiano fortemente ispirato. La metodologia di Poirot, l’eccentricità di Montalbano (e il suo importante lato ‘umano’), i trucchi di Agatha Christie per sviare il lettore, la genuinità di Camilleri… sono state (e sono tuttora) tutte ispirazioni importanti.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

A livello personale è fondamentale e direi necessaria. La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.


Nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!

Stefano Cirri

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Da quando sono entrato nel mondo della scrittura e dell’editoria leggo con una proporzione di circa dieci autori emergenti e un autore affermato. Difficile spiegarlo: c’è condivisione, c’è la consapevolezza di leggere un autore che ha fatto la tua stessa fatica per emergere (o per cercare di emergere), c’è il mettersi nei panni di un emergente e pensare che la sua felicità nell’essere letto equivale alla mia. C’è molto da imparare anche dagli emergenti, c’è curiosità. C’è un rapporto alla pari.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Sarò banale o pessimista ma temo proprio di no.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non esiste al mondo nessuna opera che mi abbia ‘sconvolto’ quanto La Divina Commedia.


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Sono un banale lettore di gialli/thriller alla ricerca di una scrittura che mi folgori e che mi lasci a bocca aperta. Cerco il colpo di scena di fronte al quale esclamare ‘WOW’. Ultimamente mi sono aperto a quasi tutti i generi e non faccio particolare selezione, ma ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.


La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.

Stefano Cirri

A cosa stai lavorando?

In questo momento sto seguendo la mia editor per il terzo libro, in uscita a breve.


Foto Leo Brogioni

E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Ci saranno due sorprese nel 2022: un piccolo ‘oggetto’ che va un po’ fuori dal mio genere e soprattutto un progetto ‘giallo’ più canonico e meno anticonvenzionale.


Ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.

Stefano Cirri

Oltre alla scrittura e alla lettura, Stefano, hai anche la passione di lavorare il legno. Gli alberi, la carta. Che cosa ci racconti a riguardo?

Nasce per puro caso! Un giorno, vicino alla casa in campagna, ho trovato delle tavole di legno abbandonate. Ho provato ad assemblarle ed è uscita una specie di cassettina di legno. La cosa mi ha preso la mano, ho approfondito, ho studiato un po’ e da lì – in maniera del tutto autodidatta – sono arrivato a costruire i mobili di casa mia.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Molto semplice: affidarsi senza paura ad un professionista. Ritengo che al giorno d’oggi sia di vitale importanza lanciare nel mondo dell’editoria un libro ben curato e impacchettato a dovere, anche a costo di rimettere in discussione il 50% di ciò che si è scritto. Senza innamorarsi mai troppo della propria scrittura.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Senza dubbio IT di S. King, il romanzo forse più completo che esista al mondo.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? IN DIVENIRE
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? PRIMA
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO
  7. Revisione a schermo o su carta? SCHERMO

Ringraziamo Stefano per averci tenuto compagnia e per aver risposto con simpatia e zelo alle domande. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui: