“La cosa rossa” di Serena Barsottelli


Racconto scritto anni fa per un contest e poi pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in Corso.

Attenzione: grazie alla collaborazione con Zombie Readers potete ascoltare e guardare il racconto La cosa rossa anche qui. Ringrazio Stefania Prati e Alessio Monni per l’opportunità di collaborare.

Vi consiglio prima di leggere il brano e poi di andare a vedere e a sentire come lo staff di Zombie Readers abbia dato voce e immagine a questo “incubo”. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

P.S.: Stefania Prati e Alessio Monni hanno pubblicato una raccolta di racconti molto molto molto interessante. La trovate qui, mentre qui c’è la mia recensione filosofica sulla loro opera.



Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.

Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.

Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».

Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale, e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni, e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.

Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.

Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.

Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, e camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.

Silenzio, silenzio, silenzio.

Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.

Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, e certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, e Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.

Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.

Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance, e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.

Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.

Le braccia facevano male, e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.

Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, e lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche, e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.

«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».

Simone aveva annuito ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»

Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.

Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.

Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.

Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.

Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, e allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, e aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.

Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.

L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.

Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.

Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.

Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.

L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.

E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà, e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia, e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.

Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.

Cos’è il tempo?

Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.

Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.

Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

«Cosa stai facendo?»

«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»

«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»

Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.

«Vuoi tradirmi, lo sapevo».

Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.

La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità, e l’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.

La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.

«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.

Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.

Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.

Stupido! Stupido! Stupido!

Sì, era stato uno stupido, e il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.




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Non una recensione, ma una riflessione.

No, questa non è una recensione.

Sono stati giorni strani, in cui ho provato emozioni molto forti. La lettura, il mio rifugio insieme alla scrittura, mi è andata un po’ stretta. Ho avuto il bisogno di ascoltarmi e di lasciarmi libera di sentire, senza giudizio, senza censura.

Alcuni di voi mi conoscono già e sanno che lunedì abbiamo iniziato l’inserimento all’asilo nido. Per noi è un bel cambiamento: io e Chiara siamo state sempre insieme, ventiquattro ore su ventiquattro, per due anni e mezzo. Non sto esagerando.

E adesso? Adesso sperimentiamo il significato dello stare lontani, ma anche il suo valore. Perché mi dicono che questo dolore che ho dentro, questa ferita che non smette di sanguinare e che mi ricorda un lutto, è qualcosa che mi farà bene. E mi dico: sì, farà anche bene alla lunga, ma adesso fa un male assurdo.


Quello è il piano emotivo, o meglio una sua parte. Perché in questi dieci giorni ho scoperto il valore del tempo, il piacere di stare insieme. Ci separiamo per neanche tre ore ogni mattina dal lunedì al venerdì, ma quando siamo insieme sono grata di tutto quello che ci viene concesso. Ci lasciamo, sì, ma poi ci ritroviamo vicine. Nonostante la sua rabbia, a volte; nonostante il mio alzare barriere per cercare di nasconderle la voragine che ho dentro.

La vedo ridere, rido con lei. Lei è felice, sono felice con lei. Quando chiudo la porta e sono in casa, da sola, un po’ meno. Aspetto, sistemo la sua stanza, preparo qualcosa in cucina, magari riesco a scrivere anche una storia per lei. Tutto continua a parlarmi di Chiara anche quando lei non è qui con me.


Dicono che ci vuole tempo. Mi sembra di provare a scalare una parete a vetri: continuo a scivolare giù, ho le dita ferite. Anche tenere in mano una penna o digitare lettere al computer provoca dolore.

Ogni tanto mi fermo, provo a respirare. Guardo l’orologio, mi chiedo che cosa stia facendo Chiara.

Adesso non siamo più in simbiosi, è giusto così. Mi ripeto che è un processo naturale, prima o poi riuscirò a convincermi. Non voglio essere una madre soffocante, ma in questo momento mi sento come senza un pezzetto di cuore.

Quello che devo ancora accettare, è che il cuore di Chiara sia diverso dal mio. E che insieme, quando ci troviamo e ci abbracciamo, battano ancora più forte.

A Chiara piace la musica. Devo imparare questa lezione da lei.



“Dove la tempesta diventa bonaccia” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questo racconto ispirandomi a Let it be dei Beatles. Il racconto, così come lo leggete, ha partecipato al concorso letterario Note raccontate ed è arrivato sul secondo gradino del podio.

Buona lettura!


Scrosch.

Ho ascoltato onde infrangersi su questi scogli e fare meno rumore dei miei pensieri.

Scrosch.

E anche se schizzi d’acqua hanno colpito il mio viso, non ho sentito nient’altro che la differenza tra caldo e freddo. Quello che viene da là fuori è gelido, ma i brividi arrivano da dentro.

Scrosch.

Il mare mi affascina tanto perché so che mi ucciderebbe. Vengo qui ogni anno, a trovarlo, a ricordargli che anche stavolta il suo infinito non mi ha presa, non del tutto. Ha continuato a fluire in un angolo nascosto nella mente, a corrodermi dentro come il vento fa sulla mia pelle. Le sue acque sono arrivate e scivolate via portando sempre con sé un frammento di me. Lento lento, non ha lasciato quasi niente.

Scrosch.

Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Come un amato, come un nemico, questo è il nostro ultimo incontro. Da distanti, almeno, da entità diverse. Mi sento come Ofelia circondata dai fiori e trasportata dalle acque. Basterà smettere di combattere, abbandonarmi alla pace delle onde. L’ho sognato ogni notte da quando ho saputo: quello sciabordio ha riempito le mie lenzuola di sudore. E ogni volta una nave si affacciava all’orizzonte e si avvicinava al porto. E sapevo, e so che è venuta per me, per prendermi. Per portarmi dove le onde non si infrangono più e dove tutto è silenzio e calma. In quel tratto misterioso di mare dove la tempesta diventa bonaccia.

Non ho mai imparato a nuotare. Dell’acqua bisogna avere rispetto e timore. Il mare c’è sempre stato e resterà dopo di noi: disegnerà nuovi confini, sommergerà coste e poi si ritirerà, servo della Luna. È un dio eterno il mare, o un terribile spettro. Qualcosa che non morirà e non si consumerà mai, che continuerà a esistere oltre lo scorrere del tempo.

Incamerare l’aria, buttarsi e trattenere il fiato. Iniziare a muoversi senza grazia in un universo che dalla superficie forse sembra immobile, ma che sotto, nelle profondità, è vivo. Sforzarsi di tenere gli occhi aperti per guardarsi intorno, toccare un pesce con la mano, un’alga con il piede. Sprofondare tanto in basso, in una notte con poche stelle, e iniziare a chiedersi se la luce in superficie sia troppo lontana. Se la Luna si sia spenta.

Non è l’acqua a essere torbida, qui, ma la paura di chi la osserva, di notte, quando anche il mare più limpido è nero come gli abissi.

Scrosch.

Ogni volta è lo stesso sogno che si ripete, con quei contorni un po’ sfuocati dei ricordi d’infanzia. Siedo a pochi passi dal faro verde e ho lasciato alle mie spalle la rassicurante passeggiata in cemento. Mi muovo goffa, rischio di cadere in acqua, e io non so nuotare.

Ha tormentato le mie notti, animato i miei incubi, ma non mi ha presa, non ancora.

Scrosch.

Aspetto che il sole abbracci il mare, che l’aria si tinga di rosso e di rosa, e poi riprendo a respirare.

Vivere è come prepararsi a un’immersione: questione di fiato, di oscurità, di limiti da superare. Il tuo nemico non è l’acqua, né la mancanza di ossigeno. Sei tu: il rischio di non riconoscere quando è il momento di tornare a galla. Dimenticare che prima o poi tutto finirà, anche l’aria nella bombola, e tu dovrai essere già sulla barca, fuori dall’acqua, con i polmoni liberi.

Potrei scendere sulla spiaggia, bagnare appena i piedi, prendere confidenza con l’infinito. Accettare che l’acqua c’è e ci sarà, prima e dopo di noi. Che dall’acqua veniamo e che nell’acqua torneremo. Lascia che sia. L’acqua, la vita, la morte. L’acqua che abbraccia il relitto e coltiva le alghe che crescono. La vita che arriva, senza chiedere permesso; a volte senza neppure un perché. La morte che è parte del processo, non fine, non principio, ma tappa di un moto eterno. Non esistono correnti circolari, ma solo un fluire lento, avanti e indietro, sulla riva e sulla sabbia. Si perde un frammento di conchiglia, si porta via un po’ di schiuma.

L’acqua, la vita. L’acqua, la morte.

Scrosch.

Ci sono responsi che non ti aspetti, e più che diagnosi sembrano condanne.

Ho riflettuto molto sul combattere e sull’arrendersi. Nel mezzo c’era lasciar fare il proprio corso alle cose, sicura che sarebbero andate come dovevano. Credo che ogni cosa non possa che svilupparsi come è naturale che sia. E anche la malattia, per quanto dolorosa e tremenda, soprattutto per chi ci circonda, non sia nient’altro che un movimento del flusso, una corrente in questo strano mare che è la vita.

Stasera capisco quell’incubo e quell’immagine, quella figura indefinita sulla prua della barca, un’ombra scura controluce. Portata dal vento, o forse da un misterioso capitano, il natante appare all’orizzonte, si avvicina a meno di un miglio dalla mia posizione e passa oltre il faro verde senza entrare nel porto. Non è per me questo viaggio, non ancora. Verrà il mio tempo, ma il mio tempo non è adesso.

Un’onda si infrange su uno scoglio e un gabbiano plana sullo specchio d’acqua, lo incrina quando si adagia. Afferra un pesce, se ne va. Il sole sta tramontando e sono sola.

Dietro di me qualcuno si lamenta a bassa voce, ma quel sospiro vola via con il vento.

Sh.

Scrosch.

Vengo qui ogni giorno, ma oggi è diverso. Oggi è l’ultima volta, lo sento. Così quando la nave entra nel porto, non mi sorprendo. Mi aspettavo ancore diverse, più grandi e arrugginite, morse dall’acqua e dal tempo. Poi mi dico che non dobbiamo attaccarci così, non alle cose che ci succedono qui, sulla superficie. Che quello che conta accade sotto, sui fondali, dove il tempo non si ferma mai del tutto e l’ossigeno continua ad arrivare.

Ho sempre avuto paura dell’acqua, ma alla fine dei conti non è neppure vero.

La figura sulla prua si avvicina e mi invita a salire. Resisto alla tentazione di cercare il suo viso, di incrociare i suoi occhi, perché quello che mi meraviglia è che sia così piccola, molto più piccola di me, e anche i suoi movimenti mi sembrano goffi. Mi indica un punto sulla poppa della nave e io mi siedo. Il legno trema sotto di me perché l’imbarcazione continua a danzare con le onde. Sembra che non ci sia nessun altro passeggero in questo ultimo viaggio. Sembra che debba affrontarlo ancora da sola, come tutti quelli che ho vissuto fino a ora.

