E se fossero i giorni a scomparire? – Massimo Berti

Intervista all’autore di “L’enigma dei giorni scomparsi” – Massimo Berti

Torniamo a parlare di giallo spostandoci a Nord. La vita dell’autore Massimo Berti si snoda tra Milano, dove lavora, e Vicenza, dove vive. Nella vita di tutti giorni Massimo Berti è un avvocato che si occupa di questioni economiche e finanziare. Un ambiente, il suo, che ha senz’altro influenzato il suo primo romanzo, “L’enigma dei giorni scomparsi“, come vedremo tra poco.


Ciao Massimo, che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine del tuo libro?

Un giallo diverso dal solito, che strizza l’occhio al genere “thriller psicologico”; mi sono infatti allontanato dal format, piuttosto consueto e di norma atteso in un giallo, dell’investigatore che indaga su una serie di omicidi per scoprire alla fine il colpevole che è sempre la persona da cui l’autore nel corso della storia ha cercato di allontanare i sospetti. Niente di tutto questo. Qui ho disegnato un protagonista che non riesce a capacitarsi di quanto gli accade al punto addirittura da dubitare delle rappresentazioni che gli occhi gli sottopongono, della propria stessa tenuta mentale. Persone che svaniscono, soldi che pure scompaiono e il protagonista vacilla incredulo, ma davvero incredulo, perché quanto gli sta avvenendo gli è del tutto inspiegabile, incomprensibile e rasenta l’incubo, l’impossibilità; eppure gli accade! Badate bene: niente fantascienza, niente fughe verso l’inverosimile. Non si pensi a epiloghi del genere.


In che modo il tuo giallo si differenzia dai gialli tradizionali?

Come dicevo al punto precedente, chi si appresta a leggere un giallo si aspetta che ci sarà un primo omicidio, poi un secondo, in contesti magari stravaganti e si aspetta che ci siano un detective o un profiler pronti a seguire gli indizi e scoprire alla fine la verità che sarà ovviamente a sorpresa. Qui la sorpresa finale c’è, eccome, ma la trama non segue questo filo logico. Il lettore resta affascinato dalla parte centrale del racconto in cui si chiede sicuramente, mentre legge, “ma che diamine sta accadendo?” E non può fare a meno di proseguire, se non altro per la curiosità di quella originale situazione.


Descrivi “L’enigma dei giorni scomparsi” con tre parole (tre, non barare):

Ne basta una: disorientante.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura della tua opera (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

Nessun sottofondo musicale, il libro va letto di sera prima di andare a letto ma non a letto, da ben svegli: sono 470 pagine di intrecci che si fiancheggiano e inseguono, da leggere a 50-100 pagine alla volta. Non è certo un libro da tenere sul comodino e sfogliare prima di addormentarsi, si perderebbe continuamente il filo.


Da dove nasce la scelta di ambientare il tuo romanzo in America?

Non poteva che essere ambientato lì, il nostro immaginario corre a serie televisive in cui le grandi manovre sui soldi sono sempre ambientate a New York o Londra. Non ce l’ho fatta a “vederlo” a Milano. Aggiungo anche che per un breve periodo ho lavorato a New York, è un ambiente che ho conosciuto e che non ho quindi descritto via Google maps; le sensazioni e le emozioni che trasferisco nel libro sono le mie, quelle che provavo io girandomi intorno e osservando la vita di tutti i giorni, studiando, lavorando. Tuttavia il lettore non deve preoccuparsi di eventuali aspetti tecnici: il protagonista è un cinico uomo d’affari, uno speculatore, ma la finanza è solo un contorno, un’ambientazione, non va necessariamente capita e compresa quando se ne parla tra le pagine, non è il tema del libro. Il protagonista avrebbe ben potuto svolgere un’altra mansione.


Quanto hanno influito la tua formazione e il tuo attuale lavoro nella costruzione di “L’enigma dei giorni scomparsi”?

Molto. Come dicevo poc’anzi, non nella costruzione ma nell’ambientazione. La costruzione del giallo, della trama, nasce invece da molto lontano, da un’idea che mi “apparve” quando ero ragazzo, della quale non mi sono mai dimenticato e che all’epoca, passami il termine, ho giudicato “geniale”, l’intreccio di un film al cinema che avrei voluto vedere. A distanza di molto, molto tempo ho deciso di “scriverla” finalmente su carta, questa idea.


Hai qualche lato in comune con Daniel, il protagonista di “L’enigma dei giorni scomparsi”? E in che cosa, invece, siete decisamente diversi?

Siamo del tutto diversi. Daniel è cinico, egoista, maledetto; non ha costruito una famiglia, è sporco, sebbene non cattivo. Mi serviva un personaggio così, con tutta la sua sicurezza di sé, la sua protervia, la sua supponenza, per poterlo poi spiazzare, quasi umiliare, rendere indifeso, con tutto ciò che gli sarebbe accaduto dopo le prime cento pagine. Ha anche dei lati buoni, è protettivo, leale, non scende a compromessi. Io non potrei mai amare la luminosità della ribalta che lui pretende invece appieno.


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

Per lavoro ho sempre scritto tanto, discorsi, pubblicazioni tecniche, ma un romanzo mai. Cinque anni fa ho deciso che ero pronto per questa esperienza e l’idea dell’intreccio, come dicevo prima, già la custodivo da anni.


Che cos’è per te la scrittura?

Un passatempo. Sto lavorando su un secondo romanzo, stesso genere, stavolta ambientato a Milano.


Ho disegnato un protagonista che non riesce a capacitarsi di quanto gli accade al punto addirittura da dubitare delle rappresentazioni che gli occhi gli sottopongono, della propria stessa tenuta mentale. Persone che svaniscono, soldi che pure scompaiono e il protagonista vacilla incredulo, ma davvero incredulo, perché quanto gli sta avvenendo gli è del tutto inspiegabile, incomprensibile e rasenta l’incubo, l’impossibilità; eppure gli accade! Badate bene: niente fantascienza, niente fughe verso l’inverosimile.

Massimo Berti

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Cogliere il momento opportuno senza smettere, quando c’è l’ispirazione, quando la penna scorre veloce. Mi metto a scrivere quasi sempre dopo cena e, se “parto”, se mi sento creativo, fluido, non smetto fino a notte inoltrata. So perfettamente che in certi casi smettere e ricominciare il giorno dopo non sarebbe la stessa cosa.


Qual è, secondo te, il lettore ideale per “L’enigma dei giorni scomparsi”?

L’amante dei thriller che vuole rimanere col fiato sospeso durante tutta la lettura, ma senza pretendere ritmi aggressivi: è un libro strutturato, con tanta cura dei dettagli, che vanno letti e messi in file con pazienza, se no la trama sfugge. L’effetto sorpresa è assicurato intorno a pagina cento. La storia in quel punto vira all’improvviso e “prende” fino a pagina 470. Ma per arrivare a quella situazione, che lascia stupiti, le prime cento pagine vanno lette. Non puoi avere quel “dopo” senza quel necessario “prima”.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Premetto che leggo solo thriller. Il romanzo deve essere scorrevole nella lettura, non ti deve costringere a tornare continuamente indietro per rileggere parti che non hai compreso e che non riesci a inserire nella storia; infine deve avere un finale e un controfinale sorprendenti.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

Hai citato questi quattro aspetti nel loro ordine di difficoltà, a mio avviso; dal più semplice (ideare) al più complicato (promuovere).


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Proprio la promozione, che è la parte più complicata, ma è anche la più divertente, è una componente essenziale dell’hobby; misurarmi coi risultati mi stimola. L’enigma dei giorni scomparsi è “fuori” da gennaio scorso (prima solo le consuete 200 copie ad amici e parenti), aveva già toccato quota 2.000 copie a fine marzo e non so dove chiuderà la sua vita di vendite, considerando che c’è da sfruttare ancora l’estate (le persone in vacanza leggono di più), qualche sconto qua e là e il prossimo Natale. Certo un successo inaspettato, però la fase di promozione è stata definita e seguita con cura e lo è ancora.


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Carrisi è il mostro sacro italiano che mi affascina. L’ultimo libro dei suoi che ho letto l’ho divorato in una notte. Perché? Perché propone intrecci originali, che si staccano dai canoni consueti, più abusati, a mio parere.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

È importante, ma non decisiva. Puoi scrivere bene anche se leggi poco, perché il percorso culturale che hai alle spalle è adeguato, così come puoi scrivere da cane pur leggendo molto o frequentando corsi di scrittura. Certi suggerimenti di asseriti editor fanno impallidire.


Mi metto a scrivere quasi sempre dopo cena e, se “parto”, se mi sento creativo, fluido, non smetto fino a notte inoltrata. So perfettamente che in certi casi smettere e ricominciare il giorno dopo non sarebbe la stessa cosa.

Massimo Berti

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Considerando che non sono certo un lettore seriale, leggere gli emergenti mi incuriosisce di più: purtroppo c’è una montagna di pattume in giro, ma quando vedo un testo ben recensito su piattaforme online (intendo con molte recensioni, che non possono essere le solite venti-trenta dei parenti stretti) lo scarico. Ho letto un paio di cose scritte da eccellenti penne. Nulla da invidiare ai top.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Non so se la scrittura possa cambiare il mondo, ne dubito, oggi gli strumenti di informazione di massa che consentono cambiamenti di opinione repentini e spesso incomprensibili, abbondano e costano molta meno fatica dello scrivere. Certo, leggere aiuterebbe chi vuole creare una propria opinione a formarsela motivatamente potendo scegliere tra tanti pareri qualificati, anche contrastanti. Dunque leggere tanto non cambierà il mondo ma può rendere più solidi e meno strumentalizzabili. Ciononostante chi vuole manipolare gli altri, far cambiare loro il modo di vedere il mondo e che sa come fare, riuscirà nell’intento anche nei confronti di chi legge tanto.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Nessuno scritto ha mai prodotto in me quest’impatto. Tuttavia credo di essere stato uno dei pochi al mondo che, da studente, è rimasto estasiato dalla  Divina Commedia del Sommo Poeta: non ha alimentato in me alcun cambiamento di visione ma mi ha fatto riflettere spesso, durante la lettura, su molti aspetti della vita, a guardarli in profondità, come da un adolescente non ti aspetteresti.


