“Dove la tempesta diventa bonaccia” di Serena Barsottelli

Attenzione!

Ho scritto questo racconto ispirandomi a Let it be dei Beatles. Il racconto, così come lo leggete, ha partecipato al concorso letterario Note raccontate ed è arrivato sul secondo gradino del podio.

Buona lettura!


Scrosch.

Ho ascoltato onde infrangersi su questi scogli e fare meno rumore dei miei pensieri.

Scrosch.

E anche se schizzi d’acqua hanno colpito il mio viso, non ho sentito nient’altro che la differenza tra caldo e freddo. Quello che viene da là fuori è gelido, ma i brividi arrivano da dentro.

Scrosch.

Il mare mi affascina tanto perché so che mi ucciderebbe. Vengo qui ogni anno, a trovarlo, a ricordargli che anche stavolta il suo infinito non mi ha presa, non del tutto. Ha continuato a fluire in un angolo nascosto nella mente, a corrodermi dentro come il vento fa sulla mia pelle. Le sue acque sono arrivate e scivolate via portando sempre con sé un frammento di me. Lento lento, non ha lasciato quasi niente.

Scrosch.

Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Come un amato, come un nemico, questo è il nostro ultimo incontro. Da distanti, almeno, da entità diverse. Mi sento come Ofelia circondata dai fiori e trasportata dalle acque. Basterà smettere di combattere, abbandonarmi alla pace delle onde. L’ho sognato ogni notte da quando ho saputo: quello sciabordio ha riempito le mie lenzuola di sudore. E ogni volta una nave si affacciava all’orizzonte e si avvicinava al porto. E sapevo, e so che è venuta per me, per prendermi. Per portarmi dove le onde non si infrangono più e dove tutto è silenzio e calma. In quel tratto misterioso di mare dove la tempesta diventa bonaccia.

Non ho mai imparato a nuotare. Dell’acqua bisogna avere rispetto e timore. Il mare c’è sempre stato e resterà dopo di noi: disegnerà nuovi confini, sommergerà coste e poi si ritirerà, servo della Luna. È un dio eterno il mare, o un terribile spettro. Qualcosa che non morirà e non si consumerà mai, che continuerà a esistere oltre lo scorrere del tempo.

Incamerare l’aria, buttarsi e trattenere il fiato. Iniziare a muoversi senza grazia in un universo che dalla superficie forse sembra immobile, ma che sotto, nelle profondità, è vivo. Sforzarsi di tenere gli occhi aperti per guardarsi intorno, toccare un pesce con la mano, un’alga con il piede. Sprofondare tanto in basso, in una notte con poche stelle, e iniziare a chiedersi se la luce in superficie sia troppo lontana. Se la Luna si sia spenta.

Non è l’acqua a essere torbida, qui, ma la paura di chi la osserva, di notte, quando anche il mare più limpido è nero come gli abissi.

Scrosch.

Ogni volta è lo stesso sogno che si ripete, con quei contorni un po’ sfuocati dei ricordi d’infanzia. Siedo a pochi passi dal faro verde e ho lasciato alle mie spalle la rassicurante passeggiata in cemento. Mi muovo goffa, rischio di cadere in acqua, e io non so nuotare.

Ha tormentato le mie notti, animato i miei incubi, ma non mi ha presa, non ancora.

Scrosch.

Aspetto che il sole abbracci il mare, che l’aria si tinga di rosso e di rosa, e poi riprendo a respirare.

Vivere è come prepararsi a un’immersione: questione di fiato, di oscurità, di limiti da superare. Il tuo nemico non è l’acqua, né la mancanza di ossigeno. Sei tu: il rischio di non riconoscere quando è il momento di tornare a galla. Dimenticare che prima o poi tutto finirà, anche l’aria nella bombola, e tu dovrai essere già sulla barca, fuori dall’acqua, con i polmoni liberi.