Le vibrazioni si fanno più forti, come se la nave fosse mossa da un maremoto, e partiamo.

Scrosch, scrosch.

Quando è arrivata la notte? È una notte magica, senza stelle e senza luna. Un brivido di freddo è l’ultima cosa che sento.

La figura dalla prua si sposta di fronte a me e si mostra: ha l’aspetto di una bambina, di me bambina. Muove le mani, come un mago fa l’incanto. La barca trema, si spezza, e la poppa lentamente affonda. E quel piccolo spettro è di nuovo sulla prua, alza la mano, mi saluta.

Glu, glu, glu.

L’ultima cosa che vedo sono le sue braccia e il suo viso. Rivolti verso la superficie, verso il cielo. Potrei risalire, se mi sforzassi. Non ho imparato a nuotare, ma se volessi sopravvivere qualcosa riuscirei a inventarmi.

Credo che la luce, qui, potrebbe arrivare, ma non stanotte, non in questa notte senza luna e senza stelle. Mi chiedo come riesca a vederlo, ma penso che non abbia importanza.

Dagli abissi alza le braccia al cielo, ma io mi accovaccio tra i suoi piedi e mi sento bene. Mi rannicchio, sulla base di conchiglia, e mi sento a casa.

Scrosch.



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“Coincidenze” di Serena Barsottelli

Matteo – 18:59

Era arrivato troppo presto il suo turno: doveva sdraiarsi, poggiare la testa sul ferro, chiudere gli occhi, aprire le orecchie e contare in silenzio.

Elias, il giorno prima, aveva resistito fino al numero centoventidue, ma il cronometro aveva segnato ottanta secondi precisi precisi. Non era un brutto risultato, ma era peggiore di quello di Fabrizio: duecento, sia a voce che sull’orologio; un vero temerario.

Matteo non era poi così convinto della necessità di quella prova, ma gli altri avevano insistito, dicendo che era un passaggio necessario per entrare a far parte del gruppo, la banda dei ragazzi del quartiere est. L’ingresso prevedeva il superamento di tre prove di coraggio: la prima era stata fumare una sigaretta nel bagno della scuola; la seconda introdursi dopo il tramonto nel campo santo e fare tre giri con un cero in mano. Per lui era arrivato il momento dell’ultima sfida, in apparenza la meno complicata. Ogni giorno, alle 19:03 il treno dalla città sarebbe passato da lì, scivolando con le sue ruote lungo l’unico binario. Alle 19:00 in punto uno di loro si sdraiava e aspettava che la locomotiva fosse vicina prima di alzarsi; alcuni avevano fatto una figura barbina, scattando in piedi e correndo in lacrime appena avevano udito, poco più indietro, prima della curva, il fischio incattivito del treno. Altri, come Fabrizio, erano entrati nella storia.

Matteo voleva entrare nel gruppo ed essere qualcuno, ma non voleva morire.

Erano arrivati alle 18:30: avevano nascosto le biciclette nella siepe vicino al passaggio a livello dopo il cavalca-ferrovia e si erano incamminati nel loro punto magico.

Fabrizio aveva strappato sei fili d’erba lunghi e uno corto; gli altri si erano radunati intorno a lui per il momento più importante: l’estrazione a sorte del nuovo concorrente. Avevano pescato dal pugno chiuso dell’amico e la sorte aveva stabilito che fosse la volta di Matteo. L’avevano salutato tutti con una pacca sulla spalla, alcuni invidiosi dei minuti di gloria che gli sarebbero spettati, altri felici di non dover sfidare un ammasso di ferro e carne come il treno.

Erano le 18:55 e, con qualche minuto di anticipo, Matteo aveva cominciato a prepararsi. Si era tolto il maglioncino buono ed era rimasto in t-shirt; il freddo sembrava un cane affamato intento a mordergli la bocca dello stomaco. Prima di fare l’ultimo passo su quel letto di ferro e di morte, si bloccò e trattenne il fiato. Per farsi coraggio iniziò a contare, come se quella nenia rassicurante potesse dargli la forza della disperata impresa.

«Che fai? Ci hai ripensato?», lo schernì Raffaello.

«Hai poco da ridere… con i tuoi dieci secondi!» lo zittì Francesco.

Matteo non stava sentendo niente: era concentrato soltanto sul suo orologio, che aveva appena segnato le 18:59. Incamerò tutta l’aria che riuscì a risucchiare e si sdraiò.

Il ferro delle rotaie era più tiepido del previsto, perché aveva assorbito tutto il leggero calore del pomeriggio.

Enrico – 18:57

Enrico non aveva fretta: aveva già sbrigato le ultime pratiche e l’unica cosa che gli restava da fare era proprio morire.

Aveva preso la difficile decisione dopo mesi di vani tentativi: si era illuso, aspettando un segno che gli facesse riacciuffare la vita, finché il suo tempo, il tempo che aveva concesso alla sorte, non era quasi scaduto. Si era portato avanti con la lista delle ultime procedure, per esser certo di non sprecare alcun minuto dopo il termine prestabilito: il biglietto d’addio nella tasca destra dei jeans, il documento nella sinistra. Alcuni spiccioli per l’incontro con Caronte tintinnavano nella tasca interna della giacca; nessuno, però, si sarebbe avvicinato così tanto da sentirli. E così si era incamminato verso il cavalca-ferrovia della prima periferia, certo di non incrociare gli occhi indiscreti degli operai che smontavano il turno alle 17:30.

