“La cosa rossa” di Serena Barsottelli


Racconto scritto anni fa per un contest e poi pubblicato con lo pseudonimo Lisbeth Pfaff sul blog del collettivo Scrittori in Corso.

Attenzione: grazie alla collaborazione con Zombie Readers potete ascoltare e guardare il racconto La cosa rossa anche qui. Ringrazio Stefania Prati e Alessio Monni per l’opportunità di collaborare.

Vi consiglio prima di leggere il brano e poi di andare a vedere e a sentire come lo staff di Zombie Readers abbia dato voce e immagine a questo “incubo”. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

P.S.: Stefania Prati e Alessio Monni hanno pubblicato una raccolta di racconti molto molto molto interessante. La trovate qui, mentre qui c’è la mia recensione filosofica sulla loro opera.



Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.

Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.

Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».

Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale, e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni, e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.

Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.

Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.

Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, e camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.

Silenzio, silenzio, silenzio.

Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.

Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, e certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, e Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.

Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.

Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance, e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.

Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.

Le braccia facevano male, e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.

Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, e lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche, e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.

«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».

Simone aveva annuito ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»

Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.

Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.

Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.

Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.

Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, e allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, e aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.

Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.

L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.

Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.

Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.

Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.

L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.

E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà, e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia, e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.

Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.

Cos’è il tempo?

Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.

Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.

Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

«Cosa stai facendo?»

«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»

«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»

Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.

«Vuoi tradirmi, lo sapevo».

Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.

La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità, e l’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.

La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.

«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.

Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.

Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.

Stupido! Stupido! Stupido!

Sì, era stato uno stupido, e il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.




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“Il tumulo degli orrori” – Stefania Prati, Alessio Monni

Homo naturae lupus

Il vero terrore non proviene da fuori, ma da dentro di noi. A volte lo rinneghiamo, tendiamo a proiettarlo all’esterno, lontano, attribuendogli nomi altisonanti e, per alcuni, vuoti. Eppure, a ben guardare, tutto ciò che ci spaventa davvero l’abbiamo creato noi. E quello che non siamo stati noi a creare, be’, siamo stati noi a distruggerlo. Il male non è altro che il bene al contrario: abbiamo distrutto il paradiso in cui abitavamo e ci meravigliamo di essere circondati dall’inferno? Volutamente minuscoli, entrambi, perché il paradiso e l’inferno di cui sto parlando sono terreni, a misura di uomo.


Il tumulo degli orrori è una raccolta di Stefania Prati e Alessio Monni. Se volete provare un’esperienza ancora più coinvolgente (e sconvolgente) vi consiglio di leggere ciascun racconto e di cercare il corrispondente sul canale youtube “Zombie readers”, che potete trovare qui. In questo modo potrete avere una doppia avventura horror: la prima con le forme e i suoni che vi immaginerete durante la vostra lettura silenziosa; la seconda con i disegni e le voci che sono stati pensati dagli autori.


Entriamo, adesso, nel vivo. Di che orrore si parla in questa raccolta?

La claustrofobia domina buona parte degli undici racconti e rafforza il senso di inquietudine di questo nuovo modo di fare letteratura horror, accompagnandola cioè a un forte messaggio bioetico ed ecologico. Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l’uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo dall’averla distrutta.


Perché la rovina degli uomini, il terrore che prende forma davanti ai loro occhi, altro non è che l'uomo stesso o la vendetta che la natura gli infligge per punirlo per l'averla distrutta.

Sullo sfondo si nota il tema tanto caro alla filosofia del Diciassettesimo secolo sull’essenza dell’uomo allo stato di natura, cioè lontano da ogni forma di controllo e di governo attuata dalle leggi.

L’uomo nasce cattivo o buono? La società è una protezione contro gli oscuri lati umani o è una gabbia?

Plauto fu il primo a utilizzare Homo homini lupus: l’uomo è un lupo per l’uomo. Hobbes riprese molti secoli dopo questa espressione per indicare la natura umana: individui che tendono a prevaricare l’uno sull’altro, ma che con il raziocinio decidono di sottostare alla volontà di un sovrano (al di sopra di ogni legge) per evitare un massacro continuo.

Un uomo, quello ipotizzato da Hobbes e poi rivisitato da Locke, che nasce pieno di sentimenti negativi e che la società in qualche modo tende a ingabbiare per limitare la conta dei danni.

Di diverso avviso era Rousseau, che teorizzava la natura innocente dell’uomo e che la violenza fosse frutto della disuguaglianza sociale prodotta dall’introduzione della proprietà privata. La società corrompe l’uomo che per sua natura sarebbe invece buono.


Nella raccolta di Prati e Monni ho trovato nuovi spunti di riflessione su questa tematica. In ogni racconto i mostri sono creati dagli sbagli degli uomini, dagli abusi che essi perpetuano nei confronti della natura e dei loro simili. Siamo tutti figli della stessa mano o condividiamo comunque lo stesso cielo, eppure sembriamo averlo dimenticato. Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.


Abbiamo deciso di prevaricare, di usare gli altri per i nostri interessi, e gli incubi che non avremmo mai conosciuto se ci fossimo comportanti rispettando la natura adesso sono usciti fuori, popolano le nostre strade e le nostre case.

Ci sono molti racconti che mi hanno colpita. Il sapore del vuoto è sicuramente il mio preferito: pur richiamando archetipi tradizionali, in un’atmosfera angosciante e claustrofobica, scopriamo che non sempre la realtà è migliore dell’incubo. Che ci sono mondi, divenuti incomunicabili, che ci fanno sentire diversi, soli. Per me che ho un passato di disturbi alimentari è stato tremendo constatare come alcune ferite siano tornate a sanguinare leggendo questo racconto.

L’umanità è assetata di dialogo, ma incapace di comprendere. Nel racconto che ho appena citato lo intravediamo, mentre in Muta esistenza questa rappresentazione raggiunge l’apice. Anche Suicide station in qualche modo tocca questo tema lasciandoci a bocca aperta, senza parole, non in grado di gridare, soffocati dal nostro stesso respiro.


Il capovolgimento è senza dubbio uno degli espedienti che funzionano maggiormente in questa raccolta. Un’ordinaria giornata di plastica, I Rabblez e Il prigioniero portano all’immedesimazione e alla riflessione proprio grazie a questo rovesciamento di ruoli.


Viviamo un incubo perché siamo stati noi a distruggere quello che ci è stato dato. Linfa mortale e La fiaba nera di Aurora lo provano e ci ammoniscono. Terminiamo la lettura e ci chiediamo se davvero ci stiamo spingendo troppo in là e che cosa possiamo e dobbiamo fare per bloccare il processo che distruggerà l’uomo e tutto il mondo come lo conosciamo.


Mi sia concessa, infine, una riflessione a parte su un racconto in cui ho colto richiami platonici al mito della caverna e a La penultima verità di P. K. Dick: Alla ricerca del sole. Anche in questo caso gli autori ci mostrano quanto la mano dell’uomo sia stata pesante con la natura e quanto possa risultare spaventosa.

