“Diventare rondine” di Serena Barsottelli

Ho provato a scrivere di Kabul, ma sono bloccata. Non posso respirare e non riesco davvero a trasferire su carta lo sgomento che provo e i pensieri che si rincorrono nella mia testa.

Nel computer ho trovato una poesia del 2018, sicuramente non perfetta, ma che ha fatto tintinnare campanelli dentro di me. L’avevo scritta pensando all’emigrazione, al doloroso separarsi dalla propria casa. Penso alle immagini che i mezzi di informazione stanno diffondendo, con persone che fuggono dalla loro terra e i “falling men” che cadono giù dalle ruote degli aerei. Sento una fitta. Fa troppo male.

Condivido con voi questi versi perché arte e cultura sono gli unici strumenti che abbiamo per essere liberi. E perché credo che sia necessario ricordare, ogni giorno ma oggi ancora di più, che forse la fortuna è un fatto di geografia (cit. Bandabardò).

Buona lettura.


Diventare rondine

Seguirò il volo degli uccelli

quando arriverà il freddo,

quando sentirò nostalgia

di casa,

e forse piangerò,

forse penserò di tornare.

È tutto nel fagotto,

tutto nelle mie tasche,

soprattutto la speranza.

E un giorno d’autunno

quando gli uccelli torneranno

a casa,

alla loro casa,

alla mia casa,

volerò con loro,

con un pensiero,

un desiderio.

Volerò a casa.



“Forse diranno” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questi versi qualche tempo fa perché continuo a credere che la poesia possa cambiare il mondo, o almeno il modo in cui lo vediamo.

Ho scritto questi versi perché spero che la storia non si ripeta, perché l’esser vivi o l’esser destinati a morire troppo presto non siano una questione di geografia, etnia, stato sociale.

Ho scritto questi versi perché so che l’equità è l’unico strumento che può salvare vite e continuare a essere umani.


Forse diranno

E tutti

vedranno

quel bambino abbracciato

alla mamma

sul fondo del mare,

sul fondo del mare.

E forse diranno:

Ci avrebbe salvato.

Era solo un bambino.

Un bambino ci avrebbe salvato.

E qualcuno

vedrà

quella bambina strappata

al padre

sul ciglio di una strada,

sul ciglio di una strada.

E forse dirà:

Ci avrebbe salvato.

Era solo una bambina.

Una bambina ci avrebbe salvato.

E i soldati

chiuderanno gli occhi

a quei fratelli

ora ciechi

tra la cenere e la polvere,

tra la cenere e la polvere.

E forse uno dirà:

Erano solo dei bambini.

Ci avrebbero salvato.

Dei bambini ci avrebbero salvato.



“La nebbia delle cinque” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Nel 2017 la mia poesia La nebbia delle cinque ha partecipato a Bukowskeggiando dell’Associazione Cartabianca, un concorso a tema Bukowski.

Bukowski: o lo si ama o lo si odia. E con lui, la sua poesia e il suo modo di narrare. Io ho sempre amato le sue poesie, meno i suoi racconti.

Poiché è la prima poesia che pubblico sul blog, vi chiedo di lasciarmi un feedback. Vi è piaciuta? Ne vorreste leggere altre? Leggete poesie di solito?
Attendo vostre, come sempre!


C’era la nebbia.

C’è sempre la nebbia

la mattina presto,

quando solo il clochard

è rimasto sveglio.

I due si presero le mani

e si lasciarono andare.
Forse per un giorno.

Forse per molti.

A me che osservavo

non era dato saperlo,

ma penso che si siano amati

come si ama un vizio,

tra lenzuola disordinate

e bottiglie di whiskey.

C’era sempre whiskey.

E la nebbia.

La nebbia nascondeva

gli occhi di pianto.

Non del clochard,

non degli amanti,

ma di un povero pazzo.



“I sentieri che sussurrano” di Serena Barsottelli

Prologo

C’è silenzio, quassù, tra questi monti. Così assoluto da sembrare innaturale.

