“Lacerti di anima” – Silvia Lisena

La bellezza della fragilità, la bellezza della forza

Un inno alla libertà e alla vita, con tutte le sue caratteristiche. La voce di una donna insieme fragile e forte. Una bellezza, quella racchiusa in questo libro, che ci spinge a guardare il nostro corpo e tutto quello che sente e racchiude. Ci scopriamo ridotti in brandelli, ma vivi. Sentiamo dolore, ma anche amore e forza. Ci alziamo in volo, liberati dalla gabbia e ci uniamo nel vento, come nella sua Ad un’amica. Tutto questo e molto altro è racchiuso in Lacerti di anima di Silvia Lisena.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].


Nei Ringraziamenti che chiudono la raccolta Lacerti di anima, la poetessa Silvia Lisena scrive dell’ancestrale bellezza dei contrasti che continuano a spingersi sulla nostra altalena. L’amore per il mondo, per il sapore della vita, è nell’ostinazione che mettiamo, ogni giorno, scontrandoci con le delusioni e le sconfitte, con le vittorie e con le conoscenze acquisite.


Ci troviamo nudi accanto a Silvia Lisena e ci sentiamo accolti, capiti. Sto pensando a una delle poesie più recenti contenuta nella parte finale della raccolta, Pensiero notturno #327: nella continua ricerca di specchi, nessuno ha avuto il coraggio di riflettere l’immagine della poetessa. Eppure lei diventa specchio di tutti noi, per tutte le volte in cui ci siamo sentiti così, fragili, incompresi, abbandonati al nostro destino. Soli, dopo che qualcuno è scappato spaventato da ciò che ha visto. Perché gli specchi, lo sappiamo, riflettono quello che vedono.

Silvia Lisena ha saputo cogliere la bellezza della fragilità e la paura che ne deriva. Perché, come mostra in Disegno onirico, la paura della diversità altrui è la paura della propria diversità. Ci lasciamo intimidire da piccoli rami di siepe e restiamo bloccati al di qua, incapaci di superarla, senza ascendere e poi ridiscendere nell’essenza di chi abbiamo di fronte. Un richiamo, questo, che ricorda l’Infinito leopardiano.


Essere fragili che cos’è? La fragilità è ormai ridotta a un’etichetta che sembra più una condanna, in un mondo che vive una pandemia e che costringe sempre più a cercare riparo, a chiudersi in luoghi sicuri. A chiudersi forse in se stessi. In La viralità delle etichette, la poetessa Lisena ci lascia una rivelazione che dovrebbe mettere in discussione tutto, soprattutto il modo in cui ci guardiamo intorno e osserviamo noi stessi: fragile è la vostra visione del mondo.

Essere fragili che cos’è? L’esser fatti di vetro, il rischiare di cadere e andare in frantumi. La ricerca e la speranza di trovare qualcuno disposto a raccoglierli senza che la paura di farsi male possa bloccarlo. Fragile me, scrive Silvia Lisena. Fragili noi, aggiungerei.


La bellezza in Lacerti di anima è la scoperta di essere umani. Fragili, forti, stanchi, vivi. Presi e costretti a muoverci in un turbine di emozioni, incapaci di trattenere forse le cose davvero importanti. Come gli amori finiti, diventati estranei. O come le scritte che continuiamo ad affidare alla riva del mare, destinate a svanire, effimere [Una vacanza al mare].

E poi ci sono bellezze che dipendono da ciò che ci circonda o da quello che c’è stato: una tempesta di ricordi che ci fa ancora soffrire [Ricordi], l’ebrezza di un incontro d’amore fugace [C’era una volta una notte], l’armonia magica del giorno di un giorno speciale [Alba di Natale].


Non solo fragilità umana, ma anche forza. La bellezza in Epifania primaverile è quella della primavera che si risveglia come una bambina. Accende colori ed emozioni e noi ci ridestiamo con lei.

La bellezza in Respirare, la prima poesia della raccolta, è tornare a respirare e a camminare. A vivere, in altre parole.

La bellezza è il non essersi arresi, l’aver imparato a guardare il futuro pur prendendosi un giorno per ricordare il passato [Diciannove settembre].

La bellezza è aver imparato a perdonare il proprio corpo [Oproc].

La bellezza è accettare di essere parte del mondo, del suo movimento.


C’è tanta bellezza in Lacerti di anima di Silvia Lisena. E la sua poetica, lo ammetto, è stata in grado di emozionarmi più volte nel corso della lettura.

Se dovessi scegliere due poesie (una non riuscirei) che mi hanno scosso profondamente, sono la prima, Respirare, e Una vacanza al mare. Il perché l’ho già accennato, ma voglio ribadirlo.

In Respirare torniamo a vivere con la poetessa. Abbiamo tutti vissuto quella sensazione, almeno una volta nella vita. Quando hai rischiato di rimanere senza ossigeno, più o meno letteralmente, tornare a respirare è tornare davvero a vivere. All’inizio devi essere rieducato a farlo, è un percorso lento e delicato. Ma là fuori ti aspetta la vita.

In Una vacanza al mare ho trovato tracce dell’arte dell’effimero, tanto importante nei luoghi in cui sono cresciuta, tra cartapesta e tappeti in segatura. E quante volte ho affidato alla riva del mare pensieri e desideri. Quante volte con uno stecco ho scritto varie risposte e ho aspettato che il mare mi suggerisse quella giusta. Una delle ultime volte avevo scritto Hey you, rivolgendomi a tutti e a nessuno. Una richiesta d’aiuto, e il mare se l’era mangiata subito che avevo provato a renderla immortale con una foto. Ma sto divagando. Questo è il potere della poesia e di chi la poesia la vive e la scrive: riaccendere emozioni, ricordi, sentimenti assopiti e farli tornare a vivere.


A Silvia Lisena vorrei lasciare un messaggio: forse non ne sei consapevole, ma sei stata e sarai specchio di molti lettori. E spero che questa recensione ti restituisca l’immagine riflessa. Spero di esser diventata per qualche minuto specchio del tuo esser donna, poetessa, fragile e forte al contempo, umana e viva.




“Cambiare l’acqua ai fiori” – Valérie Perrin [Recensione filosofica]

Un romanzo sulla vita

Attenzione! Questo non è un doppione. Se ti sembra di aver già letto una mia recensione su Cambiare l’acqua ai fiori è perché probabilmente hai letto qui la recensione a tema bellezza per la rubrica Bellezza sopra le righe. Se non l’hai ancora fatto, è il momento giusto per recuperare!

Non perdiamo altro tempo e tuffiamoci di nuovo tra le pagine di questo caso editoriale.


Ci si può aspettare che un romanzo la cui protagonista è la guardiana di un cimitero abbia per tema principale la morte.

Cambiare l’acqua ai fiori, invece, è un romanzo che tratta della vita, della vita sotto ogni suo aspetto, anche quelli più difficili da affrontare e, per riflesso, da accettare.


La morte non è l'antitesi della vita, slegata da essa, contrapposta, nemica. La morte non è che una faccia della vita, una delle vesti, una delle caratteristiche.

Ho letteralmente divorato questo libro, letto in cinque giorni. Cambiare l’acqua ai fiori è stato il primo titolo del 2021 ed è arrivato tra le mie mani in un momento personale difficile, a tre mesi dalla morte di mia nonna. L’ho letto, quindi, nel cuore del lutto.

Per alcune persone può essere stata una scelta singolare, mentre altri hanno colto la mia esigenza di leggere un libro come questo in un periodo così particolare. Eppure, lì dentro non ho trovato quello che ci si potrebbe aspettare di trovare, in modo forse superficiale, leggendone la trama.


Durante certi passaggi ho provato dolore. Un dolore assoluto, sì, palpabile in ogni capitolo, ma la morte non è l’unico tema della storia. Anzi, in un certo senso, si potrebbe dire che non lo è affatto.

Perché la morte non è altro che una parte della vita e alcuni, i più audaci esistenzialisti, potrebbero persino affermare che è la morte a dare un senso alla vita.

La morte non è l’antitesi della vita, slegata da essa, contrapposta, nemica. La morte non è che una faccia della vita, una delle vesti, una delle caratteristiche.

La morte sta alla vita come lo fanno la nascita, l’amore, la passione, il desiderio, l’amicizia, la speranza, la delusione, il dolore.

La morte non è che un passaggio necessario, certo doloroso, ma non per questo la vita non merita di essere vissuta.


Indossare l'inverno sopra l'estate: sotto e dietro la morte, c'è la vita.

Indossare l’inverno sopra l’estate: sotto e dietro la morte, c’è la vita.

Questo è l’insegnamento più grande di Violette, la guardiana. Non solo del cimitero, ma dei segreti della vita.



“Shining” – Stephen King

Una questione di redenzione

C’è un concetto, sullo sfondo, sfocato, ma visibile. Un concetto che rischia di passare inosservato, ma che spiega, a mio avviso, uno dei sensi più profondi del romanzo Shining di Stephen King. Un capolavoro, come abbiamo già visto, che ha ispirato anche un capolavoro cinematografico. Se non lo hai ancora fatto, trovi qui un articolo sulle differenze principali tra i due.


Jack, uno dei personaggi principali, ha un passato burrascoso, caratterizzato da alcolismo ed esplosioni di rabbia e di violenza. Ha fatto male a suo figlio in quello che tutti definiscono l’incidente. Ha visto cose che non avrebbe dovuto e che forse lo hanno cambiato. Ha combinato un gran pasticcio con George Hatfield.

Jack fa qualcosa di pericoloso: mette di nuovo in pericolo Danny. Passa sempre più tempo nel locale della caldaia, il suo umore è strano. Wendy sospetta che abbia ricominciato a bere. E qui, nel cuore del libro, al 54% di lettura, Stephen King scrive quella parola che, a mio avviso, è la chiave di lettura dell’intero romanzo: redenzione.


Ma se uno si redime, non merita forse che prima o poi la redenzione sia accreditata a suo merito?

“Shining”, Stephen King

Gli occhi di Wendy lo guardano con sospetto, anche se nell’Overlook Hotel non ci sono alcolici. O, almeno, non in questo tempo. Perché Jack è sicuro di aver visto delle bottiglie dietro il bancone. E Lloyd, che ritroviamo anche nel film, non si sottrarrà dalle mansioni del proprio lavoro.


La redenzione è possibile? Se si prova a riscattare davvero chi siamo stati cambiando rotta, gli altri saranno disposti a riconoscerlo? Ci potranno vedere come persone nuove, dimenticando il passato?

Ci sono tutte queste domande in Jack e la risposta che arriverà alla fine del libro sarà probabilmente molto diversa da quella che avrebbe sperato.


Ma che cos’è la redenzione?

La redenzione è la liberazione da una condizione di impurità (come nel caso di Jack, reo di alcolismo e di atteggiamenti violenti ai danni del figlio), di inferiorità o di sofferenza. E qui c’è un po’ il paradosso della redenzione umana: il fatto che ci si possa liberare dalla sofferenza forse soltanto attraverso la sofferenza. Una catarsi verso la libertà, per così dire.

Il concetto di redenzione è centrale nelle religioni mistiche (come il Buddhismo) e in quelle monoteistiche (Ebraismo, Islam, Cristianesimo). In esse la redenzione è salvezza, rimedio, scampo.


La redenzione è, quindi, un concetto religioso che si lega al tema del perdono, dell’assoluzione dai propri peccati e dai propri errori. Una protezione, una via di fuga, dalla dannazione e dalla disgrazia.


Nel Buddhismo, la redenzione è l’azione dell’uomo che si libera dalla ruota del ciclo di vita, morte e rinascita, cioè dal saṃsāra e accede al Nirvana, il traguardo ultimo della sua esistenza.


Nell’Ebraismo, la redenzione è quella di Dio verso il popolo di Israele dagli esili o di un parente che riscatta la proprietà e la libertà di chi l’aveva persa. Gli scopi della redenzione sono, quindi, la liberazione dalla perdita e dalla schiavitù.

Nell’Islam, più che di redenzione, si parla di salvezza.