Immaginatevi, quindi, di aver vissuto sotto terra e di voler vedere la luce del sole. Uscite fuori: la natura è meravigliosa, ma ci sono mostri tremendi a dominarla. Che cosa fareste? Restereste attoniti? Cerchereste di combatterli? Tornereste indietro?

La natura umana è sempre portata a cercare la conoscenza e a non accontentarsi mai. A volte ciò che trova è spaventoso, una verità scomoda. La paura che ci assale è spesso la paura di morire, di non essere più. Ho trovato tutto questo in Il tumulo degli orrori e molto altro. Avrei voluto che alcuni racconti non finissero, nonostante sentissi mancare l’aria. Avrei voluto leggerne ancora e spero che Prati e Monni tornino a regalarci questi incubi (e a farci riflettere su questi temi) molto presto.


Forse è la natura dell’uomo quella di distruggere le cose più preziose. Forse, invece, è una scusa che ci raccontiamo, perché è più comodo dirci “Siamo fatti così”, anziché cercare, anche nel nostro piccolo, di cambiare il mondo. Eppure, dobbiamo ripetercelo, iniziare dalle cose in apparenza più semplici e banali è l’unico modo che abbiamo per salvarlo. Prati e Monni hanno trovato un modo originale, di valore letterario e filosofico, per lanciare il loro messaggio e lottare per il bene della Natura.


Mi permetto, infine, di sottolineare che qui sotto trovate sia il link d’acquisto della raccolta Il tumulo degli orrori che il canale youtube Zombie readers. Seguite questi ragazzi, perché ne vale davvero la pena. Sapete perché? Perché con la loro immaginazione, la loro penna e la loro voce, hanno dato vita a quegli incubi di fronte ai quali non possiamo più chiudere gli occhi. Ne va della nostra vita e di quella del nostro pianeta.




Fare poesia, fare sociale – Silvia Lisena

Cambiare il mondo con i versi: possibile? Noi vogliamo crederci.

Può la poesia cambiare il mondo? Ho iniziato a riflettere da questa domanda e quasi come un anello sono tornata al punto di partenza: la poesia deve cambiare il mondo. Può sembrare un sogno, una considerazione ingenua, ma l’arte è il modo in cui ci esprimiamo e spesso arriva dal profondo. Se ci fermiamo e ci ascoltiamo, se ascoltiamo l’arte e quello che ci sta suggerendo, possiamo cambiare.

Arrivare a sentire quello che gli altri sentono, trovarsi nudi insieme al poeta che l’aveva fatto prima di noi, anche per noi: questi sono i poteri della poesia. Lavorano sull’empatia, sulla compassione in senso etimologico.


Ho conosciuto Silvia Lisena, poetessa, docente e molto altro (fa tremila cose e riesce bene in tutto!) qualche tempo fa sui social. Ho avuto la fortuna di leggere la sua silloge Lacerti di anima e mi sono ritrovata nuda tra quelle pagine del libro.

Quando ho ideato questa rubrica per questo progetto, ho pensato subito a Silvia, perché nella sua silloge si affrontano tante emozioni e tanti concetti su cui è importante riflettere per cambiare il mondo dentro e intorno a noi.

Se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggere la mia recensione a tema bellezza qui e di acquistare il suo libro qui. Potete seguire anche la sua pagina facebook qui.


Se vi siete persi la videointervista e preferite vederla o ascoltarla, è disponibile sul mio profilo con privacy pubblica qui. Durante la nostra chiacchierata abbiamo approfondito qualche domanda che troverete qui sotto, ma nella parte scritta ci sono un paio di domande extra che per motivi di tempo non sono riuscita a fare nella diretta.

Fatemi sapere che cosa ne pensate: vi piace la rubrica? Pensate che la poesia possa davvero cambiare il mondo? Avete già letto Lacerti di anima? Lo leggerete?

Vi lascio all’intervista e, come sempre, buona lettura!


Ciao Silvia, che cos’è per te la scrittura?

Ciao Serena e innanzitutto grazie per questa intervista! Sono troppo banale se rispondo che la scrittura per me è tutto? Mi ha letteralmente salvata, dandomi uno strumento sia per comunicare con il mondo sia per dare sfogo alla mia fervida immaginazione


Silvia, sei una poetessa e un’autrice di prosa. Che differenze ci sono, per te, tra lo scrivere prosa e lo scrivere poesia?

La poesia è più diretta, più autobiografica, più personale: è uno specchio, ti riflette in toto. Nella prosa, invece, puoi utilizzare i personaggi come medium per trasmettere i tuoi messaggi e per far trapelare una parte di te: ti sveli, ma rimani più appartata.


Quali sono per te gli ingredienti che una bella poesia deve avere?

Pochi orpelli retorici e più contenuti reali, crudi, con parole che sappiano dare istantaneamente l’idea del contenuto e versi che facciano rabbrividire. Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.


Ci si deve sentire denudati dopo aver letto una bella poesia.

Silvia Lisena

Credi che la scrittura e la lettura possano cambiare davvero il mondo? In che modo?

Si legge per capire il mondo e si scrive per farlo capire. La scrittura può incantare, suggestionare e a volte condizionare. Certo, dipende da che generi si scrivono e si leggono…


Sul mio blog mi occupo di poesia “sociale”: un modo di fare poesia, cioè, veicolando non solo emozioni ma anche una spinta verso un cambiamento concreto. Un modo per accendere le luci su realtà che spesso sono sconosciute o di fronte alle quali si tende a chiudere gli occhi. Secondo te, la poesia ha questo potere “sociale”?

Certo, per ciò che ho detto prima. Il problema è che sussiste una sorta di preconcetto verso la poesia, legato alla tradizione scolastica che (giustamente) consegna sempre una linea standardizzata di autori e testi, spesso lontani da noi. Quando la poesia verrà vista come semplicemente un altro mezzo per esprimersi, forse più persone inizieranno ad usarla e si vedrà la sua funzione sociale.


C’è un poeta a cui ti ispiri? Perché?

Mi piacciono gli autori che parlano di umanità e di emozioni, quindi direi Montale, Merini, ma anche Rupi Kaur e un po’ della Dickinson.


Se tu dovessi indicare una poesia che hai letto e che ha cambiato il modo in cui vedi il mondo (intorno a te o dentro di te), quale indicheresti? Perché?

Non ho ancora una poesia che ha sortito questo effetto.


Veniamo alla tua silloge “Lacerti di anima”. Puoi approfondire la scelta di questo titolo?

“Lacerti” vuol dire frammenti: il libro è autobiografico e quindi tratta di frammenti della mia vita e della mia anima. Inoltre ci sono la C, la R e la T che hanno suoni secchi, quindi a significare che questi lacerti a volte sono dolorosi.


Tra le tante qualità della tua scrittura e della tua anima poetica, c’è la grande capacità di mettersi a nudo. Scelta coraggiosissima, tra l’altro. Nelle tue poesie affronti anche temi di grande rilevanza sociale. Vuoi dirci quali sono?

La diversità, come in “La viralità delle etichette” contro il pietismo esploso nei confronti dei soggetti fragili all’inizio del Coronavirus; le malattie rare, come in “L’importanza di essere rari”; il rapporto contrastato con il proprio corpo, come in “Oproc”.


