Fare poesia, fare sociale – Silvia Lisena

Cambiare il mondo con i versi: possibile? Noi vogliamo crederci.

Può la poesia cambiare il mondo? Ho iniziato a riflettere da questa domanda e quasi come un anello sono tornata al punto di partenza: la poesia deve cambiare il mondo. Può sembrare un sogno, una considerazione ingenua, ma l’arte è il modo in cui ci esprimiamo e spesso arriva dal profondo. Se ci fermiamo e ci ascoltiamo, se ascoltiamo l’arte e quello che ci sta suggerendo, possiamo cambiare.

Arrivare a sentire quello che gli altri sentono, trovarsi nudi insieme al poeta che l’aveva fatto prima di noi, anche per noi: questi sono i poteri della poesia. Lavorano sull’empatia, sulla compassione in senso etimologico.


Ho conosciuto Silvia Lisena, poetessa, docente e molto altro (fa tremila cose e riesce bene in tutto!) qualche tempo fa sui social. Ho avuto la fortuna di leggere la sua silloge Lacerti di anima e mi sono ritrovata nuda tra quelle pagine del libro.

Quando ho ideato questa rubrica per questo progetto, ho pensato subito a Silvia, perché nella sua silloge si affrontano tante emozioni e tanti concetti su cui è importante riflettere per cambiare il mondo dentro e intorno a noi.

Se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggere la mia recensione a tema bellezza qui e di acquistare il suo libro qui. Potete seguire anche la sua pagina facebook qui.


Se vi siete persi la videointervista e preferite vederla o ascoltarla, è disponibile sul mio profilo con privacy pubblica qui. Durante la nostra chiacchierata abbiamo approfondito qualche domanda che troverete qui sotto, ma nella parte scritta ci sono un paio di domande extra che per motivi di tempo non sono riuscita a fare nella diretta.

Fatemi sapere che cosa ne pensate: vi piace la rubrica? Pensate che la poesia possa davvero cambiare il mondo? Avete già letto Lacerti di anima? Lo leggerete?

Vi lascio all’intervista e, come sempre, buona lettura!


Ciao Silvia, che cos’è per te la scrittura?

Ciao Serena e innanzitutto grazie per questa intervista! Sono troppo banale se rispondo che la scrittura per me è tutto? Mi ha letteralmente salvata, dandomi uno strumento sia per comunicare con il mondo sia per dare sfogo alla mia fervida immaginazione


Silvia, sei una poetessa e un’autrice di prosa. Che differenze ci sono, per te, tra lo scrivere prosa e lo scrivere poesia?

La poesia è più diretta, più autobiografica, più personale: è uno specchio, ti riflette in toto. Nella prosa, invece, puoi utilizzare i personaggi come medium per trasmettere i tuoi messaggi e per far trapelare una parte di te: ti sveli, ma rimani più appartata.


Quali sono per te gli ingredienti che una bella poesia deve avere?

Pochi orpelli retorici e più contenuti reali, crudi, con parole che sappiano dare istantaneamente l’idea del contenuto e versi che facciano rabbrividire. Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.


Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.

Silvia Lisena

Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare davvero il mondo? In che modo?

Si legge per capire il mondo e si scrive per farlo capire. La scrittura può incantare, suggestionare e a volte condizionare. Certo, dipende da che generi si scrivono e si leggono…


Sul mio blog mi occupo di poesia “sociale”: un modo di fare poesia, cioè, veicolando non solo emozioni ma anche una spinta verso un cambiamento concreto. Un modo per accendere le luci su realtà che spesso sono sconosciute o di fronte alle quali si tende a chiudere gli occhi. Secondo te, la poesia ha questo potere “sociale”?

Certo, per ciò che ho detto prima. Il problema è che sussiste una sorta di preconcetto verso la poesia, legato alla tradizione scolastica che (giustamente) consegna sempre una linea standardizzata di autori e testi, spesso lontani da noi. Quando la poesia verrà vista come semplicemente un altro mezzo per esprimersi, forse più persone inizieranno ad usarla e si vedrà la sua funzione sociale.


C’è un poeta a cui ti ispiri? Perché?

Mi piacciono gli autori che parlano di umanità e di emozioni, quindi direi Montale, Merini, ma anche Rupi Kaur e un po’ della Dickinson.


Se tu dovessi indicare una poesia che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ho ancora una poesia che ha sortito questo effetto.


Veniamo alla tua silloge “Lacerti di anima”. Puoi approfondire la scelta di questo titolo?

“Lacerti” vuol dire frammenti: il libro è autobiografico e quindi tratta di frammenti della mia vita e della mia anima. Inoltre ci sono la C, la R e la T che hanno suoni secchi, quindi a significare che questi lacerti a volte sono dolorosi.


Tra le tante qualità della tua scrittura e della tua anima poetica, c’è la grande capacità di mettersi a nudo. Scelta coraggiosissima, tra l’altro. Nelle tue poesie affronti anche temi di grande rilevanza sociale. Vuoi dirci quali sono?

La diversità, come in “La viralità delle etichette” contro il pietismo esploso nei confronti dei soggetti fragili all’inizio del Coronavirus; le malattie rare, come in “L’importanza di essere rari”; il rapporto contrastato con il proprio corpo, come in “Oproc”.


Silvia, da dove nasce la scelta di affrontare questi temi tanto importanti in versi?