Nel Cristianesimo, la redenzione è la liberazione dal peccato originale. Gesù, sacrificandosi, libera gli uomini dal peccato e dal Male. Solo in questo modo si attua la riconciliazione di Dio con i suoi figli.


Redenzione è anche una catarsi verso la libertà, per così dire. 

E in Shining di Stephen King?

Jack accetta il lavoro all’Overlook Hotel per necessità, ma soprattutto per desiderio di riscatto. Desidera, cioè, dimostrare di essere in grado di lavorare, di portare a termine i compiti che gli vengono assegnati e di provvedere alle esigenze della sua famiglia. Più di tutto, Jack vuole finire di scrivere l’opera a cui sta lavorando.

Jack cerca di riaffermare se stesso, sia ai propri occhi che a quelli della moglie, una donna che sembra sempre più orientata verso il figlio e che in passato aveva pensato al divorzio.

Jack vorrebbe tutto questo, ma come sembra suggerirsi da solo, per lui la redenzione è impossibile.



“Janet la storta” – R. L. Stevenson

Della bellezza e dell’integrità. Della mostruosità nell’aspetto e nella condotta.

Mens sana in corpore sano.

L’antichità classica ci ha abituato allo sfoggio di bei corpi dalle linee armoniose.

Questo ideale, reso immortale dalle statue in marmo sopravvissute a guerre, calamità e crolli, è stato ripreso ed esaltato anche in tempi relativamente recenti, soprattutto per quanto riguarda la bellezza maschile.

Durante l’epoca fascista, per esempio, riprese vigore il culto del corpo atletico e ben curato. Fu eretto a modello, come già era avvenuto nel Rinascimento, ma con profonde differenze. Stavolta, infatti, non c’era la ricerca di un uomo colto, poliedrico e intellettuale, ma soltanto forte, rassicurante e attivo.

A differenza del passato, inoltre, si assistette a una campagna pubblicitaria per la diffusione dell’immagine ideale. I nuovi mezzi di comunicazione e la capacità (e la possibilità) di raggiungere le masse erano invece assenti in epoca rinascimentale.

In conclusione, durante il Rinascimento era presente un culto antropocentrico e corpocentrico, destinato alle classi più potenti e abbienti, attento allo sviluppo parallelo di doti intellettuali.


E l’orrore? E il brutto?

Nel Medioevo troviamo i primi segnali: il prodigioso si rivela manifestazione del diabolico e del divino, in una guerra così radicata e profonda da combattersi persino nell’aspetto delle persone, soprattutto nel corpo femminile.

Se nell’antichità gli dei potevano parlare attraverso il corpo, questo fenomeno avveniva senza lotta. Nel Medioevo, invece, i segni di Dio e del Diavolo si fanno ben visibili nell’estasi, nei poteri corporei soprannaturali e nelle deformazioni fisiche. Il corpo diventa il campo di battaglia tra Bene e Male. Come teatro della lotta, con le sue cicatrici, è sotto gli occhi di tutti.





Nell'antichità gli dei potevano parlare attraverso il corpo. Nel Medioevo, il corpo diventa il campo di battaglia tra Bene e Male. I segni del corpo, le sue cicatrici, sono il risultato dello scontro e sono sotto gli occhi di tutti.


Durante il Romanticismo fa il suo ingresso il sublime, in grado di generare sentimenti ambivalenti in chi viene a contatto con lui.

Questo ci accade quando incontriamo in Janet la storta il reverendo Murdoch Soulis e la vecchia Janet Mc Clour.


Il reverendo, dall’aria burbera e impassibile, si lascia invece impietosire da un’anziana derisa e insultata. Non è un semplice riso di scherno quello dietro cui si murano le donne del paese. Si tratta di paura. Questa emozione è causata dal pregiudizio e dalla superstizione, perché Janet è colpevole di essersi unita fuori dal matrimonio con uno straniero e di aver portato a termine la gravidanza senza aver nascosto il frutto di quella unione.


Janet è vittima di decadimento fisico e bollata di immoralità.

Il reverendo decide di accoglierla come governante, ma la vecchia subisce un nuovo affronto. Dopo l’ultima umiliazione il suo aspetto diventerà ancora più aberrante e spaventoso.

Che cosa penseranno, adesso, i compaesani? Di che cosa è realmente segno il suo aspetto così storto e deforme?

C’è una motivazione nascosta da cui deriva questa mostruosità?


Se siete in cerca del perturbante, il personaggio di Janet fa al caso vostro. E questa piccola storia di Stevenson non vi deluderà.



“Eleanor Oliphant sta benissimo” – Gail Honeyman

Una bellezza da (ri)scoprire

La bellezza, si sa, a volte lascia senza fiato. Si può restare letteralmente imbambolati di fronte alla bellezza di uno sconosciuto. E quella bellezza può diventare un tormento, una vera ossessione. Questo accade a Eleanor Oliphant quando a un concerto nota sul palco Johnnie Lomond, il cantante di un gruppo locale. Hanno gli occhi simili loro due, ma quelli dell’uomo hanno profondità ramate che lei non possiede.


Ogni bellezza è destinata a sfiorire.


Che cos’è la bellezza per Eleanor Oliphant? All’inizio ci risponde che è simmetria. Quella simmetria che lei non possiede più a causa della brutta cicatrice che le rovina un profilo del viso. È strana, è diversa da chi la circonda. È sola. La solitudine e l’incapacità di comunicare sono ben espressi dall’immagine dei suoi fine settimana lontani dall’ufficio, fatti di silenzio e di bottiglie di vodka.

Che cosa ha deturpato la bellezza di Eleanor? Bellezza rovinata, si intende, non solo della presunta simmetria del suo volto, ma anche del suo modo di essere più profondo. Che cosa l’ha resa così distante e schiva nei confronti del prossimo? Sembra che siano gli altri a escluderla perché è diversa, ma a mente fredda ci viene da chiedersi se quello che ha vissuto nell’ufficio Eleanor non sia stato un cane che si morde la coda: sei diversa -> voi non mi capite. Prova a rileggere in ordine inverso e il risultato non cambierà.