Silvia, da dove nasce la scelta di affrontare questi temi tanto importanti in versi?

Dalla voglia di comunicarli al mondo, era un dovere trasmettere il mio messaggio e comunicare il mio punto di vista.


In “Lacerti di anima” si fondono musicalità, libertà, emozioni, dolore, speranza, ma soprattutto forza e fragilità. Che rapporto hai con questi ultimi due termini?

Sono contrapposti ma similari, si alternano e determinano l’equilibrio della mia vita.


C’è una poesia della raccolta “Lacerti di anima” a cui ti senti particolarmente legata? Le tue poesie sono tutte molto intime e, passami il termine, “sentite”. So che è dura sceglierne una, ma ti chiedo di pensare a quella con più valore sociale, in base al ragionamento che abbiamo fatto poco fa. Quale sceglieresti? Perché?

“Oproc” perché tutti dovremmo indagare il rapporto con il nostro corpo; “Fragile me” perché bisogna iniziare a guardarsi dentro e a non avere paura dei nostri spigoli.


Torniamo al tuo essere anche lettrice: che tipo di poesie ti piace leggere? Che stile devono avere? Devono affrontare particolari temi?

Come ho detto prima, devono emozionarmi, quindi dovrebbero essere introspettive e farmi rabbrividire.


Attualmente stai scrivendo? Stai lavorando su prosa o su poesia?

Sì, ho ultimato un romanzo e sto lavorando sull’editing per poi presentarlo alle case editrici.


Hai la possibilità di inviare nello spazio una sola opera (che sia una poesia, un racconto, un romanzo) di un autore più o meno conosciuto. L’autore puoi essere anche tu. In questa opera dovrebbe essere raccolto il tuo messaggio a memoria futura. Quale opera scegli e perché?

Sceglierei il mio nuovo romanzo, ma non posso svelare perché. Dico solo che cerca di trovare un senso quando tutto crolla: e questo serve, tanto sulla Terra quanto nello spazio.




Non una recensione, ma una riflessione.

No, questa non è una recensione.

Sono stati giorni strani, in cui ho provato emozioni molto forti. La lettura, il mio rifugio insieme alla scrittura, mi è andata un po’ stretta. Ho avuto il bisogno di ascoltarmi e di lasciarmi libera di sentire, senza giudizio, senza censura.

Alcuni di voi mi conoscono già e sanno che lunedì abbiamo iniziato l’inserimento all’asilo nido. Per noi è un bel cambiamento: io e Chiara siamo state sempre insieme, ventiquattro ore su ventiquattro, per due anni e mezzo. Non sto esagerando.

E adesso? Adesso sperimentiamo il significato dello stare lontani, ma anche il suo valore. Perché mi dicono che questo dolore che ho dentro, questa ferita che non smette di sanguinare e che mi ricorda un lutto, è qualcosa che mi farà bene. E mi dico: sì, farà anche bene alla lunga, ma adesso fa un male assurdo.


Quello è il piano emotivo, o meglio una sua parte. Perché in questi dieci giorni ho scoperto il valore del tempo, il piacere di stare insieme. Ci separiamo per neanche tre ore ogni mattina dal lunedì al venerdì, ma quando siamo insieme sono grata di tutto quello che ci viene concesso. Ci lasciamo, sì, ma poi ci ritroviamo vicine. Nonostante la sua rabbia, a volte; nonostante il mio alzare barriere per cercare di nasconderle la voragine che ho dentro.

La vedo ridere, rido con lei. Lei è felice, sono felice con lei. Quando chiudo la porta e sono in casa, da sola, un po’ meno. Aspetto, sistemo la sua stanza, preparo qualcosa in cucina, magari riesco a scrivere anche una storia per lei. Tutto continua a parlarmi di Chiara anche quando lei non è qui con me.


Dicono che ci vuole tempo. Mi sembra di provare a scalare una parete a vetri: continuo a scivolare giù, ho le dita ferite. Anche tenere in mano una penna o digitare lettere al computer provoca dolore.

Ogni tanto mi fermo, provo a respirare. Guardo l’orologio, mi chiedo che cosa stia facendo Chiara.

Adesso non siamo più in simbiosi, è giusto così. Mi ripeto che è un processo naturale, prima o poi riuscirò a convincermi. Non voglio essere una madre soffocante, ma in questo momento mi sento come senza un pezzetto di cuore.

Quello che devo ancora accettare, è che il cuore di Chiara sia diverso dal mio. E che insieme, quando ci troviamo e ci abbracciamo, battano ancora più forte.

A Chiara piace la musica. Devo imparare questa lezione da lei.



Come affrontare il dolore di un lutto?

Lettura consigliata:

– “Il buco”, Anna Llenas

Accadono fatti, alcune volte, che lacerano il nostro corpo dall’interno. Esplosioni così forti che le orecchie iniziano a fischiare, l’equilibrio vacilla, la voce è persa e non riesci neppure a gridare. L’unica cosa che avverti è un vuoto. Un vuoto proprio nella pancia: ricopre tutto il tuo torace, dal cuore e dai polmoni fino alla vita. Eppure fino a un attimo prima non c’era.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c’era sicuramente qualcosa, ma poi non c’è più.

E chi tra di noi non ha provato questa sensazione? Per qualcuno è stato un lutto, per altri una delusione. Senza dubbio possiamo affermare che è stato un perdere qualcosa, una parte di noi che se ne è andata e ci ha lasciato feriti e disorientati.


Il buco di Anna Llenas ha proprio un cerchio rotondo in copertina. Un vuoto dove dovrebbe esserci qualcosa, dove c'era sicuramente qualcosa, ma poi non c'è più.

Quello di Giulia, la protagonista del libro, è un buco da cui escono mostri e attraverso il quale passa il freddo.

Anche io, in quel periodo, ho sentito freddo. Era da poco passato il 7 ottobre 2020: avevo appena perso mia nonna, Maria Teresa. Una persona eccezionale, una donna che per me era stata anche madre e che mi aveva insegnato il significato dell’amore.

Non sapevo bene come comunicare quello che provavo e con Chiara non mi concedevo grandi momenti per rifugiarmi in me stessa e vivere semplicemente le sensazioni che si aggrovigliavano dentro di me.

Ero sicura di un paio di cose: la prima era che fosse necessario spiegare a Chiara quello che stava succedendo, perché la mamma poteva essere un po’ triste in certi momenti. Non volevo che pensasse che fosse a causa sua, perché il senso di onnipotenza dei bambini può giocare brutti scherzi e rischia di far danni anche più avanti. Era necessario che sapesse che la sua bisnonna non c’era più e che la mamma a volte piangeva perché le mancava tanto.

Volevo, inoltre, cercare un rifugio in un libro: trovare, cioè, quell’abbraccio di carta che spesso offre evasione, ma anche rifugio. E se si legge bene, se non si ha paura di sporcarsi di inchiostro tra le sue pagine, spesso una storia offre una soluzione al problema che stiamo vivendo. E io l’ho trovata.


Dunque, torniamo a Il buco.

