“Il gabbiano Jonathan Livingston” – Richard Bach

Ricordo ancora il giorno in cui ho acquistato questo libro. Eravamo entrati in una libreria a Marina di Massa e mio marito si era meravigliato che non lo avessi mai letto. Sotto suo consiglio lo comprai. Divorato in un paio di giorni.

Un libro intenso e carico di significati. Un libro poetico.

Per questo libro avevo redatto una recensione in tre parole. Una recensione veloce, anche per chi la legge.

Consiglio, a chi ha letto Il gabbiano Jonathan Livingston di pensare alle sue tre parole prima di leggere le mie. Sarà curioso confrontarle, magari insieme, e capire che cosa questa lettura ha lasciato a entrambi e cosa no.


Libertà

Volare per il piacere di volare, senza limitarsi a farlo per il cibo. Un po’ come lavorare per il piacere di farlo, e non per sopravvivere. Un po’ come vivere per il gusto di vivere, liberi da ogni bisogno e da ogni dovere. Questo, per me, è il sapore della libertà.

Reietto

Chi si scaglia contro qualcosa condiviso dalla maggioranza viene allontanato ed escluso. Chi parla con un reietto diventa a sua volta Reietto. Chi guarda un Reietto, diventa a sua volta un Reietto.

Essere reietti è non essere necessariamente conformi a quello che gli altri si aspettano. Non essere, quindi, uniformi.

Condivisione

Imparare cose nuove è bello, ma se si tiene per sé quello che abbiamo appreso, senza aiutare gli altri, che senso ha? Condividere quello che sappiamo è un modo per scambiare conoscenze. Un modo, quindi, per arricchirsi e crescere.


Le tre parole per “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach per me sono:

Libertà – Reietto – Condivisione


Il gabbiano Jonathan Livingston è quindi un inno alla vera libertà: quella che deriva dal piacere della conoscenza e dalla condivisione, dal distacco dalla necessità e dall’omologazione con chi ci circonda.
Essere se stessi, anche se vuol dire essere reietti. Essere liberi e condividere insieme quello che siamo, oltre quello che sappiamo.

Buona lettura!



“Fiori per Algernon” – Daniel Keyes

Una lettura ancora troppo fresca, con tutto ciò che comporta. Questo romanzo mi era stato suggerito anni fa da una cara amica e allieva, Anna Chiara. Non avevo mai trovato il coraggio di leggerlo, perché sapevo che avrebbe toccato alcuni nervi scoperti.

“Fiori per Algernon” non è un libro facile, perché l’impatto emotivo che ti travolge durante la lettura è sconvolgente. Come vedere le nuvole nere avvicinarsi dal mare inesorabili e uscire comunque di casa. Sentire i primi tuoni, ma continuare a camminare, senza ombrello, senza cercare riparo. Bagnarsi di pioggia gelida, essere percossi dal vento, e restare così, come pulcini spaesati. La tempesta si allontana e l’acqua cade goccia dopo goccia dai tuoi abiti, ma tu resti fermo, al centro della piazza. Non puoi far niente, se non sfruttare la possibilità di piangere senza che altri se ne accorgano.


Le tre parole che ho pensato per questo romanzo – e specifico romanzo, perché in origine Keyes aveva scritto e pubblicato un racconto – sono queste:

Funzionalità

La prima parola è legata allo stile di “Fiori per Algernon”.

Il linguaggio con cui è scritto il diario è sempre funzionale e coerente con il livello di intelligenza di Charlie, il protagonista. Ogni singola lettera è al proprio posto in base a una logica ben precisa.

Universi

Siamo Universi destinati a non incontrarsi mai? Siamo fatti di solitudini, incomunicabilità, aspettative e delusioni. Ognuno di noi fa parte dell’Universo ma è un Universo a sé stante. Forse siamo fatti per non capirci mai?

Tristezza

Questa emozione pervade tutto il libro e ti accompagna anche dopo l’ultima pagina. Persiste, a distanza di giorni. Rimane sulla pelle come la pioggia di cui ti ho parlato all’inizio. E non gocciola per terra, ma dentro di te.

Rispetto al racconto, la tristezza raggiunge un livello più profondo perché di Charlie conosciamo più aspetti: l’infanzia, il rapporto con la madre e con la sorella. E poi le altre due figure femminili con cui Charlie Gordon si rapporta da uomo: Alice e Frey.


Mi mancherà Charlie Gordon.

E questi sono i miei fiori per Algernon. Sono finti, sì, ma almeno non sfioriranno mai.



Ti è piaciuta questa recensione in tre parole?

“Storia dei giorni futuri” – H. G. Wells

La copertina di questo libro mi ha subito colpita.

Ricordo di averlo acquistato al Salone del Libro di Torino a maggio 2018 e di averlo divorato durante il viaggio di ritorno.

Un libro piccolo piccolo, ma che custodisco davvero come un tesoro.

Struttura

Per presentare uno dei protagonisti principali, Wells ricorre all’utilizzo di un suo antenato. Così, per tre pagine, conosciamo prima un avo che il personaggio stesso. Sono simili. L’antenato se ne va e lascia il posto a un nuovo personaggio. Vicini per caratteristiche, ma lontani nel tempo. Anche da questo dettaglio strutturale e narrativo si deduce il pensiero di Wells sull’evoluzione umana.

Profezia

In “Storia dei giorni futuri” troviamo inquietanti accenni alla nostra realtà: apparenza, corsa all’affermazione sociale, gioco d’azzardo, disparità e dibattiti su evoluzione e morte.

“Quindi?”, potresti domandarti.

La prima pubblicazione di “Storia dei giorni futuri” è del 1897.

Civiltà

Impossibile vivere fuori dalla civiltà, ma anche aderirvi totalmente.

Un tema, questo, che ha animato il dibattito filosofico secoli fa e che ancora oggi non trova la formula adatta per riscattare un giusto equilibrio.

E tu preferiresti vivere lontano dalla civiltà e dalla società mantenendo una tua identità oppure rinunciare a tutto te stesso per confonderti con il fluire liquido del mondo?



Ti è piaciuta questa recensione di tre parole?