“Il delitto di Lord Arthur Savile” – Oscar Wilde

De libero arbitrio. Come conciliare il problema del libero arbitrio con il concetto di predestinazione.

Ti hanno invitato a una festa. Tutto, intorno a te, suggerisce benessere e ricchezza. Gli ospiti sono altolocati e tutto sembra andare per il verso giusto.

Tra la burla e il serio, sei invitato a sottoporti alla lettura della mano. Di fronte a te c’è un uomo dall’aspetto ridicolo e vorresti sorridere, perché tutto ti sembra comico. Qualcosa, però, ti blocca: il sudore sulla fronte del buffo chiromante che sembra così rivelare la scoperta di una verità inconfessabile, terribile. Una di quelle verità in grado di sconvolgere tutti i tuoi piani.

In un istante naufragano tutti i tuoi progetti: il matrimonio, il sogno della felicità, tutto ciò che stai costruendo nella vita.


Possibile prevedere (dunque conoscere) il futuro e al tempo stesso essere liberi di agire?

Il problema della predestinazione è strettamente legato a quello del libero arbitrio: se conosco ciò che sarà, posso intervenire per cambiarlo?

Il protagonista del racconto di Oscar Wilde, Lord Arthur Savile, non affronta questa questione. Si limita ad accettare la profezia che gli è stata rivelata. Non potendo mettere in dubbio la previsione, si chiede come compiere il proprio destino senza recar danno alla futura moglie.



Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe - o dovrebbe? - essere?


In Il delitto di Lord Arthur Savile l’uomo non è totalmente libero di realizzare se stesso. Può soltanto muoversi in uno stretto campo, scegliendo soltanto come attuare quanto gli è stato rivelato.

Erasmo Da Rotterdam e Martin Lutero sono lontani nel tempo, ma l’eco delle loro voci arriva fino a Oscar Wilde che le amplifica e trasforma la loro lotta nel filo rosso che guida questo racconto.


C’è un’altra riflessione che si affaccia sullo sfondo e che rappresenta una delle questioni principali della filosofia: il potere di nominare le cose per renderle reali.

Può bastare dire qualcosa per fare in modo che si realizzi? La parola può da sola conferire essenza ed esistenza alle cose?


Forse è meglio non sfidare né il destino né chi crede di poterlo leggere. Meglio non porgere la mano a chi sostiene di vedere il futuro se non siamo disposti ad accettare quello che ci sarà rivelato.


Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe – o dovrebbe? – essere?

Meglio fingere, infine, di essere liberi e correre così il rischio di essere realmente liberi?


E tu cosa faresti al posto di Lord Arthur Savile? Porgeresti la tua mano per una lettura? E, una volta conosciuto il futuro, lo accetteresti o combatteresti per cambiarlo?



“La città sostituita” – P. K. Dick

Dell’esistenza del male e del bene. Dell’esistenza del male nonostante il bene

In La città sostituita di P. K. Dick non c’è il rassicurante monismo di un unico principio, di una sola e positiva entità metafisica.


1957: due guerre mondiali alle spalle e una terribile e subdola ostilità che prende vita nella guerra fredda. Un braccio armato senza armi, una tensione che non sfocia in uno scontro diretto.

In questo contesto storico nasce quest’opera di Dick. Un contesto in cui è difficile essere speranzosi. La disfatta sembra ineluttabile e sembra che a rischiare non sia un’unica fazione, ma l’intero universo.


C'è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

La città sostituita viene definito un libro religioso, perché in esso si scontrano due entità: una rappresenta il Bene e la Vita, l’altra il Male e la Morte.

Di questa lotta sono spettatori sempre più coscienti, ridestati dal loro sonno dogmatico, e allo stesso tempo sono posta in gioco i sostituti degli uomini, ovvero le persone non reali che hanno sostituito i veri abitanti della città originaria.


Che cosa succede in questo combattimento? Il Bene sta per sopperire. E qui arriva quella riflessione tipicamente umana che in questo libro trova voce nell’autore e nei protagonisti: perché esiste il Male? E perché il Male prende sempre più spazio fino a soffocare il Bene?

I due principi, Bene e Male, incarnati da due possenti divinità antiche, hanno lo stesso valore ontologico, esistenziale, in linea con una concezione manichea dei principi dell’Universo e vivono in un’eterna e incontrastabile lotta tra loro.


C’è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

Principi, dunque, che non bastano a se stessi, ma che necessitano di fronteggiarsi all’esterno, nel mondo, contendendosi un dominio di terre e di anime.