Aveva camminato a piedi, salutando con una lieve flessione del capo gli ultimi ignari passanti che aveva incontrato.

«Tutto bene, signor Rossi?»

«Magnificamente. Come sempre…» aveva risposto aumentando il passo e abbassando la voce poco a poco, prima che qualcosa potesse sfuggire al suo controllo e la maschera apatica si crepasse.

“Non scappare. Fermati. Fermami”. Già l’altro, ormai, si era confuso con le ombre scure degli alberi e l’ambiente da amichevole si era fatto funesto. Enrico aveva guardato lo schermo del cellulare e la fretta l’aveva assalito: doveva essere più veloce. Il passo era diventato più lesto e, con un po’ di affanno, aveva raggiunto il punto più alto del cavalca-ferrovia. Aveva controllato che all’orizzonte non si intravedesse il treno e aveva iniziato le ultime procedure: tolte le scarpe; allineate una a fianco dell’altra, parallele; osservato l’orario, per un’ultima volta; lasciato il cellulare sopra il plantare dei mocassini; chiesto perdono.

Erano le 18:57. La morte era in ritardo di tre minuti.

Gabriele – 18:53

Era stato un pomeriggio pesante: accompagnare papà dal medico, studiare per la sessione d’esame, raccogliere i frammenti di cuore che Elena aveva distrutto, come incendio di navi.

La luce era calata e la penombra, rassicurante, era scesa sulla città. Aveva atteso quel momento tutto il giorno: era l’unico in cui il mondo restava fuori e Gabriele, Gabriele soltanto, era padrone della propria mente.

Aveva spento il telefonino e acceso il lettore mp3. Le cuffie, enormi, erano un piccolo casco protettivo per la sua testa… e per la sua anima.

Lo separavano da casa, dai problemi, solo tre minuti, il tempo di una canzone. Selezionò la sua preferita e optò per il giro veloce: superò la recinzione bucata e si trovò a camminare lungo il binario. Non aveva mai fatto così tardi in biblioteca e non conosceva gli orari di transito.

La musica lo rese sordo al fischio del treno, che lo colpì e, troppo tardi, si fermò.

Si fermò e non ripartì quella sera, lasciando Matteo ed Enrico ad aspettare, invano.

Gabriele volò nell’aria e si posò a terra.

Il Destino l’aveva travolto.

Il Destino non è mai in ritardo.



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“Diventare rondine” di Serena Barsottelli

Ho provato a scrivere di Kabul, ma sono bloccata. Non posso respirare e non riesco davvero a trasferire su carta lo sgomento che provo e i pensieri che si rincorrono nella mia testa.

Nel computer ho trovato una poesia del 2018, sicuramente non perfetta, ma che ha fatto tintinnare campanelli dentro di me. L’avevo scritta pensando all’emigrazione, al doloroso separarsi dalla propria casa. Penso alle immagini che i mezzi di informazione stanno diffondendo, con persone che fuggono dalla loro terra e i “falling men” che cadono giù dalle ruote degli aerei. Sento una fitta. Fa troppo male.

Condivido con voi questi versi perché arte e cultura sono gli unici strumenti che abbiamo per essere liberi. E perché credo che sia necessario ricordare, ogni giorno ma oggi ancora di più, che forse la fortuna è un fatto di geografia (cit. Bandabardò).

Buona lettura.


Diventare rondine

Seguirò il volo degli uccelli

quando arriverà il freddo,

quando sentirò nostalgia

di casa,

e forse piangerò,

forse penserò di tornare.

È tutto nel fagotto,

tutto nelle mie tasche,

soprattutto la speranza.

E un giorno d’autunno

quando gli uccelli torneranno

a casa,

alla loro casa,

alla mia casa,

volerò con loro,

con un pensiero,

un desiderio.

Volerò a casa.



“Forse diranno” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questi versi qualche tempo fa perché continuo a credere che la poesia possa cambiare il mondo, o almeno il modo in cui lo vediamo.

Ho scritto questi versi perché spero che la storia non si ripeta, perché l’esser vivi o l’esser destinati a morire troppo presto non siano una questione di geografia, etnia, stato sociale.

Ho scritto questi versi perché so che l’equità è l’unico strumento che può salvare vite e continuare a essere umani.


Forse diranno

E tutti

vedranno

quel bambino abbracciato

alla mamma

sul fondo del mare,

sul fondo del mare.

E forse diranno:

Ci avrebbe salvato.

Era solo un bambino.

Un bambino ci avrebbe salvato.

E qualcuno

vedrà

quella bambina strappata

al padre

sul ciglio di una strada,

sul ciglio di una strada.

E forse dirà:

Ci avrebbe salvato.

Era solo una bambina.

Una bambina ci avrebbe salvato.

E i soldati

chiuderanno gli occhi

a quei fratelli

ora ciechi

tra la cenere e la polvere,

tra la cenere e la polvere.

E forse uno dirà:

Erano solo dei bambini.

Ci avrebbero salvato.

Dei bambini ci avrebbero salvato.



“La nebbia delle cinque” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Nel 2017 la mia poesia La nebbia delle cinque ha partecipato a Bukowskeggiando dell’Associazione Cartabianca, un concorso a tema Bukowski.