La vita di Giulia scorre serena e tranquilla, finché un giorno si trova un buco nella pancia. Un buco enorme da cui escono mostri e da cui entra freddo. La bambina cerca un tappo per coprirlo e le vengono offerte varie soluzioni: cibo, bicchieri, televisioni, abiti. Ci sono possibilità che non sono troppo pericolose, come l’affetto di un animale, e altre molto dannose per lei.

Giulia è stanca, non trova una soluzione e la ricerca di un tappo la porta in un vortice nero. Si dispera, cade e poi sente una voce che la invita a cercare dentro di sé.

Parole, colori, musica. Nel buco di Giulia non c’è solo nero. E la vita della bambina torna così a colorarsi. Si accorge, per esempio, che molte persone hanno un buco. E che questo buco, in apparenza così tremendo, è una specie di portale che le permette di viaggiare con la fantasia in posti nuovi, di dedicarsi all’arte e alle sue passioni. Scopre che è possibile condividere quello che si porta da là dentro.

E poi, che cosa succede? Più Giulia accetta questa parte, più cerca di trarne gli aspetti buoni e di condividerli con gli altri, più il buco si rimpicciolisce. Il buco, è bene specificarlo, non si chiuderà mai del tutto, ma sarà sempre un’occasione per viaggiare avanti e indietro, tra il mondo che ci circonda e quello più profondo e nascosto in cui albergano sentimenti, emozioni e ricordi.


In quel periodo Chiara mi ha chiesto spesso di leggerle Il buco. Mentre lo facevamo, insieme, le spiegavo che la mamma era un po’ triste perché la nonna Maria Teresa non c’era più, ma che proprio grazie al sorriso e agli abbracci di Chiara mi sentivo meglio.

A volte, quando arrivavamo alla fine, mia figlia mi accarezzava i capelli o il viso. Credo che ci siano modi di comunicare più nascosti e profondi e che non sia un caso che proprio nelle prime settimane di lutto Chiara mi abbia chiesto molte volte quella lettura.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso. E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso, ma un’occasione per scoprire nuove parti di noi e per farci sentire emozioni, pensieri, storie che poi prenderanno forma su carta.


Quello che non mi aspettavo di trovare e che è stata una piacevole scoperta è stata la drammatizzazione, se così si può chiamare, della necessità di accettare quel dolore, di guardarci attraverso.
E la scoperta che il dolore possa rivelarsi qualcosa che non è necessariamente fine a se stesso.

Per quanto riguarda il che cosa succeda dopo, dove si vada, non ho soluzioni da proporvi. Non universali, almeno. Perché credo che ognuno di noi debba trovare la propria risposta in base alla propria spiritualità. Posso dirvi, però, quello che ho fatto io. Magari sarà un’idea per qualcuno.

Quando mia nonna è morta, ho iniziato a dire a Chiara che era andata su una stella. All’inizio le mostravo una stella nel cielo, quando salutavamo la notte. Poi le condizioni metereologiche hanno iniziato a essere diverse e ho cercato una soluzione alternativa.

Abbiamo un quadro, in casa, proprio nell’ingresso. Un quadro che ritrae un sogno, ma anche l’amore. E tra le tante cose che ci sono dipinte, ci sono le stelle. Ce ne è una tra la luna e un enorme palloncino a forma di cuore. Io ho detto a Chiara che quella è la stella della nonna Maria Teresa. Credevo che lei non ci facesse molto caso, sono passati i mesi e abbiamo scoperto altre immagini, altri quadri e angoli della casa. L’altro giorno, sabato se non erro, ci siamo riavvicinate a quel dipinto, mia figlia ha indicato quella stella è ha detto: “è la stella della nonna Maria Teresa”. E forse per qualcuno non sarà niente, ma per me è stato tanto.


Mi permetto di segnalare, prima di lasciarvi, un altro libro che potrebbe essere utile: Ti voglio bene anche se di Debi Gliori. L’ho regalato a Chiara oggi per ricordarle che l’amore e l’abbraccio della mamma ci saranno sempre, anche se adesso lei andrà al nido. E che la amerò sempre, qualsiasi cosa diventi nel corso del tempo. Una cosa ovvia, forse, per noi grandi, ma mai scontata per i più piccoli. Ma di questo parleremo in un altro articolo.



Come ci prepariamo all’asilo nido

Letture consigliate:

– “Primo giorno di asilo”, Esther Van Den Berg

– “I tre piccoli gufi”, Martin Waddell

Mi sono chiesta se aprire questa rubrica un po’ diversa dalle altre di cui mi occupo sul mio blog. Ero titubante, perché il contenuto che avrei portato sarebbe stato diverso, più personale. E perché questa rubrica si rivolge soprattutto a genitori, zii, insegnanti, scrittori di libri per bambini e non a lettori in senso lato.

Chi mi conosce sa che mi pongo molte domande e che difficilmente trovo risposte. Vivo di dubbi e questo spesso mi porta a essere meno serena di quanto vorrei. Ma è la mia natura, ho imparato ad accettarmi per quello che sono.

Dunque, che fare? Pubblicare? Non pubblicare?

La risposta la potete intuire da soli.


Come ci prepariamo al nido?


Ci stiamo concentrando su due libri: Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg e I tre piccoli gufi di Martin Waddell.


Il primo settembre è un primo gennaio che cade di lunedì per tutto il personale scolastico e per molti alunni.

Quest’anno siamo davvero in grande fermento: primo giorno di scuola dell’anno di prova di Gabriele, mio marito. Lunedì Chiara comincerà l’inserimento al nido. E io? Appesa, a fare un po’ questo, un po’ quello, ma ci sono abituata. Attendiamo le convocazioni e vediamo dove andrò a finire. Non perdiamoci oltre e torniamo a noi.

Perché pubblicare oggi questo post? Perché i preparativi fervono e dovranno crearsi nuovi equilibri. A volte mi sembra di non essere pronta, e stamani mi è venuta la strana immagine del farsi liquido per adattarsi meglio al contenitore senza perdere la nostra natura, ciò che ci compone nel profondo. Io, un sasso, ho passato tanto tempo a farmi gas e a rarefarmi, disperdendo soprattutto quello che ero, perché la necessità me lo imponeva. Il mio proposito per questo anno è essere più liquida, più adattabile, senza perdere di vista me stessa. Ce la farò? Ve lo saprò dire tra un po’ di settimane…


Dunque, l’argomento di oggi è: come ci prepariamo al nido? Premetto che Chiara è una lettrice molto forte. Mi è venuto spontaneo affrontare questo tema attraverso i libri. Ne stiamo usando due e voglio condividere con voi quello che l’esperienza di lettura ci sta dando nella speranza che possa essere utile anche a qualcun altro.

Ci stiamo concentrando su due libri: Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg e I tre piccoli gufi di Martin Waddell.


Il primo giorno di asilo di Esther Van Den Berg è un libro molto grande: quando io e Chiara lo leggiamo sul divano, scompariamo dietro le sue pagine enormi. In genere sono io a tenerlo, lasciandola libera di indicare con l’indice le cose che vuole approfondire o di cui vuole conoscere il nome.