Perché, dunque, il Bene permette al Male di esistere, di estendersi, di catturare anime? Di trasformare una città accogliente in un agglomerato di edifici fatiscenti?


Ogni essere vivente partecipa alla lotta.

Tra le forze utilizzate dal Male c’è l’animale principe, il tentatore, il serpente.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Non male non può sparire, scriveva Platone dando voce a Socrate. In un contesto politeista, con divinità antropomorfe, spesso Bene e Male non sono mai nettamente contrapposte.

Così, per esempio, nei poemi omerici, la stessa divinità era benevola nei confronti di un eroe e nemica di un altro.

I contrasti tra gli dei trovavano spiegazione nelle cosmogonie, in conflitti che vedevano gli stessi dei protagonisti e vittime.


Nello zoroastrismo, dottrina ispirata al profeta Zarathustra, affonda la propria radice La città sostituita di P. K. Dick.

Siamo lontani dai territori americani ed europei. Siamo ben prima della nascita (reale o presunta) di Cristo.

Accanto alla luce, al principio di bontà, viene creato Ahriman, lo Spirito del Male, delle tenebre e della morte.

La lotta inevitabile tra i due principi, quello del Bene e quello del Male, porterà l’umanità a scegliere quale via seguire, condannando se stessa alla felicità o all’infelicità. Il Bene, prima o poi, trionferà.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Nella dottrina cristiana, invece, la giustificazione dell’esistenza del Male è dovuta in particolar modo all’esistenza del libero arbitrio. Se non esistesse il male, infatti, l’uomo non sarebbe libero di scegliere.


Il viaggio di Dick si sposta ancora in tempi più antichi. L’autore attinge al pensiero per cui fare il Bene deriva dalla conoscenza del Bene. La lotta tra i due principi spinge sì gli uomini a combattere, ma la temporanea supremazia del Male è data solo dall’inconsapevolezza del Bene di essere Bene.

Il Bene deve essere (ri)conosciuto, dapprima dall’esterno. Solo così la verità potrà rivelarsi.


In La città sostituita dietro l’apparente tema della realtà contrapposta alla finzione si nasconde la questione del Male che ha animato millenni di dibattiti filosofici.

E Dick che cosa fa? La risposta che ci fornisce rafforza con nuovi mezzi e nuove immagini le teorie più antiche e, forse, più genuine tramandate nei secoli da filosofi e teologi.

Il Male esiste. Il Bene e il Male combattono tra loro. Conosci il Bene, fai il Bene.



“La penultima verità” – P. K. Dick

Riflessioni sul mito della caverna

C’è una differenza sostanziale tra realtà e verità. Eppure, nella nostra lingua i due termini e i relativi aggettivi vengono spesso utilizzati come sinonimi. In La camera azzurra di Georges Simenon e in La penultima verità di Philip K. Dick, la questione si pone in modo inequivocabile.


Osserviamo ciò che ci appare intorno, ciò che chiamiamo reale e che sosteniamo esistere: il nostro mondo, la nostra casa e le relazioni che ogni giorno intrecciamo. Così crediamo di vivere liberi, di avere di fronte a noi un’infinità di scelte, salvo poi scontrarci con una discrepanza tra ciò che pensiamo e ciò che, appunto, è reale.

Solo nel caso in cui ci sia un’effettiva coincidenza tra pensiero e realtà potremmo parlare di verità.


Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero oltre che reale?

L’esempio offerto da Matrix può aiutare a chiarire questo interessante concetto: viviamo in un ambiente, compiamo azioni. Meglio ancora: pensiamo di vivere in un ambiente e di compiere certe azioni. Eppure siamo costretti a uno stato di coscienza alterato, artificiale, come durante il sonno: siamo nel nostro letto e sogniamo di muoverci. Il nostro sogno è reale, certo, ma non è vero, perché pensiero e realtà non coincidono.


La verità sembrerebbe un livello superiore della realtà, quello compiuto, quello perfetto.

Possiamo essere sicuri che quello che viviamo sia vero, oltre che reale?

Siamo certi che questa recensione esista? E che sia così, esattamente come la leggiamo e la pensiamo?


Durante la lettura di La penultima verità di P. K. Dick ho pensato spesso al mito della caverna esposto da Platone ne La Repubblica. Ci sono schiavi che possono guardare soltanto davanti a sé. Sono legati, prigionieri. Prigionieri, in primis, delle loro false convinzioni. Uno di loro, però, riesce a liberarsi e si volta. Scopre che no, quelle ombre sul muro, pur essendo reali non sono vere. Non erano uomini in carne e ossa, ma solo una proiezione di qualcosa di diverso.