Dunque, lo abbiamo detto, la simmetria è il primo elemento con cui la protagonista di Eleanor Oliphant sta benissimo identifica la bellezza. E nel suo ragionamento, si spinge oltre. Che cosa sente di fronte a qualcosa di bello? Eleanor prova pena. Sì, perché ogni bellezza secondo lei è destinata a sfiorire. Perché quando si ha di fronte qualcosa di bello sulla superficie, diventa difficile andare più a fondo. Lei stessa, innamorandosi perdutamente del cantante con cui non ha scambiato neanche una parola, darà prova di questa verità.


C’è una cosa che accomuna belli e deformi ed è l’ingiustizia di un sentimento di odio nei loro confronti. Non hanno chiesto di nascere così, la loro è una condizione ontologica con cui, forse, sono nati. Così Eleanor, che sua madre ha sempre definito brutta, ha in comune uno stigma con le persone esteriormente più attraenti, simmetriche: l’esser vittima di pregiudizi legati all’aspetto e, in un certo senso, la colpevolizzazione, l’odio.


Se la bellezza di Johnnie Lomond è la prima con cui veniamo in contatto, così contrapposta anche al modo di vivere sciatto di Eleanor, un iniziale segnale del cambiamento che si sta preparando in lei è la sensazione di bellezza nel sentir pronunciare il proprio nome, dall’altra parte del telefono. Com’è possibile?

Immaginate di non aprire bocca con nessuno dal venerdì sera al lunedì mattina. Immaginate di ricevere solo risatine alle spalle, sguardi storti. Immaginate che l’unica persona che continua a telefonarvi durante la settimana sia qualcuno che vi ha fatto male e che ha minato e mina ancora oggi la costruzione della vostra autostima.

E pensate al potere della parola, quello tanto studiato anche in filosofia, secondo cui le cose esistono quando qualcuno le nomina.

Al telefono Eleanor scopre la bellezza del riconoscimento della propria entità e della propria esistenza.


Eleanor inizia a uscire dalla propria tana, almeno in pausa pranzo e per piccole visite a un uomo che ha salvato dopo un malore in strada. Accetta persino l’invito di un collega che lavora come informatico a bere qualcosa perché la sera è ancora bella e giovane.

La bellezza delle fresie, di un orto ben curato, dell’ordine che vive nella casa della madre di Raymond ci arrivano con un forte impatto visivo. Lo stesso impatto che colpisce Eleanor e il lettore quando l’anziana la ringrazia per la visita, per la condivisione del suo tempo con lei. La bellezza di combattere le nostre solitudini trascorrendo del tempo insieme.


Eleanor è consapevole di non essere una Musa canonica, una delle fanciulle voluttuose che popolano i dipinti. Così inizia a prepararsi al prossimo incontro con il cantante, il loro primo vero incontro, visto che lei si è innamorata di lui ma lui non sa della sua esistenza. Cambia look, si fa truccare, passare una tinta di smalto sulle unghie e più avanti cambierà persino l’aspetto dei suoi capelli.

“Bello” non è una parola solitamente associata al mio aspetto, dice a chi si sta prendendo cura di lei. A lavoro finito, però, si osserva e ringrazia chi l’ha resa splendente.


In quella forma di innamoramento tipica dell’età giovanile ma che Eleanor vive a trent’anni da poco compiuti, sperimenta anche la bellezza del lasciar viaggiare l’immaginazione. Un modo diverso per passare il tempo, ci dice. E intanto il tempo continua a scorrere davvero nella vita reale in cui la protagonista si muove ampliando il proprio raggio di azione e le proprie conoscenze sociali. Partecipa a una festa, si butta nel ballo anche se, lo dice sempre la mamma, è una cosa per belli.


Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è possibilità di essere “un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo”.


E poi il sogno si infrange ed Eleanor tocca il fondo. Lo gratta per bene, per giorni, in bilico tra la vita e la morte. Qualcosa la salva. Qualcosa o qualcuno. Qualcuno che non è così scontato definire neanche a lettura terminata.

Eleanor scopre la bellezza delle piccole cose, i dettagli, le piccole schegge di vita, cioè quel tipo di bellezza che impariamo ad apprezzare soltanto quando tutto, intorno a noi, è avvolto da nebbia e da buio. E questa nuova capacità di vedere è quello che ci salva la vita, l’ho sperimentato sulla mia pelle quando ho creato Ecco: filosofia della bellezza.

Il vento, il sole, il sentirsi parte della massa. Il senso di appartenenza alla natura e alla comunità. Ciò che sente è la possibilità di essere un frammento, un pezzetto di umanità che riempiva utilmente uno spazio, per quanto minuscolo.


Non c’è niente di scontato per Eleanor e anche tu, se cambi il modo di guardare il mondo, sarai capace di trovare bellezza in ogni dove, anche dove non ti aspettavi: sul lavoro, nella vita privata, negli affetti umani e animali, per strada. E solo allora potrai ricordare la meraviglia del sole.

Il percorso della giovane donna in Eleanor Oliphant sta benissimo la porterà a capire di meritare la felicità e l’amore, a scoprire la verità sul suo passato e a vedere con chiarezza tutto quello che prima non riusciva a cogliere. In fondo, lo sappiamo bene, noi che siamo caduti nel fango e che ci siamo rialzati a fatica: in ogni cosa c’è bellezza.



“Innamorarsi alle Canarie” – Chiara D’Andrea

Bellezza: perfezione o libertà di essere felici?

Bellezza e fascino. Un binomio che spesso convive e alcune volte si contrappone. La madre di Caterina, la protagonista, è una donna ancora bella. Il padre, invece, è dotato di fascino. Ma perché questi due principi sembrano così distanti? Forse perché tendiamo ad accostare l’idea di bellezza a quella di perfezione. Anche Caterina, all’inizio del libro, lo fa.


La bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

Ecco la sua bella famiglia stile Tarallucci del Mulino Bianco: un sogno diventato realtà. Un marito non bello, perché la bellezza per Caterina è una cosa pericolosa, in grado di far perdere la ragione.

Eppure Caterina ha tutto: un marito perfetto, una casa perfetta con giardino e posto auto. Tutto così perfetto e rassicurante da risultare ai suoi occhi bello.