Cippi, un pettirosso, è al suo primo giorno di asilo. La mamma lo accompagna nel grande albero e lui entra con reticenza. Una volta dentro, però, svolge diverse attività, parla con i compagni e la maestra, acquista autonomia con piccole conquiste personali. E poi che succede? Arriva l’ora di tornare a casa. Cippi e la mamma si abbracciano e il pettirosso chiede alla maestra se può tornare anche il giorno dopo.

La maggior parte delle scritte sono in stampatello, non tutte purtroppo. I disegni sono molto belli e curati. Con Chiara ci divertiamo a scovare tutti i più piccoli dettagli. Da mamma, ho apprezzato molto che l’asilo sia composto da animali diversi tra loro. Credo che sia un particolare fine, perché inizia a far alfabetizzare i più piccoli con il concetto di identità e di diversità: ognuno di noi è quello che è, siamo tutti diversi tra di noi, condividiamo spazi, forse giochi e passioni. La diversità come caratteristica normale dell’umanità: un cinghiale che diventa amico di un tasso, perché no?

Il libro fornisce al bambino un’idea delle attività che lo aspettano al nido: accoglienza, gioco motorio, manipolazione, pasto, condivisione delle esperienze, attività all’aperto. Una routine in grado di tranquillizzare i più piccoli e che mi sta permettendo di preparare Chiara al nuovo modo in cui trascorrerà le mattine con i suoi pari.

E poi, dettaglio non meno importante, la mamma torna. Bello stare all’asilo, ma bello anche ritrovarsi. Questo dettaglio può sembrare forse irrilevante, ma credo che per i nostri figli e anche per noi sia rassicurante.

[Detta tra noi, tanto non ci vede nessuno, dopo due anni e mezzo passate a strettissimo contatto, credo che questo libro stia preparando molto anche me a questo passaggio].


L’altro titolo su cui stiamo lavorando è I tre piccoli gufi di Martin Waddell.

A differenza dell’altro, questo non è un libro che tratta nello specifico dell’asilo nido. Ci sono tre piccoli gufi, Sara, Bruno e Tobia che nel bosco, di notte, aspettano la mamma. I gufi pensano molto e si chiedono dove sia la loro mamma. Escono dal loro nido, nella notte, la aspettano. Sfidano la loro paura di essere abbandonati e si stringono, condividendo tra loro preoccupazione e desiderio. E poi la mamma torna. La mamma torna come è naturale che sia. I piccoli gufi adesso sono felici.

Abbiamo la versione cartonata del libro, molto piccola e facile da maneggiare. Lascio che sia Chiara a sfogliarla e spesso lo fa da sola, senza coinvolgermi direttamente nella lettura.

Perché questo libro è importante? Perché insegna queste cose: che la mamma tornerà; che la paura dell’abbandono è una paura, sì, ma infondata, perché la mamma tornerà; che la paura, se la condividi con gli altri, forse è meno terrificante o almeno potrai trovare conforto e comprensione in chi ti è vicino; che ci sono tanti piccoli gesti per vincere le proprie paure: il più piccolo, ma il più difficile da fare, è dirle ad alta voce.


Che altro aggiungere? Stiamo lavorando anche con un piccolo librino in inglese, Kindergarten di Alena Razumova per contribuire a rafforzare l’idea delle attività che andrà a svolgere e per iniziare a familiarizzare con una lingua straniera.


In ogni caso, lo so, lunedì sarà un giorno importantissimo per me e per Chiara, per il nostro rapporto. Sarò proprio io a fare l’inserimento con lei e con altre mamme mi capita di scherzare sul fatto che servirà più a me che a lei. Spero di non emozionarmi troppo e di non piangere. Se dovesse succedere, non sarà una tragedia: le dirò che la mamma è felice per lei e per le nuove esperienze che farà, che all’inizio sarà un po’ difficile staccarsi, ma che all’uscita ci sarà sempre il mio abbraccio ad aspettarla.

[Ecco, lo sapevo: sto già piangendo. Ma Chiara dorme e non sa ancora navigare e leggere da sola].


Spero che questa rubrica diversa dal solito vi sia piaciuta e che possa essere utile anche a voi! I consigli di lettura che vi ho fornito valgono per bambini grandicelli che stanno per iniziare l’asilo nido o per quelli che andranno alla scuola dell’infanzia.

Se avete altri titoli da suggerirmi su questo o su altri argomenti o vi piacerebbe che io e Chiara leggessimo qualche titolo in particolare, siamo qui! I nostri libri preziosi sono anche i vostri se volete fermarvi con noi in uno dei nostri angoli di lettura!



“Ragazze elettriche” – Naomi Alderman

Violenza: naturale? Sociale? Sicuramente assurda.

La maggior parte delle mie recensioni arriva a caldo: la lettura di un libro mi suggerisce spunti filosofici, ne scelgo uno (almeno in un primo momento), lo approfondisco e poi scrivo la recensione.

Ho aspettato alcuni giorni dopo aver terminato Ragazze elettriche di Naomi Alderman, ma non riesco ancora ad avere il giusto distacco nel vedere questo libro. Ecco, aspettatevi questo: che quella che leggerete sia solo una prima recensione, ma che ne arrivino altre sempre su questo titolo. Un po’ come è successo con Shining di King (di cui non ho ancora finito di scrivervi, ve lo anticipo) per cui ho preparato un Era meglio e una recensione filosofica sul concetto di redenzione e con Cambiare l’acqua ai fiori di Perrin (su cui ho scritto una recensione a tema bellezza e una filosofica sulla vita).

Quello che è successo stavolta, però, è diverso: mi sono sentita profondamente colpita sia dal suo contenuto che dalle finestre che si aprivano nella mie mente. Sono stata bombardata da collegamenti su argomenti possibili, e alla fine ho deciso di iniziare con quello forse più banale e lampante, ma anche il più urgente: quello dell’assurdità della violenza.


Questo libro ha subito suscitato la mia curiosità, tanto da essersi guadagnato il mio voto sulla fiducia nel gruppo di lettura per la scelta del titolo del mese.

Su internet gira un po’ la notizia che questo sia un libro gore, un termine preso in prestito dal mondo cinematografico e che indica un genere ricco di immagini violente e cruente. Quando parliamo di arte in generale e, in questo caso, di letteratura, il parametro fondamentale deve sempre essere la funzionalità.

La violenza è presente in Ragazze elettriche? Sì.

Si indugia troppo su questo tipo di scene? Premesso che non sta a me giudicarlo, ma io ho trovato l’uso della violenza funzionale alla narrazione. Ci sono scene forti, sì, e se devo dirla tutta non ho dormito bene mentre lo stavo leggendo, ma questo non lo reputo un limite del libro. Se una storia è così forte da azionare tanti campanellini e da colpire anche la parte meno razionale di cui siamo fatti, credo che quello che stringiamo tra le nostre mani sia un libro che ci parla nel profondo. Un libro che parla a noi come persone, come esseri umani.


Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.
Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.
Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.
Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

Mi sbilancerò: Ragazze elettriche di Naomi Alderman tra qualche anno potrebbe essere inserito nei libri di testo delle scuole proprio per la portata del suo messaggio e per la forma con cui è scritto: senza troppi fronzoli, ma curata.

