“Madri allo specchio” – AA. VV., a cura di Emma Fenu

Madri

Da un po’ di tempo sto riflettendo su un nuovo tipo di rubrica da portare sul blog basata proprio sulla figura della madre. Madri allo specchio è arrivato al momento giusto, un giorno di fine estate. Avevo adocchiato il concorso letterario da cui questa opera nasce, ma per una serie di incastri personali non sono riuscita a partecipare. Ero molto curiosa, però, di leggere questa raccolta. Mi permetto anche di sottolineare che l’intero ricavato sarà devoluto a Casa AIL di Sassari.

Il concorso, promosso dall’associazione Cultura al Femminile in collaborazione con Gli scrittori della porta accanto e “AIL Sassari“, era dedicato a Pierpaolo Fadda ed era diviso in due sezioni: racconti e poesia. Il tema era quello della madre, della maternità.

Da dove nasceva la mia curiosità? Dal fatto che molto spesso si tende a descrivere la maternità in un unico modo. In quello, cioè, che la società ci impone: idilliaco, fatto di piccole grandi gioie. Un percorso, anzi il percorso, attraverso il quale la donna si realizza. Be’, non credo che sia così. Credo che ci siano molti pregiudizi nei confronti delle madri e che questi pensieri non aiutino nessuno, soprattutto le donne.


La bellezza della raccolta Madri allo specchio è l’aver dato voce a diverse storie. Non ci importa, mentre le leggiamo, che siano inventate o no. Non ci poniamo questa domanda, perché il coinvolgimento emotivo che viviamo di volta in volta è totale. Sono vere, per noi che le leggiamo, come per chi le ha scritte e per chi le ha scelte.

Ogni contributo fotografa una propria immagine di maternità e la maggior parte delle volte si allontanano dalle definizioni tradizionali che siamo abituati ad attribuire con il termine madre. Ne è una prova il racconto vincitore, I miei occhi bassi di Silvia Argento, che apre la raccolta.

Ci sono tanti modi per essere madre. Alcuni di questi non passano dalla maternità fisica. Nel primo racconto c’è una maternità empatica, una maternità di cura e di protezione profonda e commuovente. E questa capacità della protagonista di essere madre si rivela proprio con una donna che potrebbe incarnare tutto quello che detesta: qualcuno, cioè, che ha abdicato al proprio ruolo. Immagina di desiderare con tutta te stessa qualcosa e di conoscere una persona che questo qualcosa l’ha rifiutato. Potresti odiarla, potrebbe ferirti. Eppure la protagonista non scende a questo livello. In greco la chiamerebbero ἐποχή, la sospensione del giudizio. Ma la madre creata dalla penna di Silvia Argento si pone addirittura in modo empatico con colei che avrebbe potuto considerare la propria nemesi.


La bellezza della raccolta Madri allo specchio è l'aver dato voce a diverse storie. Non ci importa, mentre le leggiamo, che siano inventate o no. Non ci poniamo questa domanda, perché il coinvolgimento emotivo che viviamo di volta in volta è totale. Sono vere, per noi che le leggiamo, come per chi le ha scritte e per chi le ha scelte.

Ho adorato Il coccio mancante di Lucrezia Guaita Diani. Un racconto, questo, in grado di fotografare la doppia natura della donna, madre e figlia al contempo. Un racconto che mette in luce anche quelli che la società considera limiti: la frustrazione, la rabbia, il legame con una persona amata che si perpetua tramite un oggetto.


Un altro tabù da sfatare è quella dell’idillio del post partum. Un momento particolarissimo per la donna che si trova a vivere la fine della simbiosi gravidica spesso con un passaggio brusco. Spesso in solitudine. Qualcosa di cui tutte le donne dovrebbero essere consapevoli per poter aiutare altre donne in questa fase delicata, mettendo da parte frasi fatte che non aiutano nessuno, neppure chi le pronuncia. Per riflettere su questo tema, consiglio la lettura di Io, senza me di Franca Falchi.


Alcuni racconti uniscono due tipi di esperienze sulla maternità opposte, ma profondamente legate: quella delle donne che rinunciano alla propria maternità dando il proprio figlio in adozione e quella delle donne che accolgono questi figli, crescendoli e amandoli. Se volete approfondire questo argomento, in Madri al contrario di Laura Cerrito e in Mezza madre di Alessia Finco troverete interessanti spunti di riflessione.

E poi ci sono madri che scelgono strade diverse, difficili e tortuose: ci sono tanti mezzi per diventare madri e tanti vissuti alle loro spalle. Bisogna avere rispetto per qualsiasi percorso una donna intraprenda, avvicinandoci in silenzio, senza parole futili che possano ridurre le loro storie a pura banalità. Un esempio di racconto che affronta questo tema è Piccola grande sfida di Laura Saija.


Mi sia concessa anche una menzione a un racconto molto interessante dal punto di vista filosofico, Madri per sempre di Enrica Bardetti: le madri umane sono diverse dalle madri degli altri animali? Nel mondo animale, si sa, le femmine lasciano andare i loro figli e se dimenticano. Può una donna con figli adulti abdicare al proprio ruolo? Una madre resta sempre una donna: può seguire il suo istinto, ricominciare da zero una nuova vita. Siete d’accordo oppure no?

Ammetto che questo racconto mi ha colpita molto perché ha strappato una delle più grandi etichette che la società ha attaccato sul corpo della madre.


Cosa resta, dunque, alla fine di questa lettura? La consapevolezza che non esista una maternità unica. Che ogni donna sia madre, indipendentemente dal fatto che abbia avuto o meno figli, perché essere madre è prendersi cura. Che ciascuna donna, oltre che madre, sia figlia. E che ciascuna donna sia semplicemente donna, con tutte le sue sfumature e sfaccettature: impossibile da definire e da incasellare.


Mi perdonerete se mi sono concentrata sui racconti e non sulle poesie. Vi assicuro che sono molto belle anche quelle, ma in questo periodo mi muovo meglio nelle vesti della narrativa, forse perché oltre che donna e oltre che madre mi reputo una cantastorie.

In Madri allo specchio troverete tante storie e tante emozioni. E sono sicura che leggendolo cadranno alcuni pregiudizi, vi ritroverete a provare emozioni ed empatia anche per donne con una storia molto diversa dalla vostra e questo penso sia uno dei meriti più grandi di questa raccolta: il merito, oltre che agli autori e alla casa editrice, è assolutamente anche della curatrice.


Cosa resta, dunque, alla fine di questa lettura? La consapevolezza che non esista una maternità unica. Che ogni donna sia madre, indipendentemente dal fatto che abbia avuto o meno figli. Che ciascuna donna, oltre che madre, sia figlia. E che ciascuna donna sia semplicemente donna, con tutte le sue sfumature e sfaccettature: impossibile da definire e da incasellare.

