Fare poesia, fare sociale – Silvia Lisena

Cambiare il mondo con i versi: possibile? Noi vogliamo crederci.

Può la poesia cambiare il mondo? Ho iniziato a riflettere da questa domanda e quasi come un anello sono tornata al punto di partenza: la poesia deve cambiare il mondo. Può sembrare un sogno, una considerazione ingenua, ma l’arte è il modo in cui ci esprimiamo e spesso arriva dal profondo. Se ci fermiamo e ci ascoltiamo, se ascoltiamo l’arte e quello che ci sta suggerendo, possiamo cambiare.

Arrivare a sentire quello che gli altri sentono, trovarsi nudi insieme al poeta che l’aveva fatto prima di noi, anche per noi: questi sono i poteri della poesia. Lavorano sull’empatia, sulla compassione in senso etimologico.


Ho conosciuto Silvia Lisena, poetessa, docente e molto altro (fa tremila cose e riesce bene in tutto!) qualche tempo fa sui social. Ho avuto la fortuna di leggere la sua silloge Lacerti di anima e mi sono ritrovata nuda tra quelle pagine del libro.

Quando ho ideato questa rubrica per questo progetto, ho pensato subito a Silvia, perché nella sua silloge si affrontano tante emozioni e tanti concetti su cui è importante riflettere per cambiare il mondo dentro e intorno a noi.

Se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggere la mia recensione a tema bellezza qui e di acquistare il suo libro qui. Potete seguire anche la sua pagina facebook qui.


Se vi siete persi la videointervista e preferite vederla o ascoltarla, è disponibile sul mio profilo con privacy pubblica qui. Durante la nostra chiacchierata abbiamo approfondito qualche domanda che troverete qui sotto, ma nella parte scritta ci sono un paio di domande extra che per motivi di tempo non sono riuscita a fare nella diretta.

Fatemi sapere che cosa ne pensate: vi piace la rubrica? Pensate che la poesia possa davvero cambiare il mondo? Avete già letto Lacerti di anima? Lo leggerete?

Vi lascio all’intervista e, come sempre, buona lettura!


Ciao Silvia, che cos’è per te la scrittura?

Ciao Serena e innanzitutto grazie per questa intervista! Sono troppo banale se rispondo che la scrittura per me è tutto? Mi ha letteralmente salvata, dandomi uno strumento sia per comunicare con il mondo sia per dare sfogo alla mia fervida immaginazione


Silvia, sei una poetessa e un’autrice di prosa. Che differenze ci sono, per te, tra lo scrivere prosa e lo scrivere poesia?

La poesia è più diretta, più autobiografica, più personale: è uno specchio, ti riflette in toto. Nella prosa, invece, puoi utilizzare i personaggi come medium per trasmettere i tuoi messaggi e per far trapelare una parte di te: ti sveli, ma rimani più appartata.


Quali sono per te gli ingredienti che una bella poesia deve avere?

Pochi orpelli retorici e più contenuti reali, crudi, con parole che sappiano dare istantaneamente l’idea del contenuto e versi che facciano rabbrividire. Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.


Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.

Silvia Lisena

Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare davvero il mondo? In che modo?

Si legge per capire il mondo e si scrive per farlo capire. La scrittura può incantare, suggestionare e a volte condizionare. Certo, dipende da che generi si scrivono e si leggono…


Sul mio blog mi occupo di poesia “sociale”: un modo di fare poesia, cioè, veicolando non solo emozioni ma anche una spinta verso un cambiamento concreto. Un modo per accendere le luci su realtà che spesso sono sconosciute o di fronte alle quali si tende a chiudere gli occhi. Secondo te, la poesia ha questo potere “sociale”?

Certo, per ciò che ho detto prima. Il problema è che sussiste una sorta di preconcetto verso la poesia, legato alla tradizione scolastica che (giustamente) consegna sempre una linea standardizzata di autori e testi, spesso lontani da noi. Quando la poesia verrà vista come semplicemente un altro mezzo per esprimersi, forse più persone inizieranno ad usarla e si vedrà la sua funzione sociale.


C’è un poeta a cui ti ispiri? Perché?

Mi piacciono gli autori che parlano di umanità e di emozioni, quindi direi Montale, Merini, ma anche Rupi Kaur e un po’ della Dickinson.


Se tu dovessi indicare una poesia che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ho ancora una poesia che ha sortito questo effetto.


Veniamo alla tua silloge “Lacerti di anima”. Puoi approfondire la scelta di questo titolo?

“Lacerti” vuol dire frammenti: il libro è autobiografico e quindi tratta di frammenti della mia vita e della mia anima. Inoltre ci sono la C, la R e la T che hanno suoni secchi, quindi a significare che questi lacerti a volte sono dolorosi.


Tra le tante qualità della tua scrittura e della tua anima poetica, c’è la grande capacità di mettersi a nudo. Scelta coraggiosissima, tra l’altro. Nelle tue poesie affronti anche temi di grande rilevanza sociale. Vuoi dirci quali sono?

La diversità, come in “La viralità delle etichette” contro il pietismo esploso nei confronti dei soggetti fragili all’inizio del Coronavirus; le malattie rare, come in “L’importanza di essere rari”; il rapporto contrastato con il proprio corpo, come in “Oproc”.


Silvia, da dove nasce la scelta di affrontare questi temi tanto importanti in versi?

Dalla voglia di comunicarli al mondo, era un dovere trasmettere il mio messaggio e comunicare il mio punto di vista.


In “Lacerti di anima” si fondono musicalità, libertà, emozioni, dolore, speranza, ma soprattutto forza e fragilità. Che rapporto hai con questi ultimi due termini?

Sono contrapposti ma similari, si alternano e determinano l’equilibrio della mia vita.


C’è una poesia della raccolta “Lacerti di anima” a cui ti senti particolarmente legata? Le tue poesie sono tutte molto intime e, passami il termine, “sentite”. So che è dura sceglierne una, ma ti chiedo di pensare a quella con più valore sociale, in base al ragionamento che abbiamo fatto poco fa. Quale sceglieresti? Perché?