Bukowski: o lo si ama o lo si odia. E con lui, la sua poesia e il suo modo di narrare. Io ho sempre amato le sue poesie, meno i suoi racconti.

Poiché è la prima poesia che pubblico sul blog, vi chiedo di lasciarmi un feedback. Vi è piaciuta? Ne vorreste leggere altre? Leggete poesie di solito?
Attendo vostre, come sempre!


C’era la nebbia.

C’è sempre la nebbia

la mattina presto,

quando solo il clochard

è rimasto sveglio.

I due si presero le mani

e si lasciarono andare.
Forse per un giorno.

Forse per molti.

A me che osservavo

non era dato saperlo,

ma penso che si siano amati

come si ama un vizio,

tra lenzuola disordinate

e bottiglie di whiskey.

C’era sempre whiskey.

E la nebbia.

La nebbia nascondeva

gli occhi di pianto.

Non del clochard,

non degli amanti,

ma di un povero pazzo.



“I sentieri che sussurrano” di Serena Barsottelli

Prologo

C’è silenzio, quassù, tra questi monti. Così assoluto da sembrare innaturale.

È carico di tormento e di rispetto; gli alberi, dopo così tanti anni, continuano a piangere, supplicando il cielo con i loro rami. Ecco, vedi? È caduta una foglia, leggera come una lacrima. Si è posata su questo tappeto di dolore, di morte, che venne calpestato senza pietà da scarponi macchiati di sangue. Non fu il fuoco di un allegro falò ad accendere quel dodici agosto; né purificò l’aria, ma la contaminò di carne e porpora, di vestiti e metallo, di legno e sogni infranti. Le fedi in ferro, tutte uguali, roventi tra le dita nel rogo, restituirono ai mariti vedove anonime, strappate da una furia senza ragione.

Mentre passeggio, oggi, una foglia si poggia tra i miei capelli; è la mano di un padre che, quel giorno, nascosto nel bosco, credeva che i tedeschi avrebbero risparmiato i figlioletti. Un uomo che perse tutto. Trasportato dal vento, sibila il nome di una fanciulla.

A Sant’Anna, quella mattina, morirono tutti. Anche i superstiti. Anche i loro discendenti. Ancora oggi siamo spettri in questo bosco di silenzio: siamo morti tutti. Colpevoli. Innocenti.

Capitolo 1 – Vita tra i monti

Quando ero piccola, amavo rifugiarmi all’ombra delle folte chiome degli alberi. Pensavo di poter trovare serenità, avvolta nella natura e lontana dalle voci dei grandi. Il bosco, come fratello, mi accoglieva ogni volta tra le sue braccia.

Qui, a Sant’Anna, non arriva neppure il rumore del mare, il cinico demone che regala frutti e toglie vite, afferrando come piovra pescatori e barche. Le auto sono parcheggiate poco più avanti, vicino al prato di trifogli rossi. La strada che vi conduce è poco trafficata e il tempo, quassù, sembra essersi davvero fermato; non è stato grazie a una magia, ma a una maledizione. Il monumento, a Col di Cava, graffia il cielo con il suo tesoro: ossa di bambini, di donne e di anziani; è il segno più acuto della pace spezzata che oggi più che mai c’è bisogno di salvare.

L’aria è sempre più frizzante al riparo delle montagne; si fa largo dal naso al resto del corpo. Lo percorre e lo scuote, baciandolo come un ragno fa al proprio passaggio. Ecco, sento scorrere nelle mie vene le sue zampe martellanti e vorrei grattare via tutto, anche la pelle, strato dopo strato: la ferita alla terra inizia a guarire, ma quella inflitta agli uomini sarà sempre fresca.

Nella piazza del paese deserto, mi siedo sull’erba e chiudo gli occhi. Il viaggio nel tempo continua e riesco a sentire le voci squillanti di un tardo pomeriggio di mercato e le risate spensierate dei bambini: si muovono come in una danza, mano nella mano, girando verso destra e poi verso sinistra, allargandosi e, infine, stringendosi verso il centro.

Quella fu l’ultima sera del mondo; poi tutto finì, esplodendo e bruciando come era cominciato, in un big bang di buio, luci e fuochi.

Capitolo 2 – Una mattina, mi son svegliato e ho trovato l’invasor…

12 agosto 1944: la data che ognuno di noi, in Versilia, ha tatuato sotto la cute, tra la pelle e le costole. In quel punto è custodita l’anima o i brandelli che le mitragliatrici e le bombe non sono riusciti a cancellare.

Il cielo, quella mattina, si tinse di rosso. Non fu l’alba a cogliere di sorpresa abitanti e sfollati, ma la porpora dei traccianti luminosi, delle fiamme lungo i sentieri e del sangue che impregnava la terra e scendeva all’inferno. I tedeschi stavano arrivando e gli uomini dovevano nascondersi; fuggirono nel bosco, al riparo da sguardi indiscreti. La santa, protettrice delle madri, avrebbe vigilato sulle donne e sui bambini, sui vecchi e sui malati; non erano amici come i fascisti dicevano, ma tutti speravano che la rabbia dei nazisti avrebbe risparmiato gli indifesi.