È carico di tormento e di rispetto; gli alberi, dopo così tanti anni, continuano a piangere, supplicando il cielo con i loro rami. Ecco, vedi? È caduta una foglia, leggera come una lacrima. Si è posata su questo tappeto di dolore, di morte, che venne calpestato senza pietà da scarponi macchiati di sangue. Non fu il fuoco di un allegro falò ad accendere quel dodici agosto; né purificò l’aria, ma la contaminò di carne e porpora, di vestiti e metallo, di legno e sogni infranti. Le fedi in ferro, tutte uguali, roventi tra le dita nel rogo, restituirono ai mariti vedove anonime, strappate da una furia senza ragione.

Mentre passeggio, oggi, una foglia si poggia tra i miei capelli; è la mano di un padre che, quel giorno, nascosto nel bosco, credeva che i tedeschi avrebbero risparmiato i figlioletti. Un uomo che perse tutto. Trasportato dal vento, sibila il nome di una fanciulla.

A Sant’Anna, quella mattina, morirono tutti. Anche i superstiti. Anche i loro discendenti. Ancora oggi siamo spettri in questo bosco di silenzio: siamo morti tutti. Colpevoli. Innocenti.

Capitolo 1 – Vita tra i monti

Quando ero piccola, amavo rifugiarmi all’ombra delle folte chiome degli alberi. Pensavo di poter trovare serenità, avvolta nella natura e lontana dalle voci dei grandi. Il bosco, come fratello, mi accoglieva ogni volta tra le sue braccia.

Qui, a Sant’Anna, non arriva neppure il rumore del mare, il cinico demone che regala frutti e toglie vite, afferrando come piovra pescatori e barche. Le auto sono parcheggiate poco più avanti, vicino al prato di trifogli rossi. La strada che vi conduce è poco trafficata e il tempo, quassù, sembra essersi davvero fermato; non è stato grazie a una magia, ma a una maledizione. Il monumento, a Col di Cava, graffia il cielo con il suo tesoro: ossa di bambini, di donne e di anziani; è il segno più acuto della pace spezzata che oggi più che mai c’è bisogno di salvare.

L’aria è sempre più frizzante al riparo delle montagne; si fa largo dal naso al resto del corpo. Lo percorre e lo scuote, baciandolo come un ragno fa al proprio passaggio. Ecco, sento scorrere nelle mie vene le sue zampe martellanti e vorrei grattare via tutto, anche la pelle, strato dopo strato: la ferita alla terra inizia a guarire, ma quella inflitta agli uomini sarà sempre fresca.

Nella piazza del paese deserto, mi siedo sull’erba e chiudo gli occhi. Il viaggio nel tempo continua e riesco a sentire le voci squillanti di un tardo pomeriggio di mercato e le risate spensierate dei bambini: si muovono come in una danza, mano nella mano, girando verso destra e poi verso sinistra, allargandosi e, infine, stringendosi verso il centro.

Quella fu l’ultima sera del mondo; poi tutto finì, esplodendo e bruciando come era cominciato, in un big bang di buio, luci e fuochi.

Capitolo 2 – Una mattina, mi son svegliato e ho trovato l’invasor…

12 agosto 1944: la data che ognuno di noi, in Versilia, ha tatuato sotto la cute, tra la pelle e le costole. In quel punto è custodita l’anima o i brandelli che le mitragliatrici e le bombe non sono riusciti a cancellare.

Il cielo, quella mattina, si tinse di rosso. Non fu l’alba a cogliere di sorpresa abitanti e sfollati, ma la porpora dei traccianti luminosi, delle fiamme lungo i sentieri e del sangue che impregnava la terra e scendeva all’inferno. I tedeschi stavano arrivando e gli uomini dovevano nascondersi; fuggirono nel bosco, al riparo da sguardi indiscreti. La santa, protettrice delle madri, avrebbe vigilato sulle donne e sui bambini, sui vecchi e sui malati; non erano amici come i fascisti dicevano, ma tutti speravano che la rabbia dei nazisti avrebbe risparmiato gli indifesi.