Dunque leggere tanto non cambierà il mondo ma può rendere più solidi e meno strumentalizzabili. Ciononostante chi vuole manipolare gli altri, far cambiare loro il modo di vedere il mondo e che sa come fare, riuscirà nell’intento anche nei confronti di chi legge tanto.

Massimo Berti

A cosa stai lavorando?

A tempo perso, per hobby, a un nuovo thriller. Chi ha letto e apprezzato il mio primo romanzo, L’enigma dei giorni scomparsi, non resterà deluso. Il finale è costruito su una serie di scene a sorpresa che mi hanno convinto di avere in mano una storia di buon livello da narrare. Sono ancora in fase di prima stesura, dunque dubito che prima del prossimo anno questo nuovo giallo vedrà la luce. Sono molto pignolo e curo tutti i dettagli, finché ne trovo da curare.



Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Beh non sono nella condizione di dare consigli, non ne avrei le competenze. Il consiglio che ho dato a me stesso è stato di essere certo di avere per le mani un buon prodotto, non mi è bastato che al riguardo mi rincuorassero i soliti amici benevoli e caritatevoli, ho preteso lettori in anteprima scafati e strutturati. Quindi non avrei mai pubblicato se non avessi avuto la certezza di aver prodotto un romanzo che potesse stare sulla scena, che potesse essere definito tale. Poi la storia può piacere come no, i gusti sono personali. Ma nessuno deve dubitare di aver acquistato un libro, un prodotto che senza dubbio possa essere definito professionale. Creato il prodotto, occorre farlo conoscere al mondo: quando hai per le mani Amazon, distributore a livello mondiale, e Facebook (i social, in generale), ossia il veicolo di qualunque promozione verso milioni di utenti, quello che ti serve è l’idea promozionale. L’errore che molti fanno, secondo me, è ritenere che la promozione si possa avere solo se hai una casa editrice che ti pubblica, ma quella, per gli emergenti, è solo il mezzo, l’idea promozionale devi averla tu.


L’errore che molti fanno, secondo me, è ritenere che la promozione si possa avere solo se hai una casa editrice che ti pubblica, ma quella, per gli emergenti, è solo il mezzo, l’idea promozionale devi averla tu.

Massimo Berti

Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? SELF, ma con un prodotto ottimo e curato in ogni dettaglio.
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? IN DIVENIRE
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? TERZA
  6. Libro cartaceo o digitale? ENTRAMBI
  7. Revisione a schermo o su carta? SCHERMO… ma con la carta sottomano.

Ringraziamo Massimo per averci tenuto compagnia!

Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



D’ispirazione, d’ideale e di ricerca – Federica Baglivo

Intervista all’autrice di “Ithaka – Luna in Cielo e Rose in Terra”, Federica Baglivo

Ci sono autori che non conosci, ma che “a pelle” senti in qualche modo vicini. Federica Baglivo, autrice di “Ithaka – Luna in Cielo e Rose in Terra” è una di questi. Perché? La sua attenzione ai personaggi, il rispetto con cui si rapporta con loro, la necessità di raccontare la storia così come deve andare, perché sono i protagonisti a guidare la mano dell’autore e non viceversa.

Ho scritto “Ithaka – Luna in Cielo e Rose in Terra”, ancora non so come e mai lo saprò. Ha fatto tutto la mia ispirazione… in caso lamentatevi con lei!

Federica Baglivo

Ma chi è Federica Baglivo?

Nel cuore tanti posti, da Torino a Francoforte, dalla Puglia alla Renania, dalla Francia all’Abruzzo. Nata a Bari, liceo classico in Piemonte, adesso economista in Germania. Amante del mare, della musica, dei colori, dei violini, delle rose, dei gatti e di tutto ciò che in un certo senso è bello. Una vita dedicata alla letteratura, alla politica, alla filosofia e alla teologia. Punti deboli? Il calcio, i cartoni animati e il buon cibo.


Ciao Federica. Ci siamo spesso incrociate in gruppi facebook dedicati alla scrittura. Mi hanno colpita tre tue caratteristiche: lo spirito della ricerca, il rispetto verso i personaggi e la loro storia e infine la passione che ti spinge a occuparti anche di temi che generalmente molti autori tendono a evitare. Sto pensando in particolar modo alla politica. La prima domanda è d’obbligo: Federica, perché per te è così importante scrivere romanzi politici e, inevitabilmente, portare il lettore a riflettere su certi temi?

Ciao. Hai beccato subito la domanda da cento milioni di dollari. Parto col dire che ho un grandissimo rispetto per i politici soprattutto locali e che trovo molto importante dare il mio contributo per rendere testimonianza al loro lavoro e smontare i pregiudizi che gravano su questo mondo. Non mi è mai interessato scrivere per intrattenere o per fare passare due ore di relax: il mio obiettivo è pungolare le coscienze e portare alla luce domande. Mi sono scelta questo metodo per tenere viva la memoria e per tramandare le lezioni storiche. A parte questo, sono le storie che vengono da me, non so il motivo preciso, ma so che è destino che io le scriva. Non ritengo giusto tenerle soltanto per me.


Secondo te è vera la frase per cui “tutto è politica”? Perché?

È vera, penso che tu l’abbia sentita da me proprio in uno dei gruppi. Riprendo la risposta che ho dato alla stessa domanda sul mio blog di politica: di apolitico a questo mondo non esiste niente. Niente. Se parliamo della margarina nelle torte, il suo prezzo e la sua disponibilità dipenderanno da scelte politiche. Idem per cavoli, zucchine, auto di lusso, cani, gatti, criceti, elefanti. Sì, se non ti puoi mettere un elefante in salotto è per via di una scelta politica. Faccio parte di molti gruppi dedicati a scrittura e letteratura, e anche qui è onnipresente il “Niente post di politica”. Da che mondo è mondo la letteratura parla di politica, non riesco a trovare nessun’opera di valore che non faccia almeno un accenno a questo tema. Anche perché, vi dicevo, è letteralmente ovunque, e ignorarlo non può portare a nulla di buono. “È un argomento difficile, ostico”. È verissimo. Ma riguarda tutti. Quindi forse sarebbe cosa migliore tirare fuori la testa da sotto la sabbia. Non è vergognoso fare politica. Non è vergognoso parlare di politica.


Abbiamo parlato poco fa di ricerca, perché i tuoi romanzi politici sono anche storici. Puoi portarci con te dietro le quinte e raccontarci come funziona il lavoro di documentazione? E quanto tempo occupa rispetto all’ideazione e alla stesura?

Per me l’accuratezza storica è importantissima, trascorro molto tempo a cercare i dettagli più disparati. Infatti un conto è la grande Storia, che più o meno è a portata di mano, un conto sono i particolari del quotidiano. Cosa si mangiava la domenica nella Baviera del 1969? Esistevano i semafori? Si portavano i polsini della camicia aperti? C’è da dire che oramai sono abituata al “mio tempo”, tratto quest’epoca da 15 anni e mi sembra quasi di viverci dentro. Essendo che è comunque abbastanza vicina a noi, prediligo le fonti dirette, ovvero chiedere a “chi c’era” di raccontarmi come era o come veniva fatta una determinata cosa. Mi sembra più autentico, meno artefatto. Per me non è importante solo conoscere i fatti, ma sviluppare il cosiddetto ”Spirito del Tempo”, ossia immergersi nei costumi, nella cultura, nella mentalità, pensare e sentire come loro. Per questo ci vuole tanto studio, ma è anche una capacità innata: o la hai o non la hai. Per quanto riguarda il tempo impiegato, come ho detto ormai conosco il contesto e ricerco di volta in volta i dettagli che mi servono: sono capace di stare una giornata intera su una legge! C’è anche da aggiungere che io la storia non la invento: mi viene mostrata dai personaggi e loro sanno ovviamente com’era ai loro tempi. Ricerco quindi più che altro per capire quello che mi mostrano, per poterlo descrivere meglio e per avere una conferma.


Per me non è importante solo conoscere i fatti, ma sviluppare il cosiddetto ”Spirito del Tempo”, ossia immergersi nei costumi, nella cultura, nella mentalità, pensare e sentire come loro. Per questo ci vuole tanto studio, ma è anche una capacità innata: o la hai o non la hai.

Federica Baglivo

Come è cambiato secondo te il lavoro di documentazione con l’avvento dei new media? È più facile documentarsi? È vero, secondo te, che è anche più facile cadere in false notizie e trappole?

Certamente internet ha cambiato il modo di fare ricerca. Prima avevo i libri di Storia sempre sulla scrivania, con i segnalibri e le pagine sottolineate, ora basta chiedere aiuto al signor Google. Una bella comodità, perché ad esempio non devo andare negli archivi o nelle sedi apposite per consultare le leggi, i documenti. Bisogna fare molta attenzione alle fonti, devono essere ufficiali e autorevoli. Le leggi, per esempio, è meglio cercarle direttamente sul codice in questione, in versione originale. Per i dettagli della vita quotidiana possono aiutare anche semplici pagine o blog, ma conviene confrontarle fra di loro e chiedere conferma alle fonti dirette o a chi se ne intende della materia. Per esempio io frequento un gruppo di appassionati di Storia a cui sottopongo tutte le questioni spinose su cui ho dei dubbi. Cercando poi molte notizie riguardanti la politica, anche i siti dello Stato, dei ministeri o delle istituzioni possono aiutare.