“Oproc” perché tutti dovremmo indagare il rapporto con il nostro corpo; “Fragile me” perché bisogna iniziare a guardarsi dentro e a non avere paura dei nostri spigoli.


Torniamo al tuo essere anche lettrice: che tipo di poesie ti piace leggere? Che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi?

Come ho detto prima, devono emozionarmi, quindi dovrebbero essere introspettive e farmi rabbrividire.


Attualmente stai scrivendo? Stai lavorando su prosa o su poesia?

Sì, ho ultimato un romanzo e sto lavorando sull’editing per poi presentarlo alle case editrici.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei il mio nuovo romanzo, ma non posso svelare perché. Dico solo che cerca di trovare un senso quando tutto crolla: e questo serve, tanto sulla Terra quanto nello spazio.




Non una recensione, ma una riflessione.

No, questa non è una recensione.

Sono stati giorni strani, in cui ho provato emozioni molto forti. La lettura, il mio rifugio insieme alla scrittura, mi è andata un po’ stretta. Ho avuto il bisogno di ascoltarmi e di lasciarmi libera di sentire, senza giudizio, senza censura.

Alcuni di voi mi conoscono già e sanno che lunedì abbiamo iniziato l’inserimento all’asilo nido. Per noi è un bel cambiamento: io e Chiara siamo state sempre insieme, ventiquattro ore su ventiquattro, per due anni e mezzo. Non sto esagerando.

E adesso? Adesso sperimentiamo il significato dello stare lontani, ma anche il suo valore. Perché mi dicono che questo dolore che ho dentro, questa ferita che non smette di sanguinare e che mi ricorda un lutto, è qualcosa che mi farà bene. E mi dico: sì, farà anche bene alla lunga, ma adesso fa un male assurdo.


Quello è il piano emotivo, o meglio una sua parte. Perché in questi dieci giorni ho scoperto il valore del tempo, il piacere di stare insieme. Ci separiamo per neanche tre ore ogni mattina dal lunedì al venerdì, ma quando siamo insieme sono grata di tutto quello che ci viene concesso. Ci lasciamo, sì, ma poi ci ritroviamo vicine. Nonostante la sua rabbia, a volte; nonostante il mio alzare barriere per cercare di nasconderle la voragine che ho dentro.

La vedo ridere, rido con lei. Lei è felice, sono felice con lei. Quando chiudo la porta e sono in casa, da sola, un po’ meno. Aspetto, sistemo la sua stanza, preparo qualcosa in cucina, magari riesco a scrivere anche una storia per lei. Tutto continua a parlarmi di Chiara anche quando lei non è qui con me.


Dicono che ci vuole tempo. Mi sembra di provare a scalare una parete a vetri: continuo a scivolare giù, ho le dita ferite. Anche tenere in mano una penna o digitare lettere al computer provoca dolore.

Ogni tanto mi fermo, provo a respirare. Guardo l’orologio, mi chiedo che cosa stia facendo Chiara.

Adesso non siamo più in simbiosi, è giusto così. Mi ripeto che è un processo naturale, prima o poi riuscirò a convincermi. Non voglio essere una madre soffocante, ma in questo momento mi sento come senza un pezzetto di cuore.

Quello che devo ancora accettare, è che il cuore di Chiara sia diverso dal mio. E che insieme, quando ci troviamo e ci abbracciamo, battano ancora più forte.

A Chiara piace la musica. Devo imparare questa lezione da lei.



Come affrontare il dolore di un lutto?

Lettura consigliata:

– “Il buco”, Anna Llenas

Accadono fatti, alcune volte, che lacerano il nostro corpo dall’interno. Esplosioni così forti che le orecchie iniziano a fischiare, l’equilibrio vacilla, la voce è persa e non riesci neppure a gridare. L’unica cosa che avverti è un vuoto. Un vuoto proprio nella pancia: ricopre tutto il tuo torace, dal cuore e dai polmoni fino alla vita. Eppure fino a un attimo prima non c’era.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c’era sicuramente qualcosa, ma poi non c’è più.

E chi tra di noi non ha provato questa sensazione? Per qualcuno è stato un lutto, per altri una delusione. Senza dubbio possiamo affermare che è stato un perdere qualcosa, una parte di noi che se ne è andata e ci ha lasciato feriti e disorientati.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c'era sicuramente qualcosa, ma poi non c'è più.

Quello di Giulia, la protagonista del libro, è un buco da cui escono mostri e attraverso il quale passa il freddo.

Anche io, in quel periodo, ho sentito freddo. Era da poco passato il 7 ottobre 2020: avevo appena perso mia nonna, Maria Teresa. Una persona eccezionale, una donna che per me era stata anche madre e che mi aveva insegnato il significato dell’amore.

Non sapevo bene come comunicare quello che provavo e con Chiara non mi concedevo grandi momenti per rifugiarmi in me stessa e vivere semplicemente le sensazioni che si aggrovigliavano dentro di me.

Ero sicura di un paio di cose: la prima era che fosse necessario spiegare a Chiara quello che stava succedendo, perché la mamma poteva essere un po’ triste in certi momenti. Non volevo che pensasse che fosse a causa sua, perché il senso di onnipotenza dei bambini può giocare brutti scherzi e rischia di far danni anche più avanti. Era necessario che sapesse che la sua bisnonna non c’era più e che la mamma a volte piangeva perché le mancava tanto.

Volevo, inoltre, cercare un rifugio in un libro: trovare, cioè, quell’abbraccio di carta che spesso offre evasione, ma anche rifugio. E se si legge bene, se non si ha paura di sporcarsi di inchiostro tra le sue pagine, spesso una storia offre una soluzione al problema che stiamo vivendo. E io l’ho trovata.


Dunque, torniamo a Il buco.