Dalla voglia di comunicarli al mondo, era un dovere trasmettere il mio messaggio e comunicare il mio punto di vista.


In “Lacerti di anima” si fondono musicalità, libertà, emozioni, dolore, speranza, ma soprattutto forza e fragilità. Che rapporto hai con questi ultimi due termini?

Sono contrapposti ma similari, si alternano e determinano l’equilibrio della mia vita.


C’è una poesia della raccolta “Lacerti di anima” a cui ti senti particolarmente legata? Le tue poesie sono tutte molto intime e, passami il termine, “sentite”. So che è dura sceglierne una, ma ti chiedo di pensare a quella con più valore sociale, in base al ragionamento che abbiamo fatto poco fa. Quale sceglieresti? Perché?

“Oproc” perché tutti dovremmo indagare il rapporto con il nostro corpo; “Fragile me” perché bisogna iniziare a guardarsi dentro e a non avere paura dei nostri spigoli.


Torniamo al tuo essere anche lettrice: che tipo di poesie ti piace leggere? Che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi?

Come ho detto prima, devono emozionarmi, quindi dovrebbero essere introspettive e farmi rabbrividire.


Attualmente stai scrivendo? Stai lavorando su prosa o su poesia?

Sì, ho ultimato un romanzo e sto lavorando sull’editing per poi presentarlo alle case editrici.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei il mio nuovo romanzo, ma non posso svelare perché. Dico solo che cerca di trovare un senso quando tutto crolla: e questo serve, tanto sulla Terra quanto nello spazio.




“Diventare rondine” di Serena Barsottelli

Ho provato a scrivere di Kabul, ma sono bloccata. Non posso respirare e non riesco davvero a trasferire su carta lo sgomento che provo e i pensieri che si rincorrono nella mia testa.

Nel computer ho trovato una poesia del 2018, sicuramente non perfetta, ma che ha fatto tintinnare campanelli dentro di me. L’avevo scritta pensando all’emigrazione, al doloroso separarsi dalla propria casa. Penso alle immagini che i mezzi di informazione stanno diffondendo, con persone che fuggono dalla loro terra e i “falling men” che cadono giù dalle ruote degli aerei. Sento una fitta. Fa troppo male.

Condivido con voi questi versi perché arte e cultura sono gli unici strumenti che abbiamo per essere liberi. E perché credo che sia necessario ricordare, ogni giorno ma oggi ancora di più, che forse la fortuna è un fatto di geografia (cit. Bandabardò).

Buona lettura.


Diventare rondine

Seguirò il volo degli uccelli

quando arriverà il freddo,

quando sentirò nostalgia

di casa,

e forse piangerò,

forse penserò di tornare.

È tutto nel fagotto,

tutto nelle mie tasche,

soprattutto la speranza.

E un giorno d’autunno

quando gli uccelli torneranno

a casa,

alla loro casa,

alla mia casa,

volerò con loro,

con un pensiero,

un desiderio.

Volerò a casa.



“Forse diranno” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questi versi qualche tempo fa perché continuo a credere che la poesia possa cambiare il mondo, o almeno il modo in cui lo vediamo.

Ho scritto questi versi perché spero che la storia non si ripeta, perché l’esser vivi o l’esser destinati a morire troppo presto non siano una questione di geografia, etnia, stato sociale.

Ho scritto questi versi perché so che l’equità è l’unico strumento che può salvare vite e continuare a essere umani.


Forse diranno

E tutti

vedranno

quel bambino abbracciato

alla mamma

sul fondo del mare,

sul fondo del mare.

E forse diranno:

Ci avrebbe salvato.

Era solo un bambino.

Un bambino ci avrebbe salvato.

E qualcuno

vedrà

quella bambina strappata

al padre

sul ciglio di una strada,

sul ciglio di una strada.

E forse dirà:

Ci avrebbe salvato.

Era solo una bambina.

Una bambina ci avrebbe salvato.

E i soldati

chiuderanno gli occhi

a quei fratelli

ora ciechi

tra la cenere e la polvere,

tra la cenere e la polvere.

E forse uno dirà:

Erano solo dei bambini.

Ci avrebbero salvato.

Dei bambini ci avrebbero salvato.



“La nebbia delle cinque” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Nel 2017 la mia poesia La nebbia delle cinque ha partecipato a Bukowskeggiando dell’Associazione Cartabianca, un concorso a tema Bukowski.

Bukowski: o lo si ama o lo si odia. E con lui, la sua poesia e il suo modo di narrare. Io ho sempre amato le sue poesie, meno i suoi racconti.

Poiché è la prima poesia che pubblico sul blog, vi chiedo di lasciarmi un feedback. Vi è piaciuta? Ne vorreste leggere altre? Leggete poesie di solito?
Attendo vostre, come sempre!


C’era la nebbia.

C’è sempre la nebbia

la mattina presto,

quando solo il clochard

è rimasto sveglio.

I due si presero le mani

e si lasciarono andare.
Forse per un giorno.

Forse per molti.

A me che osservavo

non era dato saperlo,

ma penso che si siano amati

come si ama un vizio,

tra lenzuola disordinate

e bottiglie di whiskey.

C’era sempre whiskey.

E la nebbia.

La nebbia nascondeva

gli occhi di pianto.

Non del clochard,

non degli amanti,

ma di un povero pazzo.