Arrivarono dal Monte Ornato, da Foce di Compito e da quella di Farnocchia. Alcuni si fermarono a Valdicastello, per bloccare le vie di fuga. Dovevano cercare i banditi, come li chiamavano, ma presero gli indifesi. Sfondarono le porte delle case e della chiesa: non ebbero pietà dei supplici. Portarono i prigionieri in fila su un poggio o al muro e, ridendo, fecero fuoco. La raffica di colpi risuonò tra le montagne e arrivò anche agli uomini, nascosti tra gli alberi. Alcuni volevano ritornare a Sant’Anna, salvare quello che restava della loro famiglia; altri li bloccarono, sicuri che tutto, ormai, fosse perso. Quando riuscirono a calpestare la terra del paese, trovarono bambole macchiate di morte, rotte come i loro cuori; e le panche della chiesa, accatastate, in un falò blasfemo davanti all’altare sordo alle grida; e i corpi, aggrovigliati in un carnaio, irriconoscibili, anneriti, bruciati.

Anche l’acqua, dicevano, era contaminata; gli spiriti benigni non avevano protetto il cammino dei fiumiciattoli: neppure per lavare le lacrime era buona, né per cancellare i rivoli di sangue sui volti dei superstiti. Il paese era pieno di fantasmi e di mostri: i più terrificanti erano reali.

I vicini seppellirono i corpi e raccolsero i loro ricordi. Un uomo fu fermato, mentre cercava di gettarsi tra i resti della sua famiglia.

Mentre mi guardo intorno, oggi, tra queste mura che non sanno tacere, tra questi alberi che non sanno trattenere lacrime di linfa, si susseguono davanti a me le storie di chi non ce l’ha fatta. Delle madri che hanno pregato gli assassini di risparmiare i loro figli; delle nonne che hanno inventato strane malattie delle nipoti per evitare che venissero violentate; dei corpi caduti, come foglie, sotto i colpi di mortaio, come fossero abbattute da raffiche di vento: uno dopo l’altro, quasi senza far rumore.

Capitolo 3 – Carezze

E mentre siedo, ancora, in silenzio a terra, su quest’erba bagnata di rugiada, vedo un uomo sbucare dalla porticina di casa: i suoi capelli sono radi e imbiancati; nei suoi occhi di ghiaccio si nascondono pensieri d’inverno, freddi, incolori, come il dolore di chi ha visto la morte.

Mi fa segno di avvicinarmi e io lo faccio. Si siede su una seggiola, proprio fuori dal portone e io mi lascio cadere su quella al suo fianco. È sull’ottantina, anno più, anno meno. Mi passa una mano ruvida sul viso e mi sussurra che somiglio a sua madre: era morta lì, a Sant’Anna, quel dodici agosto, per difenderlo. Era piccolo e le fiamme di quel giorno avevano bruciato le foto, è vero, ma nei suoi ricordi lei era perfettamente nitida e viva, persino nell’ultimo dono che gli aveva fatto: aveva dato la vita per salvare quella del figlio.

Così, senza capire come sia possibile, mi ritrovo a calpestare lo stesso sentiero su cui ero arrivata; davanti a me ci sono altre donne e bambini spaventati. Aprono e chiudono la fila i tedeschi, che ci portano a un poggio; non è molto distante, ma i metri si fanno chilometri e la fine sembra non arrivare mai. Ci dispongono una a fianco dell’altra, con i nostri piccoli vicini. Sistemano la mitragliatrice e i ragazzini ci chiedono cosa stia succedendo; nascondiamo le lacrime e inventiamo una storia per non far capire che è arrivata l’ultima ora del mondo: una foto, una bella foto! Ci stanno per scattare una fotografia, questo diciamo fingendo leggerezza, mentre con gli occhi preghiamo i mostri di risparmiare almeno il sangue del nostro sangue. I colpi partono prima del previsto e, cadendo, faccio da scudo al mio bambino. L’ultima immagine che vedo è il suo volto coprirsi di sangue e ho solo la forza di sussurrargli: «Fingi… di… dormire».

Il sonno mi travolge, e capisco che è la morte.

Conclusione

Il parco della pace è avvolto nel silenzio. In paese sostengono che sia così perché è un luogo di orrore, un monito di alberi e foglie, di ricordi ed echi, affinché tutto questo non accada più.

