“Briciole” di Serena Barsottelli

Sono Chiara, ma puoi chiamarmi come vuoi. Il mio nome non è importante. Quella persona non esiste più. È morta molto tempo fa.

Mi è rimasta solo una cosa: il mio desiderio. Ho sempre sognato di volare. Forse un giorno ci riuscirò.

Io sono Anoressia, la Signora Dea tua.

Non avrai altra Amica fuori di me.

Non pronunciare il mio nome: rinnega. Menti.

Ricordati delle briciole.

Onora la fame. Pratica il digiuno.

Non amarti.

Non abbandonarti alle abbuffate.

Non sorridere.

Non dire che hai bisogno d’aiuto.

Non desiderare il corpo d’altri.

Non desiderare il piatto d’altri.

Hanno chiamato il mio nome. Quello che i miei hanno scelto e che io ho sempre odiato. Chiara. Trasparente. Il mio corpo e i suoi liquami mi hanno resa torbida. Ingombrante.

Il pranzo è pronto. Inutile sperare che l’arrosto sia bruciato o che tutta l’acqua per la pasta sia evaporata. Il mio supplizio è sempre identico: sedersi, giocherellare con il cibo, fingere di aver mangiato, sentirsi pieni d’aria, alzarsi e scomparire. Non letteralmente. Solo nella mia stanza, tra quelle quattro pareti e quel soffitto rosa più simili a una cella che a una dimora. Le grate alle finestre rigano i miei sogni: neppure il cielo è azzurro da questo posto. E io sono troppo grossa per poter passare tra le inferriate e volare lontano.

Sminuzza il cibo. Rendi le pietanze briciole. Impugna la forchetta e fingi di afferrarle. Porta alla bocca il niente e assapora la tua fame. Sei più forte quando digiuni.

Paola ha detto che sto per morire. Poco male, le ho risposto. Tutti vogliamo morire. E tutti ci uccidiamo. Io voglio solo liberare questa anima da questo corpo: tornare finalmente a volare. Da dove veniamo, prima di nascere, tutti abbiamo le ali. Ogni notte sogno di tornare. Di tornare al mio pianeta, come il Piccolo Principe. Il mio corpo è pesante. Il mio pianeta è lontano. Le mie ossa sono troppe, e nessuno scheletro sarà troppo leggero.

Le mie ossa sono le mie spine. L’anoressia i petali della mia rosa. Ho coltivato la mia rosa, giorno dopo giorno, finché non è sbocciata. Le sue radici hanno sradicato le mattonelle del pavimento. Le sue foglie mi hanno stretta in un abbraccio, e reso impenetrabile il mio cuore.

Mi sento sola, a volte. Quando restano solo le briciole dei ricordi a tenermi compagnia. Oggi, chiusa in bagno, ho pianto. Dopo anni. Nessuno mi ha sentita: le voci della televisione hanno coperto ogni altro suono.

Non voglio morire!, ho gridato, ma la voce è rimasta strozzata a metà palato. C’erano le briciole del pranzo a bloccarla. Avevano fatto tappo e mi costringevano al silenzio. Ho cercato di vomitare quel blocco: il rosso dello smalto si è confuso con il sangue.

Spingi. Spingi più forte. Sputa anche il cuore.

Quando sono uscita dalla stanza, mi sono gettata sul letto. Le pareti si muovevano anche se io, ormai, non vedevo più niente. Morire fa schifo, mi sono detta. Non sono ancora pronta. Fuori dalla finestra un merlo ha iniziato a cantare: il suo fischio era melodioso, più dei singhiozzi, più delle lacrime. Mi sono alzata e sono andata in cucina, per raccogliere un po’ di briciole. E quando sono stata fuori, in giardino, ho scoperto che il sole ancora bruciava, e che gli uccelli saltellavano lenti nel prato.

Ho sparso le briciole e ho aspettato che il merlo si avvicinasse. Ho osservato la cura con cui afferrava un pezzo di mollica. Con un leggero colpo di collo l’ha inghiottito, intero, senza masticarlo. Si è fermato di fronte a me e ha cantato. Ho pensato fosse un ringraziamento, e gli ho sorriso. Ho sorriso a un merlo.

Tu sei niente. Ci sono solo io. Io, l’unica dea. Io, l’unica amica. Senza di me tu sei niente.

A cena ho raccolto le briciole. Non ho mangiato niente, ma ho messo tutto in un fazzoletto. Ho vegliato la notte in attesa del canto del merlo. Quando è arrivato, c’era già luce e il buio era quasi ricordo. Ho aperto la porta della camera, attraversato a piedi nudi il corridoio. Tutto era avvolto nel sonno. Tranne io. Tranne il merlo. Fuori, si è avvicinato ai miei piedi e ha mangiato le briciole.

Ti disintegrerai. Quando mi lascerai, ti romperai in mille frantumi. Non sei che un vetro troppo sottile. Sei materia informe. Solo io posso plasmarti. Io sono il tuo demiurgo.

Ho assaggiato del cibo. L’istinto di vomitare è stato fortissimo. Le briciole si sono accumulate in fondo allo stomaco e non sono più uscite. Le mie gambe sembravano pesantissime.

Ho portato gli avanzi sotto l’ulivo in giardino. Volevo scappare nella mia stanza, nascondermi sotto le coperte e piangere la mia ingordigia. Il merlo si è affacciato, e a saltelli si è fermato davanti a me. Ho afferrato qualche briciola e ho aperto il palmo. Si è posato, delicato e maestoso: ha cantato e mangiato insieme a me. Ha aperto le ali ed è volato sull’albero. Forse il cielo, lì, è davvero azzurro.

Oggi tornerò. E anche domani. Per condividere le nostre briciole. E il sogno di volare.



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