Adesso vediamolo più da vicino.


Non mi dilungherò sulla trama, che potete trovare ovunque. Vi basti sapere che prima le ragazze, poi tutte le donne, hanno scoperto di avere un potere: quello dell’elettricità. E questa scoperta ha portato scontri e disordini iniziali soprattutto per l’incapacità di contenere questa forza, ma anche isolamento, teorie del complotto… insomma, vi ricorda qualcosa?

Proseguiamo. Perché oltre alla parte di fantascienza, c’è anche un forte richiamo alla realtà: l’Arabia Saudita, in primis, dove le donne non potevano guidare le automobili fino al 2018, ma anche la tanto ammirata società occidentale. E che dire delle schiave del sesso commerciate e tenute prigioniere anche nella civilissima Europa?

Ecco la realtà: le donne subiscono quotidianamente soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne. Ecco la fantascienza: le donne scoprono di avere un potere e in qualche modo riescono a sovvertire ogni ordine, religioso e politico, e diventano il perno intorno al quale ruota ogni decisione presa.



Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Mentre all’inizio le donne subivano la violenza degli uomini, durante il romanzo la situazione si ribalta sempre di più e sono le donne a violentare, torturare, uccidere gli uomini.

La vera domanda che ci poniamo come lettori è: che sensazione mi dà questo ribaltamento? E l’autrice stava auspicando questa rivoluzione femminile che troviamo nelle pagine? No, assolutamente. Se cercate un romanzo che investa le donne come esseri superiori rispetto agli uomini, cambiate libro. E anche se cercate un romanzo che vendichi le tante violenze che le donne subiscono ogni giorno in ogni parte del mondo. Non è tra queste pagine, non vi sentirete vincitrici quando le donne saranno più potenti e temibili. Sapete perché?


Perché è qui che arriva il cuore di Ragazze elettriche: perché la violenza è sempre assurda.

Leggendo le scene di violenze sessuali sugli uomini o dei pestaggi operati dalle donne solo perché potevano farlo, io ho pensato che fosse tutto assurdo.

Assurdo che una donna abusi di un uomo, come che lui abusi di lei.

Assurdo che una donna colpisca un uomo, come che lui colpisca lei.

Assurdo che una donna ricatti un uomo, come che lui ricatti lei.

La violenza e il potere che le protagoniste di Ragazze elettriche raggiungono, ognuna seguendo la propria strada, sono traguardi che non ci appartengono, che non ci fanno gioire con loro. Vorremmo che tutto fosse un brutto incubo. E forse per questo motivo questo libro ha tormentato anche le mie notti. Perché mentre lo leggevo continuavo a pensare che era assurdo e a quanto sia assurdo quello che accade nella realtà. Che la vittima della società sia una donna o un uomo, non cambia lo smarrimento di fronte a questa scena.


Ma la violenza che cos’è?

La violenza, filosoficamente parlando, esiste soprattutto dove esiste una dualità: un polo positivo, il Bene, e uno negativo, il Male. Perché esiste la violenza? Perché esiste qualcosa che definiamo buono e giusto e qualcosa che definiamo nel modo opposto.

Il problema della violenza, il problema reale della violenza, è che cambiando la natura (o il genere, visto che di questo nel libro si tratta) del polo, il risultato non cambia. Per dire no alla violenza bisogna abbandonare questa contrapposizione netta, questo sistema che tende a creare nemici anche tra i nostri simili.

Per uscire dal sistema violenza, bisogna abbandonare la polarizzazione manichea di due principi opposti.


Si può veramente uscire da questa spirale? Se sì, in che modo? E come può tutto questo cambiare il nostro modo di vivere, oggi, realmente, nel mondo?

Torniamo al discorso di partenza: questo libro dovrebbe essere messo nei libri di scuola.


Ragazze elettriche di Naomi Alderman mi ha insegnato tante cose: la prima è che la violenza è sbagliata. La seconda è che desiderare una vendetta, un rovesciamento, non porta a un miglioramento della situazione. Mi ha ricordato molto il sistema per cui ogni sgarro deve essere punito. La logica, cioè, di quelle faide che continuano a mietere vittime per anni e generazioni: la vendetta, come nell’antica Grecia, vissuta quasi come un dovere morale.

Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Lo vediamo bene nelle vicende delle protagoniste, soprattutto di una in particolare. Ma è davvero questo che vogliamo e che ci meritiamo? Possibile, allora, cercare una via diversa, una via non polare e non sanguinaria, una via che non porti con sé un dolore perpetuato all’infinito?

Lascio a voi la parola.



“Il gabbiano Jonathan Livingston” – Richard Bach

Ricordo ancora il giorno in cui ho acquistato questo libro. Eravamo entrati in una libreria a Marina di Massa e mio marito si era meravigliato che non lo avessi mai letto. Sotto suo consiglio lo comprai. Divorato in un paio di giorni.

Un libro intenso e carico di significati. Un libro poetico.

Per questo libro avevo redatto una recensione in tre parole. Una recensione veloce, anche per chi la legge.

Consiglio, a chi ha letto Il gabbiano Jonathan Livingston di pensare alle sue tre parole prima di leggere le mie. Sarà curioso confrontarle, magari insieme, e capire che cosa questa lettura ha lasciato a entrambi e cosa no.


Libertà

Volare per il piacere di volare, senza limitarsi a farlo per il cibo. Un po’ come lavorare per il piacere di farlo, e non per sopravvivere. Un po’ come vivere per il gusto di vivere, liberi da ogni bisogno e da ogni dovere. Questo, per me, è il sapore della libertà.

Reietto

Chi si scaglia contro qualcosa condiviso dalla maggioranza viene allontanato ed escluso. Chi parla con un reietto diventa a sua volta Reietto. Chi guarda un Reietto, diventa a sua volta un Reietto.

Essere reietti è non essere necessariamente conformi a quello che gli altri si aspettano. Non essere, quindi, uniformi.

Condivisione

Imparare cose nuove è bello, ma se si tiene per sé quello che abbiamo appreso, senza aiutare gli altri, che senso ha? Condividere quello che sappiamo è un modo per scambiare conoscenze. Un modo, quindi, per arricchirsi e crescere.


Le tre parole per “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach per me sono:

Libertà – Reietto – Condivisione


Il gabbiano Jonathan Livingston è quindi un inno alla vera libertà: quella che deriva dal piacere della conoscenza e dalla condivisione, dal distacco dalla necessità e dall’omologazione con chi ci circonda.
Essere se stessi, anche se vuol dire essere reietti. Essere liberi e condividere insieme quello che siamo, oltre quello che sappiamo.

Buona lettura!



“Dove la tempesta diventa bonaccia” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questo racconto ispirandomi a Let it be dei Beatles. Il racconto, così come lo leggete, ha partecipato al concorso letterario Note raccontate ed è arrivato sul secondo gradino del podio.

Buona lettura!


Scrosch.

Ho ascoltato onde infrangersi su questi scogli e fare meno rumore dei miei pensieri.

Scrosch.