Io so che, dietro questa apparente quiete, le strade e i sentieri sussurrano la terribile storia di quel dodici agosto: sento il fuoco scoppiettare, i colpi di mitra rimbombare, i pianti strappare il cuore e tutto, dopo un attimo, si appanna di lacrime e di nebbia.



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“Briciole” di Serena Barsottelli

Sono Chiara, ma puoi chiamarmi come vuoi. Il mio nome non è importante. Quella persona non esiste più. È morta molto tempo fa.

Mi è rimasta solo una cosa: il mio desiderio. Ho sempre sognato di volare. Forse un giorno ci riuscirò.

Io sono Anoressia, la Signora Dea tua.

Non avrai altra Amica fuori di me.

Non pronunciare il mio nome: rinnega. Menti.

Ricordati delle briciole.

Onora la fame. Pratica il digiuno.

Non amarti.

Non abbandonarti alle abbuffate.

Non sorridere.

Non dire che hai bisogno d’aiuto.

Non desiderare il corpo d’altri.

Non desiderare il piatto d’altri.

Hanno chiamato il mio nome. Quello che i miei hanno scelto e che io ho sempre odiato. Chiara. Trasparente. Il mio corpo e i suoi liquami mi hanno resa torbida. Ingombrante.

Il pranzo è pronto. Inutile sperare che l’arrosto sia bruciato o che tutta l’acqua per la pasta sia evaporata. Il mio supplizio è sempre identico: sedersi, giocherellare con il cibo, fingere di aver mangiato, sentirsi pieni d’aria, alzarsi e scomparire. Non letteralmente. Solo nella mia stanza, tra quelle quattro pareti e quel soffitto rosa più simili a una cella che a una dimora. Le grate alle finestre rigano i miei sogni: neppure il cielo è azzurro da questo posto. E io sono troppo grossa per poter passare tra le inferriate e volare lontano.

Sminuzza il cibo. Rendi le pietanze briciole. Impugna la forchetta e fingi di afferrarle. Porta alla bocca il niente e assapora la tua fame. Sei più forte quando digiuni.

Paola ha detto che sto per morire. Poco male, le ho risposto. Tutti vogliamo morire. E tutti ci uccidiamo. Io voglio solo liberare questa anima da questo corpo: tornare finalmente a volare. Da dove veniamo, prima di nascere, tutti abbiamo le ali. Ogni notte sogno di tornare. Di tornare al mio pianeta, come il Piccolo Principe. Il mio corpo è pesante. Il mio pianeta è lontano. Le mie ossa sono troppe, e nessuno scheletro sarà troppo leggero.

Le mie ossa sono le mie spine. L’anoressia i petali della mia rosa. Ho coltivato la mia rosa, giorno dopo giorno, finché non è sbocciata. Le sue radici hanno sradicato le mattonelle del pavimento. Le sue foglie mi hanno stretta in un abbraccio, e reso impenetrabile il mio cuore.

Mi sento sola, a volte. Quando restano solo le briciole dei ricordi a tenermi compagnia. Oggi, chiusa in bagno, ho pianto. Dopo anni. Nessuno mi ha sentita: le voci della televisione hanno coperto ogni altro suono.

Non voglio morire!, ho gridato, ma la voce è rimasta strozzata a metà palato. C’erano le briciole del pranzo a bloccarla. Avevano fatto tappo e mi costringevano al silenzio. Ho cercato di vomitare quel blocco: il rosso dello smalto si è confuso con il sangue.

Spingi. Spingi più forte. Sputa anche il cuore.

Quando sono uscita dalla stanza, mi sono gettata sul letto. Le pareti si muovevano anche se io, ormai, non vedevo più niente. Morire fa schifo, mi sono detta. Non sono ancora pronta. Fuori dalla finestra un merlo ha iniziato a cantare: il suo fischio era melodioso, più dei singhiozzi, più delle lacrime. Mi sono alzata e sono andata in cucina, per raccogliere un po’ di briciole. E quando sono stata fuori, in giardino, ho scoperto che il sole ancora bruciava, e che gli uccelli saltellavano lenti nel prato.