Che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

Le mie storie si concentrano sulla Germania dell’immediato dopoguerra, l’elaborazione del nazismo, la ricostruzione, gli strascichi politici e sociali. Penso sia un periodo fondamentale, molto spesso trascurato. I riflettori si spengono nel 1945, con la caduta del nazismo. Ma il male non è morto l’8 maggio, non è sparito in quel bunker di Berlino. Bisogna riconoscerlo per impedire che ritorni. Gli scontri istituzionali e i fatti ufficiali fanno da sfondo alle vite dei miei protagonisti, che vivono la Storia da diverse angolazioni e devono trovare la loro strada in questo mondo in divenire.


Il tuo romanzo, “Ithaka”, ha un nome importante. Vuoi raccontarci come mai hai scelto di chiamare così la sua protagonista?

Beh, il suo nome non l’ho scelto io, lo ha scelto suo padre. Da buon poeta romantico, lo suggestionava l’idea di chiamare la figlia come qualcosa di bramato e irraggiungibile. Si è immaginato che il suo Ulisse fosse pronto ad affrontare qualunque pericolo pur di tornare da lei. È un omaggio alla passione per la Grecia classica, ma anche all’anelito e al desiderio dei Romantici. Inoltre, lei è nata su un’isola che potrebbe corrispondere alla descrizione della “vera” Itaca.


Un tema che ritorna, sia in “Ithaka” che nel tuo lavoro da autrice, è la ricerca delle proprie radici. Quanto sono importanti per te? Credi che sia più importante l’arrivo alla conoscenza o il percorso che ci conduce lì?

Si dice che siamo nani sulle spalle di giganti: senza le nostre radici storiche, culturali e politiche non possiamo sapere né cosa ci facciamo qui, né dove andiamo, né qual è il nostro posto e la nostra missione nel mondo. Ithaka parte per cercare la conoscenza, la verità, ma si accorge che alla fine ciò che conta è il viaggio, perché quello ti arricchisce e fa di te la persona che sei destinato a essere. Una volta ho sentito che tutti vorrebbero vivere in cima alla montagna, ma tutta la crescita e la felicità avvengono mentre la scali. Io appartengo al genere di persone che ama imparare e sono convinta, come sosteneva T.H. White, che lo studio e l’apprendimento siano le uniche cose che non ti verranno mai a noia e che daranno sempre un senso alla tua esistenza. Che sia una lingua, una scienza o un qualsiasi ambito dello scibile: quando tutto va male, apri un libro e studia!


Bisogna fare molta attenzione alle fonti, devono essere ufficiali e autorevoli. Le leggi, per esempio, è meglio cercarle direttamente sul codice in questione, in versione originale.

Federica Baglivo

Un altro tema che emerge è che la verità spesso sia nascosta dietro le apparenze. Che occorra indagare a fondo, a volte anche mettendosi in pericolo. Per questo vorrei chiederti, Federica, come ti saresti comportata tu nei panni di Ithaka. Avresti anche tu lasciato la tua vita e le tue sicurezze in cerca di risposte? E quanto in là ti saresti spinta?

Sono curiosa a livelli inimmaginabili, quindi avrei voluto sapere. Sono convinta che i rimorsi siano molto più sopportabili dei rimpianti. Potrei vivere con la consapevolezza di avere fallito, ma non con quella di non avere mai provato o di essermi arresa. Non mi sono mai pentita di essermi buttata in qualcosa, anzi ogni volta ho pensato che avrei dovuto farlo prima.



Nelle discussioni sui gruppi di autori, spesso torna il tema della storia e dei personaggi. Sono loro il fulcro. A questo punto ti chiedo: c’è qualcosa che tu, Federica, vorresti dire ai tuoi personaggi? Come ti comporti quando non condividi le loro scelte? L’autore, lo sappiamo, è al servizio della storia.

Quante cose vorrei dire loro, di quante cose vorrei parlare con loro. Oramai li conosco da sette anni, siamo molto in confidenza, ma continuano a sorprendermi, a svelarmi particolari che non sapevo o non avrei immaginato, e alcune cose sono molto restii a mostrarle. Quando fanno qualcosa di pericoloso o che io non approvo, come fumare, mi viene da sgridarli come una mamma ansiosa, ma so che devo lasciarli vivere la propria vita. Quando non condivido le loro scelte cerco di capire innanzitutto perché le hanno fatte e mi accorgo che sono coerenti con loro stessi, con la loro natura e le loro convinzioni. Non li giudico mai, nemmeno i cattivi, non spetta a me. La storia è loro, io racconto quello che vedo. Non sono bambole o burattini e non devono essere simboli o macchiette: sono esseri umani, hanno diritto alle loro debolezze e alle loro fissazioni, e ad agire come si sentono.


Chi è il lettore ideale di “Ithaka” secondo te?

Dico sempre che a me non ci vuole un lettore, ci vuole un esegeta! Mi piacerebbe qualcuno che “beccasse” i messaggi nascosti, i simbolismi, che riflettesse sulle metafore, sui piani di lettura, elaborasse teorie… ma in realtà spero che arrivi a chiunque possa emozionarsi con loro, capirli, amarli. Poi ognuno recepisce ciò che è destinato a lui.


Non solo narrativa, ma anche manuali per lo studio delle lingue, quella inglese e quella tedesca. Come è nata questa idea?

In realtà è venuta alla casa editrice con cui ho pubblicato Ithaka. Me l’hanno proposto e ho detto: perché non provare? Le lingue sono sempre state una delle mie passioni e in molti mi dicono che ho talento nell’insegnare. Mi sono cimentata volentieri in questa sfida.


Sempre in tema di questi manuali: in che cosa sono diversi rispetto ad altri in commercio?

Ho cercato di insegnare la grammatica con precisione e scrupolo, evitando i “tanto lo sbagliano anche i madrelingua”, ma sempre partendo da situazioni della vita quotidiana e da esempi concreti. Essendo manuali di livello avanzato, ho tentato anche di approfondire le costruzioni più particolari, le espressioni idiomatiche, i loro usi, insomma, di fornire le frasi da utilizzare e da capire al momento giusto. Considero molto importanti le sfumature, credo facciano davvero la differenza. Inoltre, ho riferito anche aneddoti e curiosità culturali, per permettere ai miei lettori di immergersi nelle atmosfere e nella mentalità, nello “Spirito del Luogo”.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“Ithaka”:  Poetico, politico, polemico

Manuali: Pittoreschi, precisi, pignoli


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura di “Ithaka” (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc.

Nel libro viene citata la piccola fuga in sol minore di Bach. Credo sia il sottofondo ideale, perché trasmette bellezza ma anche angoscia, le due sensazioni che compongono l’ossatura del libro. Spero che chi legge dimentichi tutto quello che c’è intorno e si ritrovi in loro compagnia in mezzo allo Ionio o ai piedi delle Alpi.


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

A sette anni, l’Ispirazione bussò per la prima volta alla mia porta sotto le sembianze della maestra Imelda, che ci assegnò di scrivere una poesia sulla pace e sulla guerra. Lo feci, era un compito, piacque, venne pubblicata sul giornalino della scuola. Da allora non ho mai smesso, ho cambiato tecnica, temi no. Con i miei fratelli mi divertivo a giocare con i personaggi dei cartoni animati che ci piacevano, solo che io non avevo un ruolo stabilito, come loro, ma dovevo “reggere la storia”, ovvero far parlare spalle, nemici, negozianti, far succedere cose… man mano aggiungevo particolari, finché non arrivai a inventare vicende e volti tutti miei!


Che cos’è per te la scrittura?

Il metodo che uso per raccontare le storie che mi vengono donate, per farle vivere, per consegnarle al mondo.


Non mi è mai

interessato scrivere per intrattenere o per fare passare due ore di relax: il mio obiettivo è pungolare le

coscienze e portare alla luce domande. Mi sono scelta questo metodo per tenere viva la memoria e per

tramandare le lezioni storiche.

Federica Baglivo

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Il mio documento è sempre aperto sul computer, ma in realtà scrivo soprattutto quando non sto scrivendo. Loro non mi abbandonano mai veramente, sono sempre con me, in qualsiasi momento della giornata. Mi basta una parola sentita per caso, un gesto, una scritta sul muro, e subito sono immersa nel loro mondo. Quando poso le dita sulla tastiera le scene che vado a scrivere me le hanno fatte rivedere in testa già migliaia di volte.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Per quanto riguarda il mio genere, per me ha già detto tutto Manzoni: vero per soggetto, interessante nel mezzo e utile per fine. Un buon romanzo non può prescindere da queste tre caratteristiche.


In che momento si colloca la parte della documentazione nel tuo lavoro di scrittura?

Come ho spiegato, oramai ci vivo in mezzo e cerco quello che mi serve nel momento in cui mi serve. Per esempio un attimo fa stavo riguardando le leggi per scrivere lo statuto di un’associazione politica.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

La promozione, perché è l’unico momento in cui loro non mi danno una mano e non possono ispirarmi. Devo fare tutto da sola.


Una volta ho sentito che tutti vorrebbero vivere in cima alla montagna, ma tutta la crescita e la felicità avvengono mentre la scali. Io appartengo al genere di persone che ama imparare e sono convinta, come sosteneva T.H. White, che lo studio e l’apprendimento siano le uniche cose che non ti verranno mai a noia e che daranno sempre un senso alla tua esistenza.

Federica Baglivo

E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Ovviamente adoro scrivere di loro, ma anche trovare la nozione che cercavo da mesi e scoprire che quadra tutto è una soddisfazione impagabile.


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Il giovane Goethe per le emozioni, Dante per il simbolismo, Dostoevskij per l’immersione nei pertugi dell’animo umano, Manzoni per la struttura e il rapporto con i personaggi, David Grossmann per le immagini, Markus Zusak e Klaus Kordon per la Storia.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

È importante come tutto quello che può stimolare e arricchire. Niente può essere inutile a un poeta.


Chi è il cattivo dipende da chi narra la storia. A volte fare il bene non basta.