Prima di lasciarvi, mi permetto di scrivere ancora alcune cose:

  1. Non giudicate mai.
  2. Ricordate che oltre l’apparenza, oltre l’involucro, c’è un contenuto. E questo vale anche per le persone. Che non sono oggetti. Hanno dei sentimenti e dei vissuti. E tutti questi sentimenti e questi vissuti meritano rispetto.
  3. Siate per prime madri di voi stesse: imparate a prendervi cura di voi, ad amarvi, a perdonarvi. Ad accettare che anche voi potete sbagliare, come tutti. Come me, poco fa, adesso, tra cinque minuti.

Prima di salutarvi, ho una curiosità: vi è piaciuta questa rubrica di recensioni a tema? Presto arriverà un nuovo articolo per farvi riflettere sulla figura materna in alcuni libri che mi hanno colpita. Ho scoperto che, come il cibo e la bellezza, è un tema molto ricorrente. E una vocina mi suggerisce che magari non sia un caso.



“Il tumulo degli orrori” – Stefania Prati, Alessio Monni

Homo naturae lupus

Il vero terrore non proviene da fuori, ma da dentro di noi. A volte lo rinneghiamo, tendiamo a proiettarlo all’esterno, lontano, attribuendogli nomi altisonanti e, per alcuni, vuoti. Eppure, a ben guardare, tutto ciò che ci spaventa davvero l’abbiamo creato noi. E quello che non siamo stati noi a creare, be’, siamo stati noi a distruggerlo. Il male non è altro che il bene al contrario: abbiamo distrutto il paradiso in cui abitavamo e ci meravigliamo di essere circondati dall’inferno? Volutamente minuscoli, entrambi, perché il paradiso e l’inferno di cui sto parlando sono terreni, a misura di uomo.


Il tumulo degli orrori è una raccolta di Stefania Prati e Alessio Monni. Se volete provare un’esperienza ancora più coinvolgente (e sconvolgente) vi consiglio di leggere ciascun racconto e di cercare il corrispondente sul canale youtube “Zombie readers”, che potete trovare qui. In questo modo potrete avere una doppia avventura horror: la prima con le forme e i suoni che vi immaginerete durante la vostra lettura silenziosa; la seconda con i disegni e le voci che sono stati pensati dagli autori.


Entriamo, adesso, nel vivo. Di che orrore si parla in questa raccolta?

La claustrofobia domina buona parte degli undici racconti e rafforza il senso di inquietudine di questo nuovo modo di fare letteratura horror, accompagnandola cioè a un forte messaggio bioetico ed ecologico. Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l’uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo dall’averla distrutta.


Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l'uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo per l'averla distrutta.

Sullo sfondo si nota il tema tanto caro alla filosofia del Diciassettesimo secolo sull’essenza dell’uomo allo stato di natura, cioè lontano da ogni forma di controllo e di governo attuata dalle leggi.

L’uomo nasce cattivo o buono? La società è una protezione contro gli oscuri lati umani o è una gabbia?

Plauto fu il primo a utilizzare Homo homini lupus: l’uomo è un lupo per l’uomo. Hobbes riprese molti secoli dopo questa espressione per indicare la natura umana: individui che tendono a prevaricare l’uno sull’altro, ma che con il raziocinio decidono di sottostare alla volontà di un sovrano (al di sopra di ogni legge) per evitare un massacro continuo.

Un uomo, quello ipotizzato da Hobbes e poi rivisitato da Locke, che nasce pieno di sentimenti negativi e che la società in qualche modo tende a ingabbiare per limitare la conta dei danni.

Di diverso avviso era Rousseau, che teorizzava la natura innocente dell’uomo e che la violenza fosse frutto della disuguaglianza sociale prodotta dall’introduzione della proprietà privata. La società corrompe l’uomo che per sua natura sarebbe invece buono.


Nella raccolta di Prati e Monni ho trovato nuovi spunti di riflessione su questa tematica. In ogni racconto i mostri sono creati dagli sbagli degli uomini, dagli abusi che essi perpetuano nei confronti della natura e dei loro simili. Siamo tutti figli della stessa mano o condividiamo comunque lo stesso cielo, eppure sembriamo averlo dimenticato. Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.


Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.

Ci sono molti racconti che mi hanno colpita. Il sapore del vuoto è sicuramente il mio preferito: pur richiamando archetipi tradizionali, in un’atmosfera angosciante e claustrofobica, scopriamo che non sempre la realtà è migliore dell’incubo. Che ci sono mondi, divenuti incomunicabili, che ci fanno sentire diversi, soli. Per me che ho un passato di disturbi alimentari è stato tremendo constatare come alcune ferite siano tornate a sanguinare leggendo questo racconto.

L’umanità è assetata di dialogo, ma incapace di comprendere. Nel racconto che ho appena citato lo intravediamo, mentre in Muta esistenza questa rappresentazione raggiunge l’apice. Anche Suicide station in qualche modo tocca questo tema lasciandoci a bocca aperta, senza parole, non in grado di gridare, soffocati dal nostro stesso respiro.


Il capovolgimento è senza dubbio uno degli espedienti che funzionano maggiormente in questa raccolta. Un’ordinaria giornata di plastica, I Rabblez e Il prigioniero portano all’immedesimazione e alla riflessione proprio grazie a questo rovesciamento di ruoli.


Viviamo un incubo perché siamo stati noi a distruggere quello che ci è stato dato. Linfa mortale e La fiaba nera di Aurora lo provano e ci ammoniscono. Terminiamo la lettura e ci chiediamo se davvero ci stiamo spingendo troppo in là e che cosa possiamo e dobbiamo fare per bloccare il processo che distruggerà l’uomo e tutto il mondo come lo conosciamo.


Mi sia concessa, infine, una riflessione a parte su un racconto in cui ho colto richiami platonici al mito della caverna e a La penultima verità di P. K. Dick: Alla ricerca del sole. Anche in questo caso gli autori ci mostrano quanto la mano dell’uomo sia stata pesante con la natura e quanto possa risultare spaventosa.

Immaginatevi, quindi, di aver vissuto sotto terra e di voler vedere la luce del sole. Uscite fuori: la natura è meravigliosa, ma ci sono mostri tremendi a dominarla. Che cosa fareste? Restereste attoniti? Cerchereste di combatterli? Tornereste indietro?

La natura umana è sempre portata a cercare la conoscenza e a non accontentarsi mai. A volte ciò che trova è spaventoso, una verità scomoda. La paura che ci assale è spesso la paura di morire, di non essere più. Ho trovato tutto questo in Il tumulo degli orrori e molto altro. Avrei voluto che alcuni racconti non finissero, nonostante sentissi mancare l’aria. Avrei voluto leggerne ancora e spero che Prati e Monni tornino a regalarci questi incubi (e a farci riflettere su questi temi) molto presto.


