“Non esistono giornate senza fine, né notti senza alba” – Lettera alla neomamma che ero


Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. E anche questa notte, così lunga, così agitata, prima o poi dovrà terminare. Arriverà il sole, ti troverà stanca, ma sarà giorno, un nuovo giorno. E anche questo giorno, prima o poi, dovrà terminare.

Lo so che piangi quando nessuno ti vede. Ti sei sempre vergognata, come se fosse una cosa da deboli. Sono solo emozioni, e adesso ne stai vivendo tante. Non aver paura a dire che ti senti triste, o sola, o stanca. Non aver paura a dire che vorresti chiudere gli occhi per un po’, respirare a fondo sotto le coperte, rifugiarti nel tuo angolino sicuro. Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. E neppure emozioni sbagliate, ma solo emozioni.

Impara a fidarti della tua bambina, e più di tutto guardala. Prenditi tempo per osservarla, mentre è sveglia, mentre dorme, soprattutto mentre dorme tra le tue braccia. Perché arriverà un giorno in cui non succederà più e tutto questo ti mancherà. Ti mancherà anche se oggi dici che sei stanca, che non ce la fai più. Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. Né ricordi che non facciano bene e male quando torneranno alla tua mente. E allora ripensando a certe immagini, annusando di nuovo un odore, ascoltando una vecchia ninna nanna, un’emozione scapperà via, e forse avrà la forma di una lacrima.

Non esiste il troppo amore, esiste solo l’amore. Non esiste il troppo contatto, esiste solo l’amore. Se tua figlia vuole stare di nuovo stretta a te, tienila con te, pelle a pelle, cuore a cuore. Sentitevi una cosa sola, finché potete, finché non arriverà il tempo a correre troppo forte e a portarvi via, un po’ più lontane. Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. E il tempo ci toglie sempre qualcosa, ma se sapremo ringraziarlo, forse ci regalerà qualcosa di diverso.

Lascia stare gli altri, tutti gli altri. Lasciali chiusi oltre il portone, là fuori, con i loro giudizi, consigli non richiesti, opinioni. Ascolta tua figlia, ascolta il respiro di tua figlia. Solo quello conta, con il suo profumo, con il modo in cui muove le mani e la bocca. Solo tu, lei, suo padre. Il resto lascialo fuori, non è il suo posto questo. Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. Esiste solo la Terra, la Luna, il Sole. Voi siete tutto il vostro Universo, adesso.

Lo so che sei stanca, che a volte ti sembra tutto nero, ma oltre il buio c’è la luce, sempre. Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. Imparerai ad apprezzare il tramonto, guardando l’orizzonte insieme a tua figlia. Imparerai a salutare l’alba con occhi nuovi, pieni di speranza. Ci saranno giorni difficili, ma tu saprai come affrontarli. Anche quando vorrai chiuderti nel tuo rifugio, ti meraviglierai nello scoprire che avrà il profumo di tua figlia e la forma del suo abbraccio.

Non esistono giornate senza fine, né notti senza l’alba. E in fondo il tuo Sole è già lì, tra le tue braccia.



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“Un momento tutto nostro”


Estate 2019. Chiara. 6 mesi.


Voglio che resti eterno questo momento, quel momento tutto nostro che tu hai regalato a me, stasera, a noi due.

I pensieri sono rimasti fuori, con i rumori. Stasera sento solo il tuo respiro e la tua voce.

Sei bellissima nel tuo body bianco a mezze maniche. Ti va un pochino grande, appena largo: è una dodici mesi, tu ne hai la metà. Te l’ho preso il giorno di Ferragosto e tu, adesso, con il tuo body bianco, sei bellissima. Non mi sei mai sembrata così bella.

È sera, non mi sento stanca, sento solo la tua vocina e il leggero profumo di latte che ci è rimasto sulla pelle. Il lenzuolo arancione è liscio, morbido, sembra una grande pelle che con delicatezza ci avvolge.

Creiamo un gioco, un gioco nostro, così, senza averlo programmato. Tu ti volti dall’altra parte, aspetti che io ti chiami.

Chiara? Dov’è la Chiara?

Ti fai un po’ pregare, poi ti giri e mi sorridi. Io mi fingo sorpresa, urlo Eccola! e tu gridi e ridi ancora più forte.

Mi sento bene, sai, in questo momento? Eppure forse non ha niente di speciale, se non che per la prima volta, per la prima volta davvero, non c’è nient’altro oltre questo letto, oltre noi due.

Ridi, ridi ancora e poi restiamo un po’ abbracciate. Ti carezzo, ascolto il tuo respiro. Se esistesse il tempo, adesso, vorrei fermarlo, vorrei che durasse per sempre. Ma anche il tempo è rimasto fuori, fuori da questa stanza.

C’è la memoria, cucciola mia, e io posso un pochino aiutarla. Così, quando sarai grande, ti rileggerò queste parole e tu immaginerai quello che non puoi ricordare. Lo creeremo insieme questo ricordo, di questa sera solo nostra. Del tuo ridere. Del nostro giocare. Del tempo, che per un poco si è fermato e ora, sì, ha ripreso scivolare via, ma con queste parole io l’ho fregato.

Forse è la sera più bella della mia vita. Forse, perché il prima e il dopo adesso non hanno davvero senso. Ci sei tu, Chiara, ci siamo noi due. E per la prima volta, ti sento così dentro.