Poi succede qualcosa è l’impalcatura cade: non era reale quello che la protagonista stava vivendo, non il suo sogno di perfezione.


Inizia così il viaggio di Caterina, un viaggio alle Canarie, ma anche dentro se stessa. Un viaggio che la porta a (ri)scoprire parti di sé e dei suoi rapporti interpersonali, oltre che una terra che riesce da subito a catturarla.


In Innamorarsi alle Canarie, appena arrivata in suolo straniero, Caterina è colpita dalla bellezza del paesaggio, che via via si arricchisce di dettagli con lo scorrere della storia: il mare, la natura, la sabbia scura, i dettagli della città con i suoi balconi fioriti. E anche lo stile di vita ci appare stupendo: l’idea di potersi sdraiare al sole quando si vuole, la movida ricca di convivialità. Anche gli abitanti delle Canarie sono belli, perché spontanei. Non la bellezza che aderisce necessariamente a canoni estetici, quindi: la bellezza, qui, è libertà.


Un’altra bellezza che emerge nel libro è legata all’affetto e alla vicinanza dei propri cari. Caterina si ricongiunge a Barbara, che la ospita nella sua casa e anche in abbracci colmi di amicizia quando la donna sembrerà sul punto di crollare. E poi il rapporto con il padre di Caterina, che verrà a trovarla e con cui lei riscoprirà il suo ruolo di figlia e non di figlia-moglie.


E poi c’è lui, Nicolas. Una bellezza da allarme rosso. Un sorriso di chi la sa lunga e ne è consapevole. Occhi stupendi. Ma è vero che la bellezza da sola serve a poco. Eppure, Nicolas fa vacillare le ultime certezze di Caterina, anche quando il suo passato torna a bussare alla porta in nome di quella perfezione che poi perfezione non era. Lasciarsi andare o no? Rischiare di farsi male o tornare in Italia?


C’è una grande lezione che il padre di Caterina offre alla figlia e che l’autrice offre al lettore: la felicità non è stabilità. La felicità è amore.

Parafrasando questa affermazione, potremmo dire che in Innamorarsi alle Canarie la bellezza non è perfezione. La bellezza è libertà, anche di rischiare di farsi male o di essere felici.

La libertà della natura, ripresa con una videocamera. La libertà dell’abbraccio di un’amica. La libertà di nuotare nudi, non solo di vestiti. La libertà di correre il rischio di amare.


Che scelte farà Caterina? E con questo bel Nicolas? Non voglio togliervi il piacere di questa lettura, che in giorni pesanti è stata per me una boccata d’aria fresca.


Vi chiedo, però, prima di lasciarvi, se per voi la bellezza sia perfezione o fascino. Personalmente credo nel dettaglio che sfugge al controllo, quello che provoca un brivido, non sempre piacevole. Il perturbante, lo potremmo chiamare, qualcosa che lascia il segno e provoca emozioni. Ma di tutto questo parleremo un’altra volta.




“Il delitto di Lord Arthur Savile” – Oscar Wilde

De libero arbitrio. Come conciliare il problema del libero arbitrio con il concetto di predestinazione.

Ti hanno invitato a una festa. Tutto, intorno a te, suggerisce benessere e ricchezza. Gli ospiti sono altolocati e tutto sembra andare per il verso giusto.

Tra la burla e il serio, sei invitato a sottoporti alla lettura della mano. Di fronte a te c’è un uomo dall’aspetto ridicolo e vorresti sorridere, perché tutto ti sembra comico. Qualcosa, però, ti blocca: il sudore sulla fronte del buffo chiromante che sembra così rivelare la scoperta di una verità inconfessabile, terribile. Una di quelle verità in grado di sconvolgere tutti i tuoi piani.

In un istante naufragano tutti i tuoi progetti: il matrimonio, il sogno della felicità, tutto ciò che stai costruendo nella vita.


Possibile prevedere (dunque conoscere) il futuro e al tempo stesso essere liberi di agire?

Il problema della predestinazione è strettamente legato a quello del libero arbitrio: se conosco ciò che sarà, posso intervenire per cambiarlo?

Il protagonista del racconto di Oscar Wilde, Lord Arthur Savile, non affronta questa questione. Si limita ad accettare la profezia che gli è stata rivelata. Non potendo mettere in dubbio la previsione, si chiede come compiere il proprio destino senza recar danno alla futura moglie.



Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe - o dovrebbe? - essere?


In Il delitto di Lord Arthur Savile l’uomo non è totalmente libero di realizzare se stesso. Può soltanto muoversi in uno stretto campo, scegliendo soltanto come attuare quanto gli è stato rivelato.

Erasmo Da Rotterdam e Martin Lutero sono lontani nel tempo, ma l’eco delle loro voci arriva fino a Oscar Wilde che le amplifica e trasforma la loro lotta nel filo rosso che guida questo racconto.


C’è un’altra riflessione che si affaccia sullo sfondo e che rappresenta una delle questioni principali della filosofia: il potere di nominare le cose per renderle reali.

Può bastare dire qualcosa per fare in modo che si realizzi? La parola può da sola conferire essenza ed esistenza alle cose?


Forse è meglio non sfidare né il destino né chi crede di poterlo leggere. Meglio non porgere la mano a chi sostiene di vedere il futuro se non siamo disposti ad accettare quello che ci sarà rivelato.


Meglio non conoscere, allora, essere ignari di tutto, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe – o dovrebbe? – essere?

Meglio fingere, infine, di essere liberi e correre così il rischio di essere realmente liberi?


E tu cosa faresti al posto di Lord Arthur Savile? Porgeresti la tua mano per una lettura? E, una volta conosciuto il futuro, lo accetteresti o combatteresti per cambiarlo?



Era meglio… “Shining”

Affinità e differenze tra “Shining” di King (1977) e “Shining” di Kubrick (1980).

Non siamo di fronte a una cieca fedeltà nel caso del riadattamento cinematografico di Shining. Se le voci che circolano sono vere, King non fu particolarmente entusiasta dell’opera di Kubrick, anzi, possiamo dire che proprio non gli sia piaciuta.