Forse è la natura dell’uomo quella di distruggere le cose più preziose. Forse, invece, è una scusa che ci raccontiamo, perché è più comodo dirci “Siamo fatti così”, anziché cercare, anche nel nostro piccolo, di cambiare il mondo. Eppure, dobbiamo ripetercelo, iniziare dalle cose in apparenza più semplici e banali è l’unico modo che abbiamo per salvarlo. Prati e Monni hanno trovato un modo originale, di valore letterario e filosofico, per lanciare il loro messaggio e lottare per il bene della Natura.


Mi permetto, infine, di sottolineare che qui sotto trovate sia il link d’acquisto della raccolta Il tumulo degli orrori che il canale youtube Zombie readers. Seguite questi ragazzi, perché ne vale davvero la pena. Sapete perché? Perché con la loro immaginazione, la loro penna e la loro voce, hanno dato vita a quegli incubi di fronte ai quali non possiamo più chiudere gli occhi. Ne va della nostra vita e di quella del nostro pianeta.




“Ragazze elettriche” – Naomi Alderman

Violenza: naturale? Sociale? Sicuramente assurda.

La maggior parte delle mie recensioni arriva a caldo: la lettura di un libro mi suggerisce spunti filosofici, ne scelgo uno (almeno in un primo momento), lo approfondisco e poi scrivo la recensione.

Ho aspettato alcuni giorni dopo aver terminato Ragazze elettriche di Naomi Alderman, ma non riesco ancora ad avere il giusto distacco nel vedere questo libro. Ecco, aspettatevi questo: che quella che leggerete sia solo una prima recensione, ma che ne arrivino altre sempre su questo titolo. Un po’ come è successo con Shining di King (di cui non ho ancora finito di scrivervi, ve lo anticipo) per cui ho preparato un Era meglio e una recensione filosofica sul concetto di redenzione e con Cambiare l’acqua ai fiori di Perrin (su cui ho scritto una recensione a tema bellezza e una filosofica sulla vita).

Quello che è successo stavolta, però, è diverso: mi sono sentita profondamente colpita sia dal suo contenuto che dalle finestre che si aprivano nella mie mente. Sono stata bombardata da collegamenti su argomenti possibili, e alla fine ho deciso di iniziare con quello forse più banale e lampante, ma anche il più urgente: quello dell’assurdità della violenza.


Questo libro ha subito suscitato la mia curiosità, tanto da essersi guadagnato il mio voto sulla fiducia nel gruppo di lettura per la scelta del titolo del mese.

Su internet gira un po’ la notizia che questo sia un libro gore, un termine preso in prestito dal mondo cinematografico e che indica un genere ricco di immagini violente e cruente. Quando parliamo di arte in generale e, in questo caso, di letteratura, il parametro fondamentale deve sempre essere la funzionalità.

La violenza è presente in Ragazze elettriche? Sì.

Si indugia troppo su questo tipo di scene? Premesso che non sta a me giudicarlo, ma io ho trovato l’uso della violenza funzionale alla narrazione. Ci sono scene forti, sì, e se devo dirla tutta non ho dormito bene mentre lo stavo leggendo, ma questo non lo reputo un limite del libro. Se una storia è così forte da azionare tanti campanellini e da colpire anche la parte meno razionale di cui siamo fatti, credo che quello che stringiamo tra le nostre mani sia un libro che ci parla nel profondo. Un libro che parla a noi come persone, come esseri umani.


Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.
Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.
Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.
Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

Mi sbilancerò: Ragazze elettriche di Naomi Alderman tra qualche anno potrebbe essere inserito nei libri di testo delle scuole proprio per la portata del suo messaggio e per la forma con cui è scritto: senza troppi fronzoli, ma curata.

Adesso vediamolo più da vicino.


Non mi dilungherò sulla trama, che potete trovare ovunque. Vi basti sapere che prima le ragazze, poi tutte le donne, hanno scoperto di avere un potere: quello dell’elettricità. E questa scoperta ha portato scontri e disordini iniziali soprattutto per l’incapacità di contenere questa forza, ma anche isolamento, teorie del complotto… insomma, vi ricorda qualcosa?

Proseguiamo. Perché oltre alla parte di fantascienza, c’è anche un forte richiamo alla realtà: l’Arabia Saudita, in primis, dove le donne non potevano guidare le automobili fino al 2018, ma anche la tanto ammirata società occidentale. E che dire delle schiave del sesso commerciate e tenute prigioniere anche nella civilissima Europa?

Ecco la realtà: le donne subiscono quotidianamente soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne. Ecco la fantascienza: le donne scoprono di avere un potere e in qualche modo riescono a sovvertire ogni ordine, religioso e politico, e diventano il perno intorno al quale ruota ogni decisione presa.



Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Mentre all’inizio le donne subivano la violenza degli uomini, durante il romanzo la situazione si ribalta sempre di più e sono le donne a violentare, torturare, uccidere gli uomini.

La vera domanda che ci poniamo come lettori è: che sensazione mi dà questo ribaltamento? E l’autrice stava auspicando questa rivoluzione femminile che troviamo nelle pagine? No, assolutamente. Se cercate un romanzo che investa le donne come esseri superiori rispetto agli uomini, cambiate libro. E anche se cercate un romanzo che vendichi le tante violenze che le donne subiscono ogni giorno in ogni parte del mondo. Non è tra queste pagine, non vi sentirete vincitrici quando le donne saranno più potenti e temibili. Sapete perché?


Perché è qui che arriva il cuore di Ragazze elettriche: perché la violenza è sempre assurda.

Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.

Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.

Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.

Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

La violenza e il potere che le protagoniste di Ragazze elettriche raggiungono, ognuna seguendo la propria strada, sono traguardi che non ci appartengono, che non ci fanno gioire con loro. Vorremmo che tutto fosse un brutto incubo. E forse per questo motivo questo libro ha tormentato anche le mie notti. Perché mentre lo leggevo continuavo a pensare che era assurdo e a quanto sia assurdo quello che accade nella realtà. Che la vittima della società sia una donna o un uomo, non cambia lo smarrimento di fronte a questa scena.


Ma la violenza che cos’è?

La violenza, filosoficamente parlando, esiste soprattutto dove esiste una dualità: un polo positivo, il Bene, e uno negativo, il Male. Perché esiste la violenza? Perché esiste qualcosa che definiamo buono e giusto e qualcosa che definiamo nel modo opposto.

Il problema della violenza, il problema reale della violenza, è che cambiando la natura (o il genere, visto che di questo nel libro si tratta) del polo, il risultato non cambia. Per dire no alla violenza bisogna abbandonare questa contrapposizione netta, questo sistema che tende a creare nemici anche tra i nostri simili.

Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Si può veramente uscire da questa spirale? Se sì, in che modo? E come può tutto questo cambiare il nostro modo di vivere, oggi, realmente, nel mondo?

Torniamo al discorso di partenza: questo libro dovrebbe essere messo nei libri di scuola.


Ragazze elettriche di Naomi Alderman mi ha insegnato tante cose: la prima è che la violenza è sbagliata. La seconda è che desiderare una vendetta, un rovesciamento, non porta a un miglioramento della situazione. Mi ha ricordato molto il sistema per cui ogni sgarro deve essere punito. La logica, cioè, di quelle faide che continuano a mietere vittime per anni e generazioni: la vendetta, come nell’antica Grecia, vissuta quasi come un dovere morale.

Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Lo vediamo bene nelle vicende delle protagoniste, soprattutto di una in particolare. Ma è davvero questo che vogliamo e che ci meritiamo? Possibile, allora, cercare una via diversa, una via non polare e non sanguinaria, una via che non porti con sé un dolore perpetuato all’infinito?

Lascio a voi la parola.



“L’ostentatore” – Stefano Cirri

Questione di Nemesi

Ci sono tanti temi nascosti in questo romanzo che si tinge di giallo. Un giallo diverso da quello tradizionale, ma che ne condivide il mistero e la ricerca della verità. Un romanzo, quello di Stefano Cirri, in cui l’indagine è psicologica e il braccio di ferro si combatte sporcandosi più i pensieri che le mani.

L’elemento più forte, però, che ho individuato è quello della Nemesi. E nel romanzo L’ostentatore di Stefano Cirri trovano spazio entrambe le accezioni che siamo abituati ad attribuire a questo termine. Vediamole più da vicino.


Abbiamo tutti un lato oscuro, siete d’accordo? Lo nascondiamo, generalmente, per non mostrarlo, ma poi finiamo con il farci i conti. Il nostro lato oscuro è il nostro vero antagonista: non un nemico esterno, ma qualcosa che si insinua dentro di noi e poi vorrebbe farsi sempre più spazio.

I personaggi che si muovono in L’ostentatore hanno tutti una Nemesi con cui scontrarsi: la propria parte malata, il rapporto con la malattia dell’altro, il desiderio di tradire, il desiderio di amare, la voglia di mostrarsi, la voglia di scomparire. Ognuno di loro affronta uno o più volti della propria Nemesi e combatte contro di lei.


Un romanzo, quello di Stefano Cirri, in cui l'indagine è psicologica e il braccio di ferro si combatte sporcandosi più i pensieri che le mani.

E poi c’è il significato principale di Nemesi. E in questo caso Stefano Cirri è riuscito a intrappolarlo nelle pagine del suo romanzo. Per capire meglio, occorre fare un piccolo passo indietro.

Quando pensiamo all’antica Grecia e alla giustizia, ci viene subito in mente Dike. In realtà, Dike era la dea della giustizia giuridica, se così si può chiamare. C’era un’altra divinità, più controversa, che si occupava di ristabilire la giustizia dopo delitti irrisolti o impuniti. Non distribuiva solo dolore, ma anche gioia, in base a quanto era giusto nella logica di un equilibrio da ristabilire. Veniva perseguitato chi era malvagio, ingrato, chi si era macchiato di tracotanza anche nei confronti degli dei. La dea che ristabiliva questo ordine era Nemesi. E a onore del vero, è importante sottolineare che non interveniva soltanto per eccesso di felicità, bellezza, fortuna, ma soccorreva anche chi aveva vissuto un eccesso di miseria, disgrazia, infelicità, insuccesso.


Questa è la Nemesi che si insinua in tutto il romanzo di Cirri, prima tra le righe, poi in maniera più concreta.

Ha l’aspetto di un uomo che guida una Ferrari gialla e che compie ogni giorno, in modo metodico, due soste. Si ferma, aspetta o fa qualcosa, e poi riparte. Una Ferrari gialla guidata in modo insicuro da un uomo vestito in maniera tutt’altro che elegante sembra un esempio calzante del significato del verbo ostentare.


 C'era un'altra divinità, più controversa, che si occupava di ristabilire la giustizia dopo delitti irrisolti o impuniti. Non distribuiva solo dolore, ma anche gioia, in base a quanto era giusto nella logica di un equilibrio da ristabilire. 

Che cosa c’è dietro questa ostentazione? Voglia di essere ammirato, desiderio di suscitare invidia o qualcosa di diverso?

Non posso dirvi di più, ma ricordatevi che cosa vi ho scritto sulla Nemesi.

In L’ostentatore c’è il mistero dell’uomo con la Ferrari gialla a dover essere risolto, ma anche le ambivalenze umane devono trovare risposta. Il modo di reagire, cioè, di fronte a emozioni da cui cerchiamo di fuggire, ma che prima o poi vengono a cercarci e ci presentano il conto.


Una nota speciale, prima di salutarci, è per la banda dei colori: un gruppo di studiosi che si interroga sul comportamento umano e che cerca di trovare le radici più profonde dei fenomeni che appaiono in superficie. Sono un po’ strani e inquietanti, soprattutto all’inizio, ma il lettore si lascia coinvolgere insieme al protagonista, Alessandro Bitossi, per gli amici Sandro.

Non mi resta che augurarvi buona lettura e… ricordate: non alterate mai l’equilibrio con i vostri comportamenti. O preparatevi, un giorno, a pagarne le conseguenze. Parola di Stefano Cirri!





“Una storia semplice” – Leonardo Sciascia

Della complessità del reale

Quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo pronunciato Semplicemente oppure è semplice? Spiegando qualcosa che sembrava del tutto scontato, ovvio, rimanendo increduli di fronte all’altrui incapacità di cogliere in modo istantaneo la soluzione del problema. Tutte le volte in cui ci comportiamo in questo modo, stiamo forse perdendo di vista che la realtà spesso sia più complessa di quanto ci appare e che il modo in cui noi la percepiamo sia soltanto uno tra quelli possibili.


Facciamo un esempio… semplice, per rimanere in tema.

Davanti a noi un bambino sta piangendo. Perché? Alcuni di noi risponderebbero: Semplicemente perché è triste.

Eppure questa non è che una nostra supposizione, che si basa soltanto sul pianto e sull’idea (più o meno calzante) che si pianga quando si è tristi. La nostra spiegazione non è che un’intuizione dettata da osservazioni frequenti o da congetture in apparenza superficiali. Un restare a galla, senza immergersi in profondità per scandagliare il fondale marino.

Eppure, quel pianto potrebbe avere motivazioni diverse, come la paura, il sonno, la fame, il senso di solitudine. E, perché no, anche la felicità.
Oltre la semplicità di un fenomeno, approfondendo, si può arrivare alla complessità.