La vita di Giulia scorre serena e tranquilla, finché un giorno si trova un buco nella pancia. Un buco enorme da cui escono mostri e da cui entra freddo. La bambina cerca un tappo per coprirlo e le vengono offerte varie soluzioni: cibo, bicchieri, televisioni, abiti. Ci sono possibilità che non sono troppo pericolose, come l’affetto di un animale, e altre molto dannose per lei.

Giulia è stanca, non trova una soluzione e la ricerca di un tappo la porta in un vortice nero. Si dispera, cade e poi sente una voce che la invita a cercare dentro di sé.

Parole, colori, musica. Nel buco di Giulia non c’è solo nero. E la vita della bambina torna così a colorarsi. Si accorge, per esempio, che molte persone hanno un buco. E che questo buco, in apparenza così tremendo, è una specie di portale che le permette di viaggiare con la fantasia in posti nuovi, di dedicarsi all’arte e alle sue passioni. Scopre che è possibile condividere quello che si porta da là dentro.

E poi, che cosa succede? Più Giulia accetta questa parte, più cerca di trarne gli aspetti buoni e di condividerli con gli altri, più il buco si rimpicciolisce. Il buco, è bene specificarlo, non si chiuderà mai del tutto, ma sarà sempre un’occasione per viaggiare avanti e indietro, tra il mondo che ci circonda e quello più profondo e nascosto in cui albergano sentimenti, emozioni e ricordi.


In quel periodo Chiara mi ha chiesto spesso di leggerle Il buco. Mentre lo facevamo, insieme, le spiegavo che la mamma era un po’ triste perché la nonna Maria Teresa non c’era più, ma che proprio grazie al sorriso e agli abbracci di Chiara mi sentivo meglio.

A volte, quando arrivavamo alla fine, mia figlia mi accarezzava i capelli o il viso. Credo che ci siano modi di comunicare più nascosti e profondi e che non sia un caso che proprio nelle prime settimane di lutto Chiara mi abbia chiesto molte volte quella lettura.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso. E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso, ma un’occasione per scoprire nuove parti di noi e per farci sentire emozioni, pensieri, storie che poi prenderanno forma su carta.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso.
E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso.

Per quanto riguarda il che cosa succeda dopo, dove si vada, non ho soluzioni da proporvi. Non universali, almeno. Perché credo che ognuno di noi debba trovare la propria risposta in base alla propria spiritualità. Posso dirvi, però, quello che ho fatto io. Magari sarà un’idea per qualcuno.

Quando mia nonna è morta, ho iniziato a dire a Chiara che era andata su una stella. All’inizio le mostravo una stella nel cielo, quando salutavamo la notte. Poi le condizioni metereologiche hanno iniziato a essere diverse e ho cercato una soluzione alternativa.

Abbiamo un quadro, in casa, proprio nell’ingresso. Un quadro che ritrae un sogno, ma anche l’amore. E tra le tante cose che ci sono dipinte, ci sono le stelle. Ce ne è una tra la luna e un enorme palloncino a forma di cuore. Io ho detto a Chiara che quella è la stella della nonna Maria Teresa. Credevo che lei non ci facesse molto caso, sono passati i mesi e abbiamo scoperto altre immagini, altri quadri e angoli della casa. L’altro giorno, sabato se non erro, ci siamo riavvicinate a quel dipinto, mia figlia ha indicato quella stella è ha detto: “è la stella della nonna Maria Teresa”. E forse per qualcuno non sarà niente, ma per me è stato tanto.


Mi permetto di segnalare, prima di lasciarvi, un altro libro che potrebbe essere utile: Ti voglio bene anche se di Debi Gliori. L’ho regalato a Chiara oggi per ricordarle che l’amore e l’abbraccio della mamma ci saranno sempre, anche se adesso lei andrà al nido. E che la amerò sempre, qualsiasi cosa diventi nel corso del tempo. Una cosa ovvia, forse, per noi grandi, ma mai scontata per i più piccoli. Ma di questo parleremo in un altro articolo.



Come ci prepariamo all’asilo nido

Letture consigliate:

– “Primo giorno di asilo”, Esther Van Den Berg

– “I tre piccoli gufi”, Martin Waddell

Mi sono chiesta se aprire questa rubrica un po’ diversa dalle altre di cui mi occupo sul mio blog. Ero titubante, perché il contenuto che avrei portato sarebbe stato diverso, più personale. E perché questa rubrica si rivolge soprattutto a genitori, zii, insegnanti, scrittori di libri per bambini e non a lettori in senso lato.

Chi mi conosce sa che mi pongo molte domande e che difficilmente trovo risposte. Vivo di dubbi e questo spesso mi porta a essere meno serena di quanto vorrei. Ma è la mia natura, ho imparato ad accettarmi per quello che sono.

Dunque, che fare? Pubblicare? Non pubblicare?

La risposta la potete intuire da soli.


Come ci prepariamo al nido?


Ci stiamo concentrando su due libri: Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg e I tre piccoli gufi di Martin Waddell.


Il primo settembre è un primo gennaio che cade di lunedì per tutto il personale scolastico e per molti alunni.

Quest’anno siamo davvero in grande fermento: primo giorno di scuola dell’anno di prova di Gabriele, mio marito. Lunedì Chiara comincerà l’inserimento al nido. E io? Appesa, a fare un po’ questo, un po’ quello, ma ci sono abituata. Attendiamo le convocazioni e vediamo dove andrò a finire. Non perdiamoci oltre e torniamo a noi.