Ma. Il grande ma. Neppure questo qualcosa è verità. Non è che una statuetta mossa da uomini. Reali, anche loro, certamente, ma nessuno vero come il mondo fuori dalla caverna.


La vita nel formicaio di La penultima verità è un esempio di questo celebre mito.

Si vive così in un formicaio, in uno dei formicai costruiti nel sottosuolo a chilometri e chilometri di profondità.

Che cosa ha trasformato gli uomini in formiche? La guerra. Adesso gli uomini sono costretti a vivere sottoterra, in spazi angusti, in ambienti sovraffollati, a lavorare e a produrre per soddisfare le esigenze belliche del mondo di sopra.


E se la guerra fosse finita?

Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.


E se qualche uomo dovesse, per un motivo qualsiasi, uscire in superficie e a accorgersi della verità? Dovrebbe tornare indietro e avvertire gli altri?

Già Platone si era posto questa domanda e la risposta si era rivelata amara. Tornare avrebbe significato esser preso per pazzo o, peggio, essere ucciso.


E se la guerra fosse finita?
Già. Questa è la verità. Gli abitanti della superficie mantengono quelli del sottosuolo all’oscuro, prigionieri in una falsa realtà.

Nicholas St. James vuole tornare. Deve farlo, ma prima deve portare a termine una missione: combattere con nemici e con una realtà che si sgretola per rivelare la verità.


Eccolo, il confine tra reale e vero.

E tu sei sicuro che tutto quello che ti circonda sia vero, oltre che reale?



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“Rosemary’s Baby” – Ira Levin

A ogni costo? Sì, a ogni costo.

Qualcuno ama definirle ambizioni. Qualcun altro sogni.

Forse la questione è più semplice di quanto si pensi: se al sogno si aggiunge l’ambizione, si arriva al progetto. Dal progetto, se sei fortunato o se vendi l’anima al Diavolo, potresti arrivare alla realtà.

Ecco, non ho usato queste espressioni a caso. Di Diavolo tratta proprio Rosemary’s Baby, romanzo del 1967 da cui, nell’anno successivo, fu tratto l’omonimo film. Qualche anno fa è stata realizzata anche una miniserie in due puntate, ma non siamo qui a parlare di questo.


Ma tu che cosa sei disposto a fare per realizzare i tuoi sogni? Per fare in modo che tutti quei passaggi diventino veri, e l’evanescenza si tramuti in concretezza e quotidianità? Esistono sogni per loro natura irrealizzabili? E sogni da cui sarebbe bene tenersi lontani?


Esiste qualcosa per cui saresti disposto a sacrificare tutto?

Se ti stai chiedendo quale domanda proporrei per questo libro, quale questione filosofica sia al centro di questa storia, la risposta è semplicissima: “A ogni costo?”

Saresti disposto a pagare ogni costo per far diventare il tuo sogno realtà?

Solo tu hai la risposta giusta alla tua domanda. Io ho sempre creduto di sì, di essere pronta a tutto. Questo libro mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che, almeno per me, ci sono barriere da non oltrepassare. Oggi, dopo anni, uno dei limiti che mi voglio porre è Chiara: non fare mai qualcosa che possa danneggiarla.


Soldi? Successo? Amore? Magari anche un figlio?

Un palazzo rinomato.

Rosemary è disposta a rinunciare alla sua casa appena acquistata per trasferirsi in un appartamento di quell’edificio così rinomato. Famoso, sì, ma anche sinistro. Uno di quegli edifici che fanno venire voglia di girare le spalle e correre lontano appena passi lì davanti.

Con questo primo sì, con questa prima rinuncia, si apre il romanzo Rosemary’s Baby. Sarà proprio questo sì, in apparenza così piccolo, appena due lettere e solo quattro mura di differenza, a cambiare in maniera irreversibile la vita della protagonista.


Il successo.

Un marito spesso assente, il successo che sembra arrivare e travolgerlo. La gioia di Rosemary, sì, ma anche un profondo senso di solitudine. Lei, appassionata di moda, schiava dell’apparenza, combatte la noia e l’isolamento socializzando con quei vicini un po’ strani e invadenti.


Un figlio.

Un figlio, fare un figlio, avere un figlio.

Un inganno per legare a sé il marito e sentirsi sempre meno sola. Forse per sentirsi più completa.


A ogni costo, Rosemary? Sì, a ogni costo.

Rosemary cerca sollievo alla solitudine, all’incapacità di essere felice e di sentirsi realizzata. Di questo si macchia nel libro, questo è il sentimento nascosto dietro il suo A ogni costo.