Ho sparso le briciole e ho aspettato che il merlo si avvicinasse. Ho osservato la cura con cui afferrava un pezzo di mollica. Con un leggero colpo di collo l’ha inghiottito, intero, senza masticarlo. Si è fermato di fronte a me e ha cantato. Ho pensato fosse un ringraziamento, e gli ho sorriso. Ho sorriso a un merlo.

Tu sei niente. Ci sono solo io. Io, l’unica dea. Io, l’unica amica. Senza di me tu sei niente.

A cena ho raccolto le briciole. Non ho mangiato niente, ma ho messo tutto in un fazzoletto. Ho vegliato la notte in attesa del canto del merlo. Quando è arrivato, c’era già luce e il buio era quasi ricordo. Ho aperto la porta della camera, attraversato a piedi nudi il corridoio. Tutto era avvolto nel sonno. Tranne io. Tranne il merlo. Fuori, si è avvicinato ai miei piedi e ha mangiato le briciole.

Ti disintegrerai. Quando mi lascerai, ti romperai in mille frantumi. Non sei che un vetro troppo sottile. Sei materia informe. Solo io posso plasmarti. Io sono il tuo demiurgo.

Ho assaggiato del cibo. L’istinto di vomitare è stato fortissimo. Le briciole si sono accumulate in fondo allo stomaco e non sono più uscite. Le mie gambe sembravano pesantissime.

Ho portato gli avanzi sotto l’ulivo in giardino. Volevo scappare nella mia stanza, nascondermi sotto le coperte e piangere la mia ingordigia. Il merlo si è affacciato, e a saltelli si è fermato davanti a me. Ho afferrato qualche briciola e ho aperto il palmo. Si è posato, delicato e maestoso: ha cantato e mangiato insieme a me. Ha aperto le ali ed è volato sull’albero. Forse il cielo, lì, è davvero azzurro.

Oggi tornerò. E anche domani. Per condividere le nostre briciole. E il sogno di volare.



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“Re-shadow” di Serena Barsottelli

«La potrò toccare?», avevo chiesto. Mi avevano risposto di sì, ma che era meglio evitare il contatto prolungato.

Cerco di allungare una mano verso di lei, ma la ritraggo. Forse sentirei freddo, forse non sentirei niente e sarebbe persino peggio. Possono darmi per un’ultima volta la sua immagine, ma non il suo calore. Le mani grandi di mia nonna sono a pochi centimetri dal mio viso, ma non lo cercheranno, non lo accarezzeranno.

«Se vuole, potremmo riprodurre in filodiffusione un audio con la voce originale del suo caro estinto», avevano detto.

Io non ne avevo, non più. Non di quelle parole che avrei voluto sentire. Il suo Ti voglio tanto, tanto, tanto bene, il suo amore. L’ultima volta in cui lo aveva detto era stato a metà tra un rantolo e un soffio, con quel modo primitivo di comunicare che la tracheotomia permetteva. Non sembrava neanche la sua voce, anzi, non sembrava affatto una voce.

«Preferisco di no, grazie».

«Il silenzio sarà perfetto. Ha già pensato a quale set scegliere? Con un piccolo sovrapprezzo è possibile personalizzare l’esperienza al cento per cento ricreando un ambiente famigliare».

Avevo scelto la mia camera. Un tempo la mia casa era stata la sua. E qualche volta, dopo che mi ero trasferita, era venuta a trovarmi. Aveva timore a entrare, come se credesse di disturbare. I cambiamenti della composizione della casa e della mobilia la rendevano soddisfatta e malinconica insieme.

«Ha scelto un pacchetto speciale, ma la possibilità di attivare la tecnologia Re-shadow è unica per ogni defunto. Avrà a disposizione molte funzionalità, cerchi di sfruttarle al massimo».

Ho tolto l’opportunità a tutti gli altri di salutarla. Mi avevano chiesto cosa volessi per il mio cinquantesimo compleanno: eccolo. I risparmi di una vita investiti qui: pochi minuti per rivederla, per dirle tutto quello che non le avevo mai detto.

«Desidera un orologio nella stanza? Preferisce una forma di allarme alternativa che la avvisi quando il tempo starà per scadere?»

«Preferisco di no, grazie».