Perché pubblicare oggi questo post? Perché i preparativi fervono e dovranno crearsi nuovi equilibri. A volte mi sembra di non essere pronta, e stamani mi è venuta la strana immagine del farsi liquido per adattarsi meglio al contenitore senza perdere la nostra natura, ciò che ci compone nel profondo. Io, un sasso, ho passato tanto tempo a farmi gas e a rarefarmi, disperdendo soprattutto quello che ero, perché la necessità me lo imponeva. Il mio proposito per questo anno è essere più liquida, più adattabile, senza perdere di vista me stessa. Ce la farò? Ve lo saprò dire tra un po’ di settimane…


Dunque, l’argomento di oggi è: come ci prepariamo al nido? Premetto che Chiara è una lettrice molto forte. Mi è venuto spontaneo affrontare questo tema attraverso i libri. Ne stiamo usando due e voglio condividere con voi quello che l’esperienza di lettura ci sta dando nella speranza che possa essere utile anche a qualcun altro.

Ci stiamo concentrando su due libri: Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg e I tre piccoli gufi di Martin Waddell.


Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg è un libro molto grande: quando io e Chiara lo leggiamo sul divano, scompariamo dietro le sue pagine enormi. In genere sono io a tenerlo, lasciandola libera di indicare con l’indice le cose che vuole approfondire o di cui vuole conoscere il nome.

Cippi, un pettirosso, è al suo primo giorno di asilo. La mamma lo accompagna nel grande albero e lui entra con reticenza. Una volta dentro, però, svolge diverse attività, parla con i compagni e la maestra, acquista autonomia con piccole conquiste personali. E poi che succede? Arriva l’ora di tornare a casa. Cippi e la mamma si abbracciano e il pettirosso chiede alla maestra se può tornare anche il giorno dopo.

La maggior parte delle scritte sono in stampatello, non tutte purtroppo. I disegni sono molto belli e curati. Con Chiara ci divertiamo a scovare tutti i più piccoli dettagli. Da mamma, ho apprezzato molto che l’asilo sia composto da animali diversi tra loro. Credo che sia un particolare fine, perché inizia a far alfabetizzare i più piccoli con il concetto di identità e di diversità: ognuno di noi è quello che è, siamo tutti diversi tra di noi, condividiamo spazi, forse giochi e passioni. La diversità come caratteristica normale dell’umanità: un cinghiale che diventa amico di un tasso, perché no?

Il libro fornisce al bambino un’idea delle attività che lo aspettano al nido: accoglienza, gioco motorio, manipolazione, pasto, condivisione delle esperienze, attività all’aperto. Una routine in grado di tranquillizzare i più piccoli e che mi sta permettendo di preparare Chiara al nuovo modo in cui trascorrerà le mattine con i suoi pari.

E poi, dettaglio non meno importante, la mamma torna. Bello stare all’asilo, ma bello anche ritrovarsi. Questo dettaglio può sembrare forse irrilevante, ma credo che per i nostri figli e anche per noi sia rassicurante.

[Detta tra noi, tanto non ci vede nessuno, dopo due anni e mezzo passate a strettissimo contatto, credo che questo libro stia preparando molto anche me a questo passaggio].


L’altro titolo su cui stiamo lavorando è I tre piccoli gufi di Martin Waddell.

A differenza dell’altro, questo non è un libro che tratta nello specifico dell’asilo nido. Ci sono tre piccoli gufi, Sara, Bruno e Tobia che nel bosco, di notte, aspettano la mamma. I gufi pensano molto e si chiedono dove sia la loro mamma. Escono dal loro nido, nella notte, la aspettano. Sfidano la loro paura di essere abbandonati e si stringono, condividendo tra loro preoccupazione e desiderio. E poi la mamma torna. La mamma torna come è naturale che sia. I piccoli gufi adesso sono felici.

Abbiamo la versione cartonata del libro, molto piccola e facile da maneggiare. Lascio che sia Chiara a sfogliarla e spesso lo fa da sola, senza coinvolgermi direttamente nella lettura.

Perché questo libro è importante? Perché insegna queste cose: che la mamma tornerà; che la paura dell’abbandono è una paura, sì, ma infondata, perché la mamma tornerà; che la paura, se la condividi con gli altri, forse è meno terrificante o almeno potrai trovare conforto e comprensione in chi ti è vicino; che ci sono tanti piccoli gesti per vincere le proprie paure: il più piccolo, ma il più difficile da fare, è dirle ad alta voce.


Che altro aggiungere? Stiamo lavorando anche con un piccolo librino in inglese, Kindergarten di Alena Razumova per contribuire a rafforzare l’idea delle attività che andrà a svolgere e per iniziare a familiarizzare con una lingua straniera.


In ogni caso, lo so, lunedì sarà un giorno importantissimo per me e per Chiara, per il nostro rapporto. Sarò proprio io a fare l’inserimento con lei e con altre mamme mi capita di scherzare sul fatto che servirà più a me che a lei. Spero di non emozionarmi troppo e di non piangere. Se dovesse succedere, non sarà una tragedia: le dirò che la mamma è felice per lei e per le nuove esperienze che farà, che all’inizio sarà un po’ difficile staccarsi, ma che all’uscita ci sarà sempre il mio abbraccio ad aspettarla.

[Ecco, lo sapevo: sto già piangendo. Ma Chiara dorme e non sa ancora navigare e leggere da sola].


Spero che questa rubrica diversa dal solito vi sia piaciuta e che possa essere utile anche a voi! I consigli di lettura che vi ho fornito valgono per bambini grandicelli che stanno per iniziare l’asilo nido o per quelli che andranno alla scuola dell’infanzia.

Se avete altri titoli da suggerirmi su questo o su altri argomenti o vi piacerebbe che io e Chiara leggessimo qualche titolo in particolare, siamo qui! I nostri libri preziosi sono anche i vostri se volete fermarvi con noi in uno dei nostri angoli di lettura!



“Lacerti di anima” – Silvia Lisena

La bellezza della fragilità, la bellezza della forza

Un inno alla libertà e alla vita, con tutte le sue caratteristiche. La voce di una donna insieme fragile e forte. Una bellezza, quella racchiusa in questo libro, che ci spinge a guardare il nostro corpo e tutto quello che sente e racchiude. Ci scopriamo ridotti in brandelli, ma vivi. Sentiamo dolore, ma anche amore e forza. Ci alziamo in volo, liberati dalla gabbia e ci uniamo nel vento, come nella sua Ad un’amica. Tutto questo e molto altro è racchiuso in Lacerti di anima di Silvia Lisena.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].