Oltre la semplicità di un fenomeno, approfondendo, si può arrivare alla complessità.


Anche in Una storia semplice la spiegazione appare chiara ed evidente: l’uomo trovato morto in una casa che avrebbe dovuto essere abbandonata si è ucciso. Semplice, no? Il biglietto, l’ultimo messaggio con la semplice scritta ho trovato. e quel punto fermo finale sembrano confermare questa ipotesi. Perché indagare? Perché scendere a un livello più basso e nascosto, più profondo e difficile da scrutare?


Questo è il male che talvolta si impossessa di noi: ci accontentiamo di una semplicità svilente, che non è appunto semplice, ma semplicistica. Fingiamo che tutto sia di facile soluzione, perché è più comodo per noi, soprattutto se la verità che rischia di emergere dalle acque ci riguarda da vicino, in un’ottica di colpe e di delitti. Anche il riduzionismo di cui ci macchiamo diventa una colpa, una colpa doppia, in quanto scegliamo consapevolmente di sporcarci.


Fingiamo che tutto sia di facile soluzione, perché è più comodo per noi, soprattutto se la verità che rischia di emergere dalle acque ci riguarda da vicino, in un'ottica di colpe e di delitti.


Andare oltre, con ostinazione, anche quando tutto e tutti sembrano guidarci all’osservazione della sola superficie, accontentandoci di quella che è solo la prima fermata della ricerca della verità, e spesso quella più lontana dal centro della realtà.

Questa è la lezione del protagonista di Una storia semplice. Una lezione che, a ben guardare, possiamo trovare anche ovunque intorno a noi. Soprattutto negli ultimi giorni.


Consigli di utilizzo per la ricerca di una verità non superficiale:

  1. Mettiti qualcosa di comodo, che non hai paura di macchiare;
  2. Se indossi gli occhiali, pulisci bene le lenti; ricordati anche la mascherina da immersione;
  3. Ricordati di portare con te occhiali di riserva, qualcosa per scrivere, qualcosa su cui scrivere. Ciò che dovrai scrivere lo troverai durante e dopo la ricerca;
  4. Quando trovi acque torbide, lancia un sasso, poi un legno: assicurati che non ci siano sabbie mobili;
  5. Se decidi di tuffarti, perché in superficie e dall’esterno non si vede granché, non avere paura di sporcarti; i vestiti potrai lavarli quando avrai finito il tuo viaggio;
  6. Sii consapevole che potresti trovare qualcosa che non ti piace; ricordatelo, se decidi di buttarti;
  7. Ricordati di tornare a galla a respirare;
  8. Ricordati di tornare a galla a respirare (e non è un semplice errore di compilazione dei consigli, una ripetizione. Questo è un consiglio che merita di essere ripetuto).


“Polvere nel vento” – Chiara Kiki Effe

Della relatività dei tempi, dell’inesorabilità del tempo.

Che cos’è il tempo se non una successione di fatti che scorre? Il tempo della vita inizia prima che ce ne rendiamo conto e si conclude, a volte, senza averne coscienza. Ma stiamo divagando.

Eppure, tutto in Polvere nel vento richiama il tempo, anche la struttura dell’opera. L’autrice Chiara Kiki Effe è stata molto brava a costruire un prologo di impatto e poi a portarci indietro, strutturando i capitoli in modo tale che, finito uno, hai ancora voglia di saperne di più e ne divori un altro. Sì, perché è stata in grado di costruire in maniera impeccabile il ritmo delle vicende, e ad alimentare la curiosità verso i protagonisti: chi sono, come si sono conosciuti, come si sono avvicinati e, forse, allontanati.

Sappiamo che li ritroveremo dove li abbiamo lasciati, ci sono piccoli richiami al prologo nella prima parte del libro, ma abbiamo voglia di capire come siano andate le cose, come siano arrivate fino a lì e come proseguiranno quando la narrazione si riallaccerà alla parte iniziale.

Sia detto, per inciso, che l’alternanza dei punti di vista di Willow e di Dean è ben fatta e non crea confusione: i due protagonisti sono ben caratterizzati e intrecciati. Solo unendo i due elementi, avremo una visione completa della storia.


Ma il tempo che cos’è, allora? Quando ci rifugiamo nei ricordi di tempi sereni, di abbracci pieni d’amore e di speranza, il tempo è fermo. Torniamo indietro, viviamo a rallentatore la stessa scena fino a conoscerla a memoria. Siamo noi i protagonisti, oltre che gli spettatori. Così tornare nella vecchia casa riaccende le ferite di Dean. Così ricordare il giuramento fatto a suo marito il giorno del matrimonio distrugge Willow.

Questo rifugio, che sembra sicuro ma in realtà è illusorio, ci uccide. Perché? Dovreste chiederlo, per esempio, al padre di Dean.


Pare che il tempo si fermi quando si incontra l’amore della vita, ma il tempo rallenta o si ferma anche quando
non vogliamo andare avanti, forse per paura, o proprio per paura. Senza il forse. Quello che nessuno dice è che il
tempo, dopo essersi fermato riprende il suo corso e accelera per recuperare.

Polvere nel vento, Chiara Kiki Effe

Essere ancorati ai ricordi, al tempo che è stato e a quanto poi si è dissolto nella realtà (ma non nella memoria) è un ostacolo che ci impedisce di andare avanti, di vivere.

E che cosa succede quando si incontra qualcuno che ci fa stare bene senza chiederci niente in cambio? Senza bisogno di definizioni, di impegni fissi stabiliti. A volte ci si trova a combattere tra la necessità di tornare a vivere e il calore del ricordo di chi abbiamo amato, in un passato più o meno lontano. Siamo spaventati, non sappiamo quale sia la strada giusta da intraprendere.

Dobbiamo combattere il tempo che procede e rifugiarci nei ricordi oppure rassegnarci e lasciarci trasportare dalla corrente? Potremmo correre il rischio di trovare, nel nostro scorrere, qualcosa di incredibile e che merita di essere vissuto.


Il tempo è un traditore, perché continua a scorrere anche quando vorremmo che si fermasse. Così quello che adesso è un attimo, è presente, domani potrebbe essere un ricordo di qualcosa di importante, che forse sul momento non abbiamo assaporato davvero.

Questa riflessione la troviamo anche in Polvere nel vento di Chiara Kiki Effe.


Lie diceva sempre che non si poteva conoscere il valore di un momento finché il momento non
sarebbe diventato un ricordo.

Polvere nel vento, Chiara Kiki Effe

Il tempo passa e non ritorna. Questo è l’insegnamento che tutti intorno a Willow e Dean cercano di trasmettere ai protagonisti. E anche noi lettori, pur vivendo il loro dolore e la loro paura, vorremmo sussurrare loro che è la cosa giusta da fare, che nella vita bisogna concendersi una seconda possibilità. La possibilità, appunto, di essere felici, ora, in questo momento, senza rinnegare ciò che è stato in passato, ma riposizionandolo dove è giusto che stia.