E anche se schizzi d’acqua hanno colpito il mio viso, non ho sentito nient’altro che la differenza tra caldo e freddo. Quello che viene da là fuori è gelido, ma i brividi arrivano da dentro.

Scrosch.

Il mare mi affascina tanto perché so che mi ucciderebbe. Vengo qui ogni anno, a trovarlo, a ricordargli che anche stavolta il suo infinito non mi ha presa, non del tutto. Ha continuato a fluire in un angolo nascosto nella mente, a corrodermi dentro come il vento fa sulla mia pelle. Le sue acque sono arrivate e scivolate via portando sempre con sé un frammento di me. Lento lento, non ha lasciato quasi niente.

Scrosch.

Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Come un amato, come un nemico, questo è il nostro ultimo incontro. Da distanti, almeno, da entità diverse. Mi sento come Ofelia circondata dai fiori e trasportata dalle acque. Basterà smettere di combattere, abbandonarmi alla pace delle onde. L’ho sognato ogni notte da quando ho saputo: quello sciabordio ha riempito le mie lenzuola di sudore. E ogni volta una nave si affacciava all’orizzonte e si avvicinava al porto. E sapevo, e so che è venuta per me, per prendermi. Per portarmi dove le onde non si infrangono più e dove tutto è silenzio e calma. In quel tratto misterioso di mare dove la tempesta diventa bonaccia.

Non ho mai imparato a nuotare. Dell’acqua bisogna avere rispetto e timore. Il mare c’è sempre stato e resterà dopo di noi: disegnerà nuovi confini, sommergerà coste e poi si ritirerà, servo della Luna. È un dio eterno il mare, o un terribile spettro. Qualcosa che non morirà e non si consumerà mai, che continuerà a esistere oltre lo scorrere del tempo.

Incamerare l’aria, buttarsi e trattenere il fiato. Iniziare a muoversi senza grazia in un universo che dalla superficie forse sembra immobile, ma che sotto, nelle profondità, è vivo. Sforzarsi di tenere gli occhi aperti per guardarsi intorno, toccare un pesce con la mano, un’alga con il piede. Sprofondare tanto in basso, in una notte con poche stelle, e iniziare a chiedersi se la luce in superficie sia troppo lontana. Se la Luna si sia spenta.

Non è l’acqua a essere torbida, qui, ma la paura di chi la osserva, di notte, quando anche il mare più limpido è nero come gli abissi.

Scrosch.

Ogni volta è lo stesso sogno che si ripete, con quei contorni un po’ sfuocati dei ricordi d’infanzia. Siedo a pochi passi dal faro verde e ho lasciato alle mie spalle la rassicurante passeggiata in cemento. Mi muovo goffa, rischio di cadere in acqua, e io non so nuotare.

Ha tormentato le mie notti, animato i miei incubi, ma non mi ha presa, non ancora.

Scrosch.

Aspetto che il sole abbracci il mare, che l’aria si tinga di rosso e di rosa, e poi riprendo a respirare.

Vivere è come prepararsi a un’immersione: questione di fiato, di oscurità, di limiti da superare. Il tuo nemico non è l’acqua, né la mancanza di ossigeno. Sei tu: il rischio di non riconoscere quando è il momento di tornare a galla. Dimenticare che prima o poi tutto finirà, anche l’aria nella bombola, e tu dovrai essere già sulla barca, fuori dall’acqua, con i polmoni liberi.

Potrei scendere sulla spiaggia, bagnare appena i piedi, prendere confidenza con l’infinito. Accettare che l’acqua c’è e ci sarà, prima e dopo di noi. Che dall’acqua veniamo e che nell’acqua torneremo. Lascia che sia. L’acqua, la vita, la morte. L’acqua che abbraccia il relitto e coltiva le alghe che crescono. La vita che arriva, senza chiedere permesso; a volte senza neppure un perché. La morte che è parte del processo, non fine, non principio, ma tappa di un moto eterno. Non esistono correnti circolari, ma solo un fluire lento, avanti e indietro, sulla riva e sulla sabbia. Si perde un frammento di conchiglia, si porta via un po’ di schiuma.

L’acqua, la vita. L’acqua, la morte.

Scrosch.

Ci sono responsi che non ti aspetti, e più che diagnosi sembrano condanne.

Ho riflettuto molto sul combattere e sull’arrendersi. Nel mezzo c’era lasciar fare il proprio corso alle cose, sicura che sarebbero andate come dovevano. Credo che ogni cosa non possa che svilupparsi come è naturale che sia. E anche la malattia, per quanto dolorosa e tremenda, soprattutto per chi ci circonda, non sia nient’altro che un movimento del flusso, una corrente in questo strano mare che è la vita.

Stasera capisco quell’incubo e quell’immagine, quella figura indefinita sulla prua della barca, un’ombra scura controluce. Portata dal vento, o forse da un misterioso capitano, il natante appare all’orizzonte, si avvicina a meno di un miglio dalla mia posizione e passa oltre il faro verde senza entrare nel porto. Non è per me questo viaggio, non ancora. Verrà il mio tempo, ma il mio tempo non è adesso.

Un’onda si infrange su uno scoglio e un gabbiano plana sullo specchio d’acqua, lo incrina quando si adagia. Afferra un pesce, se ne va. Il sole sta tramontando e sono sola.

Dietro di me qualcuno si lamenta a bassa voce, ma quel sospiro vola via con il vento.

Sh.

Scrosch.

Vengo qui ogni giorno, ma oggi è diverso. Oggi è l’ultima volta, lo sento. Così quando la nave entra nel porto, non mi sorprendo. Mi aspettavo ancore diverse, più grandi e arrugginite, morse dall’acqua e dal tempo. Poi mi dico che non dobbiamo attaccarci così, non alle cose che ci succedono qui, sulla superficie. Che quello che conta accade sotto, sui fondali, dove il tempo non si ferma mai del tutto e l’ossigeno continua ad arrivare.

Ho sempre avuto paura dell’acqua, ma alla fine dei conti non è neppure vero.

La figura sulla prua si avvicina e mi invita a salire. Resisto alla tentazione di cercare il suo viso, di incrociare i suoi occhi, perché quello che mi meraviglia è che sia così piccola, molto più piccola di me, e anche i suoi movimenti mi sembrano goffi. Mi indica un punto sulla poppa della nave e io mi siedo. Il legno trema sotto di me perché l’imbarcazione continua a danzare con le onde. Sembra che non ci sia nessun altro passeggero in questo ultimo viaggio. Sembra che debba affrontarlo ancora da sola, come tutti quelli che ho vissuto fino a ora.

Le vibrazioni si fanno più forti, come se la nave fosse mossa da un maremoto, e partiamo.

Scrosch, scrosch.

Quando è arrivata la notte? È una notte magica, senza stelle e senza luna. Un brivido di freddo è l’ultima cosa che sento.

La figura dalla prua si sposta di fronte a me e si mostra: ha l’aspetto di una bambina, di me bambina. Muove le mani, come un mago fa l’incanto. La barca trema, si spezza, e la poppa lentamente affonda. E quel piccolo spettro è di nuovo sulla prua, alza la mano, mi saluta.

Glu, glu, glu.