Nei Ringraziamenti che chiudono la raccolta Lacerti di anima, la poetessa Silvia Lisena scrive dell’ancestrale bellezza dei contrasti che continuano a spingersi sulla nostra altalena. L’amore per il mondo, per il sapore della vita, è nell’ostinazione che mettiamo, ogni giorno, scontrandoci con le delusioni e le sconfitte, con le vittorie e con le conoscenze acquisite.


Ci troviamo nudi accanto a Silvia Lisena e ci sentiamo accolti, capiti. Sto pensando a una delle poesie più recenti contenuta nella parte finale della raccolta, Pensiero notturno #327: nella continua ricerca di specchi, nessuno ha avuto il coraggio di riflettere l’immagine della poetessa. Eppure lei diventa specchio di tutti noi, per tutte le volte in cui ci siamo sentiti così, fragili, incompresi, abbandonati al nostro destino. Soli, dopo che qualcuno è scappato spaventato da ciò che ha visto. Perché gli specchi, lo sappiamo, riflettono quello che vedono.

Silvia Lisena ha saputo cogliere la bellezza della fragilità e la paura che ne deriva. Perché, come mostra in Disegno onirico, la paura della diversità altrui è la paura della propria diversità. Ci lasciamo intimidire da piccoli rami di siepe e restiamo bloccati al di qua, incapaci di superarla, senza ascendere e poi ridiscendere nell’essenza di chi abbiamo di fronte. Un richiamo, questo, che ricorda l’Infinito leopardiano.


Essere fragili che cos’è? La fragilità è ormai ridotta a un’etichetta che sembra più una condanna, in un mondo che vive una pandemia e che costringe sempre più a cercare riparo, a chiudersi in luoghi sicuri. A chiudersi forse in se stessi. In La viralità delle etichette, la poetessa Lisena ci lascia una rivelazione che dovrebbe mettere in discussione tutto, soprattutto il modo in cui ci guardiamo intorno e osserviamo noi stessi: fragile è la vostra visione del mondo.

Essere fragili che cos’è? L’esser fatti di vetro, il rischiare di cadere e andare in frantumi. La ricerca e la speranza di trovare qualcuno disposto a raccoglierli senza che la paura di farsi male possa bloccarlo. Fragile me, scrive Silvia Lisena. Fragili noi, aggiungerei.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].

E poi ci sono bellezze che dipendono da ciò che ci circonda o da quello che c’è stato: una tempesta di ricordi che ci fa ancora soffrire [Ricordi], l’ebrezza di un incontro d’amore fugace [C’era una volta una notte], l’armonia magica del giorno di un giorno speciale [Alba di Natale].


Non solo fragilità umana, ma anche forza. La bellezza in Epifania primaverile è quella della primavera che si risveglia come una bambina. Accende colori ed emozioni e noi ci ridestiamo con lei.

La bellezza in Respirare, la prima poesia della raccolta, è tornare a respirare e a camminare. A vivere, in altre parole.

La bellezza è il non essersi arresi, l’aver imparato a guardare il futuro pur prendendosi un giorno per ricordare il passato [Diciannove settembre].

La bellezza è aver imparato a perdonare il proprio corpo [Oproc].

La bellezza è accettare di essere parte del mondo, del suo movimento.


C’è tanta bellezza in Lacerti di anima di Silvia Lisena. E la sua poetica, lo ammetto, è stata in grado di emozionarmi più volte nel corso della lettura.

Se dovessi scegliere due poesie (una non riuscirei) che mi hanno scosso profondamente, sono la prima, Respirare, e Una vacanza al mare. Il perché l’ho già accennato, ma voglio ribadirlo.

In Respirare torniamo a vivere con la poetessa. Abbiamo tutti vissuto quella sensazione, almeno una volta nella vita. Quando hai rischiato di rimanere senza ossigeno, più o meno letteralmente, tornare a respirare è tornare davvero a vivere. All’inizio devi essere rieducato a farlo, è un percorso lento e delicato. Ma là fuori ti aspetta la vita.

In Una vacanza al mare ho trovato tracce dell’arte dell’effimero, tanto importante nei luoghi in cui sono cresciuta, tra cartapesta e tappeti in segatura. E quante volte ho affidato alla riva del mare pensieri e desideri. Quante volte con uno stecco ho scritto varie risposte e ho aspettato che il mare mi suggerisse quella giusta. Una delle ultime volte avevo scritto Hey you, rivolgendomi a tutti e a nessuno. Una richiesta d’aiuto, e il mare se l’era mangiata subito che avevo provato a renderla immortale con una foto. Ma sto divagando. Questo è il potere della poesia e di chi la poesia la vive e la scrive: riaccendere emozioni, ricordi, sentimenti assopiti e farli tornare a vivere.


A Silvia Lisena vorrei lasciare un messaggio: forse non ne sei consapevole, ma sei stata e sarai specchio di molti lettori. E spero che questa recensione ti restituisca l’immagine riflessa. Spero di esser diventata per qualche minuto specchio del tuo esser donna, poetessa, fragile e forte al contempo, umana e viva.




“Eleanor Oliphant sta benissimo” – Gail Honeyman

Una bellezza da (ri)scoprire

La bellezza, si sa, a volte lascia senza fiato. Si può restare letteralmente imbambolati di fronte alla bellezza di uno sconosciuto. E quella bellezza può diventare un tormento, una vera ossessione. Questo accade a Eleanor Oliphant quando a un concerto nota sul palco Johnnie Lomond, il cantante di un gruppo locale. Hanno gli occhi simili loro due, ma quelli dell’uomo hanno profondità ramate che lei non possiede.


Ogni bellezza è destinata a sfiorire.