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Nuova rubrica “Mamma di penna, mamma di carta”


Qualche anno fa avevo iniziato una collaborazione per la realizzazione di un blog dedicato alle mamme e alla nostra esperienza di maternità. Quel blog, però, tra poco sarà oscurato e io non voglio perdere quei frammenti che ho scritto e ho raccolto, a volte con difficoltà. Ho pensato che anche salvarli su un computer non avrebbe molto senso, perché spesso quando si scrive si scrive anche per comunicare, per arrivare a qualcuno e, magari, aiutarlo in qualche modo.

Nasce così la rubrica “Mamma di penna, mamma di carta”, che ospiterà sia i pezzi scritti sul vecchio blog (magari rieditati) sia contenuti inediti che creerò per voi in base ai vostri suggerimenti e a quella che è a tutti gli effetti la mia esperienza di vita da mamma. Questo non perché abbia qualcosa da insegnare agli altri, ci mancherebbe! Credo che leggere altre storie, confrontarsi, ritrovarsi negli altri possa portare conforto a tutte quelle persone che ne hanno bisogno. E una madre è una persona come le altre, anche se molto spesso pretendiamo che sia una super-eroina dei fumetti.

Noi mamme siamo mamme: umane, a volte stanche, a volte energiche, a volte serene, altre volte stressate. Non per questo siamo sbagliate.



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“Mille grammi” di Serena Barsottelli


Pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in corso il 04.01.2018.


Mille grammi.
Un chilo.
La bilancia si è mossa di tanto. E io mi chiedo dove ho sbagliato.

Avevo seguito tutte le istruzioni che mi erano state impartite: rinunciare ai dolci, praticare
più sport. Ho vinto la pigrizia e rinunciato ai piaceri della gola senza ottenere alcun
risultato. Anzi, per tornare indietro, indietro di mesi.

Ho preso mille grammi.
Un chilo.
Un chilo di peso.
Un chilo di peso insopportabile.
Lo sento tutto sui fianchi: quando cammino sembro una papera.
Mille grammi.
Un chilo.

Mia figlia è tornata a casa.
Sono rimasta in silenzio, senza chiederle come era andata. Non ci ho pensato. Continuavo
a contare quei mille grammi, quel chilo.
Mamma, non essere triste, mi ha detto. Ha passato una mano sulla mia guancia e poi
sulla mia pancia.
Ha toccato il piccolo Marco, che cresce là dentro e ha sorriso.
Come sei bella, mamma… Ora, con il bambino, lo diventi ogni giorno di più.
Non ho sentito più il peso, il peso di quei mille grammi. Che erano diventati niente rispetto
alla vita, mia e loro.



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“Farsi voce” di Serena Barsottelli


Ho riposto l’album dei ricordi sul ripiano più alto dell’armadio. Protetto dentro una scatola, e soprattutto nascosto ai nostri occhi. Avrei pianto troppo sfogliandolo, come l’ultima volta, memore delle promesse che ci eravamo fatte e che poi, inevitabilmente, avevamo infranto.

Le foto sono specchi imperfetti: ci rimandano chi siamo stati, quanto ci siamo traditi. Non sono pronta a fare i conti con tutto quello che avresti potuto essere, che avremmo potuto essere insieme. E oggi, mamma, anche se mi sedessi accanto a te, non le guarderesti neppure.

Resti seduta su una poltrona che non conosci più, quella che avevi fatto rivestire con una stoffa rossa, natalizia, molti anni fa, proprio in quei giorni che furono gli ultimi in cui scorsi davvero il tuo sorriso. L’orologio sul mobile alle tue spalle risuona di un ticchettio fastidioso che mi martella le tempie. Tu non te ne accorgi. Dove sei, oggi? Quale vita stai vivendo?

«Ciao mamma, vado…»

Mi accovaccio vicino a te e provo a guardare il mondo dal tuo punto di vista: fuori dalla finestra i rami d’ulivo danzano appena nel vento; sullo sfondo le placide montagne. Se ne stanno immobili, come te, mentre il tempo le corrode. Il tempo ti corrode.

La tua guancia profuma di crema idratante. L’annuso a occhi chiusi, mi ricorda chi sei. Vorrei appoggiare la mia bocca sulla tua pelle e regalarci un tenero bacio, uno di quelli di cui non mi avevi mai privata quando ero piccola. Vorrei, ma non ti sfioro: non sopporto l’idea che tu non ti ricordi di me.

Alzi il braccio pesante come un blocco di marmo e l’indice si stacca dal palmo, aprendosi piano piano e puntando una macchia rossa che attraversa il cielo limpido e si posa sul tronco aggrovigliato dell’ulivo. Apri appena la bocca, e forse sto impazzendo, ma mi sembra di scorgere il contorno dolce del tuo sorriso.

Muovi le labbra, non esce niente. Osservo meglio, divento la tua voce: «Un pettirosso. Non è magnifico?»

Annuisci, e per un attimo siamo insieme, davvero, nella minuscola sala da pranzo che adesso è diventata tutto il tuo mondo. Un mondo che non riconosci più se non in qualche breve momento, sempre più raro e prezioso, come quello che abbiamo appena vissuto.