«Consigliamo ai nostri clienti di non lasciare mai discorsi in sospeso. Ne è sicura?» «Sicurissima».

Eccola, mia nonna. Come l’avevo lasciata, prima che morisse. Prima di vederla chiudere, sigillare, saldare nella sua cassa di zinco. Prima di piangere il suo addio. E invece eccola, mia nonna.

«Nonna…» sussurro.

Non risponde. Mi avevano avvertita del suo silenzio, ma viverlo è diverso, adesso. Perché si è abituati, quando ci rivolgiamo a un ricordo, a non sentire niente. Ma con lei davanti, in carne, sembra che non voglia parlarmi. Come se fosse arrabbiata con me, perché lei è nell’Altrove, e io sono rimasta bloccata qui.

«La tecnologia Re-shadow ha ottenuto il cento per cento di feedback positivi dagli utenti che l’hanno scelta. Dovrà solo attenersi a poche semplici regole».

«Nonna», riprovo, e la voce mi esce più alta di quanto credessi.

Resta ferma, scatto in piedi. Mi muovo a passi svelti in quella che sembra proprio la mia camera, ma non lo è. Il piumone ha un odore diverso, come se avessero messo troppo ammorbidente nel lavaggio, e io lo detesto. Torno davanti a lei, mi rannicchio ai suoi piedi. Ma per lei non esisto, per lei sono invisibile.

«La tecnologia Re-shadow permette un’esperienza reale di incontro con il defunto. Non amiamo parlare di realistica perché quella che lei incontrerà è a tutti gli effetti l’ombra della persona da lei selezionata, riplasmata, rianimata in un certo qual modo».

Io non vedo anime qui. Non vedo vita. È solo un brutto scherzo, o un incubo. Non mi dispiace aver gettato via soldi, ma l’essermi illusa. Illusa che lei potesse sentirmi, capirmi. Amarmi, come faceva un tempo. Abbiamo vissuto a lungo senza abbracciarci, non è la mancanza di contatto a disorientarmi. È che lei, mia nonna, avrebbe alzato gli occhi e mi avrebbe guardata. Mi avrebbe ascoltata, in silenzio magari, ma avrebbe mosso la testa. Avrebbe annuito o storto la bocca. Forse avrebbe sorriso.

«Nonna!» grido. Getto a terra tutti i cuscini del letto e ne tiro uno nella sua direzione. Le cade ai piedi, lei non si scompone. E allora mi avvicino, la tocco. Afferro le sue spalle larghe, e non reagisce. La scuoto, cerco di sollevarle il viso facendo pressione con un dito sotto il suo mento. È tutto inutile, è tutto vano.

Afferro un cuscino e mi rannicchio in un angolo della stanza. Lo stringo così tanto che potrebbe scoppiare. La vedo ancora, mia nonna, e continua a non guardarmi. Dentro ai palmi delle mani nascondo le lacrime e le parole confuse, che escono senza che possa controllarle.

«Perché sei andata via?»

«La tecnologia Re-shadow permette un’esperienza indimenticabile. In ogni caso, se lo desidera, sarà possibile registrare l’incontro. Le verrà fornito un file con le riprese dalle diverse telecamere, incluse quelle nascoste nel defunto. Vedo che sua nonna portava gli occhi. Potremmo inserirle lì, nelle lenti».

«Perché mi hai lasciata sola? Ti voglio bene…»

E lei si alza. E io mi dico che è un miracolo, che ci sente, mi sente, che mia nonna è ancora qui. Spalanco la bocca, la guardo.

Silenziosa, come era arrivata, sfila e se ne va fuori dalla camera.

«Alla fine dell’incontro, il caro defunto uscirà dalla stanza, proprio come era arrivato».

Resto sola, con le ginocchia tra le gambe, e un cuscino poco imbottito, troppo freddo.

«Questa è la nostra mission: per pensare alle cose di dopo è necessario sistemare le cose di prima, non crede?»

«Già».

«La tecnologia Re-shadow è quello che fa al caso suo».

Avevo firmato e mi avevano stretto la mano.

Mia nonna non c’è più. Adesso se ne è andata per sempre.

Il vento ulula là fuori, e dentro è freddo.



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