Ma c’è davvero motivo di fare paragoni qualitativi su quelli che vengono considerati due capolavori? Uno, il romanzo, della letteratura; l’altro, il film, della cinematografia e della fotografia.


Il tempo di un libro è adagio, quello di un film è vivace.

Quando ci chiediamo se sia meglio un libro o un film, non dovremmo avere la pretesa di trovare una risposta. Sarebbe come chiedersi se sia meglio un pomeriggio in piscina o una sera sotto il porticato della propria casa. Ognuno di noi ha un terreno sicuro, un ambiente che sente più vicino al proprio modo di essere. Così ognuno di noi ha una preferenza sul modo di fruire una storia: che sia letta, scritta, guardata, suonata, ascoltata, dipinta o fotografata, ogni forma d’arte è una forma di espressione e di narrazione. E ogni forma di questo tipo ha tempi e ritmi diversi. Così, prendendo in prestito qualche termine tecnico musicale, proviamo a fare chiarezza.


Il tempo di un libro è spesso adagio e con continui salti: che siano nel passato o nel futuro, nell’interno o nell’esterno dei personaggi, il nostro procedere è in realtà un continuo cambio di direzione e di passo. Per arrivare alla fine, partendo dalla prima pagina, spesso ci troviamo a percorrere sentieri remoti, che riguardano l’infanzia dei protagonisti: i loro ricordi.

Il tempo di un film è spesso vivace e lo scandiscono musiche e rumori: una varietà di suoni che il libro non riesce a trasmettere. Ma proprio per questa sua velocità, spesso il nostro cammino sarà più lineare, con meno sbalzi.

Mentre un film ci incolla due ore allo schermo – e non siamo disposti a interromperne a metà la visione –, un libro è un piacere dosato, come una tisana. Se un film è un caffè espresso da fruire al volo, al bancone del bar, con chiacchiericcio e musica di sottofondo, un libro è una tisana da assaporare con lentezza, in un rito, magari avvolti in solitudine e silenzio, dentro una coperta.


Fatta questa premessa, e posto come assioma che non sia mia intenzione suggerire in questa rubrica se sia meglio il film o il libro (per questo titolo e per quelli che verranno) a discapito del nome Era meglio… della rubrica, cerchiamo di analizzare punto per punto le principali differenze tra il libro di King e il film di Kubrick.

E adesso… cominciamo!


Il romanzo Shining è stato pubblicato nel 1977; il film è del 1980.

Le differenze nei protagonisti – “Shining” di King vs “Shining” di Kubrick

Jack

Nel film Jack viene rapidamente avvolto nel mantello della follia. Ci sembra subito pazzo finché la sua non diventa una vera e propria furia omicida.

Nel libro grande spazio è lasciato all’approfondimento psicologico del personaggio, con particolare attenzione al suo passato: procedendo a ritroso, dal più recente al più lontano, l’episodio con George Hatfield, l’incidente con Danny, l’alcolismo, il rapporto con il padre. Sappiamo subito su che tipo di testo syia lavorato Jack e grande è l’importanza dell’album dei ritagli ritrovato nella caldaia sulla mente del protagonista. La differenza più importante, a mio avviso, è l’ambivalenza che caratterizza Jack nel rapporto con Wendy e Danny. Tracce di questo stato sono diluite in tutto il libro, anche quando la situazione sta per volgere a un punto di non ritorno.

Wendy

Nel film, secondo King, Wendy è solo un’urlatrice. La troviamo un po’ passiva, forse, sicuramente non un personaggio psicologicamente approfondito.

Nel libro tale approfondimento è presente: il rapporto con la madre, la morte della sorella, il rapporto con il marito e con il figlio, la gelosia. Wendy è una madre coraggiosa, disposta a tutto per proteggere il figlio, non una passiva e sottile vittima di Jack e dell’hotel.

Danny

Quasi all’inizio del film, scopriamo il dono di Danny: la luccicanza che si manifesta con un dialogo a due voci di Danny e con l’impiego del suo dito come interlocutore. Una scena inquietante, sì, ma la natura del presunto potere di Danny è ben diversa da quella del libro.

Nel libro Danny ha quello che sembra un amico immaginario di nome Tony. Quando lo viene a trovare, cade in trance. Ci chiediamo più volte che cosa sia, se esista davvero o no. Se sia un mostro, una parte della mente di Danny o solo frutto della sua immaginazione. Senza voler anticipare nulla, la natura di Danny alla fine del romanzo è una vera e propria rivelazione, un colpo di scena che mette i puntini su tutte le i.

Dick

Senza voler rivelare troppo, il destino di Dick è molto diverso nella versione cinematografica da quella letteraria. Cambiando il suo destino, cambia anche il suo ruolo nello svolgimento della storia.


Le differenze nell’Overlook hotel – “Shining” di King vs “Shining” di Kubrick


L’impatto visivo dell’hotel

Una giungla nero blu, nel romanzo di Stephen King, che sembra muoversi e strisciare come un serpente. Un tappeto rosso e dorato, ipnotico, che richiama la rabbia esplosiva e il sangue.

Nel libro Danny non esplora i corridoi su un triciclo, ma si avventura a piedi nei diversi piani dell’hotel.

La camera 217/237

Nel libro la camera in cui Danny non dovrebbe mai entrare è la numero 217.

Nel film, invece, è la numero 237. Navigando su internet ho trovato una spiegazione su questa differenza: pare che il direttore dell’hotel non abbia voluto utilizzare una camera esistente per non spaventare i suoi ospiti. A me, a esser sincera, sarebbero bastate già le altre scene!

E che dire della donna che vive in questa stanza? Anche qui qualche differenza è presente.

Labirinto o giardino con siepi a forma di animale?

Nel film, di grande impatto e importanza è il labirinto. Un luogo inquietante, simbolico e ricco di significati profondi.

Nel libro, invece, ci sono le siepi con le forme di animali. Quelli che per vari motivi ci colpiscono di più sono quelle dei leoni.