Federica Baglivo

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Preferisco leggere autori ispirati. Devono avere in loro questo fuoco e sentire la voce, altrimenti non mi interessano. Nota a margine: ho qualche problema con lo stile contemporaneo, minimalista e cinematografico. A volte vorrei una macchina del tempo per tornare nella “mia epoca”.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Nel modo in cui diceva Dostoevskij: attraverso la bellezza. È uno dei temi centrali del mio romanzo, dove politica e bellezza devono allearsi per sconfiggere un nemico comune. Che ci riescano è almeno una speranza per la quale vale la pena lottare.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

I Dolori del Giovane Werther. Quando l’ho letta ho pensato di aver toccato il punto più alto delle emozioni umane e tutt’ora sono convinta sia l’unica cosa che conta davvero.


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Sono piuttosto noiosa, tendo a leggere romanzi storici ambientati nella mia epoca o giù di lì, spazio raramente. Soprattutto non amo i libri che si prepongono di farmi svagare e non parlano di temi importanti. Mi sembra di sprecare il mio tempo.


Quando non condivido le loro scelte cerco di capire innanzitutto perché le hanno fatte e mi accorgo che sono coerenti con loro stessi, con la loro natura e le loro convinzioni. Non li giudico mai, nemmeno i cattivi, non spetta a me. La storia è loro, io racconto quello che vedo.

Federica Baglivo

A cosa stai lavorando?

A storie simili a Ithaka, ambientate nella stessa città ma in altri momenti e con temi leggermente diversi. Non sono pronta a lasciare la Baviera, né la mia epoca.



E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Avrò un narratore d’eccezione. C’è una parte della storia che Ithaka non conosce e forse non conoscerà mai. Chi è il cattivo dipende da chi narra la storia. A volte fare il bene non basta.


Ascolta i tuoi personaggi, loro sanno. Non li forzare, se hai pazienza ti porteranno esattamente dove è la tua storia. Se hai fatto questo, sei nel giusto e non devi mollare per nessun motivo al mondo. Se non lo hai fatto, fallo.

Federica Baglivo

Oltre alla scrittura e alla lettura, hai altre passioni? Che cosa ci racconti a riguardo

Amo le lingue, la filosofia, la teologia e ovviamente la politica. Mi cimento a scrivere in Fraktur ed ebraico. Mi piace passeggiare e visitare posti nuovi.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Ascolta i tuoi personaggi, loro sanno. Non li forzare, se hai pazienza ti porteranno esattamente dove è la tua storia. Se hai fatto questo, sei nel giusto e non devi mollare per nessun motivo al mondo. Se non lo hai fatto, fallo.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei la Bibbia, in particolare i Salmi. In essi è racchiuso tutto ciò che c’è da sapere.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CE. Un buon team alle spalle è indispensabile.
  2. Giallo o nero? Giallo. Che sia luce.
  3. Struttura a priori o in divenire? Tanto decidono loro…
  4. Musica in sottofondo o silenzio? Silenzio mentre scrivo, musica mentre li penso.
  5. Prima persona o terza persona singolare? Prima. Con destinatario.
  6. Libro cartaceo o digitale? Basta che si legga.
  7. Revisione a schermo o su carta? Schermo, ché di sicuro cambio altre 8000 cose.

Ringraziamo Federica per la passione con cui ha risposto alle domande e con cui ci ha fatto entrare nel suo mondo. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Di compagnia, d’amicizia e di segreti – Angela Colapinto

Intervista ad Angela Colapinto, autrice di “Il Detestiario”, “Paura” e “La compagnia”

Per me è difficile, oggi, intervistare e introdurre Angela Colapinto. Sì, perché per me lei è una persona davvero speciale. Non solo una collega di scrittura, non solo un’amica. Con Angela ho condiviso un percorso bellissimo e da allora è entrata nella mia vita. Ma non sarò qui ad annoiarvi con la storia di questo rapporto, seppur, credetemi, sia davvero atipica.

Angela Colapinto nasce nel 1979 a Bologna, dove vive e lavora. Nella vita di Angela la scrittura occupa un ruolo importante, ma è un’artista poliedrica che si occupa di fotografia, pittura e ceramica. È anche una danzatrice.

Dal 2015 si dedica con serietà alla scrittura. Autrice di numerosi racconti, di una raccolta “Paura” (Fara ed.), e di due romanzi “Il Detestiario” (Jona ed.) e “La Compagnia” (Booktribu ed.).


Ciao Angela! Fa sempre un effetto strano essere una da una parte e una dall’altra dopo tanto tempo passato a intervistare e a dialogare con altri autori insieme. Inizierei quindi con una domanda molto diversa dal solito: che tipo di domanda non vorresti che ti fosse mai rivolta durante un’intervista o una presentazione? Perché?

Che cosa c’è di autobiografico in questo romanzo? una domanda che odio e in qualche modo amo allo stesso tempo. Ogni volta che mi viene posta, prima di rispondere ho sempre un attimo di esitazione: difficilmente si scrive di ciò che non si conosce e quindi si è costretti alla sincerità che a volte non si vorrebbe. In ogni parola che mettiamo nero su bianco c’è qualcosa di noi, anche quando raccontiamo storie e aneddoti presi in prestito da altri. Quindi mi ritrovo a ripetere sempre tutto e niente, ma è dentro a quel tutto che risiede la sincerità a cui ho accennato poco fa.


In ogni parola che mettiamo nero su bianco c’è qualcosa di noi, anche quando raccontiamo storie e aneddoti presi in prestito da altri

Angela Colapinto

Che tipo di storie dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

Di sicuro non storie rosa dalle tinte tenui e calde, e soprattutto piene di buoni sentimenti. Può bastare come risposta?


C’è un’opera a cui sei particolarmente legata? Perché?

Se parliamo di autori conosciuti “Arrivederci amore, ciao” di Massimo Carlotto: mi ha subito colpito la costruzione del protagonista, Giorgio Pellegrini, la sua efferata indifferenza arriva dritta allo stomaco togliendo il fiato. Se parliamo delle mie, forse l’ultimo romanzo “La Compagnia”, per la lunga e complessa gestazione che ha portato al suo realizzarsi.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“Il Detestiario”: tagliente, spregiudicato e amaro.

“Paura”: inquietante, angosciante e stralunato.

“La compagnia”: avvincente, malinconico e noir.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura delle tue opere (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

“Il Detestiario”: lo assocerei al genere punk, un romanzo da leggere durante il giorno, quando si ha voglia di sfogarsi un po’.

“Paura”: mi immagino un sottofondo alla Alfred Hitchcock, da leggere a piccole dosi, un racconto due al giorno, magari in un momento di pausa.

“La compagnia”: Mad World di Gary Jules, da leggere di sera, sempre sperando di non fare incubi.



Senti, Angela: chi finirebbe dritto in prima pagina nel tuo personalissimo detestiario?

Me l’hanno chiesto in tanti ma non ho mai trovato un’identità; Margherita, più che persone specifiche, nel suo detestiario ci mette categorie di persone ed è un po’ quello che farei anche io. Sicuramente ci finirebbero tutti quelli che recitano una parte vivendo nel mondo come fossero altro da sé, ma pretendendo allo stesso tempo di capire il prossimo e indirizzarlo sulla retta via senza avere nemmeno ben chiara quale sia la loro. E ogni tanto ci metterei anche me stessa, più spesso di ogni tanto.



In “Paura”, la tua raccolta di racconti, l’inquietante esplode fuori dal quotidiano. Che cos’è per te la paura, Angela?

La paura per me è proprio il quotidiano. Non credo che nella vita serva andare incontro a situazioni estreme per provare paura, credo che ogni giorno che viviamo possa racchiudere in sé una buona dose di motivi per cui provare questo sentimento. La paura per me è paralisi, ed è questa la più grande sfida: attraversare l’esistenza cercando di scrollarsela di dosso.



Veniamo ora a “La compagnia”, il tuo ultimo romanzo. L’atmosfera nera palpabile dalle primissime pagine del tuo libro ci fa riflettere su quanto i traumi più grandi che attraversano le nostre vite siano in grado di lasciare il loro segno nella nostra mente e sulla nostra pelle. Che cosa puoi dirci del modo in cui Sara, la protagonista, si trova a fare i conti con il ricordo della voce che la invita a non entrare nella dependance?

Sara è forse il personaggio meno compiuto del romanzo: è come se l’infanzia non l’abbia mai abbandonata, gli anni trascorsi in qualche modo l’hanno fatta crescere fisicamente ma dentro, e in cuor suo lei lo sa, è ancora la stessa bambina. Ed è così che affronta quella voce, parcheggiandola nella cesta dei giochi forse nella speranza di poterla un giorno dimenticare, fino a che il richiamo non le sopraggiunge troppo forte per poter essere ignorato.


Se tu, Angela, ti trovassi nella stessa situazione di Sara, con una parte di te che non ricorda e l’altra, curiosa, che deve sapere, che cosa faresti? Ti comporteresti come lei?

Questa è una domanda trabocchetto, vuoi sapere cosa può esserci di me nel comportamento di Sara? Scherzo, però ammetto di essermelo chiesto varie volte ma no, credo che non mi comporterei affatto come lei. In ogni situazione poco chiara che ho attraversato mi sono sempre ritrovata a cercare spasmodicamente la verità, ed è questo quello che farei al suo posto (sempre ammesso che esista davvero un’unica verità da ricercare).


In “La compagnia”, uno dei temi principali è anche l’amicizia e il modo in cui nel tempo può modificarsi o meno. Che cos’è per te l’amicizia? Che valore dai all’amicizia?

L’amicizia per me è il legame più vero e profondo che possa esistere tra le persone, è amore allo stato puro. Do un valore altissimo all’amicizia, ed è anche per questo che ho deciso di indagarne anche i lati più oscuri. Siamo fatti di luce e di ombra purtroppo, o per fortuna.


Nei tuoi libri ricorre spesso il tema del tradimento. Anche in “La compagnia” è uno degli elementi portanti. Qual è secondo te il più grande tradimento che un autore può fare nei confronti del proprio libro?