Vorrei abbracciarti, ma oserei troppo. Non sono pronta a un tuo rifiuto. Devo farmi bastare quello che mi hai appena dato. E so che per alcuni possono sembrare briciole, per altri essere niente, ma tutto ciò a cui mi appiglio è quel momento magico in cui ci sei tu e ci sono io, e siamo vicine, e siamo insieme in un posto nostro dove la malattia non arriva.

La bocca trema e provo a fermare il labbro inferiore con gli incisivi superiori. Gli angoli esterni degli occhi si inumidiscono, mentre le palpebre si aprono e mi regalano una stanza in cui la luce è più brillante, perché è bagnata dalle gocce delle mie lacrime.

«Torno presto, mamma. Te lo prometto».

Tu non ci sei più: il pettirosso è rimasto al proprio posto. Tu sei di nuovo in uno spazio buio in cui non posso penetrare.

I tuoi silenzi, le mie parole. I tuoi gesti lenti, i miei trattenuti. Viviamo d’opposti: ti barrichi in una stanza della mente per salvare le tue ultime reliquie, e io ho bisogno di uscire fuori, fare l’equilibrista sugli scogli e perdermi tra cielo e mare. Solo qui ritrovo me stessa: abbandono alla brezza leggera la confidenza del dolore, e a carta e a inchiostro la tua storia, che poi è la mia storia, la nostra storia. Ho deciso di scrivere un libro su di te, su chi sei stata e su chi saresti potuta diventare se non ti avesse colpita. Ho difficoltà ad accettare la tua malattia, preferisco parlare della tua condizione. È la parte più assurda del grande male che ci ha travolti: sono io a dover fare i conti con l’idea che mi ero fatta di te, io a camminare sulle tue macerie in cerca di qualche antico tesoro sopravvissuto al terremoto. Tu non te ne curi, ti limiti ad abitare i tuoi detriti. Ogni tanto esci fuori, ma quei momenti sono sempre più rari. Sto cercando di accettarti per quello che ora sei, di entrare nel tuo mondo con passo sottile, portandoti ogni giorno una sorpresa che ti faccia sorridere o almeno ricordare che c’è ancora vita dentro di te, sotto la tua corazza.

Ai piedi del faro ho trovato un biglietto. Era stracciato in mille pezzi, come il cuore di chi l’aveva ricevuto. Le lettere sono lame che tagliano il foglio nero: il terribile tratto della t, la pancia della p svuotata e stretta. In quei frammenti, una storia finita. Nessuna parola sarebbe riuscita a colmare quella distanza che si era formata tra loro. Vedi, mamma, com’è l’amore? Diventa così sottile e invisibile da svanire se non ce ne prendiamo cura ogni giorno.

Oggi ti racconterò dei cocci che ho ricostruito, di come le parole del biglietto mi abbiano sfiorata e ferita. Mi preparo il discorso lungo il tragitto di ritorno: ho imparato a dosare e a scandire bene le parole, ad accompagnare con gesti la voce.

«Sono tornata, mamma. Ci ho messo troppo?»

Ti volti, non mi guardi. Mi attraversi e ti fermi dietro al mio cuore. In un solo colpo blocchi il mio respiro. Avevo scordato quanto fossero azzurri i tuoi occhi. Quanto potessero sembrarmi tristi, ma mai vuoti. Davanti a loro scorrono le scene di un vecchio film che non posso vedere, ma deve essere senza lieto fine, perché il tuo viso si bagna di lacrime. Non singhiozzi, piangi in silenzio mentre con il tuo sguardo mi uccidi.

Non chiedi chi sono, perché non parli più. Forse in me vedi tua madre o te stessa da giovane.

Dalla tasca del cappotto estraggo un fazzoletto di cotone con le iniziali di papà ricamate in blu. L’ultimo ricordo di mio padre è sempre con me. Ti irrigidisci, poi mi lasci fare. Tampono i tuoi occhi uno dopo l’altro, con delicatezza, finché il pianto si placa. Tiri su con il naso, gli angoli della bocca appena piegati verso il basso.

«Va tutto bene», ti rassicuro abbracciando il tuo viso. Piego il mio sui tuoi capelli e annuso il profumo di lacca che ho spruzzato dopo averli pettinati, stamattina, in un tempo vicino che mi sembra già così lontano. «Ci sono qui io».

E tu parli, ritrovi la tua voce. Prima è un sussurro debole che non riesco a decifrare. Poi, come un’onda che si avvicina a riva, acquista vigore e coraggio.

«Grazie, mamma», mi sussurri.

Vorrei gridarti che sei mia madre, che devi tornare qui, che mi hai abbandonata, ma resto in silenzio, incasso il colpo e ti accarezzo il viso. Sorridi un’ultima volta, prima di sparire, ancora, oltre la finestra, nel giardino segreto che la tua mente continua a popolare di spettri. «Sta arrivando la notte. È quasi ora di cena», dichiaro alle ombre che abbracciano la nostra casa. Mi spoglio del cappotto, lo appendo all’attaccapanni, ti passo accanto prima di chiudermi in cucina a fare rumore con le padelle. Forse così ti sveglierai. Forse così ti ricorderai di me.

Ti adagio piano sul letto. Copro il tuo corpo prima con il lenzuolo, poi con il piumone e con la coperta. Immobile, la tua testa punta verso il soffitto.

«Stai comoda, mamma?»

Nessuna risposta. Sospiro: fa troppo caldo nella tua stanza.