L’ascensore

L’ascensore è difettoso, almeno nel libro. E inizia ad animarsi “da solo”, accompagnando il suono di ferri a quello di risate e voci. Wendy decide di non salirci più, e sarà proprio lei a trovare al suo interno una maschera. L’ascensore continua a funzionare per portare al gran ballo i vecchi clienti dell’hotel.

Nel film è famosa la scena del sangue: arriva l’ascensore, le porte si aprono e un fiume di sangue inonda tutto. È tutto rosso, c’è sangue ovunque nell’Overlook hotel. Kubrick riesce a rendere questa sensazione palpabile soprattutto grazie a questa scena.

La caldaia

Uno dei compiti di Jack nel libro è proprio controllare la caldaia difettosa. Fare in modo, cioè, che non raggiunga mai temperature troppo elevate, perché c’è il rischio di un’esplosione. Questo compito fondamentale dapprima sembra un’ossessione, fino a… Non voglio rivelare troppo, per chi non ha ancora letto il libro. Qui ci basta dire che la caldaia ha un ruolo fondamentale nel plot del romanzo, mentre nel film no.

La natura dell’hotel

Non sarebbe un male assoluto ad abitare l’Overlook hotel. La causa principale della follia di Jack sembrerebbe l’isolamento a cui lui e la famiglia sono costretti per mesi. Un’allucinazione, una componente prettamente umana, sembra condurre Jack verso la rabbia e l’odio nei confronti della propria famiglia.

Nel libro è lasciato grande spazio all’interpretazione del lettore, anche attraverso l’uso di oggetti e animali simbolici, sulla natura dell’hotel. Vi abita il male, vi abitano spiriti. Il sangue ha macchiato decine e decine di anni di storia dell’edificio e i vecchi abitanti imprigionati ne sono una prova. Una cosa, però, è chiara: sappiamo che l’hotel vuole Danny e il suo potere. Il direttore chiede a Jack suo figlio per diventare più potente. Se Danny non fosse andato lì, forse il male non si sarebbe impossessato di Jack. Jack appare solo uno strumento nelle mani di qualcos’altro: più forte, più malvagio.

L’arma di Jack

Nel film è un’ascia. Jack cerca di sfondare la porta del bagno mentre Wendy e Danny sono chiusi dentro.

Nel libro, invece, Wendy è chiusa nel bagno, non sa dove sia suo figlio e Jack impugna una mazza da roque, la versione statunitense del croquet. Un’arma non in grado di uccidere al primo colpo e in grado di rendere la lotta per la vita ancora più decisa e struggente. Non basta un colpo a uccidere la vittima, per cui c’è sempre la forza della speranza di riuscire a salvarsi dalla furia omicida di Jack. E proprio un mazzo da roque farà capolino anche quando l’epilogo sembra essere arrivato, gettando ombre sulla natura del male, dell’hotel e dell’uomo inteso come essere umano.

“Per sempre”

Le gemelline vestite in azzurro nel corridoio dell’Overlook hotel sono una delle immagini più celebri del film.

E nel libro? Nel libro non vediamo mai le due bambine (per altro non gemelle) figlie dell’ex guardiano Delbert Grady. L’invito a giocare per sempre viene rivolto a Danny nel parco, da qualcosa che lui non riesce bene a vedere e a comprendere. Il bambino sta cercando riparo dalle siepi-animali che hanno preso vita e quella mano e quella voce lo inquietano. Si deve allontanare da lì, deve fuggire.


Tutti questi elementi ci portano quindi a confermare la tesi iniziale, secondo la quale non dovremmo parlare di un prodotto migliore dell’altro, quanto di due capolavori con ritmi e modalità di fruizione diverse. Scegli il libro, se vuoi immergerti nelle profondità e se hai tempo per immaginare, approfondire, lasciarti inquietare. Scegli il film, invece, se cerchi un brivido più intenso e veloce, se non ti interessa trovare una risposta metafisica alla follia del male.

C’è un altro dettaglio di cui non vi ho parlato, ma lo farò presto, in modo più approfondito: un nido di vespe, la forma del male. Se avete letto il libro, forse avete intuito a cosa mi riferisco.

Buona lettura e… buona visione!



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“La città sostituita” – P. K. Dick

Dell’esistenza del male e del bene. Dell’esistenza del male nonostante il bene

In La città sostituita di P. K. Dick non c’è il rassicurante monismo di un unico principio, di una sola e positiva entità metafisica.


1957: due guerre mondiali alle spalle e una terribile e subdola ostilità che prende vita nella guerra fredda. Un braccio armato senza armi, una tensione che non sfocia in uno scontro diretto.

In questo contesto storico nasce quest’opera di Dick. Un contesto in cui è difficile essere speranzosi. La disfatta sembra ineluttabile e sembra che a rischiare non sia un’unica fazione, ma l’intero universo.


C'è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

La città sostituita viene definito un libro religioso, perché in esso si scontrano due entità: una rappresenta il Bene e la Vita, l’altra il Male e la Morte.

Di questa lotta sono spettatori sempre più coscienti, ridestati dal loro sonno dogmatico, e allo stesso tempo sono posta in gioco i sostituti degli uomini, ovvero le persone non reali che hanno sostituito i veri abitanti della città originaria.


Che cosa succede in questo combattimento? Il Bene sta per sopperire. E qui arriva quella riflessione tipicamente umana che in questo libro trova voce nell’autore e nei protagonisti: perché esiste il Male? E perché il Male prende sempre più spazio fino a soffocare il Bene?

I due principi, Bene e Male, incarnati da due possenti divinità antiche, hanno lo stesso valore ontologico, esistenziale, in linea con una concezione manichea dei principi dell’Universo e vivono in un’eterna e incontrastabile lotta tra loro.


C’è un filo rosso che lega Luce e Tenebre. Due principi indipendenti, sì, ma legati dalla lotta per la conquista del potere.

Principi, dunque, che non bastano a se stessi, ma che necessitano di fronteggiarsi all’esterno, nel mondo, contendendosi un dominio di terre e di anime.


Perché, dunque, il Bene permette al Male di esistere, di estendersi, di catturare anime? Di trasformare una città accogliente in un agglomerato di edifici fatiscenti?


Ogni essere vivente partecipa alla lotta.