Potrei scendere sulla spiaggia, bagnare appena i piedi, prendere confidenza con l’infinito. Accettare che l’acqua c’è e ci sarà, prima e dopo di noi. Che dall’acqua veniamo e che nell’acqua torneremo. Lascia che sia. L’acqua, la vita, la morte. L’acqua che abbraccia il relitto e coltiva le alghe che crescono. La vita che arriva, senza chiedere permesso; a volte senza neppure un perché. La morte che è parte del processo, non fine, non principio, ma tappa di un moto eterno. Non esistono correnti circolari, ma solo un fluire lento, avanti e indietro, sulla riva e sulla sabbia. Si perde un frammento di conchiglia, si porta via un po’ di schiuma.

L’acqua, la vita. L’acqua, la morte.

Scrosch.

Ci sono responsi che non ti aspetti, e più che diagnosi sembrano condanne.

Ho riflettuto molto sul combattere e sull’arrendersi. Nel mezzo c’era lasciar fare il proprio corso alle cose, sicura che sarebbero andate come dovevano. Credo che ogni cosa non possa che svilupparsi come è naturale che sia. E anche la malattia, per quanto dolorosa e tremenda, soprattutto per chi ci circonda, non sia nient’altro che un movimento del flusso, una corrente in questo strano mare che è la vita.

Stasera capisco quell’incubo e quell’immagine, quella figura indefinita sulla prua della barca, un’ombra scura controluce. Portata dal vento, o forse da un misterioso capitano, il natante appare all’orizzonte, si avvicina a meno di un miglio dalla mia posizione e passa oltre il faro verde senza entrare nel porto. Non è per me questo viaggio, non ancora. Verrà il mio tempo, ma il mio tempo non è adesso.

Un’onda si infrange su uno scoglio e un gabbiano plana sullo specchio d’acqua, lo incrina quando si adagia. Afferra un pesce, se ne va. Il sole sta tramontando e sono sola.

Dietro di me qualcuno si lamenta a bassa voce, ma quel sospiro vola via con il vento.

Sh.

Scrosch.

Vengo qui ogni giorno, ma oggi è diverso. Oggi è l’ultima volta, lo sento. Così quando la nave entra nel porto, non mi sorprendo. Mi aspettavo ancore diverse, più grandi e arrugginite, morse dall’acqua e dal tempo. Poi mi dico che non dobbiamo attaccarci così, non alle cose che ci succedono qui, sulla superficie. Che quello che conta accade sotto, sui fondali, dove il tempo non si ferma mai del tutto e l’ossigeno continua ad arrivare.

Ho sempre avuto paura dell’acqua, ma alla fine dei conti non è neppure vero.

La figura sulla prua si avvicina e mi invita a salire. Resisto alla tentazione di cercare il suo viso, di incrociare i suoi occhi, perché quello che mi meraviglia è che sia così piccola, molto più piccola di me, e anche i suoi movimenti mi sembrano goffi. Mi indica un punto sulla poppa della nave e io mi siedo. Il legno trema sotto di me perché l’imbarcazione continua a danzare con le onde. Sembra che non ci sia nessun altro passeggero in questo ultimo viaggio. Sembra che debba affrontarlo ancora da sola, come tutti quelli che ho vissuto fino a ora.

Le vibrazioni si fanno più forti, come se la nave fosse mossa da un maremoto, e partiamo.

Scrosch, scrosch.

Quando è arrivata la notte? È una notte magica, senza stelle e senza luna. Un brivido di freddo è l’ultima cosa che sento.

La figura dalla prua si sposta di fronte a me e si mostra: ha l’aspetto di una bambina, di me bambina. Muove le mani, come un mago fa l’incanto. La barca trema, si spezza, e la poppa lentamente affonda. E quel piccolo spettro è di nuovo sulla prua, alza la mano, mi saluta.

Glu, glu, glu.

L’ultima cosa che vedo sono le sue braccia e il suo viso. Rivolti verso la superficie, verso il cielo. Potrei risalire, se mi sforzassi. Non ho imparato a nuotare, ma se volessi sopravvivere qualcosa riuscirei a inventarmi.

Credo che la luce, qui, potrebbe arrivare, ma non stanotte, non in questa notte senza luna e senza stelle. Mi chiedo come riesca a vederlo, ma penso che non abbia importanza.

Dagli abissi alza le braccia al cielo, ma io mi accovaccio tra i suoi piedi e mi sento bene. Mi rannicchio, sulla base di conchiglia, e mi sento a casa.

Scrosch.



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