Non essere onesto con la storia e con i propri personaggi. A volte, quando scriviamo (ebbene sì, capita anche a me), vorremmo non dover sacrificare nulla e nessuno, vorremmo salvarli, vorremmo il lieto fine, ma questo non è sempre possibile e dobbiamo essere fedeli fino in fondo a quanto vogliamo raccontare.


Un altro dei temi ricorrenti nei tuoi libri è l’ossessione. Che sia verso qualcuno o verso qualcosa, è spesso molto presente. Puoi dirci qualcosa a riguardo? E tu, Angela, sei ossessionata dalle storie?

Se sono ossessionata dalle storie? Sin da quando ero bambina: in ogni momento di noia, quando giocavo con le barbie o con i lego, tutto era finalizzato alla costruzione di una storia. In fila nel traffico cittadino mi ritrovo tutt’ora a immaginare scenari in cui le persone prendono strade diverse cambiando così il finale, è un po’ un gioco alla Sliding Doors. Credo che ognuno di noi abbia provato almeno una volta ossessione per qualcuno o per qualcosa, magari una situazione che vorrebbe fosse andata in modo diverso, o un oggetto, perché no, che magari si desidera e non si può avere. Perché non portare tutto ciò dentro a quello che scrivo?


In “La compagnia”, ma anche nelle altre tue opere, i protagonisti, i personaggi, sono il fulcro della storia. In che modo ti approcci ai tuoi personaggi? Li vivi come fossero reali? Quanto la tua esperienza in teatro ti aiuta in questo?

Ho iniziato il corso di teatro perché facevo fatica a parlare in pubblico e volevo abbattere questo muro. Poi, recitando, mi sono resa conto che il modo in cui dovevo entrare nel personaggio da rappresentare mi dava modo di conoscerlo davvero, in maniera profonda, di diventare, seppur per poco, il personaggio stesso. I protagonisti dei miei racconti e dei miei romanzi sono la mia linfa vitale, se non fosse per loro la storia non si costruirebbe. Nascono per primi e vivono insieme a me in ogni singolo istante della creazione, a volte mi indirizzano verso una scelta piuttosto che un’altra, hanno una loro personalità ben definita e non si fanno mettere i piedi in testa facilmente.


Cerchiamo ora di approfondire il tuo rapporto con la scrittura. Quando e come è nata la tua passione?

Da bambina facevo una cosa per me molto carina: quando iniziavano le vacanze estive spesso dovevo separarmi dalle mie amiche per quasi tre mesi, così scrivevo quaderni su quaderni che al rientro a scuola consegnavo alle destinatarie nella speranza che avessero voglia di leggerli. E ammetto che l’hanno sempre fatto. Credo che la mia passione abbia avuto origine lì.


Che cos’è per te la scrittura?

È il mio modo di parlare alle persone, regalando ciò che nel quotidiano spesso resta sotto la superficie.


Se sono ossessionata dalle storie? Sin da quando ero bambina: in ogni momento di noia, quando giocavo con le barbie o con i lego, tutto era finalizzato alla costruzione di una storia. In fila nel traffico cittadino mi ritrovo tutt’ora a immaginare scenari in cui le persone prendono strade diverse cambiando così il finale, è un po’ un gioco alla Sliding Doors.

Angela Colapinto

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

No, onestamente non ne ho una precisa: spesso lavoro per fotogrammi che cerco di unire, e questo viene dall’altra mia grande passione che è la fotografia, altre volte inizio a buttare giù idee che poi lascio lì e riprendo in un secondo momento.


Hai pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti. Spostandoti in storie di diversa lunghezza di respiro, come è cambiato il tuo modo di lavorare?

Rispetto a quanto detto poco fa, se si tratta di un romanzo parto dalla costruzione dei personaggi e dalla sinossi, diversamente dai racconti che sono molto più brevi necessito di una scaletta ben definita da poter seguire e che almeno in parte contenga già la divisione in capitoli.


Una frase che spesso noi autori ci sentiamo ripetere è “ma come ti è venuto in mente?”. Adesso ti giro una domanda simile: dove trovi l’ispirazione per le tue storie?

La trovo spesso in quello che mi capita o che capita agli altri, oppure negli aneddoti che le persone mi raccontano; immagino lo scrittore come qualcuno che girovaga con gli occhi, le orecchie e il cuore aperti a recepire e fare suo ciò che ha intorno; un innocuo ladruncolo di spunti.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Deve riuscire ad attrarre il lettore tanto da fargli desiderare di non interrompere la lettura, deve riuscire a portarlo dentro tanto da fargli vedere ogni singola scena come fosse in un film, deve sorprenderlo e deve renderlo triste nel momento in cui giunge alla fine.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

La parte più difficile è sicuramente la promozione dell’opera: sarei uno di quei classici topi da biblioteca che vorrebbe scrivere tutto il giorno e avere un alter ego che si sobbarca tutto il resto, anche se poi, dopo i primi momenti, quando sono in mezzo alla gente e parlo di quello che scrivo, e vedo l’interesse nei loro occhi, la soddisfazione che provo è indescrivibile.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

La scrittura. Quando batto le dita sui tasti e vedo le cose accadere, seppur nella finzione, ogni tanto provo la presunzione del creatore: i personaggi e la storia esistono perché sono io a renderlo possibile. Un po’ di sana follia quando si parla di scrittura non guasta mai, no?


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Me l’hanno chiesto in diversi ma la risposta è sempre la stessa: no. Leggo tanto e leggo libri di qualsiasi genere e caratura, a volte penso che dovrei rispondere a tutti, perché da ognuno di essi posso dire di aver imparato qualcosa.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

Importantissima, mio padre mi ripeteva sempre: per imparare a scrivere bisogna prima leggere e credo oggi più che mai che avesse ragione. In effetti lo vidi anche nei temi a scuola, i miei voti fecero un balzo a dir poco sorprendente.


Poi, recitando, mi sono resa conto che il modo in cui dovevo entrare nel personaggio da rappresentare mi dava modo di conoscerlo davvero, in maniera profonda, di diventare, seppur per poco, il personaggio stesso. I protagonisti dei miei racconti e dei miei romanzi sono la mia linfa vitale, se non fosse per loro la storia non si costruirebbe. Nascono per primi e vivono insieme a me in ogni singolo istante della creazione, a volte mi indirizzano verso una scelta piuttosto che un’altra, hanno una loro personalità ben definita e non si fanno mettere i piedi in testa facilmente.

Angela Colapinto

Qual è stata l’esperienza che più ti ha segnata a livello autoriale?

Anni fa avevo iniziato a scrivere in modo acerbo, avevo tentato parecchi concorsi senza mai vincerne uno. Un giorno, quasi per caso, ho incontrato un amico (che ringrazio) che aveva pubblicato un racconto e che mi ha parlato del corso di scrittura che aveva frequentato. Mi sono iscritta anche io ed è da lì che è nato tutto: ho conosciuto di persona diversi scrittori e questo mi ha permesso di aprire la mente a un mondo che mi sono resa conto conoscevo ben poco. Credo che sia stato questo, e il modo in cui questa bellissima esperienza mi ha fatto crescere.


Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Entrambi, non do un valore diverso a un autore affermato rispetto a un emergente, do valore alle pagine che leggo. Poi, ci sono autori conosciuti che mi piacciono molto e che cerco nelle librerie, mentre quelli emergenti devono fare la fatica di arrivare a noi, ma questo lo sappiamo bene.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Credo che la conoscenza possa cambiare il mondo, perché è in grado di spostare il punto di vista e di illuminare gli angoli bui che molto spesso tendiamo a ignorare. Quindi sì, anche la scrittura e la lettura possono farlo, in quanto mezzi per conoscere.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ne ho una in particolare da indicare, credo che non ci sia mai stata un’opera che abbia avuto la capacità di cambiare davvero la mia visione interiore o del mondo, credo piuttosto che ogni opera che è passata sotto i miei occhi mi abbia donato qualche abilità in più, e questo ha contribuito sicuramente a far evolvere la mia visione interna ed esterna.


Immagino lo scrittore come qualcuno che girovaga con gli occhi, le orecchie e il cuore aperti a recepire e fare suo ciò che ha intorno; un innocuo ladruncolo di spunti.

Angela Colapinto

A cosa stai lavorando?

In questo preciso momento a un racconto, ho una scadenza da rispettare e bisogna che mi metta sotto!


E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Per ora nulla di preciso, i mesi passati di lockdown hanno un po’ rallentato la promozione dell’ultimo romanzo, quindi sto cercando di concentrarmi su questo. Però l’altra sera ero sul divano e la mia mente stava costruendo storie parallele, una in particolare mi ha colpito e fatto pensare a un nuovo possibile romanzo. Ma non andiamo oltre, sono scaramantica


Oltre alla scrittura e alla lettura, sappiamo che sei un’artista poliedrica: pittura, fotografia, ceramica, danza e teatro. Puoi dirci che cosa rappresentano per te?

Passioni, obiettivi forse. Sono sempre stata attratta dall’arte ma anche io mi ero sentita dire: meglio che tu faccia altro nella vita. Per molti anni ho creduto a queste parole poi, come capita a tanti, sono successe diverse cose che mi hanno fatto pensare che non avessi più nulla da perdere e che quindi, se avessi deciso di provarci, il peggio che poteva capitare era che non cambiasse nulla. E invece sono cambiate molte cose e oggi mi ritrovo ad avere tanti piccoli secondi lavori che mi occupano tempo ma che mi restituiscono molte gratificazioni.

Le persone spesso mi definiscono impegnativa: non so se perché questo mio lato creativo in qualche modo le spaventi o semplicemente perché è difficile, a volte, andare oltre a ciò che viene mostrato. In qualche modo però dovrò pure farmi un po’ di pubblicità, concordi?