Che cos’è la bellezza per Eleanor Oliphant? All’inizio ci risponde che è simmetria. Quella simmetria che lei non possiede più a causa della brutta cicatrice che le rovina un profilo del viso. È strana, è diversa da chi la circonda. È sola. La solitudine e l’incapacità di comunicare sono ben espressi dall’immagine dei suoi fine settimana lontani dall’ufficio, fatti di silenzio e di bottiglie di vodka.

Che cosa ha deturpato la bellezza di Eleanor? Bellezza rovinata, si intende, non solo della presunta simmetria del suo volto, ma anche del suo modo di essere più profondo. Che cosa l’ha resa così distante e schiva nei confronti del prossimo? Sembra che siano gli altri a escluderla perché è diversa, ma a mente fredda ci viene da chiedersi se quello che ha vissuto nell’ufficio Eleanor non sia stato un cane che si morde la coda: sei diversa -> voi non mi capite. Prova a rileggere in ordine inverso e il risultato non cambierà.


Dunque, lo abbiamo detto, la simmetria è il primo elemento con cui la protagonista di Eleanor Oliphant sta benissimo identifica la bellezza. E nel suo ragionamento, si spinge oltre. Che cosa sente di fronte a qualcosa di bello? Eleanor prova pena. Sì, perché ogni bellezza secondo lei è destinata a sfiorire. Perché quando si ha di fronte qualcosa di bello sulla superficie, diventa difficile andare più a fondo. Lei stessa, innamorandosi perdutamente del cantante con cui non ha scambiato neanche una parola, darà prova di questa verità.


C’è una cosa che accomuna belli e deformi ed è l’ingiustizia di un sentimento di odio nei loro confronti. Non hanno chiesto di nascere così, la loro è una condizione ontologica con cui, forse, sono nati. Così Eleanor, che sua madre ha sempre definito brutta, ha in comune uno stigma con le persone esteriormente più attraenti, simmetriche: l’esser vittima di pregiudizi legati all’aspetto e, in un certo senso, la colpevolizzazione, l’odio.


Se la bellezza di Johnnie Lomond è la prima con cui veniamo in contatto, così contrapposta anche al modo di vivere sciatto di Eleanor, un iniziale segnale del cambiamento che si sta preparando in lei è la sensazione di bellezza nel sentir pronunciare il proprio nome, dall’altra parte del telefono. Com’è possibile?

Immaginate di non aprire bocca con nessuno dal venerdì sera al lunedì mattina. Immaginate di ricevere solo risatine alle spalle, sguardi storti. Immaginate che l’unica persona che continua a telefonarvi durante la settimana sia qualcuno che vi ha fatto male e che ha minato e mina ancora oggi la costruzione della vostra autostima.

E pensate al potere della parola, quello tanto studiato anche in filosofia, secondo cui le cose esistono quando qualcuno le nomina.

Al telefono Eleanor scopre la bellezza del riconoscimento della propria entità e della propria esistenza.


Eleanor inizia a uscire dalla propria tana, almeno in pausa pranzo e per piccole visite a un uomo che ha salvato dopo un malore in strada. Accetta persino l’invito di un collega che lavora come informatico a bere qualcosa perché la sera è ancora bella e giovane.

La bellezza delle fresie, di un orto ben curato, dell’ordine che vive nella casa della madre di Raymond ci arrivano con un forte impatto visivo. Lo stesso impatto che colpisce Eleanor e il lettore quando l’anziana la ringrazia per la visita, per la condivisione del suo tempo con lei. La bellezza di combattere le nostre solitudini trascorrendo del tempo insieme.


Eleanor è consapevole di non essere una Musa canonica, una delle fanciulle voluttuose che popolano i dipinti. Così inizia a prepararsi al prossimo incontro con il cantante, il loro primo vero incontro, visto che lei si è innamorata di lui ma lui non sa della sua esistenza. Cambia look, si fa truccare, passare una tinta di smalto sulle unghie e più avanti cambierà persino l’aspetto dei suoi capelli.

“Bello” non è una parola solitamente associata al mio aspetto, dice a chi si sta prendendo cura di lei. A lavoro finito, però, si osserva e ringrazia chi l’ha resa splendente.


In quella forma di innamoramento tipica dell’età giovanile ma che Eleanor vive a trent’anni da poco compiuti, sperimenta anche la bellezza del lasciar viaggiare l’immaginazione. Un modo diverso per passare il tempo, ci dice. E intanto il tempo continua a scorrere davvero nella vita reale in cui la protagonista si muove ampliando il proprio raggio di azione e le proprie conoscenze sociali. Partecipa a una festa, si butta nel ballo anche se, lo dice sempre la mamma, è una cosa per belli.


Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è possibilità di essere “un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo”.


E poi il sogno si infrange ed Eleanor tocca il fondo. Lo gratta per bene, per giorni, in bilico tra la vita e la morte. Qualcosa la salva. Qualcosa o qualcuno. Qualcuno che non è così scontato definire neanche a lettura terminata.

Eleanor scopre la bellezza delle piccole cose, i dettagli, le piccole schegge di vita, cioè quel tipo di bellezza che impariamo ad apprezzare soltanto quando tutto, intorno a noi, è avvolto da nebbia e da buio. E questa nuova capacità di vedere è quello che ci salva la vita, l’ho sperimentato sulla mia pelle quando ho creato Ecco: filosofia della bellezza.

Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è la possibilità di essere un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo.


Non c’è niente di scontato per Eleanor e anche tu, se cambi il modo di guardare il mondo, sarai capace di trovare bellezza in ogni dove, anche dove non ti aspettavi: sul lavoro, nella vita privata, negli affetti umani e animali, per strada. E solo allora potrai ricordare la meraviglia del sole.