«Buonanotte», bisbiglio. Prima che possa allontanarmi, mi afferri il polso e lo stringi. Capisco che vuoi che resti lì, al tuo fianco, che vegli su di te finché il sonno ti avvolgerà.

È il momento della storia. Così, finalmente, ti parlo di quel biglietto scoperto per caso. Invento il racconto di un amore che non fa funzionato, come tanti amori, come ogni amore che nel profondo è destinato a naufragare. È così difficile darsi agli altri e conservare sé stessi, non è vero? E forse ascolti, forse no, ma io continuo, finché la presa si allenta, il respiro diventa più lento e profondo. I tuoi occhi sono chiusi, e adesso puoi tornare a essere chi davvero sei, almeno nei tuoi sogni.

Ti lascio un bacio leggerissimo sulla fronte. Profumi ancora di mamma. Quella fragranza di buono che passa dall’odore di latte a quello di vaniglia. Sono tutti dolci come sei sempre stata.

«Buonanotte, mamma».

Adesso mi sento un po’ vuota. Un po’ persa. Una vertigine prepotente e il terrore di chi non sa dove andare: succede sempre quando mi trovo sola con me stessa e posso prendermi cura di me, almeno per qualche minuto. Mi trascino nella stanza accanto alla tua, mi siedo alla scrivania, apro il diario e trasferisco sulla carta tutti gli appunti dei fatti di questa giornata. Ho sempre paura che la mia mente mi tradisca. Ho imparato che non possiamo fidarci a lungo di quello che siamo oggi; e che domani potremmo essere diversi, aver dimenticato noi stessi.

Guardo l’orologio: è già tardi. “Ancora qualche minuto”, mi dico, mentre accendo il portatile e vado avanti con un racconto. Le parole della memoria si confondono con quelle dell’immaginazione.

Un sussurro. La tua voce.

Trascino la sedia sul pavimento e scatto in piedi, corro da te. Ma è stata solo un’illusione, mamma, perché tu non ci sei. Stai dormendo, la tua pelle è distesa, ma io non abito i tuoi sogni.

In questi momenti mi aggrappo alle parole: a tutte quelle che fatico a trattenere e che tu non puoi più pronunciare. Torno a raccontare l’amore di una figlia per la madre, ovunque sia, in una sala da pranzo troppo stretta o imprigionata in un ricordo. Amerò qualsiasi persona diventerai, anche se sembrerò stanca. Ti ritroverò in quegli occhi così azzurri e vivi che ogni tanto posi su di me, in quella scatola dei ricordi che ho nascosto nell’armadio, oppure nelle pagine del mio diario. Perché voglio continuare a raccontare e a raccontarti, anche quando tu sembrerai così lontana da non ascoltarmi. Perché sei tu che mi hai insegnato a parlare, e io, l’ho promesso, sarei diventata sempre la tua voce.



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“Inverno etiope” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Questo racconto ha partecipato alla settima edizione del concorso nazionale di poesia e narrativa “Una storia partigiana” organizzato dall’ANPI di Lastra a Signa. Il tema era quello dei crimini fascisti e di quanto, poi, ci sia stata una connivenza da parte degli italiani.

Il racconto si è classificato secondo ed è stato per me molto emozionante pensare che la storia di questa bambina sia arrivata al cuore dei lettori. Perché forse questa bambina non sarà esistita davvero, ma ce ne saranno (e ce ne sono) purtroppo molte con storie simili alla sua.

Buona lettura!


Un boato a bassa quota. I capelli spettinati dallo spostamento d’aria. Nascosi il volto nella gonna di mia madre, ma era lei a singhiozzare. Non cercò un riparo che non avrebbe trovato. Si irrigidì sulla schiena e mi sussurrò: «Svelta, qui sotto». Obbedii senza fare domande, perché mi illudevo che mia madre, come ogni genitore, conoscesse già tutte le risposte. Intuivo che in quel momento non avesse la forza di darmele.

«Resta lì, non uscire. Qualsiasi cosa accada», aggiunse prima che la sua voce fosse coperta da un canto di fischi sempre più acuti. E di nuovo fragori, le finestre della nostra casa scosse da vibrazioni. Lo schianto del vetro. Pensai a delle farfalle dalle ali trasparenti. Senza vita, un magico tappeto sul pavimento.

«Finito?», chiesi.

Puzza d’aglio, le grida di mia madre.

E la necessità di capire che cosa i suoi occhi avessero visto; nel suo lamento udivo note di paura e disperazione.

«Posso uscire?»

Non rispose.

«Voglio uscire».

«No», sussurrò, come se anche muovere la bocca fosse diventato difficile.

«Devo uscire».

La sua mano mi bloccò.

Lo strano odore si propagò nella cucina, ma i fornelli erano spenti. Non veniva da una pentola né dagli avanzi inesistenti del giorno precedente (perché per noi un pasto al giorno doveva essere sufficiente e non ci alzavamo da tavola sazie). Giungeva da fuori, trasportato dal vento. Diventava più intenso mentre il tempo passava. Il tessuto della gonna di mia madre si muoveva sopra i miei capelli e mi faceva un leggero solletico. Non parlava più. Anche fuori era tutto silenzio. E poi sulla mia testa non sentii più niente, la sua mano allentò la presa e pensai che si fosse addormentata. La luce filtrava ancora dal suo vestito. Lo sfiorai per riparare gli occhi, come se stessi combattendo con un lento risveglio.