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Che ci provi, anche se gli sembra difficile, anche se gli sembra impossibile che vada avanti e non molli. Che accetti i consigli di chi ne sa più di lui con umiltà e che sia pronto a rimettere mano alla sua opera anche quando la ritiene finita e perfetta. Che abbia fiducia, in se stesso e in quello che la scrittura può portargli. Se posso fare una battuta, che non creda però di diventare ricco con il primo romanzo (cosa che tuttavia gli augurerei). Piedi per terra e testa sulle spalle, via che si va!


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

“Demian” di Herman Hesse. Uno dei romanzi di formazione meglio riuscito, a mio avviso, un passaggio che in fase di evoluzione, soprattutto durante l’adolescenza, ognuno di noi dovrebbe compiere.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? UN PO’ E UN PO’
  4. Musica in sottofondo o silenzio? PREFERIBILMENTE SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? PER ORA, PRIMA
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO (IN VALIGIA, DIGITALE)
  7. Revisione a schermo o su carta? A SCHERMO, CON APPUNTI SU CARTA

Ringraziamo Angela, un’artista in grado di scavare nella profondità umana senza pregiudizi, accogliendone ogni forma.

Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



E se i social morissero? – Marco Venturi

Intervista all’autore di “Morte alla fine dei social”, Marco Venturi

Dopo l’intervista al giallista anticonvenzionale Stefano Cirri (che trovate qui), restiamo ancora in Toscana. Anche oggi la nostra pagina si tingerà di giallo. Ci spostiamo a Montale, in provincia di Pistoia, dove vive il nostro Marco Venturi. Classe 1973, una laurea in economia aziendale, il lavoro come impiegato bancario e la casa condivisa con la compagna Elisa, i suoi due figli, un cane e due gatti. E giallo, tanto giallo.

Il romanzo d’esordio di Marco Venturi è infatti un giallo di stampo classico che non vi lascerà delusi: “Morte alla fine dei social“.


Ciao Marco. Nel tuo romanzo “Morte alla fine dei social” sembrano intrecciarsi giallo e distopico. Che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine del tuo libro?

È una storia ambientata in un futuro prossimo, o meglio ancora in un ipotetico presente, in cui l’utilizzo dei social network viene drasticamente limitato da una legge del Parlamento Italiano. In questo scenario “fantastico” si sviluppa la trama del giallo di stampo classico. Il lettore viene accompagnato in una vicenda che assume contorni sempre più torbidi e inquietanti. I protagonisti, buoni e cattivi, vengono raccontati nelle loro virtù e fragilità, costretti ad affrontare una rivoluzione sociale e culturale ricca di spunti di riflessione anche per i non amanti del genere thriller.


Descrivi “Morte alla fine dei social” con tre parole (tre, non barare):

Inquietante, originale, godibile.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura di “Morte alla fine dei social” (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

Il romanzo è ambientato in Italia, quindi spazio ai cantautori nostrani. Dovendo indicarne qualcuno, tenendo conto dei temi trattati, punto su Fabrizio de André, Lucio Dalla e, per avvicinarsi ai giorni nostri, Francesco Gabbani.


Nel tuo libro lo scenario in cui si snoda la vicenda è la limitazione dei social network. Che rapporto hai con i social network?

Essendo prossimo ai cinquant’anni mi destreggio bene su Facebook, provo ad arrangiarmi con Instagram e stop, per gli altri social sono già troppo vecchio. Personalmente non sono contrario all’uso dei social networks. Sono anch’essi uno strumento nelle nostre mani, ne possiamo fare un uso corretto oppure tentare di sfruttarli per il proprio tornaconto personale. Quello che mi turba maggiormente è l’abuso che troppo spesso ne viene fatto, esempi ve ne sono a bizzeffe, inutile stare a dilungarsi in merito.


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere pochi anni fa, mi sono cimentato quasi per gioco. Quando ho finito il romanzo, ho provato a mandarlo ad alcune case editrici, ho ricevuto qualche offerta di pubblicazione e mi sono lanciato in questa nuova avventura. I riscontri ricevuti dai lettori della prima ora mi hanno spinto a proseguire su questa strada.


Che cos’è per te la scrittura?

La scrittura è una valvola di sfogo dalla quale la nostra fantasia può uscire e prendere la forma che intendiamo darle. Se poi questa forma risulta gradevole anche agli occhi degli altri tanto di guadagnato.


La scrittura è una valvola di sfogo dalla quale la nostra fantasia può uscire e prendere la forma che intendiamo darle. Se poi questa forma risulta gradevole anche agli occhi degli altri tanto di guadagnato.

Marco Venturi

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Non ho particolari rituali. Mi appunto sullo smartphone eventuali spunti o considerazioni che germogliano nei momenti più assurdi. Poi, quando lavoro, famiglia, animali domestici e quant’altro me lo consentono, apro il laptop e cerco di mettere insieme tutti i tasselli del puzzle che giacciono sparpagliati nella mia mente.


Qual è, secondo te, il lettore ideale per “Morte alla fine dei social”?

Il lettore ideale è chi predilige il genere giallo/thriller, ma anche chi preferisce la narrativa classica può tranquillamente cimentarsi nella lettura del mio romanzo. Non vi sono particolari scene cruente o un utilizzo smodato del sangue, quindi anche i soggetti più impressionabili possono apprezzarlo e lasciarsi coinvolgere nelle indagini.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Un buon romanzo, a mio parere, deve avere uno stile “snello”, immediato e avvincente. Il lettore deve essere invogliato a proseguire la lettura al termine di ogni capitolo. Non mi entusiasmano i capitoli troppo lunghi in cui abbondano le descrizioni. Per i thriller/gialli non devono esserci incongruenze o “buchi nella trama”; la storia deve essere verosimile a meno che non tenga tra le mani un horror o un fantasy.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

La parte più difficile è stata senza dubbio la promozione. Le altre fasi le ho affrontate con l’entusiasmo, e soprattutto l’incoscienza, dell’esordiente quindi non mi hanno creato particolari pensieri. Tutt’altra cosa è stata quando ho avuto tra le mani la mia creatura e mi sono dovuto ingegnare per farla conoscere a un pubblico via via sempre più vasto. E non ho ancora finito…


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

 La più stimolante per me è l’ideazione, quando si parte da uno spunto “forte” e gli si costruisce intorno un microcosmo fatto di personaggi e avvenimenti. Si comincia a tagliare e cucire la trama come fosse un abito, fino a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati quando abbiamo cominciato.


Riallacciandoci ancora al tema dei social network, quanto è importante il loro utilizzo nell’attività letteraria? (ricerca, ideazione, promozione, ecc.)

I social network sono un veicolo importante per la promozione delle nostre opere ma vanno saputi usare, con parsimonia, intelligenza e criterio. In parole povere sono contrario allo spam selvaggio e ripetitivo. Da più di un anno ho imparato a usare i social anche come veicolo per conoscere nuovi autori e interagire con loro. Si sono sviluppate collaborazioni proficue che non mancheranno di dare frutti nel breve termine. Lo scambio di opinioni, consigli e suggerimenti è diventato un appuntamento fisso per me durante la settimana.


Ti rispecchi più nel giornalista Giacomo Brini o nel maresciallo Mauro Mancini? Perché?

Brini e Mancini sono due personaggi tra loro complementari. Proprio per questa ragione posso dire che in entrambi vi sono tratti distintivi dell’autore, pregi e difetti compresi.


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Non esiste un unico autore cui posso assegnare la palma di “musa ispiratrice”. Ho letto centinaia di romanzi, soprattutto gialli, sia italiani che stranieri e le mie librerie ostentano le collezioni complete di molti scrittori noti a fianco di esordienti o semisconosciuti. Qualche lettore del mio romanzo ha rivisto nel mio stile tracce di Marco Vichi e Giorgio Faletti ma ritengo di non essere in grado neanche di allacciare le scarpe a firme così celebri della nostra narrativa. Negli ultimi anni ho preferito dedicarmi in prevalenza al giallo italiano e mi piace quindi citare Dazieri, Pulixi, Barbato, Carrisi, Lugli, Baraldi. Ripeto:  per me non sono fonti di ispirazione ma più semplicemente maestri a cui fare riferimento in termini di stile e sviluppo di trama e capitoli.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

A mio parere leggere aiuta a scrivere meglio: si imparano piccoli trucchi del mestiere che poi vengono personalizzati in funzione delle idee di trama che si hanno in mente. Credo che la lettura sia la migliore palestra per tenersi in allenamento. Venti anni fa non mi sarei mai immaginato di arrivare a scrivere un romanzo e vederlo addirittura pubblicato.


 La più stimolante per me è l’ideazione, quando si parte da uno spunto “forte” e gli si costruisce intorno un microcosmo fatto di personaggi e avvenimenti. Si comincia a tagliare e cucire la trama come fosse un abito, fino a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati quando abbiamo cominciato.

Marco Venturi

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Come già detto in precedenza leggo indifferentemente autori affermati ed emergenti. Confesso che fino a qualche anno fa facevo parte della massa indistinta che compra solo ciò che è in bella vista negli scaffali delle librerie. Avvicinandomi al mondo della scrittura ho cambiato prospettiva, ho scoperto tanti “colleghi” in gamba che hanno pubblicato romanzi di buona fattura. Non ho nessuna preclusione nei confronti dei nomi nuovi che si affacciano sul mercato, tramite piccole case editrici oppure in self.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

La lettura indubbiamente può contribuire a formare e istruire la popolazione. Purtroppo in Italia la percentuale dei lettori abituali è molto bassa rispetto agli standard degli altri paesi industrializzati. Da accanito lettore posso asserire con certezza che le ore trascorse con gli occhi immersi tra le pagine di fumetti e romanzi sono state spese bene. So di far parte di una minoranza, non perdo comunque occasione per invitare gli altri ad appassionarsi a questo hobby senza dubbio salutare e non troppo costoso.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Un paio di anni fa decisi di fare uno strappo alla regola che mi faceva prediligere gli autori moderni ai grandi classici: acquistai “1984” di George Orwell; dopo averlo letto mi sono accorto di come certe volte la fantasia può avvicinarsi alla realtà anche a distanza di decenni. A mio parere quel romanzo dovrebbe essere istituito come lettura obbligatoria in tutte le scuole dell’obbligo (magari in terza media).