Arrivarono dal Monte Ornato, da Foce di Compito e da quella di Farnocchia. Alcuni si fermarono a Valdicastello, per bloccare le vie di fuga. Dovevano cercare i banditi, come li chiamavano, ma presero gli indifesi. Sfondarono le porte delle case e della chiesa: non ebbero pietà dei supplici. Portarono i prigionieri in fila su un poggio o al muro e, ridendo, fecero fuoco. La raffica di colpi risuonò tra le montagne e arrivò anche agli uomini, nascosti tra gli alberi. Alcuni volevano ritornare a Sant’Anna, salvare quello che restava della loro famiglia; altri li bloccarono, sicuri che tutto, ormai, fosse perso. Quando riuscirono a calpestare la terra del paese, trovarono bambole macchiate di morte, rotte come i loro cuori; e le panche della chiesa, accatastate, in un falò blasfemo davanti all’altare sordo alle grida; e i corpi, aggrovigliati in un carnaio, irriconoscibili, anneriti, bruciati.

Anche l’acqua, dicevano, era contaminata; gli spiriti benigni non avevano protetto il cammino dei fiumiciattoli: neppure per lavare le lacrime era buona, né per cancellare i rivoli di sangue sui volti dei superstiti. Il paese era pieno di fantasmi e di mostri: i più terrificanti erano reali.

I vicini seppellirono i corpi e raccolsero i loro ricordi. Un uomo fu fermato, mentre cercava di gettarsi tra i resti della sua famiglia.

Mentre mi guardo intorno, oggi, tra queste mura che non sanno tacere, tra questi alberi che non sanno trattenere lacrime di linfa, si susseguono davanti a me le storie di chi non ce l’ha fatta. Delle madri che hanno pregato gli assassini di risparmiare i loro figli; delle nonne che hanno inventato strane malattie delle nipoti per evitare che venissero violentate; dei corpi caduti, come foglie, sotto i colpi di mortaio, come fossero abbattute da raffiche di vento: uno dopo l’altro, quasi senza far rumore.

Capitolo 3 – Carezze

E mentre siedo, ancora, in silenzio a terra, su quest’erba bagnata di rugiada, vedo un uomo sbucare dalla porticina di casa: i suoi capelli sono radi e imbiancati; nei suoi occhi di ghiaccio si nascondono pensieri d’inverno, freddi, incolori, come il dolore di chi ha visto la morte.

Mi fa segno di avvicinarmi e io lo faccio. Si siede su una seggiola, proprio fuori dal portone e io mi lascio cadere su quella al suo fianco. È sull’ottantina, anno più, anno meno. Mi passa una mano ruvida sul viso e mi sussurra che somiglio a sua madre: era morta lì, a Sant’Anna, quel dodici agosto, per difenderlo. Era piccolo e le fiamme di quel giorno avevano bruciato le foto, è vero, ma nei suoi ricordi lei era perfettamente nitida e viva, persino nell’ultimo dono che gli aveva fatto: aveva dato la vita per salvare quella del figlio.

Così, senza capire come sia possibile, mi ritrovo a calpestare lo stesso sentiero su cui ero arrivata; davanti a me ci sono altre donne e bambini spaventati. Aprono e chiudono la fila i tedeschi, che ci portano a un poggio; non è molto distante, ma i metri si fanno chilometri e la fine sembra non arrivare mai. Ci dispongono una a fianco dell’altra, con i nostri piccoli vicini. Sistemano la mitragliatrice e i ragazzini ci chiedono cosa stia succedendo; nascondiamo le lacrime e inventiamo una storia per non far capire che è arrivata l’ultima ora del mondo: una foto, una bella foto! Ci stanno per scattare una fotografia, questo diciamo fingendo leggerezza, mentre con gli occhi preghiamo i mostri di risparmiare almeno il sangue del nostro sangue. I colpi partono prima del previsto e, cadendo, faccio da scudo al mio bambino. L’ultima immagine che vedo è il suo volto coprirsi di sangue e ho solo la forza di sussurrargli: «Fingi… di… dormire».

Il sonno mi travolge, e capisco che è la morte.

Conclusione

Il parco della pace è avvolto nel silenzio. In paese sostengono che sia così perché è un luogo di orrore, un monito di alberi e foglie, di ricordi ed echi, affinché tutto questo non accada più.

Io so che, dietro questa apparente quiete, le strade e i sentieri sussurrano la terribile storia di quel dodici agosto: sento il fuoco scoppiettare, i colpi di mitra rimbombare, i pianti strappare il cuore e tutto, dopo un attimo, si appanna di lacrime e di nebbia.



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“Briciole” di Serena Barsottelli

Sono Chiara, ma puoi chiamarmi come vuoi. Il mio nome non è importante. Quella persona non esiste più. È morta molto tempo fa.

Mi è rimasta solo una cosa: il mio desiderio. Ho sempre sognato di volare. Forse un giorno ci riuscirò.

Io sono Anoressia, la Signora Dea tua.

Non avrai altra Amica fuori di me.

Non pronunciare il mio nome: rinnega. Menti.

Ricordati delle briciole.

Onora la fame. Pratica il digiuno.

Non amarti.

Non abbandonarti alle abbuffate.

Non sorridere.

Non dire che hai bisogno d’aiuto.

Non desiderare il corpo d’altri.

Non desiderare il piatto d’altri.

Hanno chiamato il mio nome. Quello che i miei hanno scelto e che io ho sempre odiato. Chiara. Trasparente. Il mio corpo e i suoi liquami mi hanno resa torbida. Ingombrante.