Il percorso della giovane donna in Eleanor Oliphant sta benissimo la porterà a capire di meritare la felicità e l’amore, a scoprire la verità sul suo passato e a vedere con chiarezza tutto quello che prima non riusciva a cogliere. In fondo, lo sappiamo bene, noi che siamo caduti nel fango e che ci siamo rialzati a fatica: in ogni cosa c’è bellezza.



“Innamorarsi alle Canarie” – Chiara D’Andrea

Bellezza: perfezione o libertà di essere felici?

Bellezza e fascino. Un binomio che spesso convive e alcune volte si contrappone. La madre di Caterina, la protagonista, è una donna ancora bella. Il padre, invece, è dotato di fascino. Ma perché questi due principi sembrano così distanti? Forse perché tendiamo ad accostare l’idea di bellezza a quella di perfezione. Anche Caterina, all’inizio del libro, lo fa.


La bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

Ecco la sua bella famiglia stile Tarallucci del Mulino Bianco: un sogno diventato realtà. Un marito non bello, perché la bellezza per Caterina è una cosa pericolosa, in grado di far perdere la ragione.

Eppure Caterina ha tutto: un marito perfetto, una casa perfetta con giardino e posto auto. Tutto così perfetto e rassicurante da risultare ai suoi occhi bello.

Poi succede qualcosa è l’impalcatura cade: non era reale quello che la protagonista stava vivendo, non il suo sogno di perfezione.


Inizia così il viaggio di Caterina, un viaggio alle Canarie, ma anche dentro se stessa. Un viaggio che la porta a (ri)scoprire parti di sé e dei suoi rapporti interpersonali, oltre che una terra che riesce da subito a catturarla.


In Innamorarsi alle Canarie, appena arrivata in suolo straniero, Caterina è colpita dalla bellezza del paesaggio, che via via si arricchisce di dettagli con lo scorrere della storia: il mare, la natura, la sabbia scura, i dettagli della città con i suoi balconi fioriti. E anche lo stile di vita ci appare stupendo: l’idea di potersi sdraiare al sole quando si vuole, la movida ricca di convivialità. Anche gli abitanti delle Canarie sono belli, perché spontanei. Non la bellezza che aderisce necessariamente a canoni estetici, quindi: la bellezza, qui, è libertà.


Un’altra bellezza che emerge nel libro è legata all’affetto e alla vicinanza dei propri cari. Caterina si ricongiunge a Barbara, che la ospita nella sua casa e anche in abbracci colmi di amicizia quando la donna sembrerà sul punto di crollare. E poi il rapporto con il padre di Caterina, che verrà a trovarla e con cui lei riscoprirà il suo ruolo di figlia e non di figlia-moglie.


E poi c’è lui, Nicolas. Una bellezza da allarme rosso. Un sorriso di chi la sa lunga e ne è consapevole. Occhi stupendi. Ma è vero che la bellezza da sola serve a poco. Eppure, Nicolas fa vacillare le ultime certezze di Caterina, anche quando il suo passato torna a bussare alla porta in nome di quella perfezione che poi perfezione non era. Lasciarsi andare o no? Rischiare di farsi male o tornare in Italia?


C’è una grande lezione che il padre di Caterina offre alla figlia e che l’autrice offre al lettore: la felicità non è stabilità. La felicità è amore.

Parafrasando questa affermazione, potremmo dire che in Innamorarsi alle Canarie la bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

La libertà della natura, ripresa con una videocamera. La libertà dell’abbraccio di un’amica. La libertà di nuotare nudi, non solo di vestiti. La libertà di correre il rischio di amare.


Che scelte farà Caterina? E con questo bel Nicolas? Non voglio togliervi il piacere di questa lettura, che in giorni pesanti è stata per me una boccata d’aria fresca.


Vi chiedo, però, prima di lasciarvi, se per voi la bellezza sia perfezione o fascino. Personalmente credo nel dettaglio che sfugge al controllo, quello che provoca un brivido, non sempre piacevole. Il perturbante, lo potremmo chiamare, qualcosa che lascia il segno e provoca emozioni. Ma di tutto questo parleremo un’altra volta.




“Haikugrafia” – Roberta Placida

Sentimento sublimato, sentimento incarnato.

La bellezza è in ogni cosa se sai vederla. Per riuscirci, a volte avremmo bisogno di un occhio nuovo. Ed è proprio questo occhio nuovo, per citare Ilio Leonio dalla Prefazione di Haikugrafia, a emergere nell’opera di Roberta Placida. Un occhio che sa cogliere impressioni senza fermarsi a descrivere e che riesce a coniugare due forme d’arte solo in apparenza lontane: la poesia degli haiku e quella della fotografia. Ne nasce un modo diverso di fare bellezza, di dialogare con il nostro universo interiore e con tutto quello che ci circonda.


E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore.


Ci sono lo scorrere del tempo in Haikugrafia, e il rispetto delle stagioni. Non solo quelle che si alternano durante l’anno, ma quelle più volubili della vita. E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore. Come un’opera d’arte che prende voce e sussurra, come una brezza leggera. E prende sostanza e forma, mentre il vento muove le foglie.


La prima bellezza che troviamo in questa raccolta è quella dell’amore. Appare subito nella dedica e ci accompagnerà nella lettura. È una presenza che continua a vivere, nella nostalgia e nei ricordi, nel vento. Il bel sogno dell’haiku 4 è un inno sussurrato alla nostalgia e all’autunno. Le foglie dell’immagine incorniciano le parole e le fanno uscire fuori dalle pagine: le rendono vive, vere.

E con la foto di un dente di leone, immagine a cui sono particolarmente legata, si sposa l’haiku 7 con la sua impressione di voce portata dal vento. Soffierà anche sul fiore, forse, e porterà altrove i semi. Continueranno a viaggiare, continueranno a vivere.


La bellezza della felicità ormai perduta è un ricordo dolce e amaro. Ne è protagonista l’haiku 14, a testimoniare che ciò che è stato bello può anche provocare dolore. E che anche nel dolore può vivere, ancora, il germe della bellezza.