Il tempo è relativo in Polvere nel vento e nella nostra vita, perché a volte ci sembra fermo e ci costringe a rivivere i soliti ricordi, spesso dolorosi anche quando in origine erano felici.

Il tempo è un tiranno perché continua a scorrere anche se noi non vogliamo. Potremmo urlargli di fermarsi, ma ci illuderebbe, non ci ascolterebbe davvero.

Il tempo è un alleato perché se lo accettiamo, se accettiamo che lo scorrere faccia parte della sua natura, saprà offrirci nuove opportunità e ci darà la spinta per coglierle.

Il tempo è folle perché procede indipendentemente da tutto e da tutti. Il tempo ci rende folli perché abbiamo pochi strumenti per fermarlo e non ci resta che viverlo.

Vivi il tempo che hai, fai tesoro dei ricordi, ma non dimenticare di guardare quello che ogni giorno ti viene offerto. Questo è il suggerimento che ci arriva con Polvere nel vento di Chiara Kiki Effe. E, come lettori, dobbiamo accoglierlo e fare la nostra parte per mantenere questa promessa, senza rimandare al domani, ma iniziando subito.




“Orologi rossi” – Leni Zumas

Perché la maternità non definisca la femminilità.

Attenzione: siamo di fronte a un distopico che poi tanto distopico non appare. Certo, tra queste pagine c’è il Muro Rosa che separa l’America dal Canada. Ci sono leggi già entrate in vigore e altre che stanno per farlo che cambieranno soprattutto la vita delle donne. E allora dov’è l’inganno? Siamo di fronte a un romanzo che, come ogni distopia che si rispetti, ci mette in guardia dall’estremizzazione di condotte e pensieri già presenti nel mondo reale e contemporaneo.

Volete un esempio? Quante di voi donne, lettrici di questo blog, si sono sentite chiedere: E tu che aspetti a fare un figlio? Oppure, d’altro canto: Hai una famiglia, una casa… ma che cosa ti manca? Qualcuno potrebbe ribattere che dietro queste due solo in apparenza innocenti domande non si nasconda niente di sbagliato. A voler proprio cercare il pelo nell’uovo, forse un peccatuccio di curiosità. Invece no, non è così.

Restate con me e vi spiegherò perché.


Avete mai sentito rivolgere almeno una di queste domande a un uomo? No, vero? Lo immaginavo.

Perché per qualche strano retaggio culturale e sociale, la femminilità continua a essere identificata con la maternità. Anche se non hai figli, è probabile che chi è intorno a te si chieda se ne farai mai. Se ti prendi cura di qualcuno, penseranno che è un modo per sublimare questa necessità.

In poche parole, quello che Leni Zumas ci spinge a chiederci, se non lo abbiamo mai fatto prima, è se la maternità sia la definizione completa e perfetta della femminilità, intesa come l’esser appunto soggetti umani di sesso femminile. Solo se sono madre posso dirmi donna? Un pensiero che fa rabbrividire, ma che, vi assicuro, è estremamente radicato in certi pensieri e che ancora oggi, nel 2021, facciamo tanta fatica a combattere.


Volete un esempio? Quante di voi donne, lettrici di questo blog, si sono sentite chiedere: E tu che aspetti a fare un figlio? Oppure, d'altro canto: Hai una famiglia, una casa... ma che cosa ti manca? Qualcuno potrebbe ribattere che dietro queste due solo in apparenza innocenti domande non si nasconda niente di sbagliato. A voler proprio cercare il pelo nell'uovo, forse un peccatuccio di curiosità. Invece no, non è così.


In Orologi rossi troviamo in apparenza quattro protagoniste femminili. Sottolineo in apparenza, perché assistiamo anche a frammenti di vita dell’esploratrice polare Eivør Mínervudottír, di cui la biografa Ro sta scrivendo. Un’esploratrice del diciannovesimo secolo, che si muove in una società e in un contesto popolato da personaggi maschili. Una donna libera che ha posto nella ricerca il fine della sua esistenza. Una vita, detto per inciso, che la porta a viaggiare e a conoscere, ma che le toglie i giusti riconoscimenti che si meriterebbe.


Tornando, invece, a parlare delle quattro protagoniste ufficiali, il primo particolare che salta agli occhi, insieme all’alternanza delle loro voci, è che siano individuate nella divisione in capitoli non con il loro nome, ma con uno status: la biografa, la guaritrice, la figlia, la moglie. Una parola che dovrebbe dire tutto di loro, ma che crolla quando la complessità del loro esser donna e dei loro singoli desideri viene fuori prepotente. Scorriamo velocemente ognuna di loro, per cercare di capire la complessità che si cela dietro le etichette che, ormai lo sapete, detesto e mi vanno un po’ strette.


Siamo donne, tutte, tutte noi. Non sarà un figlio a renderci più o meno donne. La nostra femminilità è complessa, non esiste una definizione univoca e ciò che caratterizza una di noi può contrapporsi in modo netto a quello che ne caratterizza un'altra. Nessuna sarà migliore o peggiore. Saremo solo diverse. 
Perché uno degli insegnamenti di questo libro è che la femminilità non è risponde a una definizione univoca.

La biografa Ro è una donna single. Ha un lavoro, una casa. Ha anche una passione che coltiva. Insomma, ha scelto di non accompagnarsi a qualcuno, ma non per questo non conosce l’amore. Forse è uno dei personaggi che lo conosce più di tutti, perché è ancora forte in lei il ricordo del fratello perso in modo drammatico qualche tempo prima.

Eppure, Ro vuole un figlio. Come donna single, però, presto non potrà più averlo.

Ro è una donna che combatte contro il desiderio di avere un figlio e un corpo che lei definisce guasto, in una società che la invita a farsene una ragione e che poi le proibisce di diventare madre in altri modi.


La guaritrice Gin è madre e figlia della natura. Un’incarnazione contemporanea delle vecchie streghe apertamente perseguitate e guardate con sospetto nel Medioevo, ma alla cui porta si andava a bussare per risolvere piccoli e grandi problemi. Gin, con i suoi segreti e misteri, è la rappresentazione del fascino e al contempo della paura del potere femminile.

Segnalo, per i lettori, che i passaggi del libro in cui ci immergiamo nei pensieri di Gin sono quelli più particolari e potrebbero richiedere una lettura ripetuta per essere compresi al meglio. D’altronde, l’ho scritto subito, la guaritrice appartiene a un mondo magico che si distacca da Newville, un villaggio di pescatori nell’Oregon.

Eppure, ve lo assicuro, Gin sarà il fil rouge che unirà tutte le protagoniste.