Anche Guy, il marito di Rosemary risponde così. Vuole la fama ed è disposto a pagare qualsiasi prezzo per ottenerla. Riesci a immaginare che cosa abbia venduto?


Qual è la particolarità di Rosemary’s Baby? Lasciamo perdere la fantomatica maledizione che avrebbe portato alla morte di Sharon Tate, la moglie di Polanski, all’ottavo mese di gravidanza. Incinta, come Rosemary. Uccisa in nome del Diavolo. A ogni costo.

Quello che sorprende in Rosemary’s Baby è la corruzione di una giovane donna normale: ambiziosa, sì; magari un po’ vanitosa e con qualche leggerezza. Ma il prezzo da pagare per quelli che saranno a tutti gli effetti scambi è troppo alto.


Rosemary cerca sollievo alla solitudine, all’incapacità di essere felice e di sentirsi realizzata. Di questo si macchia nel libro, questo è il sentimento nascosto dietro il suo A ogni costo.

Non amo definire la letteratura di genere come letteratura di intrattenimento, lo avrete capito. Penso che i grandi romanzi, le grandi storie, si facciano veicolo di messaggi e che portino valore in chi legge.

Rosemary’s Baby ci invita a riflettere proprio sui nostri desideri e sui sacrifici che siamo disposti a compiere per realizzarli. Rosemary e suo marito Guy l’hanno capito a proprie spese.


E quindi dov’è il male? Ha un volto? Si nasconde dentro le mura di una stanza o di un edificio maledetto? No, non qui, non davvero.

Il male è nascosto dietro un desiderio. Non ha importanza che tipo di desiderio sia, ma il fatto che per realizzarlo siamo pronti a pagare ogni costo. A ogni costo, anche a discapito della propria morale.



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“Un oscuro scrutare” – P. K. Dick

Se per il bene di molti sia giusto sacrificare il bene del singolo.

Mi è capitato di assistere ad alcune conferenze di filosofia morale che si aprivano con la proiezione di una fotografia: un bambino piccolo, vestito di bianco, occhi grandi e attenti.

“Uccidereste mai questo bambino?”

Dalla platea si levano brusii e gridolini inorriditi. Insomma, stiamo parlando di un bambino!

“E se vi dicessi che questo bambino, un giorno, da grande, ucciderà milioni di persone?”

Cala il silenzio nella sala.

“Questa è una foto di Adolf Hitler”.

Anche chi aveva urlato allo scandalo sembra non avere più niente da dire, perché non sa cosa dire.


Uccidereste mai questo bambino? Neanche se vi dicessi che ucciderà, un giorno, milioni di persone?

Il problema filosofico nascosto in Un oscuro scrutare è molto simile, anche se l’individuo da eliminare per la presunta salvezza di altre persone (di numero non meglio precisato) non è un criminale, un dittatore, ma un agente sotto copertura.

Nel piccolo, restando più vicini al tema del libro, questa domanda me la pongo spesso ascoltando o leggendo le notizie di cronaca: parlano di retate, di esser riusciti finalmente a catturare i pesci grossi, e non viene nominato chi durante il periodo delle operazioni è morto, magari di overdose o per una partita tagliata male, oppure chi si è beccato qualche brutta malattia. I sacrificabili, i tossicodipendenti in questo caso, per arrivare a catturare chi occupa gradini più alti di quelli dello spacciatore di quartiere. E con quelli che muoiono, muoiono anche i loro cari.


Esistono vite sacrificabili?

E chi è in grado di stabilire quali vite lo siano e quali no? Con quale diritto?

A questo assistiamo in Un oscuro scrutare: la disintegrazione dell’identità e dell’esistenza di un individuo per un presunto fine superiore.
Presunto per chi? Superiore a cosa?


In un Oscuro scrutare seguiamo il lento dilagare di dissociazione e di follia in chi dovrebbe difendere gli altri e, a sua volta, essere difeso.

La solitudine, il disgusto e l’amarezza dilagano pagina dopo pagina e la domanda sui limiti del Bene, sui limiti cioè del fare del Bene, acquista sempre più forza.


Osservando gli effetti di questo presunto Bene, viene da chiedersi se il bene sia realmente bene. Se un bene agisce compiendo il male è davvero benevolo, benefico, benevolente o in ogni altro modo si voglia definire quello che la morale sembra suggerirci?


Mi sono posta molte volte questa domanda, ma non è questo lo spazio per la mia risposta.

Ognuno di noi ha la propria, che sia filosofica, religiosa o emotiva.

E tu vuoi condividere la tua opinione su questo tema? Per il bene della pluralità è giusto sacrificare il bene del singolo?



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