Il pranzo è pronto. Inutile sperare che l’arrosto sia bruciato o che tutta l’acqua per la pasta sia evaporata. Il mio supplizio è sempre identico: sedersi, giocherellare con il cibo, fingere di aver mangiato, sentirsi pieni d’aria, alzarsi e scomparire. Non letteralmente. Solo nella mia stanza, tra quelle quattro pareti e quel soffitto rosa più simili a una cella che a una dimora. Le grate alle finestre rigano i miei sogni: neppure il cielo è azzurro da questo posto. E io sono troppo grossa per poter passare tra le inferriate e volare lontano.

Sminuzza il cibo. Rendi le pietanze briciole. Impugna la forchetta e fingi di afferrarle. Porta alla bocca il niente e assapora la tua fame. Sei più forte quando digiuni.

Paola ha detto che sto per morire. Poco male, le ho risposto. Tutti vogliamo morire. E tutti ci uccidiamo. Io voglio solo liberare questa anima da questo corpo: tornare finalmente a volare. Da dove veniamo, prima di nascere, tutti abbiamo le ali. Ogni notte sogno di tornare. Di tornare al mio pianeta, come il Piccolo Principe. Il mio corpo è pesante. Il mio pianeta è lontano. Le mie ossa sono troppe, e nessuno scheletro sarà troppo leggero.

Le mie ossa sono le mie spine. L’anoressia i petali della mia rosa. Ho coltivato la mia rosa, giorno dopo giorno, finché non è sbocciata. Le sue radici hanno sradicato le mattonelle del pavimento. Le sue foglie mi hanno stretta in un abbraccio, e reso impenetrabile il mio cuore.

Mi sento sola, a volte. Quando restano solo le briciole dei ricordi a tenermi compagnia. Oggi, chiusa in bagno, ho pianto. Dopo anni. Nessuno mi ha sentita: le voci della televisione hanno coperto ogni altro suono.

Non voglio morire!, ho gridato, ma la voce è rimasta strozzata a metà palato. C’erano le briciole del pranzo a bloccarla. Avevano fatto tappo e mi costringevano al silenzio. Ho cercato di vomitare quel blocco: il rosso dello smalto si è confuso con il sangue.

Spingi. Spingi più forte. Sputa anche il cuore.

Quando sono uscita dalla stanza, mi sono gettata sul letto. Le pareti si muovevano anche se io, ormai, non vedevo più niente. Morire fa schifo, mi sono detta. Non sono ancora pronta. Fuori dalla finestra un merlo ha iniziato a cantare: il suo fischio era melodioso, più dei singhiozzi, più delle lacrime. Mi sono alzata e sono andata in cucina, per raccogliere un po’ di briciole. E quando sono stata fuori, in giardino, ho scoperto che il sole ancora bruciava, e che gli uccelli saltellavano lenti nel prato.

Ho sparso le briciole e ho aspettato che il merlo si avvicinasse. Ho osservato la cura con cui afferrava un pezzo di mollica. Con un leggero colpo di collo l’ha inghiottito, intero, senza masticarlo. Si è fermato di fronte a me e ha cantato. Ho pensato fosse un ringraziamento, e gli ho sorriso. Ho sorriso a un merlo.

Tu sei niente. Ci sono solo io. Io, l’unica dea. Io, l’unica amica. Senza di me tu sei niente.

A cena ho raccolto le briciole. Non ho mangiato niente, ma ho messo tutto in un fazzoletto. Ho vegliato la notte in attesa del canto del merlo. Quando è arrivato, c’era già luce e il buio era quasi ricordo. Ho aperto la porta della camera, attraversato a piedi nudi il corridoio. Tutto era avvolto nel sonno. Tranne io. Tranne il merlo. Fuori, si è avvicinato ai miei piedi e ha mangiato le briciole.

Ti disintegrerai. Quando mi lascerai, ti romperai in mille frantumi. Non sei che un vetro troppo sottile. Sei materia informe. Solo io posso plasmarti. Io sono il tuo demiurgo.

Ho assaggiato del cibo. L’istinto di vomitare è stato fortissimo. Le briciole si sono accumulate in fondo allo stomaco e non sono più uscite. Le mie gambe sembravano pesantissime.

Ho portato gli avanzi sotto l’ulivo in giardino. Volevo scappare nella mia stanza, nascondermi sotto le coperte e piangere la mia ingordigia. Il merlo si è affacciato, e a saltelli si è fermato davanti a me. Ho afferrato qualche briciola e ho aperto il palmo. Si è posato, delicato e maestoso: ha cantato e mangiato insieme a me. Ha aperto le ali ed è volato sull’albero. Forse il cielo, lì, è davvero azzurro.

Oggi tornerò. E anche domani. Per condividere le nostre briciole. E il sogno di volare.



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“Re-shadow” di Serena Barsottelli

«La potrò toccare?», avevo chiesto. Mi avevano risposto di sì, ma che era meglio evitare il contatto prolungato.

Cerco di allungare una mano verso di lei, ma la ritraggo. Forse sentirei freddo, forse non sentirei niente e sarebbe persino peggio. Possono darmi per un’ultima volta la sua immagine, ma non il suo calore. Le mani grandi di mia nonna sono a pochi centimetri dal mio viso, ma non lo cercheranno, non lo accarezzeranno.

«Se vuole, potremmo riprodurre in filodiffusione un audio con la voce originale del suo caro estinto», avevano detto.

Io non ne avevo, non più. Non di quelle parole che avrei voluto sentire. Il suo Ti voglio tanto, tanto, tanto bene, il suo amore. L’ultima volta in cui lo aveva detto era stato a metà tra un rantolo e un soffio, con quel modo primitivo di comunicare che la tracheotomia permetteva. Non sembrava neanche la sua voce, anzi, non sembrava affatto una voce.