«Stai bene, mamma?», le domandai. Non attesi la sua risposta, uscii fuori a controllare. Il suo petto si muoveva appena. Era quasi ora di mangiare, dovevo preparare qualcosa per lei. Fare piano, non disturbare il suo riposo. Sotto i miei piedi scricchiolarono i frantumi delle finestre. Anche sul tavolo ce ne era qualcuno. Pensai che mia madre fosse stata fortunata, perché nessuna scheggia l’aveva colpita. Nessuna le aveva toccato il cuore, nessuna graffiato il viso. Le sue guance avevano la pelle più morbida e liscia che la mia bocca avesse sfiorato.

Dolore. Sangue. Una scaglia nella pelle. Lacerazione.

Lasciai colare affascinata quelle gocce di rosso in una tinozza piena di acqua torbida. Osservai i cerchi propagarsi, goccia dopo goccia, dal centro all’esterno. Il liquido diventava sempre più scuro e il viso di mia madre sempre più pallido.

«Ci penso io, tu riposati», le ordinai. Ma prima che potessi fare altro, mi sentii stanca e crollai ai suoi piedi. Appoggiai la testa sulla sua gonna, facendo pressione con il viso sulle sue ginocchia. Mi sembrò che mi sfiorasse i capelli, e mi addormentai con uno stupido sorriso sulle labbra. Sognai erba verde a coprire il pavimento, brezza innocente a muovere i nostri capelli. Vidi per un istante i lineamenti di mio padre e smisi di interrogarmi sul suo ritorno: era lì, a pochi passi da noi, oltre una finestra spalancata con gli infissi dipinti di giallo. Era lì, eppure lontano. Ci chiamava. Mia madre aveva i tratti di una ragazza e correva da lui.

La luce tenue. Le palpebre vibranti. Quando mi svegliai doveva essere passato molto tempo, perché erano le prime ore di un nuovo dì. Come se avessi riposato per un giorno intero. Mia madre dormiva ancora e pensai che fosse carino farle una sorpresa. Lo stomaco mi brontolava per la fame e immaginai che anche lei, avvolta nel suo mantello di silenzio, volesse mangiare qualcosa.

Mentre sbucciavo le patate e toglievo la terra dalla loro superficie, provai un improvviso dolore. Le mie mani si stavano coprendo di qualcosa che non doveva esserci. Lasciai cadere il coltello che si piantò tra i miei piedi. Poteva andarmi peggio, pensai, ma fu solo la considerazione di un momento. Un grido scivolò fuori dalla mia bocca, ma evaporò in uno sbuffo invisibile d’aria.

Mi voltai verso mia madre, timorosa di non trovarla più lì. E un po’ fu davvero quello che accadde: non era lei, non come l’avevo conosciuta. La sua pelle non era più soffice, ma piena di bolle. Alcune sanguinavano, altre erano piene di liquido. Ebbi un pensiero strano: quella donna mi spaventò. Non sembrava lei, ma un mostro uscito dagli abissi o caduto dal cielo.

Mosse le labbra, dalla sua gola emersero suoni che faticai a decifrare. Mi chiese dell’acqua e perché fosse così buio. Si voltò, piantò i suoi occhi ormai incapaci di vedere su di me. Qualsiasi cosa fosse quella che me la stava portando via, presto si sarebbe presentata anche a me.

Cercai una tazza, versai del liquido, le umettai la bocca. Con quel poco che ne avanzò, bagnai degli abiti puliti e tamponai le sue ferite. Mia madre non gridò, non strizzò gli occhi per il dolore. Ma la sua pelle era già morta. E io ero troppo piccola per capire perché.

Non ho più sopportato l’odore di aglio. Il fischio e lo scoppio dei fuochi di artificio mi riempiono di terrore. Eppure sono solo cose. Ho insegnato ai miei figli che bisogna avere paura solo delle persone, perché le cose non hanno vita e volontà. È la mente dell’uomo a progettare. È la mano dell’uomo a uccidere. A volte mi ripeto che solo un diavolo può aver inventato quelle armi, e solo un diavolo può aver ordinato di usarle. E un altro diavolo a sua volta non avrà obiettato, e un altro diavolo ancora avrà premuto il bottone e sganciato la bomba.

Non mi fa paura il male assoluto, ma quello che si cela dietro volti come il mio o come il vostro. Quello pronto a colpire una sorella o un fratello. Quello che uccide senza scopo o che tace l’altrui delitto.

Ho pensato che fosse colpa della mia pelle d’ebano, del mio non capire la loro lingua. Cercavo un senso al dolore; ho creduto di impazzire. Il dolore delle bombe, dell’invasione. Di un’arma proibita piovuta sopra i nostri tetti. Delle vesciche, e di mia madre, che non è più stata la stessa e dopo pochi giorni se ne è andata sussurrando di sentire il sole troppo forte sulla sua pelle. Ma non c’era il sole, quel giorno. Non piovevano bombe, ma gocce incapaci di purificare la nostra terra. Lei era già cieca, lei era già quasi morta. La sua pelle in fiamme effetto del gas. Ma io ero una bambina, e mi illudevo che fosse immortale. Non avevo fatto i conti con l’inferno e con i suoi mille diavoli. Eppure sono qui, camminano tra noi. Sono umani, ma di umano non hanno il cuore. E per difenderci da loro, occorre conservare la memoria. Il ricordo è un atto d’amore.