La figlia Mattie è un’allieva di Ro: brillante, ambiziosa. Peccato che resti incinta del ragazzo che si stanca subito di lei, prima che lei possa condividere con lui la notizia della gravidanza.

Una gravidanza, questa, che Mattie non accetta. La legge che garantisce piena tutela dei diritti dell’embrione basterà a convincerla a tenere il figlio? Da sottolineare, credo, anche il fatto che Mattie sia stata a sua volta adottata. Dovrebbe, in poche parole, conoscere l’importanza di una possibilità diversa.


La moglie Susan conduce una vita in apparenza perfetta: una casa, un marito, due bambini. Ro la invidia. Susan invece invidia la libertà di Ro.

Susan è una donna che si dedica quasi interamente alla famiglia. Dovrebbe fare di più in casa, forse potrebbe farlo, ma questo è quanto ci si aspetterebbe da lei, non quello che desidera realmente. Susan vorrebbe soltanto un po’ di tempo per sé, un momento di evasione. Vorrebbe tutto questo, ma si sente bloccata nella definizione di perfezione che gli altri le hanno dato. Eppure si sente insoddisfatta, infelice. Così tanto da arrivare a pensare di farla finita.

[A questo proposito, apro una parentesi per suggerire un altro bellissimo libro su una figura materna non convenzionale: Carole Fives, Fino all’alba]


Che cosa ci insegna questo libro?

Tante cose e sarebbe riduttivo provarle a elencare tutte. Uno degli insegnamenti principali e che sposa il tema del libro e di questa recensione, è che la maternità non ci definisce. Non è l’aver fatto o meno un figlio a renderci o no donne. Non è l’aver sentito il desiderio di una gravidanza o al contrario non aver scelto questa strada a renderci o no donne.

Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere, soprattutto le donne. Sì, perché le domande che vi ho riportato all’inizio feriscono sempre, ma soprattutto quando chi le pronuncia è una di noi.

Siamo donne, tutte, tutte noi. Non sarà un figlio a renderci più o meno donne. La nostra femminilità è complessa, non esiste una definizione univoca e ciò che caratterizza una di noi può contrapporsi in modo netto a quello che ne caratterizza un’altra. Nessuna sarà migliore o peggiore. Saremo solo diverse. Perché uno degli insegnamenti di questo libro è che la femminilità non è risponde a una definizione univoca.



“Il grande male” – Georges Simenon

Natura e significati dei mali dell’uomo.

Che cos’è male? Ne esiste un solo tipo oppure ce ne sono diversi e uno, uno tra loro, è più pesante degli altri? Tra tutti questi mali, qual è il peggiore?

Sarei curiosa di leggere i vostri pensieri, adesso, mentre scorrete le prime righe di questa recensione. Credo che alcuni di voi individueranno il male nel peccato, quel male definito dalle istituzioni religiose come una macchia che ci allontana da Dio. Un male che è una colpa, ma cancellabile con un complesso procedimento di ammissione, pentimento, confessione, penitenza e redenzione. Quel grande male che spesso siamo incapaci di riconoscere da soli, perché in apparenza può sembrare simile al bene, all’interesse o al piacere. Questo tipo di male, si lega a qualcosa che ci provoca sensazioni in apparenza positive, ma si rivela una condanna. Il grande male, spesso, si confonde con il bene personale, in una società che ha fatto dell’individualismo una legge della sopravvivenza.

Non è questo, però, il male che Simenon ci mostra nel suo romanzo.


Alcuni di voi avranno pensato al malessere insidioso, persistente e spesso invisibile agli occhi esterni. Quel tipo di male che rende l’uomo incapace di vivere serenamente con se stesso. Un male psichico che si attacca alla pelle sopra e sotto la superficie, che sembra diventare una parte di noi da cui non possiamo separarci. Il male oscuro e oscurante, in grado di tingere di nero tutto quello che tocca. Un male che ricorda la celebre Paint it black di The Rolling Stones.

Quando ho letto il titolo del libro di Simenon, ho pensato che si riferisse a questo tipo di male, cioè a quello esistenziale, il male cioè di vivere. In realtà l’autore affronta un argomento diverso.


Quando ho letto il titolo del libro di Simenon, ho pensato che si riferisse a questo tipo di male, cioè a quello esistenziale, il male cioè di vivere. In realtà l'autore affronta un argomento diverso.


Il grande male di cui scrive Simenon è una malattia circondata da un alone di mistero e di superstizione. I suoi segni sono però ben visibili: debolezza, tremori, febbre.

Da dove viene questo male? E perché è così deprimente?

Chi si è trovato ad assistere a un attacco epilettico potrebbe aver sperimentato un forte senso di impotenza. Le tracce sono visibili anche quando si è concluso e spesso anche a distanza di ore o di giorni. Non c’è una vera libertà in chi ne è affetto, né nelle persone che gli sono intorno.


Se l’epilessia, poi, come nel romanzo di Simenon, colpisce un uomo in una società rurale e matriarcale, la sofferenza si trasforma in disagio anche per il resto della famiglia.

A differenza della giovane moglie, che a tratti sembra soffrire proprio dello stesso male del marito, quasi fosse una malattia contagiosa, è la suocera a vivere la malattia del genero come un’onta. La debolezza fisica e quella caratteriale si rafforzano così a vicenda, diventando l’una causa o espediente dell’altra.

Segnalo, per amore di completezza, che questa malattia vissuta come paura e debolezza è presente anche in un’altra opera di Simenon, La camera azzurra.


Il grande male di cui scrive Simenon è una malattia circondata da un alone di mistero e di superstizione. I suoi segni sono però ben visibili: debolezza, tremori, febbre.


Può davvero essere soltanto l’epilessia Il grande male presente nel libro di Simenon?

Non credo. C’è il delitto compiuto nelle prime pagine con una tranquillità disarmante.

Il dolore della moglie, che potremmo forse definire depressa.

Il dolore di un padre, in attesa di una giustizia incapace di compiersi, che affoga rabbia e disperazione nell’alcol.

E quel senso di non appartenenza, di estraneità al paese, ma anche alla propria famiglia anaffettiva.


Le possibili declinazioni del significato di Il grande male si allargano e si trasfigurano. L’epilessia, più che il tema centrale, appare il capro espiatorio di tutti questi altri mali. Dalla loro unione avrà origine un male complesso, sfaccettato, impossibile da accettare e da superare.

Un male contro cui molti si scontreranno, ma solo chi volterà pagina potrà definirsi davvero libero da lui.



“Cambiare l’acqua ai fiori” – Valérie Perrin [Recensione filosofica]

Un romanzo sulla vita

Attenzione! Questo non è un doppione. Se ti sembra di aver già letto una mia recensione su Cambiare l’acqua ai fiori è perché probabilmente hai letto qui la recensione a tema bellezza per la rubrica Bellezza sopra le righe. Se non l’hai ancora fatto, è il momento giusto per recuperare!