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Come già accennato preferisco leggere thriller, horror, fantascienza e narrativa italiana in genere. Di solito sul comodino ho sei/sette libri in attesa del loro turno e di volta in volta decido se proseguire con il medesimo genere del precedente o se dedicarmi a qualcosa di diverso. Mi piace tutto quello che contiene elementi misteriosi oppure possibili scenari distopici. Anche se la sua vena creativa a mio parere si sta un poco inaridendo cito un autore di cui ho quasi l’intera opera omnia: Stephen King.


A mio parere leggere aiuta a scrivere meglio: si imparano piccoli trucchi del mestiere che poi vengono personalizzati in funzione delle idee di trama che si hanno in mente. Credo che la lettura sia la migliore palestra per tenersi in allenamento. Venti anni fa non mi sarei mai immaginato di arrivare a scrivere un romanzo e vederlo addirittura pubblicato.

Marco Venturi

A cosa stai lavorando?

Ho ultimato la stesura del mio secondo romanzo. Dopo essermi avvalso della disponibilità di alcuni lettori BETA sto provvedendo alla limatura e ripulitura dell’opera. Conto di essere pronto per pubblicarlo entro la fine di quest’anno.



E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

La mia seconda fatica sarà di nuovo un giallo. Stavolta avrà un’ambientazione ben definita, in quanto i suoi personaggi agiscono sul territorio che meglio conosco. Facendo tesoro dei tanti pareri e consigli che hanno avuto la bontà di darmi so di aver scritto con uno stile migliore. La crescita in tal senso, spero sia chiaramente percepita da chi deciderà di dare fiducia anche alla nuova “creatura”.


A mio parere quel romanzo (1984 di Orwell, n.d.r.) dovrebbe essere istituito come lettura obbligatoria in tutte le scuole dell’obbligo (magari in terza media).

Marco Venturi

Oltre alla scrittura e alla lettura, Marco, hai altre passioni? Che cosa ci racconti a riguardo?

Per circa 20 anni ho fatto il cantante di pianobar, poi la passione è scemata e ho deciso di smettere. Adesso continuo a leggere, oltre che a scrivere, e ritaglio parte del mio tempo a favore di attività di volontariato, proprio come accade al protagonista di “MORTE ALLA FINE DEI SOCIAL”.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Partecipa attivamente a gruppi formati da scrittori o aspiranti tali, ognuno di loro può insegnarti qualcosa di interessante. Non farti attrarre dalle sirene delle case editrici disposte a pubblicarti in cambio di somme di denaro più o meno rilevanti. Non bisogna avere fretta, è opportuno evitare di accontentarsi del primo che capita.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Come avrete intuito da una risposta precedente, “1984” di George Orwell.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? GIALLO
  3. Struttura a priori o in divenire? A PRIORI
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? TERZA PERSONA
  6. Libro cartaceo o digitale? Per ora solo CARTACEO, forse l’ebook arriverà in seguito
  7. Revisione a schermo o su carta? A SCHERMO, solo l’ultima su carta

Ringraziamo Marco per averci tenuto compagnia e averci guidato nel suo mondo fatto di ricerca e di misteri. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Tra ostentare e profanare – Stefano Cirri

Intervista all’autore Stefano Cirri

Abbiamo conosciuto Stefano Cirri qualche mese fa grazie alla sua attività di giallista non convenzionale e di acuto lettore. Sì, perché Stefano Cirri, quarantacinquenne fiorentino, non è solo un consulente del lavoro, ma autore di due gialli pubblicati nel 2021; “L’ostentatore” e “Il profanatore“. Beta reader attento, sempre disponibile e sincero. Condivide la sua vita con Laura, sua moglie, due cani e due cavalli. Oltre alla passione per la scrittura e la lettura, c’è quella per la falegnameria. Un mondo, insomma, che ruota intorno alla carta e a ciò che della carta è l’origine.

Se vi siete persi la mia recensione filosofica su “L’ostentatore”, la trovate qui.


Ciao Stefano, che tipo di storia dobbiamo aspettarci di trovare tra le pagine dei tuoi libri?

I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.


Descrivi ogni tua opera con tre parole (tre, non barare):

“L’ostentatore”: colorato, enigmatico, grottesco.

“Il profanatore”: adolescenziale, musicale, inquietante.


Suggerisci un sottofondo musicale per accompagnare la lettura delle tue opere (se vuoi puoi indicare anche una situazione ideale di lettura, tipo periodo della giornata, luogo, compagnia, ecc):

“L’ostentatore”: ce lo vedo bene con una musica ‘forte’, qualcosa tendente al Metal. Direi gli intramontabili Iron Maiden.

“Il profanatore”: nel libro c’è una vera e propria colonna sonora, con citazioni precise. Voglio scegliere tre brani di quella colonna sonora: One, dei Metallica; Dentro i miei vuoti, dei Subsonica; L’abbigliamento di un fuochista, di De Gregori.  


Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

A vent’anni mi era venuta l’idea di diventare scrittore. Ho buttato giù una ‘specie’ di romanzo assurdo/surreale, che conteneva delle idee interessanti ma che aveva uno stile improbabile. Quelle stesse idee me le sono ritrovate vent’anni dopo, salvate nella memoria di un vecchio PC. Era il gennaio 2018, ho iniziato con la ferma volontà di arrivare a un risultato. Dopo un primo ‘abbozzo’ tuttora da rivedere ho partorito un romanzo dietro l’altro, nell’arco di tempo che va dalla metà del 2018 al lockdown, acquisendo consapevolezza e scoprendo – grazie ai tanti beta-lettori che anche adesso mi aiutano – di essere anche ‘portato’ per la scrittura.


Che cos’è per te la scrittura?

Un gran divertimento.


I miei libri sono gialli a tutti gli effetti, non è possibile classificarli altrimenti. Tuttavia, sono privi di quegli elementi che contraddistinguono i romanzi gialli. Per esempio non c’è il cadavere ritrovato e non c’è l’indagine alla ricerca dell’assassino; non c’è il commissario o il poliziotto o l’investigatore; non c’è quell’atmosfera a volte inquietante che aleggia intorno ad un noir o ad un thriller. Le mie storie sono indubbiamente gialle ma poco convenzionali, c’è molta toscanità, c’è simpatia, c’è anche spensieratezza. Ma nel finale c’è sempre un colpo di scena e una componente ‘forte’. E c’è sempre il tema della vendetta che contraddistingue le mie opere.

Stefano Cirri

Qual è la tua routine di scrittura, se ne hai una?

Eh, le sto cambiando nel corso del tempo! Prendo come esempio l’ultimo libro che ho finito di scrivere pochi giorni fa. Una volta che la storia (il plot, o la trama che sia) è delineata, inizio a scrivere finché non ho terminato quello che si può definire ‘capitolo primo’, o ‘parte prima’. Lo mando subito in lettura ad un paio di beta-lettori fidatissimi e attendo le loro considerazioni. Se le risposte che ottengo sono soddisfacenti procedo fino alla fine, dandomi come regola quella di scrivere tutti i giorni. Anche solo poche parole.


Quali sono per te gli ingredienti che un bel romanzo deve avere?

Oggi come oggi cerco un ingrediente nuovo, nei libri. Una scrittura tipica di quell’autore, per esempio; una scrittura che ti faccia dire ‘questo è lui/lei, inconfondibile’. Un colpo di scena folgorante. Un finale che spieghi tutta la storia nelle ultime righe e non prima. Un personaggio unico nel suo genere.


Qual è la parte più difficile per te nel tuo percorso di ideazione, struttura, scrittura e promozione dell’opera? Perché?

Forse – banalmente – la promozione è sempre la parte più difficile. O per meglio dire, è la parte o cui risultati sono più difficili da ottenere. Sono abbastanza ‘tranquillo’ sul fatto che se inizio a scrivere porterò a termine un’opera, e l’opera sarà tutto sommato ‘pubblicabile’; non trovo particolari difficoltà in fase di stesura, ho persone che mi aiutano e professionisti (editor e correttori) che sanno come aiutarmi. La promozione resta la cosa più complessa.


E la parte che reputi più stimolante e divertente?

Mi riallaccio a una delle domande precedenti e dico che ‘scrivere’ resta sempre la parte più divertente.


Stefano, nasci giallista o ci diventi?

Non ho dubbi: nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!


C’è un autore a cui ti ispiri? Perché?

Quando nel 2018 ho iniziato a concretizzare la scrittura ero un Camilleri-dipendente. Prima, ero un fanatico di Agatha Christie. Ritengo che Poirot e Montalbano mi abbiano fortemente ispirato. La metodologia di Poirot, l’eccentricità di Montalbano (e il suo importante lato ‘umano’), i trucchi di Agatha Christie per sviare il lettore, la genuinità di Camilleri… sono state (e sono tuttora) tutte ispirazioni importanti.


Quanto è importante, secondo te, la lettura di altri autori per migliorare la propria scrittura?

A livello personale è fondamentale e direi necessaria. La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.


Nasco giallista. La mia mente è matematica e interrogativa, le congetture fanno parte di me. Se vedo un pezzo di carta abbandonato sul ciglio della strada non penso ’guarda te che incivili’ ma ‘chissà come mai un foglio di giornale con la cronaca di Firenze datato 20 aprile’. E da lì può anche partire una storia!

Stefano Cirri

Preferisci leggere autori già affermati o emergenti? Perché?

Da quando sono entrato nel mondo della scrittura e dell’editoria leggo con una proporzione di circa dieci autori emergenti e un autore affermato. Difficile spiegarlo: c’è condivisione, c’è la consapevolezza di leggere un autore che ha fatto la tua stessa fatica per emergere (o per cercare di emergere), c’è il mettersi nei panni di un emergente e pensare che la sua felicità nell’essere letto equivale alla mia. C’è molto da imparare anche dagli emergenti, c’è curiosità. C’è un rapporto alla pari.


Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare il mondo? Se sì, in che modo?

Sarò banale o pessimista ma temo proprio di no.


Se tu dovessi indicare un’opera che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non esiste al mondo nessuna opera che mi abbia ‘sconvolto’ quanto La Divina Commedia.


Che tipo di opere ti piace leggere? Che genere o che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi? Raccontaci cosa cerchi come lettore.

Sono un banale lettore di gialli/thriller alla ricerca di una scrittura che mi folgori e che mi lasci a bocca aperta. Cerco il colpo di scena di fronte al quale esclamare ‘WOW’. Ultimamente mi sono aperto a quasi tutti i generi e non faccio particolare selezione, ma ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.


La lettura apre la mente e la attiva; non capita di rado di sentirsi ispirati nella scrittura dopo aver letto un libro. O a volte anche una parte di esso, o addirittura una sola frase.

Stefano Cirri

A cosa stai lavorando?

In questo momento sto seguendo la mia editor per il terzo libro, in uscita a breve.


Foto Leo Brogioni

E che cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Ci saranno due sorprese nel 2022: un piccolo ‘oggetto’ che va un po’ fuori dal mio genere e soprattutto un progetto ‘giallo’ più canonico e meno anticonvenzionale.


Ho sempre bisogno di farmi catturare dalla storia. A prescindere – appunto – dal genere.

Stefano Cirri

Oltre alla scrittura e alla lettura, Stefano, hai anche la passione di lavorare il legno. Gli alberi, la carta. Che cosa ci racconti a riguardo?

Nasce per puro caso! Un giorno, vicino alla casa in campagna, ho trovato delle tavole di legno abbandonate. Ho provato ad assemblarle ed è uscita una specie di cassettina di legno. La cosa mi ha preso la mano, ho approfondito, ho studiato un po’ e da lì – in maniera del tutto autodidatta – sono arrivato a costruire i mobili di casa mia.


Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane autore che sogna di pubblicare il suo primo libro?

Molto semplice: affidarsi senza paura ad un professionista. Ritengo che al giorno d’oggi sia di vitale importanza lanciare nel mondo dell’editoria un libro ben curato e impacchettato a dovere, anche a costo di rimettere in discussione il 50% di ciò che si è scritto. Senza innamorarsi mai troppo della propria scrittura.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Senza dubbio IT di S. King, il romanzo forse più completo che esista al mondo.


Risposte secche:

  1. Casa editrice o self? CASA EDITRICE
  2. Giallo o nero? NERO
  3. Struttura a priori o in divenire? IN DIVENIRE
  4. Musica in sottofondo o silenzio? SILENZIO
  5. Prima persona o terza persona singolare? PRIMA
  6. Libro cartaceo o digitale? CARTACEO
  7. Revisione a schermo o su carta? SCHERMO

Ringraziamo Stefano per averci tenuto compagnia e per aver risposto con simpatia e zelo alle domande. Se le sue risposte vi hanno incuriosito, vi suggerisco di approfondire qui:



Fare poesia, fare sociale – Silvia Lisena

Cambiare il mondo con i versi: possibile? Noi vogliamo crederci.

Può la poesia cambiare il mondo? Ho iniziato a riflettere da questa domanda e quasi come un anello sono tornata al punto di partenza: la poesia deve cambiare il mondo. Può sembrare un sogno, una considerazione ingenua, ma l’arte è il modo in cui ci esprimiamo e spesso arriva dal profondo. Se ci fermiamo e ci ascoltiamo, se ascoltiamo l’arte e quello che ci sta suggerendo, possiamo cambiare.

Arrivare a sentire quello che gli altri sentono, trovarsi nudi insieme al poeta che l’aveva fatto prima di noi, anche per noi: questi sono i poteri della poesia. Lavorano sull’empatia, sulla compassione in senso etimologico.


Ho conosciuto Silvia Lisena, poetessa, docente e molto altro (fa tremila cose e riesce bene in tutto!) qualche tempo fa sui social. Ho avuto la fortuna di leggere la sua silloge Lacerti di anima e mi sono ritrovata nuda tra quelle pagine del libro.

Quando ho ideato questa rubrica per questo progetto, ho pensato subito a Silvia, perché nella sua silloge si affrontano tante emozioni e tanti concetti su cui è importante riflettere per cambiare il mondo dentro e intorno a noi.

Se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggere la mia recensione a tema bellezza qui e di acquistare il suo libro qui. Potete seguire anche la sua pagina facebook qui.


Se vi siete persi la videointervista e preferite vederla o ascoltarla, è disponibile sul mio profilo con privacy pubblica qui. Durante la nostra chiacchierata abbiamo approfondito qualche domanda che troverete qui sotto, ma nella parte scritta ci sono un paio di domande extra che per motivi di tempo non sono riuscita a fare nella diretta.

Fatemi sapere che cosa ne pensate: vi piace la rubrica? Pensate che la poesia possa davvero cambiare il mondo? Avete già letto Lacerti di anima? Lo leggerete?

Vi lascio all’intervista e, come sempre, buona lettura!


Ciao Silvia, che cos’è per te la scrittura?

Ciao Serena e innanzitutto grazie per questa intervista! Sono troppo banale se rispondo che la scrittura per me è tutto? Mi ha letteralmente salvata, dandomi uno strumento sia per comunicare con il mondo sia per dare sfogo alla mia fervida immaginazione


Silvia, sei una poetessa e un’autrice di prosa. Che differenze ci sono, per te, tra lo scrivere prosa e lo scrivere poesia?

La poesia è più diretta, più autobiografica, più personale: è uno specchio, ti riflette in toto. Nella prosa, invece, puoi utilizzare i personaggi come medium per trasmettere i tuoi messaggi e per far trapelare una parte di te: ti sveli, ma rimani più appartata.


Quali sono per te gli ingredienti che una bella poesia deve avere?

Pochi orpelli retorici e più contenuti reali, crudi, con parole che sappiano dare istantaneamente l’idea del contenuto e versi che facciano rabbrividire. Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.


Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.

Silvia Lisena

Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare davvero il mondo? In che modo?

Si legge per capire il mondo e si scrive per farlo capire. La scrittura può incantare, suggestionare e a volte condizionare. Certo, dipende da che generi si scrivono e si leggono…


Sul mio blog mi occupo di poesia “sociale”: un modo di fare poesia, cioè, veicolando non solo emozioni ma anche una spinta verso un cambiamento concreto. Un modo per accendere le luci su realtà che spesso sono sconosciute o di fronte alle quali si tende a chiudere gli occhi. Secondo te, la poesia ha questo potere “sociale”?

Certo, per ciò che ho detto prima. Il problema è che sussiste una sorta di preconcetto verso la poesia, legato alla tradizione scolastica che (giustamente) consegna sempre una linea standardizzata di autori e testi, spesso lontani da noi. Quando la poesia verrà vista come semplicemente un altro mezzo per esprimersi, forse più persone inizieranno ad usarla e si vedrà la sua funzione sociale.


C’è un poeta a cui ti ispiri? Perché?

Mi piacciono gli autori che parlano di umanità e di emozioni, quindi direi Montale, Merini, ma anche Rupi Kaur e un po’ della Dickinson.


Se tu dovessi indicare una poesia che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ho ancora una poesia che ha sortito questo effetto.


Veniamo alla tua silloge “Lacerti di anima”. Puoi approfondire la scelta di questo titolo?

“Lacerti” vuol dire frammenti: il libro è autobiografico e quindi tratta di frammenti della mia vita e della mia anima. Inoltre ci sono la C, la R e la T che hanno suoni secchi, quindi a significare che questi lacerti a volte sono dolorosi.


Tra le tante qualità della tua scrittura e della tua anima poetica, c’è la grande capacità di mettersi a nudo. Scelta coraggiosissima, tra l’altro. Nelle tue poesie affronti anche temi di grande rilevanza sociale. Vuoi dirci quali sono?

La diversità, come in “La viralità delle etichette” contro il pietismo esploso nei confronti dei soggetti fragili all’inizio del Coronavirus; le malattie rare, come in “L’importanza di essere rari”; il rapporto contrastato con il proprio corpo, come in “Oproc”.


Silvia, da dove nasce la scelta di affrontare questi temi tanto importanti in versi?

Dalla voglia di comunicarli al mondo, era un dovere trasmettere il mio messaggio e comunicare il mio punto di vista.


In “Lacerti di anima” si fondono musicalità, libertà, emozioni, dolore, speranza, ma soprattutto forza e fragilità. Che rapporto hai con questi ultimi due termini?

Sono contrapposti ma similari, si alternano e determinano l’equilibrio della mia vita.


C’è una poesia della raccolta “Lacerti di anima” a cui ti senti particolarmente legata? Le tue poesie sono tutte molto intime e, passami il termine, “sentite”. So che è dura sceglierne una, ma ti chiedo di pensare a quella con più valore sociale, in base al ragionamento che abbiamo fatto poco fa. Quale sceglieresti? Perché?

“Oproc” perché tutti dovremmo indagare il rapporto con il nostro corpo; “Fragile me” perché bisogna iniziare a guardarsi dentro e a non avere paura dei nostri spigoli.


Torniamo al tuo essere anche lettrice: che tipo di poesie ti piace leggere? Che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi?

Come ho detto prima, devono emozionarmi, quindi dovrebbero essere introspettive e farmi rabbrividire.


Attualmente stai scrivendo? Stai lavorando su prosa o su poesia?

Sì, ho ultimato un romanzo e sto lavorando sull’editing per poi presentarlo alle case editrici.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei il mio nuovo romanzo, ma non posso svelare perché. Dico solo che cerca di trovare un senso quando tutto crolla: e questo serve, tanto sulla Terra quanto nello spazio.