Ho pelato le patate per i miei figli e poi per i miei nipoti. Ho spalmato crema per ammorbidire la pelle del mio viso. Non sarà mai morbida come quella di mia madre, ma ogni tanto nel riflesso oltre lo specchio intravedo un angolo del suo viso. E quando mi sento sola, troppo stanca dalle lotte di ogni giorno, mi accovaccio sotto una coperta, chiudo gli occhi e mi immagino di essere nascosta ancora una volta sotto il suo vestito.



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“Strisciare, a primavera” di Serena Barsottelli

Verme.

Mi butto a terra, quando lui non mi vede, e provo a strisciare. Ha detto che il pavimento è troppo sporco, ma l’unica polvere che mangio è quella dei miei sogni.

Verme.

E poi mi trovo davanti un muro bianco, troppo alto e ripido da scalare. Non riesco a salire, il mio non è neanche uno scivolare giù. Le mie mani, le mie maledette mani, sempre troppo lente a fare quello che lui pretende. Le mie mani mi sarebbero d’aiuto, ma io sono un verme e non posso più usarle.

Dovrei cercare un posto più adatto a me, dove vivere in segreto. Restare al buio, nascosta a tutti, nascosta da lui. L’intestino potrebbe andare bene. È dove sento dolore, sempre, quel tipo di dolore che ti blocca la fame. Se mangiassi qualcosa, finirei subito per eliminarla.

Cara…

La mano di mia figlia tra i capelli. Una carezza, il suo sorriso. Asciuga le mie lacrime. Cerco una voce umana dentro me, mi sforzo di modularla. La rassicuro, rassicuro me.

… mamma.

Mi stringe forte, mi protegge. Dovrei essere io a farlo. Dovrei portarla via di qui, ma in fondo lui le vuole bene. Anche a me ne vuole, colpa mia se non riesco più a vederlo?

I miei cinque cuori mi tengono in vita. Non sono dove ti aspetteresti, perché sono ibrida. Sono corrotta, sporca, andata. L’anello di congiunzione tra un umano e un verme puro. Al centro io, Verme, come lui mi chiama. Un tipo che non riesce a strisciare, né ad arrampicarsi su una parete.

Il mio bozzolo ha un nome di sei lettere e l’espressione curiosa di mia figlia. L’abbraccio, mi abbraccia, e restiamo così, in attesa di diventare farfalle. Succederà a primavera, forse, o in quella che per noi sarà la stagione della rinascita. Avrà il profumo dei fiori di campo e poi quello frizzante del gelsomino. Stanotte ho sognato una candela accesa e quell’odore era vivo, nella stanza. Stanotte ho creduto che saremo libere, un giorno.

Avevo già provato a diventare una farfalla, una volta, ma non c’ero riuscita. Volevo solo volare, sentirmi leggera. Aveva funzionato per un certo periodo, poi l’incanto era finito. Si può diventare primavera solo passando dall’inverno, mi dicevo, ma quel freddo mi stava uccidendo e io ero diventata poco più di uno scheletro.

Sei viva per miracolo.

Tu prova a darti la morte ogni giorno, con costanza e lentezza, convinta di scegliere la vita. L’avevo fatto per anni con l’anoressia e forse ancora, con lui. Mi ferisce ogni sua parola, colpisce un cuore e anche gli altri si mettono a vibrare.

Braccia rachitiche.

Avevo avuto paura che anche mia figlia soffrisse la fame, all’inizio, quando non riuscivo a produrre latte. Lei aveva fiducia in me e io in lei. Ce l’avevamo fatta. E quell’abbraccio era il nostro rifugio, il nostro sollievo.

Ma perché non muori?

Per lei. Nonostante lui mi stesse uccidendo, io continuavo a respirare per lei.

Quando mia figlia si è addormentata, sono tornata a strisciare. È questo che fanno i vermi, o almeno mi è sembrato di capire così: si muovono cercando un angolo adatto alla loro esistenza, e poi aspettano, con la paura di svegliare la bambina, di svegliare lui. Si arrabbierebbe se lo facessi, urlerebbe.

Mia figlia forse fa bei sogni. Vorrei chiederle se sta bene, se il suo sonno è dolce, ma non posso. Mi accovaccio in un angolo del salotto dove non arriva il sole. Mi sforzo di respirare.

Il pavimento è freddo, c’è odore di umido. Il brontolare delle lancette dell’orologio della cucina arriva fino a me e mi innervosisce appena.

Starà sognando la mia bambina? Fa parte della mia natura farsi delle domande. Mi capita spesso di non trovare risposte adatte. Suppongo che sia colpa della mia natura ibrida, metà umana e metà verme. Suppongo che sia colpa del mio essere Verme.

E ancora mi chiedo se arriverà la primavera, se mi troverà impreparata.

Mamma!

Si sveglia e sorride. Lui non l’ha sentita. Arrivo senza far rumore e lei alza le braccia verso di me. La tiro su, mi accarezza la schiena e facciamo naso naso. Il sole filtra appena dalle imposte vecchie. Penso che questa casa cadrà a pezzi se non farò qualcosa. Penso che qui sia tutto troppo marcio per lei, per noi due imprigionate in un sottobosco di muschio e foglie in decomposizione. Anche per Verme questo è troppo.

Andiamo fuori!

È lei a proporlo, e io la seguo. È sempre stata la più forte, nonostante sia ancora così piccola.