Non perdiamo altro tempo e tuffiamoci di nuovo tra le pagine di questo caso editoriale.


Ci si può aspettare che un romanzo la cui protagonista è la guardiana di un cimitero abbia per tema principale la morte.

Cambiare l’acqua ai fiori, invece, è un romanzo che tratta della vita, della vita sotto ogni suo aspetto, anche quelli più difficili da affrontare e, per riflesso, da accettare.


La morte non è l'antitesi della vita, slegata da essa, contrapposta, nemica. La morte non è che una faccia della vita, una delle vesti, una delle caratteristiche.

Ho letteralmente divorato questo libro, letto in cinque giorni. Cambiare l’acqua ai fiori è stato il primo titolo del 2021 ed è arrivato tra le mie mani in un momento personale difficile, a tre mesi dalla morte di mia nonna. L’ho letto, quindi, nel cuore del lutto.

Per alcune persone può essere stata una scelta singolare, mentre altri hanno colto la mia esigenza di leggere un libro come questo in un periodo così particolare. Eppure, lì dentro non ho trovato quello che ci si potrebbe aspettare di trovare, in modo forse superficiale, leggendone la trama.


Durante certi passaggi ho provato dolore. Un dolore assoluto, sì, palpabile in ogni capitolo, ma la morte non è l’unico tema della storia. Anzi, in un certo senso, si potrebbe dire che non lo è affatto.

Perché la morte non è altro che una parte della vita e alcuni, i più audaci esistenzialisti, potrebbero persino affermare che è la morte a dare un senso alla vita.

La morte non è l’antitesi della vita, slegata da essa, contrapposta, nemica. La morte non è che una faccia della vita, una delle vesti, una delle caratteristiche.

La morte sta alla vita come lo fanno la nascita, l’amore, la passione, il desiderio, l’amicizia, la speranza, la delusione, il dolore.

La morte non è che un passaggio necessario, certo doloroso, ma non per questo la vita non merita di essere vissuta.


Indossare l'inverno sopra l'estate: sotto e dietro la morte, c'è la vita.

Indossare l’inverno sopra l’estate: sotto e dietro la morte, c’è la vita.

Questo è l’insegnamento più grande di Violette, la guardiana. Non solo del cimitero, ma dei segreti della vita.



“Shining” – Stephen King

Una questione di redenzione

C’è un concetto, sullo sfondo, sfocato, ma visibile. Un concetto che rischia di passare inosservato, ma che spiega, a mio avviso, uno dei sensi più profondi del romanzo Shining di Stephen King. Un capolavoro, come abbiamo già visto, che ha ispirato anche un capolavoro cinematografico. Se non lo hai ancora fatto, trovi qui un articolo sulle differenze principali tra i due.


Jack, uno dei personaggi principali, ha un passato burrascoso, caratterizzato da alcolismo ed esplosioni di rabbia e di violenza. Ha fatto male a suo figlio in quello che tutti definiscono l’incidente. Ha visto cose che non avrebbe dovuto e che forse lo hanno cambiato. Ha combinato un gran pasticcio con George Hatfield.

Jack fa qualcosa di pericoloso: mette di nuovo in pericolo Danny. Passa sempre più tempo nel locale della caldaia, il suo umore è strano. Wendy sospetta che abbia ricominciato a bere. E qui, nel cuore del libro, al 54% di lettura, Stephen King scrive quella parola che, a mio avviso, è la chiave di lettura dell’intero romanzo: redenzione.


Ma se uno si redime, non merita forse che prima o poi la redenzione sia accreditata a suo merito?

“Shining”, Stephen King

Gli occhi di Wendy lo guardano con sospetto, anche se nell’Overlook Hotel non ci sono alcolici. O, almeno, non in questo tempo. Perché Jack è sicuro di aver visto delle bottiglie dietro il bancone. E Lloyd, che ritroviamo anche nel film, non si sottrarrà dalle mansioni del proprio lavoro.


La redenzione è possibile? Se si prova a riscattare davvero chi siamo stati cambiando rotta, gli altri saranno disposti a riconoscerlo? Ci potranno vedere come persone nuove, dimenticando il passato?

Ci sono tutte queste domande in Jack e la risposta che arriverà alla fine del libro sarà probabilmente molto diversa da quella che avrebbe sperato.


Ma che cos’è la redenzione?

La redenzione è la liberazione da una condizione di impurità (come nel caso di Jack, reo di alcolismo e di atteggiamenti violenti ai danni del figlio), di inferiorità o di sofferenza. E qui c’è un po’ il paradosso della redenzione umana: il fatto che ci si possa liberare dalla sofferenza forse soltanto attraverso la sofferenza. Una catarsi verso la libertà, per così dire.

Il concetto di redenzione è centrale nelle religioni mistiche (come il Buddhismo) e in quelle monoteistiche (Ebraismo, Islam, Cristianesimo). In esse la redenzione è salvezza, rimedio, scampo.


La redenzione è, quindi, un concetto religioso che si lega al tema del perdono, dell’assoluzione dai propri peccati e dai propri errori. Una protezione, una via di fuga, dalla dannazione e dalla disgrazia.


Nel Buddhismo, la redenzione è l’azione dell’uomo che si libera dalla ruota del ciclo di vita, morte e rinascita, cioè dal saṃsāra e accede al Nirvana, il traguardo ultimo della sua esistenza.


Nell’Ebraismo, la redenzione è quella di Dio verso il popolo di Israele dagli esili o di un parente che riscatta la proprietà e la libertà di chi l’aveva persa. Gli scopi della redenzione sono, quindi, la liberazione dalla perdita e dalla schiavitù.

Nell’Islam, più che di redenzione, si parla di salvezza.

Nel Cristianesimo, la redenzione è la liberazione dal peccato originale. Gesù, sacrificandosi, libera gli uomini dal peccato e dal Male. Solo in questo modo si attua la riconciliazione di Dio con i suoi figli.


Redenzione è anche una catarsi verso la libertà, per così dire. 

E in Shining di Stephen King?

Jack accetta il lavoro all’Overlook Hotel per necessità, ma soprattutto per desiderio di riscatto. Desidera, cioè, dimostrare di essere in grado di lavorare, di portare a termine i compiti che gli vengono assegnati e di provvedere alle esigenze della sua famiglia. Più di tutto, Jack vuole finire di scrivere l’opera a cui sta lavorando.

Jack cerca di riaffermare se stesso, sia ai propri occhi che a quelli della moglie, una donna che sembra sempre più orientata verso il figlio e che in passato aveva pensato al divorzio.

Jack vorrebbe tutto questo, ma come sembra suggerirsi da solo, per lui la redenzione è impossibile.