L’ultima cosa che vedo sono le sue braccia e il suo viso. Rivolti verso la superficie, verso il cielo. Potrei risalire, se mi sforzassi. Non ho imparato a nuotare, ma se volessi sopravvivere qualcosa riuscirei a inventarmi.

Credo che la luce, qui, potrebbe arrivare, ma non stanotte, non in questa notte senza luna e senza stelle. Mi chiedo come riesca a vederlo, ma penso che non abbia importanza.

Dagli abissi alza le braccia al cielo, ma io mi accovaccio tra i suoi piedi e mi sento bene. Mi rannicchio, sulla base di conchiglia, e mi sento a casa.

Scrosch.



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“Coincidenze” di Serena Barsottelli

Matteo – 18:59

Era arrivato troppo presto il suo turno: doveva sdraiarsi, poggiare la testa sul ferro, chiudere gli occhi, aprire le orecchie e contare in silenzio.

Elias, il giorno prima, aveva resistito fino al numero centoventidue, ma il cronometro aveva segnato ottanta secondi precisi precisi. Non era un brutto risultato, ma era peggiore di quello di Fabrizio: duecento, sia a voce che sull’orologio; un vero temerario.

Matteo non era poi così convinto della necessità di quella prova, ma gli altri avevano insistito, dicendo che era un passaggio necessario per entrare a far parte del gruppo, la banda dei ragazzi del quartiere est. L’ingresso prevedeva il superamento di tre prove di coraggio: la prima era stata fumare una sigaretta nel bagno della scuola; la seconda introdursi dopo il tramonto nel campo santo e fare tre giri con un cero in mano. Per lui era arrivato il momento dell’ultima sfida, in apparenza la meno complicata. Ogni giorno, alle 19:03 il treno dalla città sarebbe passato da lì, scivolando con le sue ruote lungo l’unico binario. Alle 19:00 in punto uno di loro si sdraiava e aspettava che la locomotiva fosse vicina prima di alzarsi; alcuni avevano fatto una figura barbina, scattando in piedi e correndo in lacrime appena avevano udito, poco più indietro, prima della curva, il fischio incattivito del treno. Altri, come Fabrizio, erano entrati nella storia.

Matteo voleva entrare nel gruppo ed essere qualcuno, ma non voleva morire.

Erano arrivati alle 18:30: avevano nascosto le biciclette nella siepe vicino al passaggio a livello dopo il cavalca-ferrovia e si erano incamminati nel loro punto magico.

Fabrizio aveva strappato sei fili d’erba lunghi e uno corto; gli altri si erano radunati intorno a lui per il momento più importante: l’estrazione a sorte del nuovo concorrente. Avevano pescato dal pugno chiuso dell’amico e la sorte aveva stabilito che fosse la volta di Matteo. L’avevano salutato tutti con una pacca sulla spalla, alcuni invidiosi dei minuti di gloria che gli sarebbero spettati, altri felici di non dover sfidare un ammasso di ferro e carne come il treno.

Erano le 18:55 e, con qualche minuto di anticipo, Matteo aveva cominciato a prepararsi. Si era tolto il maglioncino buono ed era rimasto in t-shirt; il freddo sembrava un cane affamato intento a mordergli la bocca dello stomaco. Prima di fare l’ultimo passo su quel letto di ferro e di morte, si bloccò e trattenne il fiato. Per farsi coraggio iniziò a contare, come se quella nenia rassicurante potesse dargli la forza della disperata impresa.

«Che fai? Ci hai ripensato?», lo schernì Raffaello.

«Hai poco da ridere… con i tuoi dieci secondi!» lo zittì Francesco.

Matteo non stava sentendo niente: era concentrato soltanto sul suo orologio, che aveva appena segnato le 18:59. Incamerò tutta l’aria che riuscì a risucchiare e si sdraiò.

Il ferro delle rotaie era più tiepido del previsto, perché aveva assorbito tutto il leggero calore del pomeriggio.

Enrico – 18:57

Enrico non aveva fretta: aveva già sbrigato le ultime pratiche e l’unica cosa che gli restava da fare era proprio morire.

Aveva preso la difficile decisione dopo mesi di vani tentativi: si era illuso, aspettando un segno che gli facesse riacciuffare la vita, finché il suo tempo, il tempo che aveva concesso alla sorte, non era quasi scaduto. Si era portato avanti con la lista delle ultime procedure, per esser certo di non sprecare alcun minuto dopo il termine prestabilito: il biglietto d’addio nella tasca destra dei jeans, il documento nella sinistra. Alcuni spiccioli per l’incontro con Caronte tintinnavano nella tasca interna della giacca; nessuno, però, si sarebbe avvicinato così tanto da sentirli. E così si era incamminato verso il cavalca-ferrovia della prima periferia, certo di non incrociare gli occhi indiscreti degli operai che smontavano il turno alle 17:30.

Aveva camminato a piedi, salutando con una lieve flessione del capo gli ultimi ignari passanti che aveva incontrato.

«Tutto bene, signor Rossi?»

«Magnificamente. Come sempre…» aveva risposto aumentando il passo e abbassando la voce poco a poco, prima che qualcosa potesse sfuggire al suo controllo e la maschera apatica si crepasse.

“Non scappare. Fermati. Fermami”. Già l’altro, ormai, si era confuso con le ombre scure degli alberi e l’ambiente da amichevole si era fatto funesto. Enrico aveva guardato lo schermo del cellulare e la fretta l’aveva assalito: doveva essere più veloce. Il passo era diventato più lesto e, con un po’ di affanno, aveva raggiunto il punto più alto del cavalca-ferrovia. Aveva controllato che all’orizzonte non si intravedesse il treno e aveva iniziato le ultime procedure: tolte le scarpe; allineate una a fianco dell’altra, parallele; osservato l’orario, per un’ultima volta; lasciato il cellulare sopra il plantare dei mocassini; chiesto perdono.

Erano le 18:57. La morte era in ritardo di tre minuti.

Gabriele – 18:53

Era stato un pomeriggio pesante: accompagnare papà dal medico, studiare per la sessione d’esame, raccogliere i frammenti di cuore che Elena aveva distrutto, come incendio di navi.

La luce era calata e la penombra, rassicurante, era scesa sulla città. Aveva atteso quel momento tutto il giorno: era l’unico in cui il mondo restava fuori e Gabriele, Gabriele soltanto, era padrone della propria mente.

Aveva spento il telefonino e acceso il lettore mp3. Le cuffie, enormi, erano un piccolo casco protettivo per la sua testa… e per la sua anima.

Lo separavano da casa, dai problemi, solo tre minuti, il tempo di una canzone. Selezionò la sua preferita e optò per il giro veloce: superò la recinzione bucata e si trovò a camminare lungo il binario. Non aveva mai fatto così tardi in biblioteca e non conosceva gli orari di transito.

La musica lo rese sordo al fischio del treno, che lo colpì e, troppo tardi, si fermò.

Si fermò e non ripartì quella sera, lasciando Matteo ed Enrico ad aspettare, invano.

Gabriele volò nell’aria e si posò a terra.

Il Destino l’aveva travolto.

Il Destino non è mai in ritardo.



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