Uscire dalla stanza mi fa sentire meglio. La bambina mi passa le scarpe e io l’aiuto a mettersi le sue. È un lavoro di squadra, il nostro.

Che bello!

La luce del sole tende sempre di più al rosso, mentre sbuca tra i rami dei pini lontani. La nostra casa mi è sempre sembrata troppo isolata, ma adesso mi sento parte di tutto. Perché da quando c’è mia figlia, almeno una risposta l’ho trovata. La adatto al senso della vita, al perché continuo a resistere e a mantenere un briciolo di natura umana. La risposta ha sei lettere, le lettere del suo nome: E-l-o-i-d-e.

Via!

Lontano, non importa dove, insieme.

Allungo la mano, cerco di aprire il cancello. È chiuso a chiave.

In un angolo del giardino è nato un papavero. Il sole tramonta, e con lui la nostra primavera.

Domani?

Domani, amore, o un altro giorno.



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“La cosa rossa” di Serena Barsottelli


Racconto scritto anni fa per un contest e poi pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in Corso.

Attenzione: grazie alla collaborazione con Zombie Readers potete ascoltare e guardare il racconto La cosa rossa anche qui. Ringrazio Stefania Prati e Alessio Monni per l’opportunità di collaborare.

Vi consiglio prima di leggere il brano e poi di andare a vedere e a sentire come lo staff di Zombie Readers abbia dato voce e immagine a questo “incubo”. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

P.S.: Stefania Prati e Alessio Monni hanno pubblicato una raccolta di racconti molto molto molto interessante. La trovate qui, mentre qui c’è la mia recensione filosofica sulla loro opera.



Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.

Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.

Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».

Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale, e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni, e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.

Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.

Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.

Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, e camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.

Silenzio, silenzio, silenzio.

Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.

Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, e certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, e Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.

Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.

Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance, e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.

Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.

Le braccia facevano male, e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.

Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, e lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche, e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.

«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».

Simone aveva annuito ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»

Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.

Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.

Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.

Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.

Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, e allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, e aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.

Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.

L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.

Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.

Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.

Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.

L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.

E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà, e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia, e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.

Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.

Cos’è il tempo?

Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.

Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.

Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

«Cosa stai facendo?»

«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»

«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»

Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.

«Vuoi tradirmi, lo sapevo».

Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.

La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità, e l’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.

La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.

«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.

Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.

Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.

Stupido! Stupido! Stupido!

Sì, era stato uno stupido, e il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.




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“Dove la tempesta diventa bonaccia” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questo racconto ispirandomi a Let it be dei Beatles. Il racconto, così come lo leggete, ha partecipato al concorso letterario Note raccontate ed è arrivato sul secondo gradino del podio.

Buona lettura!


Scrosch.

Ho ascoltato onde infrangersi su questi scogli e fare meno rumore dei miei pensieri.

Scrosch.

E anche se schizzi d’acqua hanno colpito il mio viso, non ho sentito nient’altro che la differenza tra caldo e freddo. Quello che viene da là fuori è gelido, ma i brividi arrivano da dentro.

Scrosch.

Il mare mi affascina tanto perché so che mi ucciderebbe. Vengo qui ogni anno, a trovarlo, a ricordargli che anche stavolta il suo infinito non mi ha presa, non del tutto. Ha continuato a fluire in un angolo nascosto nella mente, a corrodermi dentro come il vento fa sulla mia pelle. Le sue acque sono arrivate e scivolate via portando sempre con sé un frammento di me. Lento lento, non ha lasciato quasi niente.

Scrosch.

Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Come un amato, come un nemico, questo è il nostro ultimo incontro. Da distanti, almeno, da entità diverse. Mi sento come Ofelia circondata dai fiori e trasportata dalle acque. Basterà smettere di combattere, abbandonarmi alla pace delle onde. L’ho sognato ogni notte da quando ho saputo: quello sciabordio ha riempito le mie lenzuola di sudore. E ogni volta una nave si affacciava all’orizzonte e si avvicinava al porto. E sapevo, e so che è venuta per me, per prendermi. Per portarmi dove le onde non si infrangono più e dove tutto è silenzio e calma. In quel tratto misterioso di mare dove la tempesta diventa bonaccia.

Non ho mai imparato a nuotare. Dell’acqua bisogna avere rispetto e timore. Il mare c’è sempre stato e resterà dopo di noi: disegnerà nuovi confini, sommergerà coste e poi si ritirerà, servo della Luna. È un dio eterno il mare, o un terribile spettro. Qualcosa che non morirà e non si consumerà mai, che continuerà a esistere oltre lo scorrere del tempo.

Incamerare l’aria, buttarsi e trattenere il fiato. Iniziare a muoversi senza grazia in un universo che dalla superficie forse sembra immobile, ma che sotto, nelle profondità, è vivo. Sforzarsi di tenere gli occhi aperti per guardarsi intorno, toccare un pesce con la mano, un’alga con il piede. Sprofondare tanto in basso, in una notte con poche stelle, e iniziare a chiedersi se la luce in superficie sia troppo lontana. Se la Luna si sia spenta.

Non è l’acqua a essere torbida, qui, ma la paura di chi la osserva, di notte, quando anche il mare più limpido è nero come gli abissi.

Scrosch.