«Preferisco di no, grazie».

«Il silenzio sarà perfetto. Ha già pensato a quale set scegliere? Con un piccolo sovrapprezzo è possibile personalizzare l’esperienza al cento per cento ricreando un ambiente famigliare».

Avevo scelto la mia camera. Un tempo la mia casa era stata la sua. E qualche volta, dopo che mi ero trasferita, era venuta a trovarmi. Aveva timore a entrare, come se credesse di disturbare. I cambiamenti della composizione della casa e della mobilia la rendevano soddisfatta e malinconica insieme.

«Ha scelto un pacchetto speciale, ma la possibilità di attivare la tecnologia Re-shadow è unica per ogni defunto. Avrà a disposizione molte funzionalità, cerchi di sfruttarle al massimo».

Ho tolto l’opportunità a tutti gli altri di salutarla. Mi avevano chiesto cosa volessi per il mio cinquantesimo compleanno: eccolo. I risparmi di una vita investiti qui: pochi minuti per rivederla, per dirle tutto quello che non le avevo mai detto.

«Desidera un orologio nella stanza? Preferisce una forma di allarme alternativa che la avvisi quando il tempo starà per scadere?»

«Preferisco di no, grazie».

«Consigliamo ai nostri clienti di non lasciare mai discorsi in sospeso. Ne è sicura?» «Sicurissima».

Eccola, mia nonna. Come l’avevo lasciata, prima che morisse. Prima di vederla chiudere, sigillare, saldare nella sua cassa di zinco. Prima di piangere il suo addio. E invece eccola, mia nonna.

«Nonna…» sussurro.

Non risponde. Mi avevano avvertita del suo silenzio, ma viverlo è diverso, adesso. Perché si è abituati, quando ci rivolgiamo a un ricordo, a non sentire niente. Ma con lei davanti, in carne, sembra che non voglia parlarmi. Come se fosse arrabbiata con me, perché lei è nell’Altrove, e io sono rimasta bloccata qui.

«La tecnologia Re-shadow ha ottenuto il cento per cento di feedback positivi dagli utenti che l’hanno scelta. Dovrà solo attenersi a poche semplici regole».

«Nonna», riprovo, e la voce mi esce più alta di quanto credessi.

Resta ferma, scatto in piedi. Mi muovo a passi svelti in quella che sembra proprio la mia camera, ma non lo è. Il piumone ha un odore diverso, come se avessero messo troppo ammorbidente nel lavaggio, e io lo detesto. Torno davanti a lei, mi rannicchio ai suoi piedi. Ma per lei non esisto, per lei sono invisibile.

«La tecnologia Re-shadow permette un’esperienza reale di incontro con il defunto. Non amiamo parlare di realistica perché quella che lei incontrerà è a tutti gli effetti l’ombra della persona da lei selezionata, riplasmata, rianimata in un certo qual modo».

Io non vedo anime qui. Non vedo vita. È solo un brutto scherzo, o un incubo. Non mi dispiace aver gettato via soldi, ma l’essermi illusa. Illusa che lei potesse sentirmi, capirmi. Amarmi, come faceva un tempo. Abbiamo vissuto a lungo senza abbracciarci, non è la mancanza di contatto a disorientarmi. È che lei, mia nonna, avrebbe alzato gli occhi e mi avrebbe guardata. Mi avrebbe ascoltata, in silenzio magari, ma avrebbe mosso la testa. Avrebbe annuito o storto la bocca. Forse avrebbe sorriso.

«Nonna!» grido. Getto a terra tutti i cuscini del letto e ne tiro uno nella sua direzione. Le cade ai piedi, lei non si scompone. E allora mi avvicino, la tocco. Afferro le sue spalle larghe, e non reagisce. La scuoto, cerco di sollevarle il viso facendo pressione con un dito sotto il suo mento. È tutto inutile, è tutto vano.

Afferro un cuscino e mi rannicchio in un angolo della stanza. Lo stringo così tanto che potrebbe scoppiare. La vedo ancora, mia nonna, e continua a non guardarmi. Dentro ai palmi delle mani nascondo le lacrime e le parole confuse, che escono senza che possa controllarle.

«Perché sei andata via?»

«La tecnologia Re-shadow permette un’esperienza indimenticabile. In ogni caso, se lo desidera, sarà possibile registrare l’incontro. Le verrà fornito un file con le riprese dalle diverse telecamere, incluse quelle nascoste nel defunto. Vedo che sua nonna portava gli occhi. Potremmo inserirle lì, nelle lenti».

«Perché mi hai lasciata sola? Ti voglio bene…»

E lei si alza. E io mi dico che è un miracolo, che ci sente, mi sente, che mia nonna è ancora qui. Spalanco la bocca, la guardo.

Silenziosa, come era arrivata, sfila e se ne va fuori dalla camera.

«Alla fine dell’incontro, il caro defunto uscirà dalla stanza, proprio come era arrivato».

Resto sola, con le ginocchia tra le gambe, e un cuscino poco imbottito, troppo freddo.

«Questa è la nostra mission: per pensare alle cose di dopo è necessario sistemare le cose di prima, non crede?»

«Già».

«La tecnologia Re-shadow è quello che fa al caso suo».

Avevo firmato e mi avevano stretto la mano.

Mia nonna non c’è più. Adesso se ne è andata per sempre.

Il vento ulula là fuori, e dentro è freddo.



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