Nell’haiku 17 la bellezza assume i contorni della poesia e questa è l’idea che mi sono fatta, nel mio piccolo, leggendo e guardando Haikugrafia: che la poesia sia bellezza, che la poesia sia un ponte tra chi la scrive e il mondo che lo circonda, tra chi la scrive e chi la legge. La poesia come anima del mondo, come soffio che tutto avvolge e tutto anima.

In una vita che spesso è fragile bellezza come le foglie d’autunno, potremmo essere tentati di non cogliere gli scorci che si aprono di fronte a noi. Quando abbiamo perso chi amiamo, è difficile riuscirci, ma Roberta Placida ha compiuto un piccolo grande miracolo: è riuscita a cogliere la bellezza nello scorrere del tempo, negli elementi naturali, nella vita che nonostante tutto sorge, nel ricordo, nei sogni, e persino nel dolore e nella morte.


Fragile bellezza

di foglie sonanti

che affidano al vento

l’ultima voce…

[…]

Roberta Placida, Autunno in Haikugrafia, Daimon Edizioni, L’Aquila, 2019.

Haikugrafia si chiude proprio così, con la bellezza delle foglie al vento e della loro ultima voce.


Sentimento sublimato: così Antonio Iannucci definisce Roberta Placida nella Postfazione di Haikugrafia. Sublimato, sì, per l’elevato valore artistico e linguistico che caratterizza quest’opera. Ma anche incarnato: perché Roberta Placida come una ballerina sulle punte si muove su un palco di vita e di morte e tocca tutti gli angoli, con rispetto e delicatezza. Con armonia, mi verrebbe da aggiungere. O, più semplicemente, con bellezza.




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“Cambiare l’acqua ai fiori” – Valérie Perrin

In ogni cosa c’è bellezza

Un caso editoriale molto discusso. Per alcuni un vero e proprio capolavoro, per altri un’opera commerciale.

Di sicuro siamo colpiti dall’occhio fotografico dell’autrice Valérie Perrin.

Come forse avete capito, su questo sito non leggerete (solo) recensioni tradizionali. Ho deciso di unire l’amore per la lettura a “Ecco: filosofia della bellezza” creando il blog “Leggere è bellezza” e la rubrica “Bellezza sopra le righe”.

“Cambiare l’acqua ai fiori” è stata la mia prima lettura del 2021.


“Guardi che tempo meraviglioso” dico. “Ogni giorno la bellezza del mondo mi inebria. Certo, c’è la morte, i dispiaceri, il brutto tempo, il giorno dei morti, ma la vita riprende sempre il sopravvento, arriva sempre un mattino in cui c’è una bella luce e l’erba rispunta dalla terra riarsa”.

“Cambiare l’acqua ai fiori”, Valérie Perrin, E/O, 2018.

La prima volta che Violette, la protagonista, incontra la bellezza è contemplazione. Ha il volto d’angelo e tutte le ragazze cadono ai suoi piedi, ma lui, quella notte, sceglie lei. Lo farà anche la notte successiva, e poi quella ancora per molte altre notti.

Questa bellezza di cui Violette si nutre è fisica e la sua fame è insaziabile.

La protagonista vorrebbe perdersi in quell’abbraccio, in quella passione, e per questo vi dedica le sue giornate.


La seconda bellezza che Violette conosce è quella che intravede in un sogno a occhi aperti: avere finalmente una famiglia. Non tanto il costruirne una, quanto il sentirsi finalmente parte di qualcosa.


La nascita di Léonide rivoluziona il suo concetto di bellezza. La componente fisica rimane nei lineamenti della bambina, così simili a quelli del padre. Vi è, però, un aspetto più viscerale: la gioia dei sorrisi di sua figlia, il contatto, la complicità, il semplice giocare insieme. La bellezza è in Léonide e trova ulteriore espressione in una vacanza che per qualche giorno la illude che tutto sia perfetto così.


Un giorno succede qualcosa di terribile, qualcosa che non dovrebbe mai succedere. E la bellezza, così difficile da vedere, continua a vivere solo nel ricordo. Ci sono troppe distanze e tutto provoca dolore. Solo ciò che è stato ed è andato perso sembra bello per Violette.


Uno dei più grandi insegnamenti che ho tratto da “Cambiare l’acqua ai fiori” è che la vita ha sempre in serbo sorprese per tutti noi. La bellezza per Violette torna a pulsare, viva, nella cura. Il prendersi cura prima di un orto e di un giardino, poi degli altri e del loro dolore. Infine del ricordo di chi non c’è più.


Un giorno la bellezza torna a bussare alla porta di Violette e la coglie impreparata. Quasi in silenzio, senza far rumore, torna a trovarla e lentamente la cambia: scioglie il gelo, ma più di tutto la paura e la sensazione di non aver più niente da dare. La presunta incapacità di amare perde forza e inizia a vacillare.

Questa nuova bellezza non sovrasta le altre, ma prende il suo posto tra loro.


C’è un’ultima bellezza ad arrivare nella vita di Violette. L’ultima con cui l’autrice ci lascia e che io lascio a voi, come suggerimento, come spunto per migliorare la nostra vita. La consapevolezza di sé, della verità e del coraggio di vivere in armonia con quello che abbiamo dentro e con quanto vive intorno a noi.

Credo che ognuno di noi dovrebbe arrivare, un giorno, a vivere questa bellezza. Sono ancora lontana dal riuscire a farlo, ma ogni giorno provo a fare un passo in più verso questo tipo di bellezza.


Prima di salutarci, ringraziandoti per la lettura, ti chiedo che cosa sia per te la bellezza e se hai ritrovato in questa recensione anche la tua idea di bello. Se hai letto questo libro, che sensazione ti ha regalato?

Io ti lascio con un pensiero semplice e che questo libro mi ha suggerito: ogni cosa è bellezza. Anche quando siamo avvolti dal buio, la bellezza è intorno a noi.

Grazie per l’attenzione.



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