Ogni volta è lo stesso sogno che si ripete, con quei contorni un po’ sfuocati dei ricordi d’infanzia. Siedo a pochi passi dal faro verde e ho lasciato alle mie spalle la rassicurante passeggiata in cemento. Mi muovo goffa, rischio di cadere in acqua, e io non so nuotare.

Ha tormentato le mie notti, animato i miei incubi, ma non mi ha presa, non ancora.

Scrosch.

Aspetto che il sole abbracci il mare, che l’aria si tinga di rosso e di rosa, e poi riprendo a respirare.

Vivere è come prepararsi a un’immersione: questione di fiato, di oscurità, di limiti da superare. Il tuo nemico non è l’acqua, né la mancanza di ossigeno. Sei tu: il rischio di non riconoscere quando è il momento di tornare a galla. Dimenticare che prima o poi tutto finirà, anche l’aria nella bombola, e tu dovrai essere già sulla barca, fuori dall’acqua, con i polmoni liberi.

Potrei scendere sulla spiaggia, bagnare appena i piedi, prendere confidenza con l’infinito. Accettare che l’acqua c’è e ci sarà, prima e dopo di noi. Che dall’acqua veniamo e che nell’acqua torneremo. Lascia che sia. L’acqua, la vita, la morte. L’acqua che abbraccia il relitto e coltiva le alghe che crescono. La vita che arriva, senza chiedere permesso; a volte senza neppure un perché. La morte che è parte del processo, non fine, non principio, ma tappa di un moto eterno. Non esistono correnti circolari, ma solo un fluire lento, avanti e indietro, sulla riva e sulla sabbia. Si perde un frammento di conchiglia, si porta via un po’ di schiuma.

L’acqua, la vita. L’acqua, la morte.

Scrosch.

Ci sono responsi che non ti aspetti, e più che diagnosi sembrano condanne.

Ho riflettuto molto sul combattere e sull’arrendersi. Nel mezzo c’era lasciar fare il proprio corso alle cose, sicura che sarebbero andate come dovevano. Credo che ogni cosa non possa che svilupparsi come è naturale che sia. E anche la malattia, per quanto dolorosa e tremenda, soprattutto per chi ci circonda, non sia nient’altro che un movimento del flusso, una corrente in questo strano mare che è la vita.

Stasera capisco quell’incubo e quell’immagine, quella figura indefinita sulla prua della barca, un’ombra scura controluce. Portata dal vento, o forse da un misterioso capitano, il natante appare all’orizzonte, si avvicina a meno di un miglio dalla mia posizione e passa oltre il faro verde senza entrare nel porto. Non è per me questo viaggio, non ancora. Verrà il mio tempo, ma il mio tempo non è adesso.

Un’onda si infrange su uno scoglio e un gabbiano plana sullo specchio d’acqua, lo incrina quando si adagia. Afferra un pesce, se ne va. Il sole sta tramontando e sono sola.

Dietro di me qualcuno si lamenta a bassa voce, ma quel sospiro vola via con il vento.

Sh.

Scrosch.

Vengo qui ogni giorno, ma oggi è diverso. Oggi è l’ultima volta, lo sento. Così quando la nave entra nel porto, non mi sorprendo. Mi aspettavo ancore diverse, più grandi e arrugginite, morse dall’acqua e dal tempo. Poi mi dico che non dobbiamo attaccarci così, non alle cose che ci succedono qui, sulla superficie. Che quello che conta accade sotto, sui fondali, dove il tempo non si ferma mai del tutto e l’ossigeno continua ad arrivare.

Ho sempre avuto paura dell’acqua, ma alla fine dei conti non è neppure vero.

La figura sulla prua si avvicina e mi invita a salire. Resisto alla tentazione di cercare il suo viso, di incrociare i suoi occhi, perché quello che mi meraviglia è che sia così piccola, molto più piccola di me, e anche i suoi movimenti mi sembrano goffi. Mi indica un punto sulla poppa della nave e io mi siedo. Il legno trema sotto di me perché l’imbarcazione continua a danzare con le onde. Sembra che non ci sia nessun altro passeggero in questo ultimo viaggio. Sembra che debba affrontarlo ancora da sola, come tutti quelli che ho vissuto fino a ora.

Le vibrazioni si fanno più forti, come se la nave fosse mossa da un maremoto, e partiamo.

Scrosch, scrosch.

Quando è arrivata la notte? È una notte magica, senza stelle e senza luna. Un brivido di freddo è l’ultima cosa che sento.

La figura dalla prua si sposta di fronte a me e si mostra: ha l’aspetto di una bambina, di me bambina. Muove le mani, come un mago fa l’incanto. La barca trema, si spezza, e la poppa lentamente affonda. E quel piccolo spettro è di nuovo sulla prua, alza la mano, mi saluta.

Glu, glu, glu.

L’ultima cosa che vedo sono le sue braccia e il suo viso. Rivolti verso la superficie, verso il cielo. Potrei risalire, se mi sforzassi. Non ho imparato a nuotare, ma se volessi sopravvivere qualcosa riuscirei a inventarmi.

Credo che la luce, qui, potrebbe arrivare, ma non stanotte, non in questa notte senza luna e senza stelle. Mi chiedo come riesca a vederlo, ma penso che non abbia importanza.

Dagli abissi alza le braccia al cielo, ma io mi accovaccio tra i suoi piedi e mi sento bene. Mi rannicchio, sulla base di conchiglia, e mi sento a casa.

Scrosch.



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