Tra le forze utilizzate dal Male c’è l’animale principe, il tentatore, il serpente.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Non male non può sparire, scriveva Platone dando voce a Socrate. In un contesto politeista, con divinità antropomorfe, spesso Bene e Male non sono mai nettamente contrapposte.

Così, per esempio, nei poemi omerici, la stessa divinità era benevola nei confronti di un eroe e nemica di un altro.

I contrasti tra gli dei trovavano spiegazione nelle cosmogonie, in conflitti che vedevano gli stessi dei protagonisti e vittime.


Nello zoroastrismo, dottrina ispirata al profeta Zarathustra, affonda la propria radice La città sostituita di P. K. Dick.

Siamo lontani dai territori americani ed europei. Siamo ben prima della nascita (reale o presunta) di Cristo.

Accanto alla luce, al principio di bontà, viene creato Ahriman, lo Spirito del Male, delle tenebre e della morte.

La lotta inevitabile tra i due principi, quello del Bene e quello del Male, porterà l’umanità a scegliere quale via seguire, condannando se stessa alla felicità o all’infelicità. Il Bene, prima o poi, trionferà.


Il problema dell’esistenza e della necessità, cioè dell’ineluttabilità, del Male è un tema antico, discusso ben prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche. Monoteistiche, appunto, non moniste.

Nella dottrina cristiana, invece, la giustificazione dell’esistenza del Male è dovuta in particolar modo all’esistenza del libero arbitrio. Se non esistesse il male, infatti, l’uomo non sarebbe libero di scegliere.


Il viaggio di Dick si sposta ancora in tempi più antichi. L’autore attinge al pensiero per cui fare il Bene deriva dalla conoscenza del Bene. La lotta tra i due principi spinge sì gli uomini a combattere, ma la temporanea supremazia del Male è data solo dall’inconsapevolezza del Bene di essere Bene.

Il Bene deve essere (ri)conosciuto, dapprima dall’esterno. Solo così la verità potrà rivelarsi.


In La città sostituita dietro l’apparente tema della realtà contrapposta alla finzione si nasconde la questione del Male che ha animato millenni di dibattiti filosofici.

E Dick che cosa fa? La risposta che ci fornisce rafforza con nuovi mezzi e nuove immagini le teorie più antiche e, forse, più genuine tramandate nei secoli da filosofi e teologi.

Il Male esiste. Il Bene e il Male combattono tra loro. Conosci il Bene, fai il Bene.



“Haikugrafia” – Roberta Placida

Sentimento sublimato, sentimento incarnato.

La bellezza è in ogni cosa se sai vederla. Per riuscirci, a volte avremmo bisogno di un occhio nuovo. Ed è proprio questo occhio nuovo, per citare Ilio Leonio dalla Prefazione di Haikugrafia, a emergere nell’opera di Roberta Placida. Un occhio che sa cogliere impressioni senza fermarsi a descrivere e che riesce a coniugare due forme d’arte solo in apparenza lontane: la poesia degli haiku e quella della fotografia. Ne nasce un modo diverso di fare bellezza, di dialogare con il nostro universo interiore e con tutto quello che ci circonda.


E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore.


Ci sono lo scorrere del tempo in Haikugrafia, e il rispetto delle stagioni. Non solo quelle che si alternano durante l’anno, ma quelle più volubili della vita. E proprio bellezza e dolore, vita e morte sono le impressioni che Roberta Placida regala a se stessa e al lettore/spettatore. Come un’opera d’arte che prende voce e sussurra, come una brezza leggera. E prende sostanza e forma, mentre il vento muove le foglie.


La prima bellezza che troviamo in questa raccolta è quella dell’amore. Appare subito nella dedica e ci accompagnerà nella lettura. È una presenza che continua a vivere, nella nostalgia e nei ricordi, nel vento. Il bel sogno dell’haiku 4 è un inno sussurrato alla nostalgia e all’autunno. Le foglie dell’immagine incorniciano le parole e le fanno uscire fuori dalle pagine: le rendono vive, vere.

E con la foto di un dente di leone, immagine a cui sono particolarmente legata, si sposa l’haiku 7 con la sua impressione di voce portata dal vento. Soffierà anche sul fiore, forse, e porterà altrove i semi. Continueranno a viaggiare, continueranno a vivere.


La bellezza della felicità ormai perduta è un ricordo dolce e amaro. Ne è protagonista l’haiku 14, a testimoniare che ciò che è stato bello può anche provocare dolore. E che anche nel dolore può vivere, ancora, il germe della bellezza.


Nell’haiku 17 la bellezza assume i contorni della poesia e questa è l’idea che mi sono fatta, nel mio piccolo, leggendo e guardando Haikugrafia: che la poesia sia bellezza, che la poesia sia un ponte tra chi la scrive e il mondo che lo circonda, tra chi la scrive e chi la legge. La poesia come anima del mondo, come soffio che tutto avvolge e tutto anima.

In una vita che spesso è fragile bellezza come le foglie d’autunno, potremmo essere tentati di non cogliere gli scorci che si aprono di fronte a noi. Quando abbiamo perso chi amiamo, è difficile riuscirci, ma Roberta Placida ha compiuto un piccolo grande miracolo: è riuscita a cogliere la bellezza nello scorrere del tempo, negli elementi naturali, nella vita che nonostante tutto sorge, nel ricordo, nei sogni, e persino nel dolore e nella morte.


Fragile bellezza

di foglie sonanti

che affidano al vento

l’ultima voce…

[…]

Roberta Placida, Autunno in Haikugrafia, Daimon Edizioni, L’Aquila, 2019.

Haikugrafia si chiude proprio così, con la bellezza delle foglie al vento e della loro ultima voce.


Sentimento sublimato: così Antonio Iannucci definisce Roberta Placida nella Postfazione di Haikugrafia. Sublimato, sì, per l’elevato valore artistico e linguistico che caratterizza quest’opera. Ma anche incarnato: perché Roberta Placida come una ballerina sulle punte si muove su un palco di vita e di morte e tocca tutti gli angoli, con rispetto e delicatezza. Con armonia, mi verrebbe da aggiungere. O, più semplicemente, con bellezza.




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